.

.
Showing posts with label rischio. Show all posts
Showing posts with label rischio. Show all posts

Saturday, March 30, 2019

Estinti (o quasi) i caribou, le renne americane: l'uomo gli ha distrutto l'habitat





La primavera e' ufficialmente arrivata e il per il prossimo inverno dovremmo aspettare un altro anno. 

L'ultimo branco noto di caribou che viveva fra il Canada, l'Idaho e lo stato di Washington e' rimasto al conto di ... uno. A Gennaio 2019 i rangers del British Columbia hanno catturato l'ultimo esemplare, una femmina, e l'hanno posta in cattivita', sperando di poter in qualche modo salvare la specie. 

Il branco di cui faceva parte si chiama South Selkirk, il nome della montagna dove viveva.

L'esistenza di un solo esemplare, secondo gli esperti significa che la specie e' gia' funzionalmente estinta. I caribou in questione sono parte di un gruppo di quindici sottogruppi diversi noti come caribou delle montagne meridionali. 

Non sono renne come quelle che vivono nella tundra vicino ai poli, ma piu' a sud, in climi piu' temperati. Tutte e 15 sono in via di estinzione a causa dell'attivita' umana che gli ho tolto habitat e che gli ha cambiato il clima. 

Questi animali vivono nelle foreste miti del nord-ovest degli USA d'estate, e d'inverno migrano verso zone piu' fredde, mangiano muschio e licheni e sono preda di lupi e leoni di montagna. Un tempo questi caribou popolavano anche gli stati ad est degli USA, il New England e il Minnesota. Addirittura venne creata una catena di caffe chiamata proprio Caribou.

Sono animali delicati, potremmo definirli poco maliziosi: non sanno scappare agilmente dai loro predatori, non sanno combattere bene, sono un po goffi, e spesso perdono nella lotta alla sopravvivenza animale. Hanno dunque bisogno di habitat che li proteggano. 

Nel 1983 si era arrivati a 30 membri del branco di South Selkirk, e la specie fu inserita in quelle a rischio di estinzione, che fece si che poterono essere applicate delle misure per la loro salvaguardia.
E infatti nel 2009 la specie era un po cresciuta, arrivando a 50 esemplari. 

Ma dopo quella data, in dieci anni, il tonfo. 

Nel 2018 c'erano tre esemplari.

Nel 2019, appunto uno.

Quale la causa di questo crollo? 

Semplice: strade, abbattimento di alberi, petrolio, pozzi, oleodotti e comunicazioni elettriche.

In tutti questi casi sono stati abbattuti alberi secolari ed e' scomparso il muschio che li rivestiva e che dava da mangiare ai caibou. Sono poi ricresciute foglie e arbusti piu' piccoli che pero' hanno attratto cervi ed altri animali, che a loro volta hanno attratto i predatori naturali dei caibou, lupi e leoni di montagna.


I lupi non andavano in queste foreste prima, ora si, a mangiare i cervi, attratti dalle foglie fresche, e visto che ci stanno mangiano pure i caribou che non sanno difendersi.

Oltre alla femmina di caribou appena catturata, in cattivita' ci sono altri tre esemplari: un cucciolo catturato dopo che la sua mamma e' morta allo stato brado, e altri due adulti, ma di un altra filiera di caribou. Non e' ben chiaro come si procedera', ma il governo del Canada, dopo appunto aver autorizzato ogni forma di trivella, decide di voler iniziare un programma di ripopolazione dei caribou. 

Una delle tribu' di nativi, detta Kalispel Tribe, che si nutre tradizionalemnte di carne di caribou e impegnata nel ripopolamento della specie, e intanto dal lato USA due organizzazioni ambientali, guidati dal Center for Biological Diversity ha portato in causa lo U.S. Fish and Wildlife Service for per non aver protetto l'habitat dei caribou in Idaho e Washington. 

Gia' nel 2011 questo U.S. Fish and Wildlife Service, una specie di ministero per gli animali selvatici aveva proposto di proteggere 150,000 di terra per i caribou.

Dopo le proteste di quelli che praticano snowmobile, e altri portatori di interessi speciali, l'area e' stata ridotta a solo 10,000 ettari, ben poca roba per la sopravvivenza dei caribou.

Vedremo come va a finire. Per ora questa e' un'altra storia di ecologia in cui l'uomo non si rende conto del tenue legame che tiene in piedi tutti i pezzi del creato e che non si rende conto che il suo egoismo, di snowmobile, trivelle, e strade inutili ha un prezzo e che a pagare sono sempre i piu deboli.

Tuesday, October 30, 2018

Abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 60% delle specie animali selvagge in quarant'anni







We're the first generation to know we are destroying our planet 
and the last one that can do anything about it.


The biggest single thing most of us can 
do is cut down our meat consumption

Ecco qui.

La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste abbattute per creare campi agricoli, abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, plastica nel mare, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri nelle foreste, ci siamo avvelenati con i pesticidi e tutti vogliono vivere come gli occidentali, portando al consumismo sfrenato a livello planetario.

Siamo oggi a 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa.

Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perche' ne mangiamo troppi.

Abbiamo usato energia, terra ed acqua piu di quanto non potessimo permetterci.

Dal 1950 ad oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, sostiutendoli con plastica.

Il 90% dei coralli a livello mondiale e' a rischio di estinzione.

Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soya o di olio di palma.

Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un area grande quanto Londra.

Le meta' delle orche assassine morira' per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato di queste nostre azioni e' del tutto consequenziale: il numero di animali che vivono allo stato selvaggio e' in declino, con la scomparsa del 60% delle specie animali nel corso degli scorsi 40 anni.

Sono cifre impressionanti, rilasciate dal WWF mondiale Living Planet Report 2018.

Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta ed ha concluso che noi uomini stiamo distuggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civita', basata su acqua pulita e aria respirabile. 

Sono stati studiati gli impatti dell'attivita' umana su popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili, dal 1970 al 2014, e l'analisi ha riguardato 4,005 specie animali distinte, con 16,704 esemplari in totale. di Appunto, il 60% delle specie selvagge e' andato estinto.

Le popolazioni di rinoceronti sono calate del 63% fra il 1980 e il 2006 a causa del mercato illegale delle loro corna.

Le popolazioni di orsi polari, gia' in declino, caleranno del 30% entro il 2050 a causa dello scioglimento delle nevi.

Le popolazioni di squali nell'oceano indiano e in quello pacifico sono scese del 63% negli scorsi 75 anni.

Le popolazioni di pappagalli grigi africani nel Ghana sono calate del 98% fra il 1992 e il 2014 a causa della perdita di habitat.

Le popolazioni di pulcinelle di mare, uccelli acquatici, in Europa caleranno del 79% fra il 2000 e il 2065.

Le specie piu a rischio sono nei Caraibi e nell'America centrale e meridionale, con il declino dell'83% delle specie animali selvagge e dei pesci, dal 1970 al 2014. A rischio oranghi-tanghi, rinoceronti, elefanti, e altre specie della foresta tropicale.

La cosa importante da ricordare e' che le foreste non sono terra sprecata, di nessuno, oppure un qualche cosa di carino, ma tutto sommato nonesseniziale. La natura ci consente di vivere, e' il nostro habitat. 
Le foreste mantengono un sacco di equilibri climatici, con gli alberi e l'assorbimento di CO2. Ma gli alberi sono la casa di tante specie animali che vivono in simbiosi con lei: gli animali fertlizzano la terra, e aiutano a diffondere i semi; estinti gli animali, la foresta ne soffre, e viceversa, senza foresta gli animali selvatici non hanno casa.
Perche' non ne parliamo troppo della diversita' che continua a declinare? Perche' e' un processo incerementale, che accade lontano. Non ce ne accorgiamo, gli squali e gli orsi sono fuori dagli occhi, fuori dal cuore.

E invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smettere il sovrasfruttamento del pianeta e dei costi in tutto quello che facciamo. Le risorse naturali, si calcola, se dovessero essere quantificate in una cifra economica sarebbero $125 trillioni di dollari.
Tutto quello che abbiamo cercato di fare finora, non e' stato sufficente ed occorre fare di piu'.

Si e' gia' parlato della sesta estinzione di massa, causata da noi uomini.


Perche' la cosa migliore e' mangiare meno carne? Perche' la deforestazione e' dovuta alla produzione di soya spesso esportata per dare da mangiare a maiali e a galline. Anche i corpi d'acqua, fiumi e laghi sofforono perche' l'acqua viene usata a scopi di irrigazione per queste enormi piantagioni.
Il mondo parlera' di tutte queste cose nel 2020, ad un meeting all'ONU per discutere ancora, di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversita'.
Chissa' quante altre specie saranno perse in questi due anni che ci stanno avanti.  Chissa' quante parole nel frattempo.


Tuesday, March 27, 2018

La balene del Nord Atlantico in via d'estinzione e con zero nascite per la stagione




Il nome della specie e' Eubalaena glacialis.

In italiano, balena franca nordatlantica. In Inglese north Atlantic right whale. Vive, per l'appunto lungo le coste atlantiche del Nord America ed e' in via di estinzione, a causa di scontri con le navi, e perche' si aggroviglia alle reti dei pescatori.

E' lunga circa 15 metri e puo' arrivare fino a 70,000 chilogrammi.

La stagione della riproduzione e' l'inverno, e secondo i vari calendari veterinari, la finestra per la 
riproduzione di quest' anno si e' chiusa in questi giorni.

Quanti piccoli sono nati nel 2018?

Zero.

E' la prima volta in 30 anni che non succedeva.

Di solito le nascite si concentrano lungo le coste della Georgia e della Florida. Dal 1989 ad oggi ci sono state un numero variable di nascite tra uno e 39. Ma mai zero.

Essendo una specie di estinzione ci sono vari specialisti che seguono i tentativi per incoraggiare le nascite e portare soccorso in caso di difficolta'. Fra questi Barb Zoodsman del National Marine Fisheries Service.  Lei dice che se non ci mettiamo a fare sul serio per difendere queste balene presto potrebbero estinguersi.

Ne restano solo 450 in tutto il pianeta.
 
Nel 2017 ne sono nate 5. Ma ne sono morte 17, tutte spiaggiatesi.
Nel 2018 il primo spiaggiamento e' gia' stato registrato in Virginia. 

La media e' di 17 piccoli per stagione, ma dal 2012 ad oggi il numero di nuovi esemplari e' stato sotto la media. E' evidente che una popolazione non puo' sostenersi con questi numeri, a lungo termine.

Certo, potrebbe essere che alcune piccole balene siano nate lontane dagli occhi e dagli strumenti dei ricercatori, ma sarebbero in numero molto esiguo. Per esempio, nel 2017 ci furono due nuove balene avvistate in Massachusetts che non erano state incluse nel conto iniziale perche' nessuno le aveva viste.

O chissa', magari ci sara' una esplosione delle nascite nel 2019, considerato che fra un parto e l'altro ci sono tre anni per cui magari ci sono dei cicli triennali. Nel 2000 ci fu una sola nuova nascita, ma poi nel 2001 ne arrivarono ben 31. Fu il secondo migliore anno da che si teneveva il conto, cioe' dal 1989. 

Oltre al declino delle nascite c'e' anche l'aumento della mortalita'. Delle 17 balene morte nel 2017, 4 sono state uccise dalle navi, ed altre due sono morte avvinghiate dalle reti per la pesca. Si pensa ad aumentare le protezioni e le limitazioni alle navi, e anche a creare reti da pesca che le balene possano in qualche modo sfondare, o da cui possano svincolarsi piu' facilmente. Esistono anche dei legani fra questi avvinghiamenti e l'abbassamento della natalita', visto che se si tratta di esemplari femmina lo stress e l'ansia sono cosi forti che ne risente il sistema riproduttivo. E questo se la balena sopravvive, ovviamente.

D'altro canto la vita delle balene si accorcia. In questi ultimi anni molte sono morte a circa 30 anni, meno della meta' della loro vita in situazioni normali. Anche l'intervallo fra una nascita e l'altra e' aumentato. In media come detto si tratta di tre anni, ma in questi ultimi anni non e' raro che il cicilo sia di sette o otto anni.
 
Intanto alcune associazioni ambientaliste, Defenders of Wildlife e il Center for Biological Diversity. hanno portato in causa il governo Trump per la mancata protezione delle balene.

Ma che siano denuncie, o reti, o regole piu' severe alle barche, occorre fare presto.  Di questo passo non resta molto a queste creature del mare.

Monday, February 13, 2017

La voragine petrolifera del New Mexico





 
elaborazione del possibile danno




“The cavity will collapse. For all I know, it can start collapsing in 10 or 15 minutes.”


Carlsbad e' una citta' del New Messico.

Ci si arriva lungo l'autostada US 285. All'avvicinarsi un segnale stradale

"US 285 south subject to sinkhole 1,000 feet ahead"

"Tra 300 metri lungo la US 285 sud c'e' una voragine che sprofonda. Una sinkhole"

E infatti in questo angolo petrolifero del New Mexico c'e' una caverna sotterranea che sta per crollare, e risucchiare con se una chiesa, autostrade, stazioni di servizio, scuole, ferrovie e case.

La zona in questione e' sede di varie caverne, che formano il Carlsbad Caverns National Park. La gente ci viene per turismo, per vedere le stalagmiti e le stalattiti e perche' il sottosuolo e' spettacolare.

La particolare caverna crollante che ora preoccupa la comunita' e' il risultato di tre decenni di petrolio: e' una caverna artificiale in cui e' stata pompata acqua per anni. L'acqua arrivava a circa 150 metri sotto la crosta terrestre e riportava su in superficie "brine" -- una soluzione acquosa ad alta salinità --  che veniva poi usata come additivo dei fluidi di perforazione per l'industria del petrolio e del gas dello stato del New Mexico.

La suddetta caverna sta ora per crollare, come e' gia' successo in altre zone del New Mexico, nonche' in Kansas, Michigan e Canada, per il troppo stess accumulatosi nel corso degli anni. La caverna di Carlsbad e' particolarmente pericolosa perche' si trova nei pressi di un centro abitato di circa 26mila persone;  potrebbe fare grandi danni.

In questa caverna non si pompa piu da vari anni, ma i danni vanno avanti: come sempre, la geologia una volta che la metti in moto, quella va avanti per la sua strada.  In superficie ci sono attivita' commerciali, hotel, scuole, autostrade, banche, e stazioni di servizio. Il crollo sarebbe catastrofico, perche' porterebbe via con se almeno un miliardo di dollari di proprieta' ed infrastrutture.

Nel corso degli scorsi anni sono state dichiarati stati di emergenza, ci sono stati avvisi al pubblico, e la richiesta di denaro pubblico per metterla in sicurezza e per installare centraline ed allarmi. Qualche settimana fa l'allarme dei geologi: la caverna potrebbe collassare in ogni momento, portando via una gran fetta dell'abitato di Carlsbad. Circa 200 persone potrebbero avere impatti negativi sulle loro proprieta'.

La ditta responsabile delle operazioni di brina e' la I and W che ha dovuto gia' chiudere la caverna ed e' andata in bancarotta. 


Sunday, October 2, 2016

Le api nella lista delle specie a rischio









"The bees help maintain the structure of the whole forest" 

Karl Magnacca, Universita' delle Hawaii

Ecco - siamo ora arrivati come umanita' anche a far del male ad alcune delle specie piu' importanti per la nostra sopravvivenza: le api.

Negli USA, per la prima volta, sette specie di api originarie delle Hawaii sono sulla lista delle specie a rischio di estizione. Sono le Hylaeus anthracinus, Hylaeus assimulans, Hyaleus facilis, Hylaeus hilaris, Hylaeus kuakea, Hylaeus longiceps, and Hylaeus mana che ufficialmente entreranno nella lista il 31 Ottobre 2016.

Si chiama Endagered Species Act e contiene la lista delle specie protette dal governo americano come stilato dal U.S. Fish and Wildlife Service. La decisione di includere le api hawaiane e' giunta dopo anni di ricerca -- dal 2010 ad oggi! -- sull'abbondanza e sul declino di queste api.

Del declino delle api si parla gia' da tanto ma non e' facile finire sulla lista delle endagered species. In questo caso la Xerces Society, una non profit dedicata allo studio della pollinazione, ha coordinato tutti gli studi necessari. Viene fuori che il declino e' dovuto a vari fattori: pesticidi, perdita di habitat, perdita di terreno, perdita di diversita' genetica. 
D'altro canto le api sono fondamentali per pollinare alberi di frutta, noci, e senza di loro non avremmo una agricoltura sana, dalle mele alle mandorle.  Durante la fase di pollinazione insetti, uccelli ed api trasportano polline fra le piante, facilitandone la riproduzione.
Si calcola che grazie alle api negli USA circa 9 miliardi di prodotti agricoli sono frutto del lavoro delle api, e che il loro declino potrebbe portare danni economici gravi. 

Le sette specie a rischio, sono tutte originarie delle Hawaii, anzi sono le uniche originarie di qui e sono cruciali per mantenere un ambiente naturale sano e bilanciato nell'arcipelago. A volte sono presenti anche in altre parti del pianeta. La fine delle api signficherebbe la fine non solo degli alberi che dipendono dalla loro azione di impollinazione ma anche di tutte le specie animali che usano questi alberi come habitat. Una sorta di effetto domino. 

All'inizio degli anni 1990, le api di cui sopra, chamate anche "dalla faccia gialla" nel loro complesso, erano fra gli insetti piu' abbondanti dell'arcipelago, dal mare ai vulcani.  Ma proprio a causa della perdita di habitat adesso sono rimasti pochi esemplari.  Nel 2010 lo stato delle Hawaii si mise a studiare le api assieme con la non profit Xerces Society. Era tutto parte di un progetto federale per  proteggere le specie di pollinatori.  Ed eccoci qui, dopo sei anni.
A che serve questa inclusione nella lista delle specie a rischio? Beh, per dare a chi decide maggiore liberta' nel passare leggi e provvedimenti per intraprendere decisoni che possano arrestarne il declino, e per attirare l'attenzione sui motivi che hanno portato fin qui.  

Io non so che pianeta lasciamo a chi verra' dopo di noi. 








Tuesday, March 29, 2016

L'USGS: la sismicita' indotta mette a rischio 7 milioni di persone negli USA. E in Italia?




Per la prima volta nella sua storia il principale ente geologico d'America, l'USGS (the United States Geological Survey) rilascia al pubblico mappe con il rischio sismico naturale e generato da attivita' umane, principlamente estrazione e reinieizione di idrocarburi e loro scarti.

La sismicita' indotta, secondo l'USGS, mette a rischio 7 milioni di persone nella parte centrale ed orientale degli USA. In alcune di queste localita' il rischio sismico e' lo stesso della Calfiornia, dove invece c'e' una sostenuta sismicita' naturale.

Cioe' l'uomo ha reso fortemente sismiche localita' che prima non lo erano. Anzi, Mark Petersen, a capo del progetto dice che

“By including human-induced events, our assessment of earthquake hazards has significantly increased in parts of the U.S. This research also shows that much more of the nation faces a significant chance of having damaging earthquakes over the next year, whether natural or human-
induced.”

Gli stati piu' a rischio a causa della sismicita' indotta sono Oklahoma, Kansas, Texas, Colorado, New Mexico e Arkansas. In queste zone ci sono stati danni e scosse dovute *principalmente* alla sismicita' indotta. Agginunge infatti Petersen:

“In the past five years, the USGS has documented high shaking and damage in areas of these six states, mostly from induced earthquakes,”

A rischio leggermente minore Alabama, Mississippi e Ohio.

Cosa fare? L'USGS raccomanda a chi vive in queste localita' di essere preparato secondo le linee guida offerte dalla FEMA. Il Federal Emergency Management Agency.

Le nuove mappe non solo indicano le localita' con maggior rischio di sismicita' indotta, ma lo fanno per l'anno 2016: questo per essere piu' precisi e perche' decisioni politiche (di trivellare o no) potrebbero cambiare gli scenari.

E' strabiliante: cambiamo la geologia del nostro sottosuolo con decisioni trivelle si-trivelle no e lo facciamo in tempi rapidissimi su scala geologica.

La parte centrale degli USA ha avuto un repentino cambio nella sua geologia negli scorsi sei anni. Dal 1973 al 2008 c'era una media di 24 terremoti di intensita' superiore alla magnitudo 3.0.
Dal 2009 al 2015 si e' passati ad una media di 318 l'anno.
Nel 2015  sono stati 1,010 terremoti.

Nel 2016, fino a meta' Marzo, ce ne sono stati 226. Di tutte queste scosse la piu' grande e' stata di magnitudo 5.6 nella citta' di Prague, Oklahoma.

La colpa di tutto e' dell'industria petrolifera: le reiniezioni di materiale tossico sottoterra, e in misura minore la pratica diretta del fracking. 

Come hanno fatto a capire se era sismicita' indotta o naturale?

Hanno usato la letteratura scientifica e ingegneristica, la presenza di pozzi di petrolio, gas e/o di reinizione, se fossero attivi, ed hanno parlato a lungo con residenti. L'intensita' dei terremoti indotti e' spesso inferiore a quella naturale, ma a volte se si e' in aree gia' sismiche o in presenza di faglie note o sconosciute, le scosse possono essere forti. Nella parte centrale degli USA, l'USGS stima che potrebbero esserci migliaia di faglie che potrebbero generare forti terremoti. Come per tutti i terremoti, c'e' anche la possbilita' che si generino sciami sismici.

Questo e' quello che dice l'USGS.

Cosa dira' l'INGV?

Aspetto con ansia la mappa dei siti italiani piu' soggetti a sismicita' indotta.

Ma cosa dico, in Italia la sismicita' indotta non esiste, non e' mai esistita e mai esistera'.

Monday, June 18, 2012

La Forest Oil chiede 142 mila euro al WWF. A New York invece le presentano una Class Action per menzogne.



Class Action a New York contro la Forest Oil e la sua sussidiaria Lone Pine per avere dato informazioni false ai suoi investitori su incendi ed oleodotti rotti.


Un altra magnifica quanto folle idea della Forest Oil Corporation di Denver che ha preso di mira Bomba, un paesino d'Abruzzo di 900 anime che vorrebbe trivellare e il cui gas saturo di idrogeno solforato vorrebbe raffinare in loco.

Siccome non ci riescono, ecco allora l'ultima idea per spaventarci : mandare ricorsi al WWF per 142 milioni di euro - cosi' a casaccio!

E evidente che non sanno cosa altro fare e sono disperati.

Questo "ricorso-delirio" arriva dopo che 19 sindaci, la provicia di Chieti, la Commissione Ambientale VIA d'Abruzzo, la Confcomercio, i Vescovi della Chiesa Cattolica d'Abruzzo, docenti universitari, associazioni ambientali, culturali, sportive e dunque tutta la collettivita' si sono compattamente espressi contro il progetto di morte di Giorgio Mazzenga e del suo capo di Denver, Craig Clark.

Adesso c'e' anche la Commissione Europea per il rispetto di Aarhus che sta indagando sul tema, considerate le molte ombre sulla questione.

Cari Craig Clark, Caro Giorgio Mazzenga - no vuol dire no, non avete ancora capito?

Non siete benvenuti, prendete ed andatevene, basta con questi assurdi tentativi di rigirare la frittata.

Come detto mille volte, la diga vostra e' a rischio Vajont  - l'avete detto voi e non io - la vostra raffineria manderebbe fumi tossici direttamente nelle case delle persone, il territorio e' sismico, instabile, densamente abitato, e tutte le riserve di Bomba, se tutto va bene, daranno gas all'Italia per una settimana, secondo i vostri calcoli.

E' tutta speculazione - soldi, soldi, soldi - e niente per gli abruzzesi, o per gli italiani se e' per questo - se non il miraggio-ricatto dei posto di lavoro, molti dei quali immaginari.

E infatti, questo tasto del lavoro la Forest Oil Corporation l'aveva gia' sperimentato qualche giorno fa quando, da Milano, o da Denver che potrebbero essere la luna per quanto distaccati siano Clark e Mazzenga dalla realta' abruzzese, i nostri eroi hanno fatto la conta dei si e dei no.

Hanno detto che in modo del tutto "sorprendente" gli sono arrivati


1009 curricula, dei quali 855 provenienti da residenti nella regione Abruzzo

di cui

237 inviati da persone residenti nei 19 Comuni i cui rappresentanti istituzionali hanno espresso la propria contrarietà politica al progetto

e questo per fare il  

capo centrale, al vice-capo centrale fino agli addetti alla segreteria e alla gestione della contabilità

Hanno parlato di 

54 aziende e di "un conto totale di 4038" addetti.

Hanno contato fino all'ultimo uomo! Ricordo che per il centro oli di Ortona si parlavano cdi 30 unita' lavorative.

Ovviamente questa "notizia" della conta della Forest Oil cosi' come e' arrivata, cosi' se n'e' andata.

La provincia di Chieti ha oltre 100,000 abitati, e la regione Abruzzo un milione. Per cui questi numeri sparati a casaccio secondo me da Mazzenga e Clark fanno solo ridere i polli.

La gente ha di meglio da fare che leggere questi piagnistei di chi non ci vuole stare al gioco della democrazia. Avete perso, avete perso. Amen. 

Ma siccome non sono contenti, i signori della Forest Oil hanno deciso di tornare all'attacco mandando il ricorso al WWF.

E perche' mai al WWF? 

Perche' il WWF ha mandato comunicati stampa? Perche' il WWF ha scritto osservazioni? Per mettergli paura? Perche' sarebbe stato ridicolo prendersela con le associazioni locali, o con me, o con il vescovo? Perche' sarebbe stato ridicolo prendersela con il presidente della provincia di Chieti o con Ronald Brown, impiegato della Forest Oil, che e' quello che ha parlato per primo del rischio Vajont? 

Perche', cari Mazzenga e caro Clark, non parlate invece della gente del fatto che, ad esempio, a fine Maggio 2012 e' arrivata una bella class action nello stato di New York contro la Forest Oil Corporation e la sua sussidiaria Lone Pine, con sede in Calgary, Alberta, per "untrue statements" e cioe' "affermazioni non veritiere" fatte agli investitori in borsa su incendi e rotture di oleodotti in Alberta nell'Aprile del 2011? 

La risposta e' semplice: perche' e' piu' facile prendersela con il WWF - una associazione senza scopo di lucro che intende difendere il pianeta e suoi abitanti - piuttosto che con la Corte Suprema di New York.

Ci vorrebbe una maschera e non anti gas, ma per la vergogna.

Grazie a Paul Giangiordano e a Randi Cecchine per la segnalazione New Yorkese e a Augusto De Sanctis per la condivisione abruzzese del fattaccio

Franco Caramanico ha qualcosa da dire? 

Wednesday, May 9, 2012

Stoccaggio Gas Plus San Martino, San Benedetto


Sono quasi uguali. Due piccioni con un fava per la Gas Plus.

"Rischi di incidente rilevante per cittadini e lavoratori"

"In fase di esercizio dello stoccaggio sara' possibile che l'onda di petrurbazione possa creare microsismicita'. Si prevede tuttavia che la magnitudo di questi sismi sara' molto bassa e non percepibile dall'uomo."


Ne avevamo gia' parlato qualche tempo fa, la Gas Plus di tale Davide Usberti decide di stoccare gas in un giacimento di idrocarburi a San Martino sulla Marrucina, localita' Piano Palomba, paese micorscopico delle montagne d'Abruzzo. Lo stoccaggio sara' chiamato Poggio Fiorito. Allo stesso modo, vogliono fare stoccaggio a San Benedetto del Tronto.

Cosi, si svegliano la mattina e decidono di prendere paesi - turistici o di montagna, non importa - e portare il "progresso" che guarda caso fa arricchire solo loro.

I progetti sono scaricabili sopra e sono aperti per chi volesse fare le osservazioni. Il termine e' il 3 Giugno 2012 per San Martino e il 4 Giugno per San Bendetto.

Notare che i testi sono quasi tal quale per San Benedeto del Tronto e per San Martino sulla Marrucina. L'Italia parcheggio del gas!

Il progetto inizia con scenari drammatici.  "La profonda recessione del 2009 ha ridotto le domande di gas", "Il collasso dell'economia", "Il tasso di disoccupazione della Provincia di Chieti" come dire, per risolvere i problemi del mondo stocchiamo gas in una zona sismica!

I comuni interessati sono San Martino sulla Marrucina, Casacanditella, Fara Filiorum Petri, Ari.
A 4 km di distanza c'e' un area protetta deta "Parco dell'Annunziata", c'e' vincolo idrogeologico,
a causa dei rischi di subsidenza. L'area e' classificata zona sismica UNO dove possono esserci forti terremoti. Lo dice pure la Gas Plus.

Casacanditella ha gia' problemi di subsiendenza. Pare che alcuni condomini abbiano presentato gia' problemi di instabilita' in passato.

Nel testo della Gas Plus, la parola subisdenza noncompare neppure una volta.

La Gas Plus vuole prendere vecchi pozzi dimessi e metterci dentro e tirare fuori il gas a piacimento.
Lo iniettano da aprile ad ottobre, lo tirano fuori da novembre a marzo.

Vogliono fare due pozzi nuovi e riadattare un pozzo vecchio, detto Poggio Fiorito bis dir 1A.

Vogliono costruire una unita' di compressione per la distribuzione, e installare una "unita' di trattamento" per rendere il gas estratto conforme alle specifiche di vendita.

Che significa l'ultima frase? Che trattamento e'? Ci saranno ciminiere?  Chi lo sa.
Dicono che useranno "setacci molecolari" utili per eliminare "particelle solide e liquide".
Non si sa che particelle.

Ovviamente si trattera' di sbancare l'area, usare fanghi e fluidi perforanti, produrre monnezza, tanta monnezza, e martoriare ancora, incessantemente, madre natura cosi' la Gas Plus puo' speculare con i giochini del gas, e cercando di passare per eroi dell'umanita'.

Interessante che vogliono stoccare al massimo 150 milioni di metri cubi di gas. In Italia ne consumiamo 440 al giorno. Cioe' tutto questo stravolgimento per accumulare, nel giro di sei mesi,
tanto gas quanto basta all'Italia per mezza giornata!!

E' tutta speculazione, niente altro.

Questo progetto deve essere approvato dal Corpo Forestale, dalla Sopraintendenza per i beni archiettonici e paesaggistica per l'Abruzzo, e dall'Autorita' dei Bacini di Rilievo Regionale dell'Abruzzo e del Bacino Interregionale del Fiume Sangro.

Ovviamente la Gas Plus dice che e' tuttapposto, che non ci sono problemi.

Ma se uno guarda le carte, e guarda in particolare il Piano di Stralcio di Bacino per l'assetto idrogeologico della  regione Abruzzo, ente che dovra' pronucniarsi pure lui su questoprogetto della Gas Plus, viene fuori che sia Casacanditella, che Fara, che Ari, sono tutte ad alto rischio - P3.

E che dice questo Piano? Dice:

Art. 14 - Disciplina delle aree a pericolosità molto elevata (P3)

Fermo restando quanto disposto agli art. 9 e 10 del precedente Capo I delle presenti Norme, nelle aree a pericolosità molto elevata sono consentiti esclusivamente:

opere ed interventi finalizzati alla mitigazione del rischio e della pericolosità gravitativa ed erosiva;


opere urgenti realizzate dalle autorità di Protezione Civile o dalle autorità competenti, per la tutela di persone, beni ed attività in condizioni di rischio immanente;


attività di manutenzione delle opere di consolidamento e di risanamento idrogeologico esistenti;


le opere strettamente necessarie alle attività di sfruttamento minerario ed idrogeologico di corpi rocciosi nel rispetto della normativa vigente e purché nell’ambito dello Studio di compatibilità idrogeologica, di cui all’Allegato E alle presenti norme, si dimostri che l’attività di estrazione, produzione ed esercizio non alteri o incrementi le condizioni di instabilità in un intorno significativo dell’intervento e non contribuisca ad innescare fenomeni di subsidenza incompatibili con le finalità di tutela del presente Piano.

Nelle aree a pericolosità molto elevata è quindi vietato:

a) realizzare nuove infrastrutture di trasporto e di servizi (strade, ferrovie, acquedotti, elettrodotti, metanodotti, oleodotti, cavi elettrici di telefonia, ecc.), fatti salvi i casi previsti nel successivo articolo 16,


b) realizzare opere pubbliche o di interesse pubblico, quali ospedali, scuole, edifici religiosi, ed altre opere di urbanizzazione secondaria, di edilizia residenziale pubblica, insediamenti produttivi, nonché le opere a rete a servizio di nuovi insediamenti previsti dai piani di insediamenti produttivi e dai piani di edilizia economica e popolare;


c) impiantare nuove attività di escavazione e/o prelievo, in qualunque forma equantità, di materiale sciolto o litoide, fatta eccezione per le attività relative allaricerca archeologica e per gli interventi finalizzati alla eliminazione della pericolosità idrogeologica;


d) impiantare qualunque deposito e/o discarica di materiali, rifiuti o simili;


e) realizzare opere private di canalizzazione di acque reflue;


f) qualsiasi tipo di intervento agroforestale non compatibile con la fenomenologia del dissesto in atto;


g) in genere qualunque trasformazione dello stato dei luoghi, sotto l’aspettomorfologico, infrastrutturale ed edilizio, che non rientri tra gli interventi espressamente consentiti di cui ai successivi Art.15 e 1.

Il documento continua, ed e scaricabile nel link in alto, ma  a me non pare che la Gas Plus abbia risposto a nessuna di queste domande.

Di nuovo, la parola subsidenza non compare mai in tutti il rapporto!

Ci vorrebbe qualcuno che studiasse il progetto in dettaglio...

Franco Caramanico, paladino dell'ambiente ha qualcosa da dire? O e' piu' facile saltare sul carro quando sono stati gli altri a prepararglielo, come nel caso di Bomba?

Guardiagrele non e' lontana.

Come sempre, la denuncia deve partire da altri, in questo caso da Los Angeles!

Perche' nessuno parla di questo progetto?

Lo sanno a San Martino sulla Marrucina?


Friday, April 25, 2008

Che ne sara' di noi?


Mentre i politici discutono su cose futili e pensano a come attaccare il popolo onesto, ecco una delle tante storie del petrolio nel mondo. Visto che siamo una regione a "basso rischio politico" e visto che invece di proteggerci chi comanda pensa a come arricchirsi sulla nostra salute, impariamo da altre nazioni che hanno gia' affrontato il problema petrolio tanti anni fa.

Nel 1967 la Texaco, una ditta petrolifera americana, trovo' il petrolio nella regione nord-est dell'Ecuador, detta Sucimbios. La zona, ironia della sorte, venne ribattezzata Lago Agrio che vuol dire Lago Amaro. Per 20 anni la Texaco ci estrasse il petrolio che fini' per la maggior parte negli Stati Uniti. L'attivita' estrattiva e' ora terminata perche' i pozzi si sono esauriti, ma i danni ambientali restano.

Durante il corso di quei venti anni infatti si stima che vi siano stati 16 milioni di galloni di petrolio dispersi: quasi 50,000,000 - il doppio di quanto non fuoriusci' dalla Exxon Valdez dell'Alaska nel 1989. La compagnia scavo' centinaia di pozzi dove riversare gli scarti delle operazioni di estrazione, fra cui i fluidi e i liquidi perforanti. Fra le sostanze di risulta 50 milioni di litri di acqua che successive analisi chimiche hanno mostrato essere contaminate da sostanze ad alto potenziale cancerogeno fra cui il benzene. Le popolazioni non vennero istruite sui pericoli e quell'acqua fini' per per essere usata dagli indigeni per bere, cucinare, lavarsi ed irrigare le terre.

Negli scorsi trenta anni i livelli di tumore nei pressi del Lago Amaro sono aumentati del 150%.

Gli indigeni dell'Ecuador, a suo tempo, fecero quello che ora stanno facendo quelli del Peru': cercano di portare i petrolieri americani in causa sul suolo americano dove le leggi sono molto piu' severe e chiare che in Ecuador. Era il 1993. Le ditte petrolifere fecero un'enorme sforzo mediatico, portarono avanti appelli e ricorsi vari, e alla fine vinsero. Nel 2001 la corte degli appelli di New York decise che la causa non poteva essere intentata sul suolo americano, ma visto che i danni erano stati fatti in Ecuador, era li che la causa doveva essere portata avanti.

La Texaco, nel frattempo acquisita da Chevron, penso' di avere terminato il suo lavoro: erano convinti che gli indigeni, stanchi, si sarebbero arresi. Invece no,
gli ecuadoregni, aiutati da avvocati pro-bono e associazioni di supporto americane, continuarono la lotta, e nel 2003 riaprirono la causa in Ecuador.

Il 1 Aprile 2008, dopo anni di indagini, verifiche e interviste, l'esperto indipendente nominato dalla corte dell'Ecuador, stimo' che l'inquinamento c'era e che la Texaco-Chevron era responsabile per danni quantificabili fra gli 8 e i 16 miliardi di dollari. Una cifra enorme.

Di solito le ditte petrolifere, davanti a queste multe cosi' elevate e in questo caso di gran lunga superiori al volume di affari attuale della Texaco-Chevron in Ecuador, prefersicono lasciare il paese piuttosto che pagare. Qui per' non possono. Una clausola ben precisa nel processo e' che la Chevron deve sottostare a qualsiasi decisione presa dal giudice prima di lasciare il paese. Il giudice deve ancora pronunciarsi sulla sentenza finale, ma si pensa che la parola dell'esperto ambientale avra' un forte peso sulla decisione.

Intanto i capi dell'Ecuador, Pablo Fajardo Mendoza e Luis Yanza, che hanno lottato 14 anni per avere giustizia hanno vinto un premio di $150,000 da una fondazione di San Francisco per l'ambiente, il Goldman Environmental Prize.


Cosa significa questo per noi? Se guardiamo i dettagli, la loro esperienza non si allontana molto da quello che potrebbe succedere da noi. L'estrazione del petrolio in Ecuador duro' per venti anni, piu' o meno quello che si stima per i nostri pozzi abruzzesi. L'ENI dice che le acque di risulta (l'ho visto coi miei occhi sul loro progetto) verranno reiniettate nel suolo senza trattamenti, proprio come in Ecuador. I limiti legali italiani dicono che per legge, possono emettere H2S anche fino a 30ppm, mentre l'organizzazione mondiale della sanita' dice che il limite massimo dovrebbe essere 0.005ppm. Ci ammaleremo anche noi? A Gela e' successo proprio questo.

Faremo la fine dell'Ecuador? La nostra storia, se non facciamo niente, e' gia' scritta, e non da questa "sedicente scienziata" ma dalla storia del petrolio in qualsiasi altra parte del mondo dove esso sia stato estratto vicino a zone abitate. Non mi invento niente, leggo, e al massimo traduco.

La nostra salute, cari amministratori perditempo, vale molto di piu' dei 6 milioni di euro che l'ENI vuole dare alle "case comunali" di Ortona per i danni ambientali. Se sono disposti a darci sei milioni di euro, vuol dire che lo sanno anche loro che il petrolio fara' disastri da noi.

Ortonesi, mi raccomando il 30 Aprile. La protesta, civile e pacifica, non deve finire: questi Don Rodrighi di manzoniana memoria devono fare la fine che si meritano.

Fonti: Los Angeles Times , Los Angeles Times 2