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Sunday, July 14, 2019

Canada: Justin Trudeau dichiara emergenza climatica e dopo 24 ore approva mega-oleodotto


Io odio i finti bravi politici, perche' e' facile parlare e piu' difficile e' fare le cose buone.

Eccolo qui questo soggetto che fa il finto-figo-ambientalista e che poi distrugge l'ambiente.

Premessa: il Canada non riuscira' ad adiempiere ai suoi obiettivi ambientali a causa delle fortissime emissioni di CO2 dalla sua industria petrolifera.

Ed allora eccolo qui, il nostro eroe: Justin Trudeau annuncia l'emergenza climatica nel suo paese e il giorno dopo... approva un nuovo mega oleodotto, che certo peggiorera' l'emergenza climatica!

Ma ci e' o ci fa?
Inziamo dall'inizio.

Le cose partono con il ministro dell'ambiente e dei cambiamenti climatici del Canada, Catherine McKenna. In Canada hanno pure il ministro dei cambiamenti climatici, eh?
Quest Catherine McKenna propone una mozione affinche' i cambiamenti climatici siano definiti come
una crisi vera ed urgente, causata dall'attivita' umana e con la richiesta al governo di tagliare le emissioni di CO2 con priorita'.

Justin Trudeau firma.

Il giorno dopo un'altra firma: ma questa volta per approvare l'estensione del Trans Mountain Pipeline (TMX).

Come e' possibile?

Ovviamente c'e' una scusante per tutto, e il nostro amico Justin ci ha ben pensato: dice infatti che le due cose, certo che sono compatibili: il suo mandato elettorale e' di far crescere l'economia e la classe media, e allo stesso tempo combattere i cambiamenti climatici.

E questo per lui e' rappresentato dalle due firme che faranno si che udite udite, i profitti che arriveranno dall'oleodotto saranno usati per programmi di transizione verso l'energia rinnovabile.

Mi devo trattenere dal ridere e dal piangere assieme.

Il bello e' che qualcuno gli ha pure creduto.

La panzana e' che il petrolio portera' a circa  $500 milioni di dollari l'anno, una volta completo l'oleodotto, per il quale ci saranno numerose prescrizioni e per cui saranno interpellate 129 comunita' di indigeni, dove l'oleodotto dovra' passare. I lavori inizieranno verso la fine del 2019.

Il nuovo oleodotto consentira il trasporto di 890,000 barili di bitume al giorno dall'Alberta verso la costa ovest del Canada. Prima erano solo 300,000 barili. Saranno quasi tutti destinati al mercato cinese o americano.

Intanto gli indigeni della British Columbia, non ne vogliono sapere di questo oleodotto: Will George capo della comunita' Tsleil Waututh dice che lo opporranno con tutte le loro forze.

Altri numeri invece dicono che il Canada emette 79 megatonnellate di gas serra in piu' rispetto agli obiettivi che lei stessa si e' posta per il 2030, una quantita' notevole dovuta in gran parte alle operazioni di petrolio e di gas, l'elefante nella stanza.


L"oleodotto inzialmente era della Kinder Morgan, che pero' non ne voleva piu' sapere per le troppe regolamentazioni e per i troppi ritardi. Ecco allora che subentra il governo di Justin Trudeau che lo compra per la modica cifra di 4.5 miliardi di dollari canadesi, mira a farlo costruire, e poi a venderlo a terzi. 

Il nostro amico Justin e' recidivo: aveva gia' approvato tutto a Novembre 2016, quando l'oleodotto era ancora nelle mani della Kinder Morgan, ma nell'estate del 2018 un tribunale ne aveva bocciato la costruzione  dicendo che il governo non aveva consultato le comunita' indigene e che non era stato considerato ne il traffico marino ne i suoi effetti sulle balene.

Ma come puo' essere che un governo compra un ... oleodotto privato?
Con 4.5 miliardi di dollari pubblici?

Perche' quelli della Kinder Morgan, gli ex proprietari dell'oleodotto non sono fessi.

Avevano capito, quelli della Kinder Morgan che Trudeau e il suo entourage politico avevano bisogno dell'oleodotto e dei suoi affari piu' di loro per vendere questo petrolio, per portar soldi al Canada che nonostante tutte le sue patine di nazione progressista e amica dei migranti e con l'assicurazione sanitaria per tutti, e' e resta una petroleconomia.

Gli servono proprio quei petrodollari al Canada.

E quindi visti tutti questi ritardi, dovuti per lo piu' ai governi locali in British Columbia, sulla costa ovest del paese,  hanno capito che non solo potevano mollare la patata bollente al governo, ma potevano pure allungare il collo sulle compravendita.

E ora che e' nelle sue mani, il governo fa un altro studio per passare il tuttapposto.: dicono che si, purtroppo ci sara' aumento della mortalita' delle balene, ma che .. non importa!

Balene o non balene, l'oleodotto s'ha da fare. E poi, per farli contenti, certo, interpelleranno le comunita' dei First Nations, e useranno lo stato dell'arte per evitare loro problemi - rumore, inquinamento, perdite.

E' come dire: vendiamo sigarette per combattere il cancro.

Sulla stampa canadese Trudeau viene descritto come il principe dei cambiamenti climatici a Parigi, e come il principe degli oleodotti a Houston. Un po confuso, ad essere generosi eh?

Vediamo come finisce, le elezioni sono dietro l'angolo e questo oleodotto rischia di fargli creare nemici dapperutto. E se se li crea questi nemici, sono tutti ben meritati.

Justin Trudeau avrebbe dovuto usare questo tempo per creare piani di transizione *fuori* dal petrolio e non continuare a perpetrare la petroeconomia del suo paese.


Saturday, March 30, 2019

Estinti (o quasi) i caribou, le renne americane: l'uomo gli ha distrutto l'habitat





La primavera e' ufficialmente arrivata e il per il prossimo inverno dovremmo aspettare un altro anno. 

L'ultimo branco noto di caribou che viveva fra il Canada, l'Idaho e lo stato di Washington e' rimasto al conto di ... uno. A Gennaio 2019 i rangers del British Columbia hanno catturato l'ultimo esemplare, una femmina, e l'hanno posta in cattivita', sperando di poter in qualche modo salvare la specie. 

Il branco di cui faceva parte si chiama South Selkirk, il nome della montagna dove viveva.

L'esistenza di un solo esemplare, secondo gli esperti significa che la specie e' gia' funzionalmente estinta. I caribou in questione sono parte di un gruppo di quindici sottogruppi diversi noti come caribou delle montagne meridionali. 

Non sono renne come quelle che vivono nella tundra vicino ai poli, ma piu' a sud, in climi piu' temperati. Tutte e 15 sono in via di estinzione a causa dell'attivita' umana che gli ho tolto habitat e che gli ha cambiato il clima. 

Questi animali vivono nelle foreste miti del nord-ovest degli USA d'estate, e d'inverno migrano verso zone piu' fredde, mangiano muschio e licheni e sono preda di lupi e leoni di montagna. Un tempo questi caribou popolavano anche gli stati ad est degli USA, il New England e il Minnesota. Addirittura venne creata una catena di caffe chiamata proprio Caribou.

Sono animali delicati, potremmo definirli poco maliziosi: non sanno scappare agilmente dai loro predatori, non sanno combattere bene, sono un po goffi, e spesso perdono nella lotta alla sopravvivenza animale. Hanno dunque bisogno di habitat che li proteggano. 

Nel 1983 si era arrivati a 30 membri del branco di South Selkirk, e la specie fu inserita in quelle a rischio di estinzione, che fece si che poterono essere applicate delle misure per la loro salvaguardia.
E infatti nel 2009 la specie era un po cresciuta, arrivando a 50 esemplari. 

Ma dopo quella data, in dieci anni, il tonfo. 

Nel 2018 c'erano tre esemplari.

Nel 2019, appunto uno.

Quale la causa di questo crollo? 

Semplice: strade, abbattimento di alberi, petrolio, pozzi, oleodotti e comunicazioni elettriche.

In tutti questi casi sono stati abbattuti alberi secolari ed e' scomparso il muschio che li rivestiva e che dava da mangiare ai caibou. Sono poi ricresciute foglie e arbusti piu' piccoli che pero' hanno attratto cervi ed altri animali, che a loro volta hanno attratto i predatori naturali dei caibou, lupi e leoni di montagna.


I lupi non andavano in queste foreste prima, ora si, a mangiare i cervi, attratti dalle foglie fresche, e visto che ci stanno mangiano pure i caribou che non sanno difendersi.

Oltre alla femmina di caribou appena catturata, in cattivita' ci sono altri tre esemplari: un cucciolo catturato dopo che la sua mamma e' morta allo stato brado, e altri due adulti, ma di un altra filiera di caribou. Non e' ben chiaro come si procedera', ma il governo del Canada, dopo appunto aver autorizzato ogni forma di trivella, decide di voler iniziare un programma di ripopolazione dei caribou. 

Una delle tribu' di nativi, detta Kalispel Tribe, che si nutre tradizionalemnte di carne di caribou e impegnata nel ripopolamento della specie, e intanto dal lato USA due organizzazioni ambientali, guidati dal Center for Biological Diversity ha portato in causa lo U.S. Fish and Wildlife Service for per non aver protetto l'habitat dei caribou in Idaho e Washington. 

Gia' nel 2011 questo U.S. Fish and Wildlife Service, una specie di ministero per gli animali selvatici aveva proposto di proteggere 150,000 di terra per i caribou.

Dopo le proteste di quelli che praticano snowmobile, e altri portatori di interessi speciali, l'area e' stata ridotta a solo 10,000 ettari, ben poca roba per la sopravvivenza dei caribou.

Vedremo come va a finire. Per ora questa e' un'altra storia di ecologia in cui l'uomo non si rende conto del tenue legame che tiene in piedi tutti i pezzi del creato e che non si rende conto che il suo egoismo, di snowmobile, trivelle, e strade inutili ha un prezzo e che a pagare sono sempre i piu deboli.

Tuesday, February 19, 2019

Canada: che fare degli oltre 155mila pozzi inattivi, orfani ed abbandonati?




Cosa fare dei pozzi di petrolio un tempo produttivi ed ora sterili, vecchi, e abbandonati?

Cosa farne sopratutto se le ditte proprietarie non esistono piu' e sono andate in fallimento?

In Canada e' un vero problema, specie nello stato dell'Alberta, dove ditte di petrolio piu' o meno grandi continuano a dichiarare bancarotta lasciando buchi e monnezz dietro di se, dopo aver tirato su profitti da gradassi.

Ci sono qui in Alberta la bellezza di 180mila pozzi di petrolio attivi, 83mila inattivi, e 69mila abbandonati. Di questi, 2100 sono orfani, cioe' in limbo - 1400 saranno abbandonati e 700 saranno "riutlizzati" cioe' probabilmente usati a scopo di reinizione.

Tutto assieme fanno circa 155mila relitti che non portano a nessun introito ma che invece sono delle vere e proprie bombe ambientali.  Assieme ai pozzi gli oleodotti che li connettono alla gran rete di trasporto e distribuzione e che dovranno essere smantellati pure loro, perche' corrosi, obsoleti o non piu' in uso.  

Notare bene, che un giorno anche i 180mila pozzi attivi in questo momento passeranno a miglior vita e che quindi la domanda non e' secondaria, ne ora ne in futuro, specie perche' il ripristino ambientale e' costoso.

Anzi, in Canada esiste pure una associazione ad-hoc, la Orphan Well Association, una non-profit che cerca di gestire i pozzi con ben poche risorse rispetto al lavoro da fare: il governo dell'Alberta e i petrolieri che hanno creato il disastro hanno versato 235 milioni per le operazioni di ripristino ambientale e i soldi saranno usati su 700 pozzi morti nel corso di 3 anni.

Ben poca cosa rispetto ai 155mila pozzi che abbisognano di sistemazione. E infatti in lista d'attesa ci sono altri 2000 pozzi, e circa 3600 rami di oleodotto.

Notare che la divisione e' presto fatta: richiudere e mettere in sicurezza ogni pozzo costera' oltre 300mila dollari! E se uno ora moltiplica il 300 mila dollari per i 155mila relitti, arriviamo alla cifra stratosferica di 47 miliardi di dollari.

E chi ce li ha questi soldi? 

Mi chiedo se il gioco sia valso la candela per l'Alberta. Certo qualcuno si sara' aricchito, al momento e al tempo giusto, ma certo il gioco non e' valso nemmeno un cerino per le generazioni future che dovranno contenere l'inquinamento lasciato dai pozzi vecchi, mentre al contempo l'economia fossile morira', perche' la storia non si ferma, nemmeno in Alberta.

L'Alberta e' uno strano stato, per molti versi, mutatis mutandis, simile alla nostra Basilicata dove c'e' una specie di simbiosi malata fra chi estrae e i residenti che ricevono o sperano di ricevere qualche tipo di vantaggio da tutto cio. E infatti molti dei ranchers o contadini della zona non si lamentano pubblicamente di questi pozzi abbandonati fra le loro terre perche' temono che il valore dei terreni diminuira', o che le ditte del petrolio li compenseranno ancora meno per ripicca.

Ma non era che prima di trivellare le ditte dovevano dare dei soldi al governo per il futuro ripristino?
In teoria si, ma i fondi versati sono noccioline rispetto ai costi da sostenere. Semplicemente ce ne vogliono molti molti di piu'. 

Uno degli avvocati che segue la faccenda dei pozzi abbandonati per conto della Orphan Well Association si chiama Keith Wilson e dice questo:

“Who has $46 billion right now to go deal with this problem? No one. Who’s likely to be left with the problem? You. My real concern is that what’s going to end up happening is that the government and industry are going to say, ‘we just don’t have the money.’ The capital that existed and the profits that the oil companies made, that should have been put into cleaning up these wells on farmland, have fled, and left the country or been consumed by other things"

E' interessante notare un altra cosa: i pozzi in Alberta sono per la maggior parte su proprieta' privata, ma - e qui sta il barbatrucco - i proprietari terrieri per legge *non possono* dire di no alle estrazioni sui loro siti.

Cioe' i petrolieri hanno facolta' di dire: voglio trivellare il tuo orto, e tu non puoi dirgli di no.

I trivellatori semplicement pagano una quota annuale per mantere pozzi e succhiare il petrolio sottoterra.

Ora all'inizio era tutto piu' conciliatorio, nel senso che i petrolieri si comportavano, per quanto possibile da ospiti educati, con rispetto. Ma adesso che sono passati gli anni, i petrolieri sono diventati piu' scaltri, piu' arroganti. E specie quando gli affari vanno male, piu' cattivi.

Conclusione: non gliene importa piu' un fico secco di lasciare inquinamento nelle terre altrui.

Keith Wilson e altri hanno anche pensato di chiedere al governo dell'Alberta una moratoria su pozzi nuovi, ma e' pressoche' una crociata impossibile. E questo perche' quando quelli del petrolio arrivano non ne andranno mai: il sistema e' gia' tutto oliato in loro favore, i governi e i residenti sono abituati agli introiti petroliferi dell'oggi e il domani e' lontano, e le democrazie sono corrotte piu' dei tubi.

Intanto sono venute fuori le prime cause che hanno coinvolto la Corte Suprema del Canada.
La decisione e' una toppa certo, ma una toppa positiva:  prima di pagare i creditori, le ditte in fallimento devono prima ripuilire tutti i danni ambientali.
 
La causa era stata inoltrata contro la Redwater Energy, che al momento di dichiarare bancarotta nel 2015 aveva solo 17 pozzi di petrolio in azione, 5 milioni di dollari di debito con la banca ATB, e molti altri pozzi da dismettere.  Loro volevano liquidare i creditori e la banca il piu' possibile e lasciare i danni ambientali agli altri - e cioe' alla collettivita' sotto forma della Orphan Well Association.

A fine gennaio 2019, la corte suprema ha invece decretato che la bancarotta non puo' essere usata come una licenza per ignorare l' ambiente. Keith Wilson e' stato contento, e anche il ministro dell'energia dell'Alberta Marg McCuaig-Boyd ha avuto parole di approvazione per la decisione. 

Ma alla fine, e' una specie di vittoria di Pirro. I costi restano stratosferici, e di sicuro in un modo o nell'altro i residenti pagheranno:  con le proprie tasse, ma soprattutto con i propri polmoni, con le proprie vite.




 

Tuesday, November 6, 2018

La Russia e la corsa a trivellare l'Artico












E' l'ultima frontiera dei trivellatori, l'Artico, un tempo ostico ed impossibile da sfruttare ma sempre piu' appetibile grazie ai cambiamenti climatici, creati dai trivellatori stessi.

La Russia e' in prima fila nel piantare le proprie trivelle in cima al mondo, letteralmente e figurativamente, ma la Cina non sta a guardare.

E hai voglia a predicare.

Tutti sappiamo che l'aumento delle temperature porta allo scioglimento dei ghiacciai, anzi secondo le stime dell'IPCC, l'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, se tutto va avanti come adesso, entro il 2040 l'Artico restera' senza ghiaccio.

Ovviamente questo e' musica per le orecchie dei trivellatori, con nuove rotte marine dove prima c'era ghiaccio e con la promessa di petrolio e gas sgorganti dal sottosuolo.

La Russia e' la piu' determinata di tutte, se non altro perche' e' la piu' vicina geograficamente all'Artico che si scioglie, perche' economicamente vive di idrocarburi e perche' prima di tutte ha deciso di sfruttare i mari dell'Artico e di accapparrarsene i diritti.

Lo scioglimento delle nevi significa non solo nuovi giacimenti, ma anche minori tempi per il trasporto di petrolio attraverso le nuove acque: si calcola che i tempi per navigare dall'Asia all'Europa si accorcera' del 35-40% rispetto al passaggio attraverso l'Asia rispetto al passaggio attraverso il canale di Suez o dell'oceano indiano.

E cosi Venta Maersk e' stata la prima nave ad attraversare l'Artico da Vladivostok a San Pietroburgo, qualche mese prima la ditta russa Novatek ha mandato un carico di gas liquefatto in Cina dalla Siberia attraverso l'Artico con 19 giorni invece dei tradizionali 35 lungo il canale di Suez.

La Russia ha pure 40 navi rompighiaccio, incluso alcune che vanno ad energia nucleare, piu' potenti e che non abbisogano di rifornimenti. Gli USA invece hanno solo due navi rompighiacchi.

Ci vogliono un miliardo di dollari a nave, e dieci anni per costruirle.

USA, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Islanda hanno tutti interessi in Artico, e quindi e' comprensibile che vogliano contrastare la Russia. La Cina pero' afferma che l'Artico non e'  di nessuno e che quindi e' di tutti.

Vogliono acchiappare anche loro quel che possono.

E infatti si sono definiti una superpotenza polare nel 2014. Nel 2018 hanno pure rilasciato una politica cinese dell'Artico per difendere i propri interessi e quindi hanno iniziato a costruirsi rompighiacci pure loro e annunciano di volere costruire una via della seta polare.

L'Artico e' governato da una serie di trattati fra cui uno delle Nazioni Unite del 1982 chiamato United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS).  Questo UNCLOS delinea le estensioni dei mari territoriali, zone economiche, diritti di passaggio, diritti e doveri di sviluppo, protezione ambientale. Non si parla di sicurezza militare.

Ci sono gia' litigi: il Lomonosov ridge e' lungo 1800 chilometri ed e' al cuore di dispute fra la Russia, Canada e Danimarca. Il motivo?

Petrolio.

Si pensa infatti che il Lomonosov ridge sia particolarmente ricco di idrocarburi e la Russia vuole che siano tutti loro. Per esempio, gia' nel 2007, una spedizione russa, Arktika 2007 giunse alla conclusione che questo Lomonosov e' una estensione della massa continentale russa e piantarono qui bandiere russe.

Canada e Danimarca dicono di no; anzi la Danimarca dice che e' una estensione della Groenlandia.

Putin non ha mai fatto mistero di queste sue ambizioni polari che esistono da piu' di dieci anni.

Nel 2012 i russi hanno proposto di chiamare l'oceano artico l'oceano "russo" come dire e' cosa nostra. Il paese sta anche creando una presenza militare in artico, con un Arctic Joint Strategic Command, e addrittura sta rimodernando aereoporti costruiti durante il tempo della guerra fredda.  E' stata istituita una Northern Sea Route Administration, una agenzia russa che ha lo scopo di governare il passaggio di navi e il traffico in Artico.

Putin cerca pure di aumentare i suoi alleati strategici in zona, per esempio creando accordi con India (perche' India? non si sa, ma forse perche' India e Cina non sono tanto amiche...)

Ovviamente non e' solo il controllo dell'Artico ma anche proprio dello sfruttamento petrolifero. La ditta Rosneft ha gia' iniziato a trivellare in Artico nel 2017 in una concessione detta Khatangsky nel  Laptev Sea.

Si parla di 590 milioni di barili di petrolio di alta qualita' - leggero e a basso tenore sulfureo; un enorme ricchezza.

Oltre a Rosneft c'e' Gazprom che invece gestisce la piattaforma Prirazlomnoye nel Pechora Sea e le cui trivelle sono state inaugurate nel 2013. Anche qui si parla di 513 milioni di barili di petrolio.

Rosneft vuole trivellare nel Barents Sea, nel Kara Sea e in tutta l'area russa dell'Artico: hanno almeno 28 concessioni per un totale di 250 miliardi di barili. Sono numeri impossibilmente grandi.

Sanzioni o non sanzioni, i russi vanno avanti: non possono usufruire di beni e servizi tecnologici da paesi terzi, per via di queste sanzioni, ma dicono che troveranno i fondi fuori dalle sanzioni perche' l'Artico e' importante per la loro economia. Vogliono che il 20-30 percento di tutto il loro petrolio e gas venga dall'Artico entro il 2050.

La morale della favola e' che in questa corsa geopolitica a chi arriva prima in Artico, ci sono tanti calcoli: petrolio, navi, risorse, sogni di vanagloria.

E al resto del pianeta chi ci pensa?

Davvero Russia e Cina avranno a cuore la biodiversita' del pianeta, davvero sapranno "controllarsi"? Come gia' ci mostra la russia, non credo. La cosa piu' ironica e' che tutto questo nuovo sfruttamento dell'Artico e' reso possibile dai cambiamenti climatici, che le azioni dei russi rendera' piu' estremo, con questo maggior petrolio estratto, venduto, consumato.

 Ci vorrebbe solo un grande accordo: "l'Artico non si trivella".







Thursday, October 11, 2018

Oleodotto esplode in Canada, raffineria esplode in Bosnia, altra raffineria esplode in Canada




 
Canada

Bosnia












Canada 2





Siamo in British Columbia sulla costa pacifica del Canada. Un gasdotto della Enbridge da 70 centimetri di diametro e' esploso in una zona rurale a nord della citta' di Prince George.

Cento membri della tribu indigena Lheidli T'enneh First Nation, sono stati evacuati a causa del forte boato, puzze, e aria irrespirabile. Lo scoppio e' stato a 2 chilometri dalla riserva.  Non si sa perche' il gasdotto sia esploso.

Passiamo alla Bosnia dove invece e' esplosa una raffineria russa della Zarubezhneft. Qui siamo invece nella citta' di Brod, al confine con la Croazia.  Sono rimasti feriti in otto, con fiammate e fumo dappertutto; altri report invece parlano di un morto e nove feriti. 

E dulcis in fundo, un altra esplosione in Nova Scotia, dall'altro del Canada, dove invece ci sono state fiammate per 30 metri da una raffineria incendiatasi. Anche qui, fumo e paura, con tanti lavoratori in loco, spaventati e confusi.


Si tratta della Irving Oil facility, la raffineria piu' grande del Canada che impiega 1,400 persone su un sito di 300 ettari e con la produzione giornaliera di 320,000 barili al giorno. Il numero dei feriti e' incerto, ma lo scoppio e' avvenuto durante l'ora di pranzo, e molti degli addetti erano lontani dal punto centrale dell'impatto.

Anche qui non si sa perche' la raffineria piu' grande del Canada sia scoppiata.






Thursday, September 27, 2018

Canada: bocciato l'oleodotto delle Tar Sands per salvare le orche









Una corte federale del Canada doveva decidere se approvare un oleodotto, una estensione verso il mare della esistente Trans Mountain Pipeline, oppure se salvare le orche che vivono nel mare nel punto di approdo dell'oleodotto.

Per una volta hanno fatto la cosa giusta: hanno salvato le orche, e bocciato l'oleodotto.

La corte aggiunge, nella sua decisione finale che la ditta proprietaria dell'oleodotto, chiamata Kinder Morgan e con sede in Texas, non solo non ha considerato il suo impatto sulle orche ma non ha neanche appropriatamente tenuto conto del parere delle tribu' indigene del Canada e non ha eseguito studi appropriati sul traffico marino.

La battaglia arriva dopo almeno due anni di lotte in tribunale e nella corte dell'opinione pubblica, con gli indigeni, gli ambientalisti e la citta' di Vancouver che hanno esposto assieme causa alla Kinder Morgan nel 2016.  Anche il governatore dello stato di Washington, negli USA a sud del confine con il Canada si e' dichiarato contrario.

Innumerevoli le proteste da tutti e due i lati del confine fra gli USA e il Canada.

Se pure la Kinder Morgan dovrebbe iniziare domani a studiare per bene cio' che la corte le ha chiesto -- effetti del traffico marino, sulle orche, sulle terre degli indigeni -- ci vorrebbero anni. Per cui per adesso e' tutto sospeso.

La preoccupazione collettiva era per la qualita' dell'acqua, e per la qualita' di vita delle orche nel

L'oleodotto della nostra discordia, il Trans Mountain pipeline doveva connetere il petrolio delle Tar Sands del Canada, dalla citta' di Edmonton, Alberta, fino a Burnaby, British Columbia, sull'oceano pacifico. L'estensione sarebbe stata di circa 1000 chilometri in parallelo ad una linea gia' esistente, e avrebbe dovuto triplicare il flusso di petrolio fino a quasi 890mila barili al giorno. Era un progetto da 3.5 miliardi di dollari.

Le tribu indigene erano fortemente contrarie perche' di quei 1000 chilometri, molti sarebbero passati nelle loro riserve.

Quel gran signore di Justin Trudeau che gioca a fare il figo invece dice che lui era d'accordo a questo Trans Mountain Pipeline perche' l'oleodotto avrebbe aumentato le esportazioni verso l'Asia, avrebbe diminuito la dipendenza energetica del Canada dagli USA, e avrebbe portato a 15mila nuovi posti di lavoro.

Come sempre la manna petrolifera!
La Kinder Morgan ha annunciato che abbandonera' il progetto e che anzi, lo venderanno al governo del Canada.

Per varie settimane abbiamo seguito la storia di J35, l'orca la cui piccola muore e che lei ha cercato disperatamente di tenere a galla, per almeno 17 giorni.

Sono queste le orche che occorre salvare.  Mentre che qui parlano di oleodotti di quelle orche qui ne sono rimaste sole 75.