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Saturday, March 30, 2019

Estinti (o quasi) i caribou, le renne americane: l'uomo gli ha distrutto l'habitat





La primavera e' ufficialmente arrivata e il per il prossimo inverno dovremmo aspettare un altro anno. 

L'ultimo branco noto di caribou che viveva fra il Canada, l'Idaho e lo stato di Washington e' rimasto al conto di ... uno. A Gennaio 2019 i rangers del British Columbia hanno catturato l'ultimo esemplare, una femmina, e l'hanno posta in cattivita', sperando di poter in qualche modo salvare la specie. 

Il branco di cui faceva parte si chiama South Selkirk, il nome della montagna dove viveva.

L'esistenza di un solo esemplare, secondo gli esperti significa che la specie e' gia' funzionalmente estinta. I caribou in questione sono parte di un gruppo di quindici sottogruppi diversi noti come caribou delle montagne meridionali. 

Non sono renne come quelle che vivono nella tundra vicino ai poli, ma piu' a sud, in climi piu' temperati. Tutte e 15 sono in via di estinzione a causa dell'attivita' umana che gli ho tolto habitat e che gli ha cambiato il clima. 

Questi animali vivono nelle foreste miti del nord-ovest degli USA d'estate, e d'inverno migrano verso zone piu' fredde, mangiano muschio e licheni e sono preda di lupi e leoni di montagna. Un tempo questi caribou popolavano anche gli stati ad est degli USA, il New England e il Minnesota. Addirittura venne creata una catena di caffe chiamata proprio Caribou.

Sono animali delicati, potremmo definirli poco maliziosi: non sanno scappare agilmente dai loro predatori, non sanno combattere bene, sono un po goffi, e spesso perdono nella lotta alla sopravvivenza animale. Hanno dunque bisogno di habitat che li proteggano. 

Nel 1983 si era arrivati a 30 membri del branco di South Selkirk, e la specie fu inserita in quelle a rischio di estinzione, che fece si che poterono essere applicate delle misure per la loro salvaguardia.
E infatti nel 2009 la specie era un po cresciuta, arrivando a 50 esemplari. 

Ma dopo quella data, in dieci anni, il tonfo. 

Nel 2018 c'erano tre esemplari.

Nel 2019, appunto uno.

Quale la causa di questo crollo? 

Semplice: strade, abbattimento di alberi, petrolio, pozzi, oleodotti e comunicazioni elettriche.

In tutti questi casi sono stati abbattuti alberi secolari ed e' scomparso il muschio che li rivestiva e che dava da mangiare ai caibou. Sono poi ricresciute foglie e arbusti piu' piccoli che pero' hanno attratto cervi ed altri animali, che a loro volta hanno attratto i predatori naturali dei caibou, lupi e leoni di montagna.


I lupi non andavano in queste foreste prima, ora si, a mangiare i cervi, attratti dalle foglie fresche, e visto che ci stanno mangiano pure i caribou che non sanno difendersi.

Oltre alla femmina di caribou appena catturata, in cattivita' ci sono altri tre esemplari: un cucciolo catturato dopo che la sua mamma e' morta allo stato brado, e altri due adulti, ma di un altra filiera di caribou. Non e' ben chiaro come si procedera', ma il governo del Canada, dopo appunto aver autorizzato ogni forma di trivella, decide di voler iniziare un programma di ripopolazione dei caribou. 

Una delle tribu' di nativi, detta Kalispel Tribe, che si nutre tradizionalemnte di carne di caribou e impegnata nel ripopolamento della specie, e intanto dal lato USA due organizzazioni ambientali, guidati dal Center for Biological Diversity ha portato in causa lo U.S. Fish and Wildlife Service for per non aver protetto l'habitat dei caribou in Idaho e Washington. 

Gia' nel 2011 questo U.S. Fish and Wildlife Service, una specie di ministero per gli animali selvatici aveva proposto di proteggere 150,000 di terra per i caribou.

Dopo le proteste di quelli che praticano snowmobile, e altri portatori di interessi speciali, l'area e' stata ridotta a solo 10,000 ettari, ben poca roba per la sopravvivenza dei caribou.

Vedremo come va a finire. Per ora questa e' un'altra storia di ecologia in cui l'uomo non si rende conto del tenue legame che tiene in piedi tutti i pezzi del creato e che non si rende conto che il suo egoismo, di snowmobile, trivelle, e strade inutili ha un prezzo e che a pagare sono sempre i piu deboli.

Tuesday, January 15, 2019

Israele: l'ENI accusata dello spiaggiamento di 46 tartarughe caretta-caretta, specie protetta e vulnerabile













Recupero di tartarughe caretta caretta morte e morenti in Israele.
Il dito e' puntato contro le ispezioni sismiche dell'ENI.

A investigation by the Nature and Parks Authority was able to determine that the cause of the mass killing was due to seismic surveying by the company from Italy.

Over a period of 24 hours, roughly 20 explosions were set off every nine seconds.

Proprio in questi giorni la stampa italiana va in fibrillazione sull'opportunita' di trivellare le nostre acque - chi non vuole petrolio in mare e' impegnato in lotte sbagliate, e' antipatriottico, o semplicemente scemo. 

Ci viene detto che Albania-Croazia-Montenegro, ma pure Turchia-Grecia-Israele-Egitto si lasciano bucare facilmente e che dovremmo

Ovviamente, dall'altro lato l'ENI, che a leggere la stampa italiana le manca solo l'aureola di santita' perche' tutte le nefandezza di questa ditta di morte scivolano via, anche se si tratta di tribunali, tangenti e tumori.


Sulle sue spiagge negli scorsi tre giorni ritrovate morte o morenti 46 tartarughe marine, della specie Caretta Caretta, che sono in via di estinzione e protette da ogni trattato possibile nel Mar Mediterraneo e in tutto il mondo.

Di queste 46 tartarughe, 31 sono poi morte davvero. Quindici invece sono sopravvissute ma sono malandate, e non si sa se ce la faranno.


E' stato il centro israeliano Sea Turtle Rescue Center a intervenire dopo il mega-spiaggiamento, con loro dozzine di volontari. Le tartarughe avevano danni agli organi interni - polmoni e stomaco. Alcune avevano accumuli di fluidi e sangue nei polmoni.

Tutte.

Le tartarughe caretta caretta pesano circa 200 chilogrammi ciascuna, e non e' stato facile prendere tutte quelle povere bestie, e portarle in centri specializzati. Alcune sono arrivate morte, altre sono state invece operate d'urgenza. Alla fine, come detto ne sono rimaste in quindici, che dovranno sottostare a terapia di recupero lunga fra i sei e i dodici mesi.

Cosa e' successo?

Anche se e' troppo presto per conclusioni finali, tutti puntano al dito all'ENI e alle sue operazioni di airgun nell'area. Questa non e' solo la tesi di residenti, volontari o della D'Orsogna.

Questa e' la tesi della Nature and Parks Authority che attribuisce la moria di tartarughe alle ispezioni sismiche dell'ENI eseguite una settimana fa. Hanno mandato esplosioni di airgun ogni nove secondi, da una batteria di venti punti di emissione, per un giorno intero.

La moltiplicazione e' presto fatta:

24 ore * 60 secondi / 9 secondi * 20 = 3200 spari al giorno

Occorrerebbe mandare tutti i sostenitori dell'airgun e dei pozzi di petorlio in Italia sotto una raffica di 3200 spari al giorno, ad intensita' del tutto innturali e impossibili da sopportare per la vita marina.

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Poco si parla di tartarughe caretta caretta. 

Si trovano in vari oceani - Pacifico, Atlantico, Indiano e pure nel nostro Mar Mediterraneo.  Le femmine vanno a riva raramente per depositare (poche) uova: quattro circa ogni due o tre anni.  Ci vogliono dai 17 ai 30 anni per raggiungere la maturita', e la speranza di vita per queste tartarughe e' al massimo di una settantina di anni.

Sono una specie vulnerabile, e qui negli USA sotto la protezione per le specie in pericolo di estinzione, l' Endangered Species Act del 1973.

Ma perche' sono importanti? Perche' sono un elemento essenziale per l'equilbrio dei mari. Spesso ci si riferisce a loro come di una specie centrale per una ecologia sana.
Si cibano di crostacei e invertebrati, e spezzettandoli aiutano a fornire calcio per altre specie; aiutano a tenere i fondali marini sani, e la circolazione di nutrienti con il loro movimento. Spesso le loro uova sono anche cibo per altre specie. Perdipiu' sulla sua carapace ci sono colonie di piante e di animali che formano altri micro-habitat: in alcuni casi ci possono essere finoa a 100 specie animali e vegetali!

Sunday, December 9, 2018

Anche le giraffe in via di estinzione







Kordofan giraffe --- Critically Endangered

Nubian giraffe --- Critically Endangered

Reticulated giraffe --- Endangered

Thornicroft’s giraffe --- Vulnerable

West African giraffe --- Vulnerable

Rothschild’s giraffe --- Near Threatened

Angolan giraffe --- Least Concern

Masai giraffe --- Not assessed

South African giraffe -- Not assessed

Non ci lasciamo niente, neanche le giraffe.

E' triste, vero?

Il numero di questi animali e' in rapido declino in tutto il mondo e di recente due specie diverse sono state inserite nella lista di animali a rischio "critico di estinzione". Un altra specie e' "solo" a rischio di estinzione. Varie altre sono solo "vulnerabili" o "a rischio".

 Le giraffe sono fra i piu' grandi mammiferi del pianeta a rischio di estinzione.

Le specie a rischio critico si chiamano giraffe di Kordofa e di Nubia e vivono entrambe in zone dell'Africa centrale; la giraffa reticulata invece vive nel corno d'Africa ed e' lei quella che e' a rischio di estinzione, ma non cosi critico come le altre due.

A compliare queste liste e' la International Union for Conservation of Nature (IUCN). La sua Red List of Threatened Species e quella che elenca le specie a rischio. Le tre specie di giraffe sono state inserite in questa lista nel 2016;  nel 2018 la loro situazione e' peggiorata tanto che le loro posizioni in questa triste classifica sono ora piu' gravi.

Dopo solo due anni.

Nel mondo ci sono nove specie di giraffe, divise per regioni e per tipologia di colori e di forme del loro manto.

Di queste sette sono state studiate in dettaglio dall'IUCN. Tre sono a rischio di estinzione, critico o meno critico, quelle elencate sopra; altre due sono vulnerabili, la giraffa di Thornicroft e quella del West Africa. E infine c'e' la giraffa di Rothschild che e' quasi a rischio.

L'unica delle specie studiate che non desta problemi (ancora!) e' la giraffa d'Angola che vive in Botswana, Namibia e Zimbabwe.

Fra le specie non studiate dall'IUCN, la giraffa del Sud Africa che pare sia ancora presente in numeri accettabili e la giraffa Masai che invece e' in forte declino e che pare sara' inserita nella lista rossa del'IUCN al prossimo giro quando avranno piu' dati.  

E' uno scenario non incoraggiante.

Il direttore della Special Survival Commission dell'IUCN, Julian Fennessy, nonche' direttore del Giraffe Conservation Foundation dice che le giraffe vanno incontro ad una estinzione silenziosa, e che anzi sono anni che nei circoli dei protettori degli animali di parla di questo fenomeno senza che nessuno abbia fatto granche'.

Perche' le giraffe sono a rischio? Perche' ci sono minacce da ogni parte: caccia illegale, perdita di habitat a causa di agricoltura e di attivita' estrattiva.

C'e' pero' una piccola finestra di speranza: le giraffe del West Africa e la giraffa Rothschild un tempo erano considerate specie a rischio ma che adesso lo sono un po meno, grazie all'intervento della Giraffe Conservation Foundation che ha lavorato con gruppi locali e con i governi africani per migliorare il fato di questi animali.

Nel 2008 la giraffa del West Africa era a rischio di estinzione, e nel 2010 lo era pure la giraffa di Rothschild. Oggi entrambe non lo sono piu'; i loro numeri sono migliorati, e anche se c'e' ancora molto da fare, almeno il pericolo non e' cosi piu' impellente come dieci anni fa.

Ovviamente il fatto che due specie di giraffe siano riuscite ad evitare l'estinzione e che questo sia successo in dieci anni grazie alla collaborazione di tutti, da coraggio e speranza per tutte le altre speciea e certo fa capire che che se ci si lavora prima che e' troppo tardi si possono salvare giraffe e biodiversita'.

Ecco, almeno che siamo coscienti di quello a cui il pianeta va incontro. Io intanto, continuo ad essere sempre piu' convinta che siamo in troppi su questa terra. 

Tuesday, October 30, 2018

Abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 60% delle specie animali selvagge in quarant'anni







We're the first generation to know we are destroying our planet 
and the last one that can do anything about it.


The biggest single thing most of us can 
do is cut down our meat consumption

Ecco qui.

La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste abbattute per creare campi agricoli, abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, plastica nel mare, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri nelle foreste, ci siamo avvelenati con i pesticidi e tutti vogliono vivere come gli occidentali, portando al consumismo sfrenato a livello planetario.

Siamo oggi a 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa.

Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perche' ne mangiamo troppi.

Abbiamo usato energia, terra ed acqua piu di quanto non potessimo permetterci.

Dal 1950 ad oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, sostiutendoli con plastica.

Il 90% dei coralli a livello mondiale e' a rischio di estinzione.

Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soya o di olio di palma.

Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un area grande quanto Londra.

Le meta' delle orche assassine morira' per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato di queste nostre azioni e' del tutto consequenziale: il numero di animali che vivono allo stato selvaggio e' in declino, con la scomparsa del 60% delle specie animali nel corso degli scorsi 40 anni.

Sono cifre impressionanti, rilasciate dal WWF mondiale Living Planet Report 2018.

Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta ed ha concluso che noi uomini stiamo distuggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civita', basata su acqua pulita e aria respirabile. 

Sono stati studiati gli impatti dell'attivita' umana su popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili, dal 1970 al 2014, e l'analisi ha riguardato 4,005 specie animali distinte, con 16,704 esemplari in totale. di Appunto, il 60% delle specie selvagge e' andato estinto.

Le popolazioni di rinoceronti sono calate del 63% fra il 1980 e il 2006 a causa del mercato illegale delle loro corna.

Le popolazioni di orsi polari, gia' in declino, caleranno del 30% entro il 2050 a causa dello scioglimento delle nevi.

Le popolazioni di squali nell'oceano indiano e in quello pacifico sono scese del 63% negli scorsi 75 anni.

Le popolazioni di pappagalli grigi africani nel Ghana sono calate del 98% fra il 1992 e il 2014 a causa della perdita di habitat.

Le popolazioni di pulcinelle di mare, uccelli acquatici, in Europa caleranno del 79% fra il 2000 e il 2065.

Le specie piu a rischio sono nei Caraibi e nell'America centrale e meridionale, con il declino dell'83% delle specie animali selvagge e dei pesci, dal 1970 al 2014. A rischio oranghi-tanghi, rinoceronti, elefanti, e altre specie della foresta tropicale.

La cosa importante da ricordare e' che le foreste non sono terra sprecata, di nessuno, oppure un qualche cosa di carino, ma tutto sommato nonesseniziale. La natura ci consente di vivere, e' il nostro habitat. 
Le foreste mantengono un sacco di equilibri climatici, con gli alberi e l'assorbimento di CO2. Ma gli alberi sono la casa di tante specie animali che vivono in simbiosi con lei: gli animali fertlizzano la terra, e aiutano a diffondere i semi; estinti gli animali, la foresta ne soffre, e viceversa, senza foresta gli animali selvatici non hanno casa.
Perche' non ne parliamo troppo della diversita' che continua a declinare? Perche' e' un processo incerementale, che accade lontano. Non ce ne accorgiamo, gli squali e gli orsi sono fuori dagli occhi, fuori dal cuore.

E invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smettere il sovrasfruttamento del pianeta e dei costi in tutto quello che facciamo. Le risorse naturali, si calcola, se dovessero essere quantificate in una cifra economica sarebbero $125 trillioni di dollari.
Tutto quello che abbiamo cercato di fare finora, non e' stato sufficente ed occorre fare di piu'.

Si e' gia' parlato della sesta estinzione di massa, causata da noi uomini.


Perche' la cosa migliore e' mangiare meno carne? Perche' la deforestazione e' dovuta alla produzione di soya spesso esportata per dare da mangiare a maiali e a galline. Anche i corpi d'acqua, fiumi e laghi sofforono perche' l'acqua viene usata a scopi di irrigazione per queste enormi piantagioni.
Il mondo parlera' di tutte queste cose nel 2020, ad un meeting all'ONU per discutere ancora, di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversita'.
Chissa' quante altre specie saranno perse in questi due anni che ci stanno avanti.  Chissa' quante parole nel frattempo.


Tuesday, December 19, 2017

Scoperte nuove rane, lucertole, pipistrelli, targarughe e pellicani in Asia, Sud America ed Africa



Shinisaurus crocodilurus vietnamensis: la lucertola-coccodrillo, Vietnam e Cina del Nord. E' stata appena scoperta e gia' si teme che sia in via di estinzione a causa del suo habitat in forte pericolo. Vive nelle foreste vicino a zone di estrazione di carbone. In Vietnam e' diventata subito un idolo grazie al cartone "Shini" che spiega ai bimbi l'importanza di preseverare le lucertole. Si calcola che ci siano solo 200 esemplari. 

Malayemys isan: la tartaruga che mangia le lumache.  E' stata scoperta in un mercato in Thailandia dove i venditori dicono di averla pescata da un canale.  Si teme che il suo habitat sia molto limitato e che sia minacciato da nuove costruzioni


Varie specie di talpe sono state trovate in Vietnam, in fiumi e canali. I numeri sono abbondanti anche perche' riescono a fuggire i predatori (fra cui l'uomo!) rifugiandosi sottoterra. 

Odorrana Mutschmanni: una delle cinque specie di ranocchie scoperte in Vietnam. Anche qui la foresta che rappresenta l'habitat di queste rane e' minacciata da cave per cemento e dalla costruzione di strade.


Pesci d'acqua dolce della famiglia Cobitidae di Cambodia. Questi esemplari sono stati trovati tutti solo in rivoli e canali. Non e' chiaro perche', ma forse a causa di concentrazioni troppo elevate di fertilizzanti nei fiumi principali.



Rhinolophus monticolus: il pipistrello-ferrocavallo,  scoperto in Laos and Thailandia.

Quanto poco sappiamo del nostro pianeta, e quanto velocemente lo stiamo distruggenodo senza nemmeno sapere cosa stiamo facendo?

Qualche tempo fa si e' parlato delle circa 2000 nuove specie scoperte in Brasile, in Amazzonia. Questa volta e' il turno del fiume Mekong, a cavallo fra Cambogia, Laos, Birmania (ora Myanmar) e Vietnam, da dove arrivano 115 specie nuove, scoperte tutte nel 2016.

Fra queste, una lucertola-coccodrillo, una tartaruga che mangia le lumache e un pipistrello con il volto a forma di ferro di cavallo.  E poi altri anfibi, pesci, rettili, piante e mammiferi.

Il report completo e' qui,  si chiama Stranger Species e contiene il lavoro di tutti i biologi che hanno lavorato all'identificazione e alla catalogazione di queste creature.

Un po' di queste specie sono in alto.

Dal 1997 ad oggi sono state scoperte piu' di 2,500 specie animali e vegetali lungo il Mekong, un ottimo esempio di biodiversita', nonostante le mille minaccie dall'uomo - dighe, strade, miniere, cave, compravendita illegale di fauna.

Non so quale sia la soluzione, ma certo e' triste che alcune di queste specie, appena scoperte, siano gia' nella lista di specie a rischio estinzione.



Thursday, August 31, 2017

Dalla foresta amazzonica duemila nuove specie animali e vegetali scoperte in sedici anni




Inia Araguaiaensis -- delfino rosa

Potamotrygon limai - razza con celle esagonali

 Zimmerius chicomendesi -- uccello il cui nome e' in onore di
Chico Mendes, ambientalista del Brasile 

Nystalus obamai -- uccello il cui nome e' in onore di Barack Obama

 Plecturocebus miltoni -- scimmia dalla coda arancione
primatologo e veterniario del Brasile


Hypocnemis rondoni -- uccello il cui nome e' in onore di  
Marechal Cândido Rondon, antropologo ed esploratore

 Tolmomyias sucunduri -- uccello scoperto nella regione
Sucunduri, in un area protetta


Nei due anni 2014 e 2015 sono state scoperte ben 381 specie nuove, animali o vegetali, sulla terra, tutte dalla foresta amazzonica.

381. Una specie nuova ogni due giorni!

Fra queste scoperte recenti, un delfino fluviale rosa, una scimmia con la coda arancione, una razza con la pelle a nido d'ape, un uccello tropicale chiamato in onore di Obama (Nystalus obamai).

E' un tasso straordinario di scoperta, che mostra quanto poco sappiamo del nostro pianeta, quanta ricca sia la nostra biodiversita' e quanto abbiamo ancora da imparare.

Tutto questo mentre la foresta Amazzonica viene distrutta dalla nostra avidita', senza che neanche ce ne rendiamo conto.

Il rapporto sulle nuove scoperte arriva dal Mamiraua' Institute for Sustainable Development ed elenca per la precisione 216 piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi, 19 rettili ed un uccello.

Le annate 2014-2015 sono state straordinarie, ma non e' che negli anni precedenti non si scoprisse niente, anzi, lo stesso gruppo riporta che fra il 1999 e il 2013, il tasso di specie nuove scoperte e' stato di circa 110 animali o piante l'anno.

Cioe' se mettiamo tutto assieme, fra il 1999 e il 2015, in sedici anni sono state scoperte piu' di duemila specie animali e vegetali nuove.

Duemila!!

L'Amazzonia contiene circa un terzo delle foreste tropicali rimaste sul pianeta, nonostante rappresenti l'uno per cento della superficie terrestre.

Ci sono qui il 10% di tutte le piante (note!) sul pianeta.

Si stima che adesso conosciamo solo il 20% di tutte le piante sulla terra e che il restante 80% e' ancora ignoto.

Come mai tutte queste specie arrivano dall'Amazzonia? Perche' a causa della sua grandezza e' difficile penetrarla tutta, e a causa della sua ricchezza, anche addentrarsi in zone poco distanti dai centri e dai fiumi principali gia' porta ad enormi scoperte. E infatti, la maggior parte di quello che sappiamo si trova vicino alle zone piu' antropizzate e/o trafficate, come appunto strade e fiumi navigabili. Altre invece arrivano dalle poche zone ufficiali di studio dentro la foresta.

E quindi ogni volta che ci si addentra in posti remoti, si scoprono le meraviglie della natura. Dopotutto non e' un mistero che qui ci siano ancora comunita' di umani mai contattate dalla nostra civilta'.

Nel frattempo il tasso di estinzione causato dall'uomo e' di circa mille-diecimila volte in piu' rispetto al tasso naturale. Cioe' per colpa nostra, le specie scompaiono mille-diecimila volte piu' in fretta di quanto madre natura abbia inteso.

Ricardo Mello e' il coordinatore del programma del WWF per la "ri-scoperta" dell'Amazzonia in Brasile e dice che nonostante la scarsita' di risorse nuove specie continuano a venire alla luce con cosi tanta frequenza. Questo vuol dire che davvero i segreti e la ricchezza dell'Amazzonia sono straordinari.

Che fare di tutta questa nuova conoscenza?

Proteggerla, certo!

Non e' accettabile continuare a disboscare, disboscare, trivellare, abbattere, scavare senza neanche sapere cosa si sta uccidendo. La biodiversita' va protetta e studiata,  per amore della conoscenza, del creato ma anche perche' queste specie potrebbero darci nuove idee per cure di malattie o per alimentazione futura.
Il primo passo e' sempre la conoscenza, e la popolarizzazione in modo che possano essere presi passi adeguati per la conservazione. Credo sia imporante che noi tutti capiamo quanto vitale sia la foresta amazzonica, e quanto prezioso sia in realta' il nostro pianeta tutto, in modo da poterci scandalizzare ogni volta che sentiamo notizie traumatiche per lo sfruttamento scellerato della natura. E se distruggiamo l'Amazzonia, con tutta questa ricchezza e bellezza, figuriamoci con quanta non-chalance distruggiamo terre e foreste meno famose e meno spettacolari.  

Ecco, sono davvero numeri sbalorditivi. 

Duemila nuove specie scoperte in sedici anni.

Dalla sola foresta amazzonica.

Credo che abbiamo il dovere di proteggere cosi tanta bellezza e di dover essere grati del fatto che ne siamo consci.


Wednesday, May 3, 2017

Meta' della vita marina e' scomparsa in 40 anni



L'uomo.

Abbiamo distrutto meta' della vita marina negli scorsi 40 anni.

Uno ci deve pensare -- il pianeta vive, si evolve, si adatta per miliardi di anni. Arriviamo noi e in 40 anni distruggiamo tutto quello che madre natura ha perfezionato per cosi a lungo.

Tutto questo e' il risultato di inquinamento, pesca industriale, cambiamenti climatici. E ha per conseguenza non solo la fine di specie animali e della biodiverstia' sul pianeta, ma anche della vita degli umani, specie in paesi dove la pesca e l'agricoltura sono le fonti primarie di lavoro e di approviggionamento alimentare.

Tonni e sgombri sono diminuiti del 75% dal 1970 ad oggi.

Un quarto di specie di squali e di raggi sono vicini all'estinzione.

La barriera corallina d'Australia e morta o morente.

La meta' di tutti i coralli del mondo e' scomparsa.

Se non cambia niente entro il 2050 i coralli non ci saranno piu'.

E' grave questo? Certo, perche' sebbene i coralli occupino meno dell'1% della superficie oceanica, un terzo delle specie marine vivono qui o in stretto contatto con le barriere coralline.

Le mangrovie, e le poseidonie oceaniche sono scomparse in molti angoli del pianeta.

Il 29% delle specie commestibili di pesce e' calato del 90%.

E non solo il brodetto di pesce che scompare quanto la protezione offerta da queste specie animali in termini di "purificatori" naturali del mare. Aiutano a contrastare il dilagare di alghe e proteggono le coste.

Un gruppo di scienziati canadesi, guidati da Boris Worm della Dalhousie University in Halifax, Nova Scotia aveva gia' preannunciato tutto questo: se non facciamo niente, entro il 2048 potrebbero scomparire tutte le specie marine: la biodiversita' cala, l'ambiente marino declina e le nostre vite cambiano, e non per il meglio.

La biodiversita' e' fondamentale: piu specie ci sono nel mare, piu' sano e'.

Intanto siamo entrati nella sesta era di estinzioni di massa. Le specie animali e vegetali scompaiono a un tasso 100 volte superiore rispetto a 100 anni fa.

La quinta era di estinzioni di massa fu quella di 65 milioni di anni fa - morirono tutti i dinosauri.

Chissa' se l'uomo sopravvivera' a se stesso dopo la fine della sesta era delle estinzioni di massa.

Sunday, October 2, 2016

Le api nella lista delle specie a rischio









"The bees help maintain the structure of the whole forest" 

Karl Magnacca, Universita' delle Hawaii

Ecco - siamo ora arrivati come umanita' anche a far del male ad alcune delle specie piu' importanti per la nostra sopravvivenza: le api.

Negli USA, per la prima volta, sette specie di api originarie delle Hawaii sono sulla lista delle specie a rischio di estizione. Sono le Hylaeus anthracinus, Hylaeus assimulans, Hyaleus facilis, Hylaeus hilaris, Hylaeus kuakea, Hylaeus longiceps, and Hylaeus mana che ufficialmente entreranno nella lista il 31 Ottobre 2016.

Si chiama Endagered Species Act e contiene la lista delle specie protette dal governo americano come stilato dal U.S. Fish and Wildlife Service. La decisione di includere le api hawaiane e' giunta dopo anni di ricerca -- dal 2010 ad oggi! -- sull'abbondanza e sul declino di queste api.

Del declino delle api si parla gia' da tanto ma non e' facile finire sulla lista delle endagered species. In questo caso la Xerces Society, una non profit dedicata allo studio della pollinazione, ha coordinato tutti gli studi necessari. Viene fuori che il declino e' dovuto a vari fattori: pesticidi, perdita di habitat, perdita di terreno, perdita di diversita' genetica. 
D'altro canto le api sono fondamentali per pollinare alberi di frutta, noci, e senza di loro non avremmo una agricoltura sana, dalle mele alle mandorle.  Durante la fase di pollinazione insetti, uccelli ed api trasportano polline fra le piante, facilitandone la riproduzione.
Si calcola che grazie alle api negli USA circa 9 miliardi di prodotti agricoli sono frutto del lavoro delle api, e che il loro declino potrebbe portare danni economici gravi. 

Le sette specie a rischio, sono tutte originarie delle Hawaii, anzi sono le uniche originarie di qui e sono cruciali per mantenere un ambiente naturale sano e bilanciato nell'arcipelago. A volte sono presenti anche in altre parti del pianeta. La fine delle api signficherebbe la fine non solo degli alberi che dipendono dalla loro azione di impollinazione ma anche di tutte le specie animali che usano questi alberi come habitat. Una sorta di effetto domino. 

All'inizio degli anni 1990, le api di cui sopra, chamate anche "dalla faccia gialla" nel loro complesso, erano fra gli insetti piu' abbondanti dell'arcipelago, dal mare ai vulcani.  Ma proprio a causa della perdita di habitat adesso sono rimasti pochi esemplari.  Nel 2010 lo stato delle Hawaii si mise a studiare le api assieme con la non profit Xerces Society. Era tutto parte di un progetto federale per  proteggere le specie di pollinatori.  Ed eccoci qui, dopo sei anni.
A che serve questa inclusione nella lista delle specie a rischio? Beh, per dare a chi decide maggiore liberta' nel passare leggi e provvedimenti per intraprendere decisoni che possano arrestarne il declino, e per attirare l'attenzione sui motivi che hanno portato fin qui.  

Io non so che pianeta lasciamo a chi verra' dopo di noi.