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Friday, October 11, 2019

Il petrolio misterioso che compare in 138 coste del Brasile




Di questo misterioso petrolio finito sulle spiagge del Brasile si parla da vari giorni. Circa 100 tonnellate di petrolio hanno imbrattato le coste settentrionali del paese. Ora il ministro dell'ambiente Ricardo Salles dice che con molta probabilita' il petrolio arriva dal Venezuela.

La conta delle macchie e delle localita' interessate dal petrolio inizia il due di Settembre, e finora siamo arrivati ad almeno 138 punti-neri lungo le coste del Brasile che ha inquinato almeno 61 citta' in nove stati. Il gruppo per la protezione dell'ambiente TAMAR dice che questa e' la peggior catastrofe del paese che hanno dovuto affrontare in 40 anni di attivita' , per estensione territoriale e perche' non si sa ne da dove arriva il petrolio ne tantomeno come fare per evitare che altre localita' vengano inquinate.

Con il petrolio morie di tartarughe, uccelli e animali marini. I pescatori sono del tutto impreparati all'emergenza. Si teme per le mangrovie e la vita associata. Le operazioni di pulizia sono massiccie e continue secondo l'agenzia per la protezione ambientale del paese, IBAMA.

A confermare che il petrolio possa arrivare dal Venezuela e' la Petrobras che dice che il greggio potrebbe arrivare da una nave in transito proveniente da Caracas che intenzionalmente o no, ha rilasciato petrolio in mare, oppure potrebbe essere affondata e il rilascio e' continuo di modo che il petrolio diffonda lungo la costa.

La Petróleos de Venezuela non ha avuto niente da dire, ne tantomeno il ministro venezuelano del "potere pubblico per l'ecosocialismo e per l'acqua". Si in Venezuela hanno un ministro che si chiama proprio cosi!

Ora tutto questo va preso un po con le pinze, visto che il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro e' abbastanza in contrapposizione al presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e che ha ripetutamente offerto il suo appoggio al leader dell'opposizione, Juan Guaidó.

Intanto, IBAMA l'ente citato prima per la protezione dell'ambiente del Brasile, ha eseguito le analisi ed emerge che in nessuna delle 138 localita' interessate il petrolio raccolto e' proveniente da campi brasiliani, la composizione chimica e' esterna al paese. Dunque, Petrobras non c'entra.  Le stesse analisi rivelano che quantomeno il petrolio e' invece compatibile con il greggio venezuelano, di tipo pesante ed amaro, cioe' schifoso.

La marina ha indagato almeno 30 navi da dieci paesi diversi cercando di capire le loro azioni ed il loro tracciato nel corso delle scorse settimane per capire meglio. 

Ma le macchie e l'inquinamento perdura: lo stato di Sergipe ha dichiarato lo stato di emergenza, ed ordinato alla gente di star lontano dall'acqua. Le tartarughe continuano a morire, il petrolio e' arrivato anche nella citta' di Salvador, la quarta citta' piu' grande del paese.

Si teme per i ben 2000 chilometri di costa brasiliana  che devono ora essere tutti super-monitorati. Il petrolio e' difficile da svocare visto che spesso e' giusto al di sotto della superficie marina e non e' facile avvistarlo nella sua interezza dagli aereoplani.

Come sempre: prima ce ne liberiamo di questa petrol-societa', meglio e'.





Posted by maria rita at 1:15 PM No comments:
Labels: Bolsonaro, brasile, caracas, coste, inquinamento, macchie, Maduro, petrobras, Petrolio, venezuela

Tuesday, August 27, 2019

Anche l'Africa in fiamme, piu' dell'Amazzonia





Immagini NASA
 
E' tutto il mondo che va in fiamme. Di Siberia, Amazzonia, Alaska e Nord Europa abbiamo gia' parlato, in questa torrida estate del 2019.

Adesso la NASA rilascia fotografie da satellite dell'Africa sub-sahariana anche lei tutta arrossita dagli incendi.

Fa impressione e paura allo stesso tempo. E ci mostra che davvero la catastrofe si avvicina ma nessuno sembra preoccuparsene, perche' accanto agli incendi ci sono i ghiacciai che si sciolgono a ritmi frenetici, c'e' il lento ed inesorabile aumento dei livelli del mare, ci sono inondazioni e carestie. Tutto sempre piu' estremo che in passato.

Ma torniamo all'Africa. In particolare il Congo e l'Angola, sono stati colpiti da incendi drammatici che assalgono i due paesi da almeno un mese, e che sono considerati i peggiori degli scorsi 15 anni.

E infatti, sebbene tutti parlano di Amazzonia e di Bolsonaro, in queste ultime ore ci sono piu' incendi in Congo ed Angola che in Brasile.

Si tratta di 6,900 incendi in Angola;  3,400 in Congo e "solo"  2,100 in Brasile. Ci sono pure forti incendi in Zambia e in Bolivia.

La NASA pero' non e' in grado di quantificare quanto grandi siano questi incendi e dove esattamente siano.

Perche' dunque tutti questi incendi? La risposta piu' probabile e' perche' in questo periodo, prima delle piogge di inizio autunno, ci si prepara per i pascoli e gli agricoltori usano qui la tecnica spicciola del tagliare e bruciare selvaggio. In questo modo si ottengono campi per il bestiame e per le piantagioni invece che foreste e savane, si uccidono le malattie e le pesti in modo facile, e le ceneri possono essere usate come fertlizzante.

Tutto quindi molto pragmatico, solo che spesso questi "innocenti" incendi spesso diventano letali. Per di piu' si arriva sul lungo termine a perdita di biodiversita' e ad erosione del suolo.

Intanto, Macron, Bolsonaro e tutti gli altri parlano, litigano ma ben poco fanno.

Come sappiamo, la comunita' internazionale riunita per il G7 a in Francia, decide di destinare 22 milioni di dollari per fermare le fiamme in Amazzonia. Si tratta di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, UK e USA.

Ma Jair Bolsonaro, presidente del Brasile, dice che non accettera' quei quattrini se prima Emmanuel Macron primo ministro di Francia non si scusa di averlo personalmente offeso.

Bolsonaro e il suo entourage dicono che il tutto e' fake news, che c'e' puzza di colonialismo nelle parole di Macron, e implica che la moglie di Macron, Brigitte non e' poi cosi bella come quella di Bolsonaro!

Macron dice che e' tutto molto maleducato questo modo di fare e che lui e' preoccupato perche' la Guyana francese e' poco distante dalle fiamme.

Ovviamente apriti cielo: il capo della sicurezza brasiliano, il generale Augusto Heleno dice che il 90% delle colonie francesi sono in pessimo stato, e che siccome hanno lasciato caos e distruzione dappertutto sarebbe meglio che i francesi stessero zitti. Il governatore dello stato del Mato Grosso,
Mauro Mendes, dice che Macron vuole solo creare ostacoli economici al Brasile.

Ovviamente Bolsonaro rincara la dose con indigeni ed ambientalisti che frenano lo sviluppo economico del suo paese. Lui invece vorrebbe mettere la turbo-carica al progresso. Parole sue.
E' inaccettabile secondo lui che indigeni cosi poco organizzati debbano gestire il 14% del paese.
E ce l'ha pure con i giornalisti rei di aver parlato troppo della foresta in fiamme.

Un cittadino del Brasile manda poi un tweet a Emmanuel Macron accusandolo di puntare il dito solo verso il suo paese e di ignorare invece l'Africa.

E cosi Macron dice che potrebbero esserci iniziative simili, cioe' soldi per fermare le fiamme, anche per l'Africa.

E cosi ora il mondo sa degli incendi sub-sahariani, della bellezza di Brigitte Macron, del colonialismo francese e del 14% del Brasile in mano agli indigeni.

Fine della triste storia.

Il mondo, dall'Angola al Brasile al Congo, continua a bruciare.




Posted by maria rita at 3:51 PM No comments:
Labels: Angola, Bolivia, Boschi, brasile, cambiamenti, carestie, climatici, fiamme, foreste, incendi, Petrolio, pianeta, Zambia

Friday, August 23, 2019

Amazzonia: svergognato da mezzo mondo, Bolsonaro manda l'esercito a domar le fiamme










Come sempre non c'e' niente di piu' efficace di un po di vergogna a livello planetario.

In questi giorni tutta l'informazione mondiale, dal NYTimes alle nostre pagine Facebook sono state riempite di immagini della foresta amazzonica incendiata, con focoloai un po dappertutto, con immagini di San Paolo annerita alle 4 del pomeriggio, con scie di fumo che si spandevano da una costa all'altra del Sud America.

Il numero di incendi e' aumentato dell'85% in un anno secondo l'istituto nazionale di ricerca spaziale del Brasile detto INPE. Secondo loro tutto questo non e' da attribuire alla mancanza di pioggia quanto invece alle politiche di deforestazione della nazione sotto Bolsonaro.

Bolsonaro a lungo ha cercato di dire che e' tuttapposto - che e' colpa degli ambientalisti, che e' tutto una fluttuazione statistica, che i dati sono falsi. Ha pure detto all'occidente di non interferire con il modo in cui lui amministra la sua nazione.

Fra le varie accuse: la Germania e la Norvegia hanno deciso di sospendere i fondi da mandare in Brasile per progetti ambientali nelle foreste. Dicono che il governo di Bolsonaro non ha nessun intento di fermare la deforestazione e che dunque sono soldi che non saranno spesi bene.  E infatti Bolsonaro in campagna elettorale disse che voleva aumentare miniere e agricoltura intensiva in zone protette. 

Bolsonaro dunque dice che gli ambientalisti del Brasile per ripicca appiccano gli incendi!

Il suo ministro dell'ambiente Ricardo Salles e' noto per avere modificato vari progetti ambientali quando era governatore dello stato di San Paolo per aiutare la creazione di miniere. Assieme i due vogliono legalizzare le dozzine di miniere illegali in Amazzonia. Bolsonaro ha pure ridotto il consiglio nazionale per l'ambiente del Brasile da 100 a 21 membri. Infine ha deciso che gli affari delle popolazioni indigene siano amministrati dal Ministero dell'Agricoltura invece che da quello della Giustizia. Ovviamente il Ministero dell'Agricoltura ha un solo obiettivo: distruggere la foresta per farci piantagioni e quindi affidar loro gli indigeni che vivono nella giungla e simbiosi con essa e' come dire affidare gli agnelli al lupo!

Bolsonaro ha spesso detto che e' ingiusto che gli indigeni siano in controllo di cosi grandi aree di territorio piene di risorse che non possono essere sfruttate a causa della loro presenza.

Bolsonaro e' pure coivolto nel cosidetto progetto delle tre A per la costruzione di impianti che avrebbero conseguenze devastanti per gli indigeni in Amazzonia: un impianto idroelettrico nuovo, il Trombetas River hydroelectric plant, il ponte Óbidos sul fiume Amazon e la costruzione di una autostrada, la BR-163 al confine con il Suriname.

In tutti questi progetti gli indigeni e le loro case sono un intralcio.

Tutto questo va avanti da vari mesi ormai nell'oscurita': il segretario generale della presidenza, Gustavo Bebianno, il ministro dell'ambiente gia' citato Ricardo Salles e quello della famiglia e dei diritti umani, Damares Alves si sono spesso recati nelle zone interessate dai tre progetti per "sensibilizzare" la popolazione sulla necessita' di queste opere, condannando la "pressione internazionale" e "l'opposizione psicologica" degli ambientalisti e dei difensori della foresta, sia interni che esterni al paese.

Il suo motto, che fa pensare al peggior Trump e al peggior Salvini e': "Brazil above everything!".

Ma nonostante tutto lo schiamazzare di Bolsonaro in questi giorni, non c'e' stato niente da fare: l'opinione pubblica mondiale gli si e' ritorta contro quando ha visto cotanto scempio in Amazzonia.

Emmanuel Macron di Francia aveva detto che avrebbe cercato di fermare vari accordi commerciali fra l'Europa e il Sud America se nessuno fosse intervenuto a salvare l'Amazzonia. Assieme alla Merkel ha chiesto che gli incendi vengano inseriti nel summit dei grandi dell'economia progettato il G7 che si svolgera' a Biarritz in Francia questo fine settimana. 

Su twitter Macron ha pure accusato Bolsonaro di aver mentito quando diceva di voler fermare i cambiamenti climatici.

E poi ci sono state domande di boicottaggi di prodotti brasiliani, proteste sotto le ambasciate brasiliane nel mondo e la richiesta di misure punitive un po dappertutto. Tutto questo ha portato a paura di recessioni e di impopolarita' a livello nazionale.

E cosi, oggi 23 Agosto 2019, Jair Bolsonaro, ha dovuto far qualcosa e ha mobilizzato l'esercito per far vedere quanto lui vuol bene all'Amazzonia.

Dice che purtroppo non ha le risorse per fare granche' ma e' andato il televisione a dare l'annuncio. Parla di “zero tolerance” per crimini contro l'ambiente e che come presidente ha il dovere di salvare la foresta. 

Non ha pero' detto cosa fara' nel concreto. 

Ma quello che ha fatto finora, e' chiaro e' stato manna dal cielo per minatori, disboscatori, agricoltori a larga scala che hanno abbattuto e bruciato con impunita' in questi scorsi mesi, legalmente o illegalmente che fosse. 

L'Amazzonia ha perso circa 3500 kmq di foresta nei primi otto mesi dell'anno: un aumento del39% rispetto all'anno scorso.  

La rabbia a livello mondiale e' cosi forte perche' i precedenti governi si erano davvero impegnati a fermare la distruzione della foresta. Per esempio, Marina Silva, ministro dell'ambiente fra il 2003 e il 2008 e' sempre stata lodata per il suo lavoro a favore della foresta ed e' ora molto critica di Bolsonaro.


Intanto vari stati hanno dichiarato lo stato di emergenza, gli ospedali sono pieni di persone che hanno problemi respiratori e i medici sono oberati di lavoro. La stessa cosa vale per i pompieri che semplicemente non hanno risorse e braccia. Il capo dei vigili del fuoco,  Coronel Demargli Farias, dice che non basterebbero 50,000 persone.

Fa male agli occhi e al cuore.











Posted by maria rita at 7:13 PM No comments:
Labels: alberi, Amazzonia, Bolsonaro, brasile, deforestazione, esercito, fiamme, incendi, opinione, pubbilca, Salvini, Suriname, Trump

Tuesday, June 4, 2019

Filippine: per laurearsi o diplomarsi ogni studente dovra' piantare dieci alberi










E cosi sia:  per ottenere il diploma di scuola superiore o per laurearsi ogni studente delle Filippine dovra' piantare dieci alberi.

E' stata una decisione dettata dall'orribile situazione ambientale del pianeta e in particolare delle Filippine, e va sotto il nome di Graduation Legacy for the Environment Act, legge approvata alla Camera il giorno 15 Maggio 2019. E' stata proposta da Gary Alejano del partito Magdalo e dal rappresentante della citta di Cavite, Strike Revilla. Il passaggio al Senato e' quasi garantito, visto che e' una iniziativa apprezzata da tutti.

Nelle Filippine ci sono 12 milioni di studenti ogni anno che terminano il proprio percorso di studi delle elementari; cinque milioni si diplomano dalle superiori, e poi circa 500,000 dall'Universita'.

I calcoli sono che se questa politica del piantare alberi, dieci a testa ogni studente, funziona, ci saranno circa 175 milioni di alberi nuovi piantati ogni anno, e nell'arco di una generazione, 30 anni, circa 525 miliardi di alberi nuovi.

Ora, e' ovvio che non tutti gli alberi sopravviveranno ma anche con un tasso del 10% di successo lo stesso sono tanti alberi! Le nuove piante saranno sistemate in foreste, mangrovie, aree protette, campi degradati, miniere abbandonate e in generale in zone appropriate per clima e geografia. Si dara' precendenza agli alberi autoctoni.

A coordinare il tutto vari dipartimenti e ministeri: quello dell'istruzione e il commissario per l'istruzione superiore, assieme al dipartimento per l'ambiente e per le riporse naturali, quello dell'agricoltura, delle riforme agrarie e la commissione nazionale sulle popolazioni indigene.

Assieme lavoreranno per identificare i siti, trovare e preparare semi e terreni, valutare il progresso delle piante, monitorarne la crescita e offrire supporto tecnico, trasporto per gli studenti. 

Purtroppo anche se non se parla tanto come in Brasile, le Filippine sono state oggetto di una fortissima deforestazione, legale ed illegale, nel corso degli anni, distruggendo flora e fauna. L'idea e' che questa legge possa portare un po di rimedio, oltre che insegnare amore e rispetto per la natura agli studenti, nella speranza di farne cittadini migliori.

I numeri sono devastanti: nel ventesimo secolo le foreste sono scomparse a tassi cosi elevati che ne resta oggi solo il 25% e questo per alimentare l'industria della legna e a causa delle forte urbanizzazione.

Nel 1900 le foreste coprivano 21 milioni di ettari e il 70% del paese. Nel 1999 siamo calati a 5.5 milioni di ettari.

Come sempre, gli alberi si piantano e non si abbattono, e vorrei tanto che una simile politica, semplice, bella, e intelligente venisse applicata anche in Italia.

Posted by maria rita at 7:36 PM No comments:
Labels: alberi, brasile, deforestazione, diploma, ettari, filippine, foreste, Laurea, manila, piantare, universita'

Friday, February 1, 2019

Il fotografo Salgado e venti anni di riforestazione in Brasile





 Prima




Dopo 






 Sebastiao Salgado e sua moglie Lelia

Verso la fine degli anni 1990s, il fotografo brasiliano Sebastião Salgado  e sua moglie Lélia Deluiz Wanick Salgado hanno iniziato un piccolo grande progetto di riforestazione in Brasile.

Siamo a Aimores, nello stato di Minas Gerais, a nord di Rio de Janeiro. Sorgeva qui un ranch di pascolo di mucche, chiamato Fazenda Bulcao.  Era stato di proprieta' della famiglia Salgado fin dagli anni 1940. Fazenda Bulcao era nel cuore della cosiddetta foresta atlantica, seconda in biodiversita' solo all'Amazzonia: a quel tempo meta' della proprieta' era coperta di alberi e di natura.

Il padre di Salgado pero' pian piano taglio' tutti gli alberi. Vendette la legna e pianto' erba per nutrire le mucche. Pian piano la terra si inaridi' e il pascolo divenne impraticabile. Non cresceva piu' niente.
Era il tempo della deforestazione selvaggia.

Nel 1994 il fotografo, Salgado figlio, torno' a Aimores dopo lunghi mesi trascorsi in Rwanda a fotografare il genocidio del paese e rimase colpito di quello che sorgeva davanti ai suoi occhi. Ricordava l'area del ranch verde e rigliosa dalla sua infanzia, con cavalli, fiumi, alberi e foreste, era ora invece terra nuda e spoglia. Gli alberi non c'erano piu'.

Era anche un momento delicato nella vita di Salgado, quell'eta' in cui ti rendi conto che sei a meta' strada, in cui i genitori invecchiano ed hanno bisogno di te. E infatti i suoi gli chiesero di restare in Brasile, di tornare alle proprie origini. Gli cedettero la terra del ranch.

Lui era tormentato da quello che aveva visto in Rwanda, e in misura diversa dallo scempio del ranch. E cosi' una idea di vita che venne da sua moglie: restiamo e riforestiamo.

E cosi e' stato.

Nel 1998 il governo designo' l'area come una Reserva Particular do Patrimônio Natural (RPPN), cioe' in cambio di sgravi fiscali, i proprietari si impegnano a ripristinare terreni e a promuovere la biodiverisita'. Piu' avanti i Salgado cedettero la proprieta' di Fazenda Bulcao all collettivita': ed e' tuttora una riserva naturale.

I Salgado creano l'Istituto Terra come una non profit nel 1998. L'obiettivo era di riportare alla vita i 600 ettari di foresta tropicale della Fazenda Bulcao.

Non sapevano pero' come fare e cosi contattarono un ingegnere dal nome Renato De Jesus, considerato uno dei piu' grandi esperti del tema in Brasile, visto che si occupa di riforestare ex-miniere.  De Jesus gli disse che la terra, come loro stessi potevano vedere, era morta.  Ma gli disse pure che tutto puo' tornare a vivere se ci sono gli investimenti (e il denaro) giusti.  E cosi hanno assunto personale per estirpare l'erba e per piantare i primi alberi.

La prima parte del lavoro era di creare ombra, mantenere l'umidita' in loco e far si che insetti e uccelli potessero creare habitat.  Ma i primi tentativi non ebbero risultati spettacolari: nel 1999 piu della meta' dei semi e degli arbusti mori', ma 40,000 erano sopravvissuti.  L'anno successivo solo il 20% mori'. Nel 2002 erano stati fatti cosi tanti progressi che i Salgado erano capaci di generare i propri semi da ripiantare; la perdita' si stabilizzo' al 10% del seminato. Investirono in manutenzione, e cura. 

Quando servivano soldi, Salgado vendette alcune vecchie macchine fotografiche o usava soldi suoi. Pian piano hanno ricevuto fondi dal governo e da altre associazioni ambientali, nonche' ditte private di profumi. Pure i governi di Spagna e d'Italia hanno contribuito.

Il cambiamento e' stato graduale, ma spettacolare. Con il tempo e le piante sono tornati insetti, uccelli, pesci, e serenita'   Nel 2002 Salgado, rinvigorito, torno' a fare fotografie e intraprese un progetto che duro' otto anni in cui fare foto della natura incontaminata, ne venne fuori un libro, Genesis.

Nel giro di quasi vent'anni la foresta e' tornata: 290 specie di alberi autoctoni e come detto, due milioni di alberi sono stati piantati.

Mancava solo un dettaglio: far tornare alla vita i ruscelli dove Salgado andava da bambino a fare il bagno.

L'idea era di piantare gli alberi giusti vicino alle sorgenti dei ruscelli, prima che si seccassero, di modo che l'umidita' dopo le piogge restasse e che la terra fertile assorbisse l'acqua. Quando la terra e' troppo secca, l'acqua scivola via invece. Dopo dieci anni di lavoro, tanta pazienza e l'aiuto di persone esperte, otto sorgenti naturali tornati a vivere, alcuni dei ruscelletti hanno pure aumentato la portata.

E con tutti questi ingredienti, acqua, alberi, terra sana la biodiversita' e' tornata a trionfare.

Nel corso degli anni l'Istituto Terra si e' occupato di 700 progetti di ripristino ambientale in 170 comunita' con l'obiettivo di riportare fiumi, foresta e fauna - uccelli, mammiferi, rettili, e anfibi - in zone a rischio. Alcune di queste specie erano anche classificate come a rischio di estinzione.

I Salgado sono i primi ad ammettere che il loro Istituto Terra e' un esperimento di scala piccola, e che il Brasile e la terra sono molto piu' grandi degli ettari che la loro non-profit cura. Eppure e' un esempio del potere della natura di rigenerare se stessa, se curata, e lo spirito di noi uomini con lei.


Posted by maria rita at 7:40 PM No comments:
Labels: alberi, Ambiente, brasile, Bulcao, de Janeiro, erosione, Fazenda, fotografia, Gerais, Minas, piantare, ranch, riforestazione, rio, Rwanda, Salgado, Sebastiao

Friday, August 31, 2018

Storia della piattaforma Petrobras P36 esplosa ed affondata













Si chiamava P-36 e prima ancora Sprito di Colombo.

Era una unita' di produzione galleggiante costruita in Italia fra il 1984 e il 1994 poi mandata in Canada e ridisegnata per le esigenze di Petrobras fra il 1997 e il 1999. Fu finalmente eretta nel campo Roncador del Brasile nel 2000.

Al tempo la piu' grande piattaforma semisommergibile del mondo, collegata a 21 pozzi estrattivi e a 5 di reinizione. Il petrolio finiva su una piccola unita' di stoccaggio, poi immesso in petroliera e mandato altrove; il gas invece veniva mandato a terra lungo un gasdotto di 176 chilometri di estensione.

Da P36 potevano essere processati fino ad un massimo di 180mila barili di petrolio e 7.2 milioni di metri cubi di gas al giorno. Nel mese di Maggio 2001, l'ultimo della sua vita produceva 84,000 barili e 1.3 milioni di gas.

Il campo Roncador, la casa e ora il cimitero di P36,  invece si trova a 130km a nord est di Rio de Janeiro, nel giacimento ultraprofondo detto Campos Basin.

Tutto bene fino al 2001 quando due esplosioni destabilizzarono e che portarnono all'affondamento di P36.

Erano le 10 e mezza della sera del 14 Marzo 2001 quando iniziarono le operazioni di drenaggio di emergenza da una tanica usata per lo stoccaggio del petrolio. C'era stato un apparente insignificante incidente, e poi... voila' lo scoppio di mezzanotte.

Acqua e gas vennero rilasciati in atmosfera.

La piattaforma si incrino' verso il mare.

Un altra esplosione poco dopo.

Questa volta morirono in undici.

Ci fu un allagamento di vari comparti della piattaforma, e l'acqua del mare invase tutto.

La piattaforma si incrino' ancora, fino ad arrivare a 25 gradi.
Altra acqua, altra pendenza.

Nel frattempo erano arrivati i soccorsi. C'erano sulla piattaforma 175 persone. A parte le undici persone morte, tutte le altre furono salvate.

Si cerco' di recuperare la piattaforma in ogni modi possibile. Per esempio pomparono azotonei compartimenti allagati per scaricare l'acqua entrata. Niente da fare. In totale arrivarono qui 21 navi di emergenza che nulla poterono contro la forza di gravita' e di madre natura. Finalmente il giorno 20 Marzo 2001 la stessa fini' sommersa in mare. Il fondo era a 1,300 metri di profondita'.

Oltre alla piattaforma c'erano 9500 barili di petrolio a bordo, di cui circa 2000 finirono in mare il primo giorno.

Ci furono anche altre operazioni per cercare di disperdere il petrolio con sostanze chimiche ma alla fine i danni all'ambiente e alle persone furono ingenti. 

Qui la lista di tutti i fallimenti della P36.

Gia' nel 1977 pero' avevano scoperto l'esistenza di uno strato di gas nel petrolio, che era fra l'altro di cattiva' qualita', con forte concentrazione di impurita', anche sulfuree.

Perche' racconto questa storia? Perche' ogni tanto e' bene ricordare queste cose, che i signori del petrolio dicono sempre che tutto sara' fatto in sicurezza finche' poi tanta sicurezza non c'e', perche' come sempre, basta un errore per far andare tutto storto. Il tutto in cambio di inquinamento, di riscaldamento globale, di mega-corporazioni che fanno il bello e il cattivo tempo.

Non sapevo di questa storia di P36 prima di adesso.

Chissa' quante altre storie simili perse nella stampa di altro tempo e di gente morta per soddisfare la nostra sete di petrolio.


Posted by maria rita at 11:19 PM No comments:
Labels: barili, brasile, esplosione, Fincantier, incrinata, mare, morti, petrobras, Petrolio, Piattaforma, Roncador
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Questo blog rappresenta mie opinioni personali. Viene scritto negli USA, dove il primo emendamento alla costituzione recita:

CONGRESS SHALL MAKE NO LAW RESPECTING AN ESTABLISHMENT OF RELIGION, OR PROHIBITING THE FREE EXERCIZE THEREOF; OR ABRIDGING THE FREEDOM OF SPEECH, OR OF THE PRESS; OR THE RIGHT OF THE PEOPLE PEACEABLY TO ASSEMBLE, AND TO PETITION THE GOVERNMENT FOR A REDRESS OF GRIEVANCES.

December 15, 1791