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Friday, August 23, 2019

Amazzonia: svergognato da mezzo mondo, Bolsonaro manda l'esercito a domar le fiamme










Come sempre non c'e' niente di piu' efficace di un po di vergogna a livello planetario.

In questi giorni tutta l'informazione mondiale, dal NYTimes alle nostre pagine Facebook sono state riempite di immagini della foresta amazzonica incendiata, con focoloai un po dappertutto, con immagini di San Paolo annerita alle 4 del pomeriggio, con scie di fumo che si spandevano da una costa all'altra del Sud America.

Il numero di incendi e' aumentato dell'85% in un anno secondo l'istituto nazionale di ricerca spaziale del Brasile detto INPE. Secondo loro tutto questo non e' da attribuire alla mancanza di pioggia quanto invece alle politiche di deforestazione della nazione sotto Bolsonaro.

Bolsonaro a lungo ha cercato di dire che e' tuttapposto - che e' colpa degli ambientalisti, che e' tutto una fluttuazione statistica, che i dati sono falsi. Ha pure detto all'occidente di non interferire con il modo in cui lui amministra la sua nazione.

Fra le varie accuse: la Germania e la Norvegia hanno deciso di sospendere i fondi da mandare in Brasile per progetti ambientali nelle foreste. Dicono che il governo di Bolsonaro non ha nessun intento di fermare la deforestazione e che dunque sono soldi che non saranno spesi bene.  E infatti Bolsonaro in campagna elettorale disse che voleva aumentare miniere e agricoltura intensiva in zone protette. 

Bolsonaro dunque dice che gli ambientalisti del Brasile per ripicca appiccano gli incendi!

Il suo ministro dell'ambiente Ricardo Salles e' noto per avere modificato vari progetti ambientali quando era governatore dello stato di San Paolo per aiutare la creazione di miniere. Assieme i due vogliono legalizzare le dozzine di miniere illegali in Amazzonia. Bolsonaro ha pure ridotto il consiglio nazionale per l'ambiente del Brasile da 100 a 21 membri. Infine ha deciso che gli affari delle popolazioni indigene siano amministrati dal Ministero dell'Agricoltura invece che da quello della Giustizia. Ovviamente il Ministero dell'Agricoltura ha un solo obiettivo: distruggere la foresta per farci piantagioni e quindi affidar loro gli indigeni che vivono nella giungla e simbiosi con essa e' come dire affidare gli agnelli al lupo!

Bolsonaro ha spesso detto che e' ingiusto che gli indigeni siano in controllo di cosi grandi aree di territorio piene di risorse che non possono essere sfruttate a causa della loro presenza.

Bolsonaro e' pure coivolto nel cosidetto progetto delle tre A per la costruzione di impianti che avrebbero conseguenze devastanti per gli indigeni in Amazzonia: un impianto idroelettrico nuovo, il Trombetas River hydroelectric plant, il ponte Óbidos sul fiume Amazon e la costruzione di una autostrada, la BR-163 al confine con il Suriname.

In tutti questi progetti gli indigeni e le loro case sono un intralcio.

Tutto questo va avanti da vari mesi ormai nell'oscurita': il segretario generale della presidenza, Gustavo Bebianno, il ministro dell'ambiente gia' citato Ricardo Salles e quello della famiglia e dei diritti umani, Damares Alves si sono spesso recati nelle zone interessate dai tre progetti per "sensibilizzare" la popolazione sulla necessita' di queste opere, condannando la "pressione internazionale" e "l'opposizione psicologica" degli ambientalisti e dei difensori della foresta, sia interni che esterni al paese.

Il suo motto, che fa pensare al peggior Trump e al peggior Salvini e': "Brazil above everything!".

Ma nonostante tutto lo schiamazzare di Bolsonaro in questi giorni, non c'e' stato niente da fare: l'opinione pubblica mondiale gli si e' ritorta contro quando ha visto cotanto scempio in Amazzonia.

Emmanuel Macron di Francia aveva detto che avrebbe cercato di fermare vari accordi commerciali fra l'Europa e il Sud America se nessuno fosse intervenuto a salvare l'Amazzonia. Assieme alla Merkel ha chiesto che gli incendi vengano inseriti nel summit dei grandi dell'economia progettato il G7 che si svolgera' a Biarritz in Francia questo fine settimana. 

Su twitter Macron ha pure accusato Bolsonaro di aver mentito quando diceva di voler fermare i cambiamenti climatici.

E poi ci sono state domande di boicottaggi di prodotti brasiliani, proteste sotto le ambasciate brasiliane nel mondo e la richiesta di misure punitive un po dappertutto. Tutto questo ha portato a paura di recessioni e di impopolarita' a livello nazionale.


Dice che purtroppo non ha le risorse per fare granche' ma e' andato il televisione a dare l'annuncio. Parla di “zero tolerance” per crimini contro l'ambiente e che come presidente ha il dovere di salvare la foresta. 

Non ha pero' detto cosa fara' nel concreto. 

Ma quello che ha fatto finora, e' chiaro e' stato manna dal cielo per minatori, disboscatori, agricoltori a larga scala che hanno abbattuto e bruciato con impunita' in questi scorsi mesi, legalmente o illegalmente che fosse. 

L'Amazzonia ha perso circa 3500 kmq di foresta nei primi otto mesi dell'anno: un aumento del39% rispetto all'anno scorso.  

La rabbia a livello mondiale e' cosi forte perche' i precedenti governi si erano davvero impegnati a fermare la distruzione della foresta. Per esempio, Marina Silva, ministro dell'ambiente fra il 2003 e il 2008 e' sempre stata lodata per il suo lavoro a favore della foresta ed e' ora molto critica di Bolsonaro.


Intanto vari stati hanno dichiarato lo stato di emergenza, gli ospedali sono pieni di persone che hanno problemi respiratori e i medici sono oberati di lavoro. La stessa cosa vale per i pompieri che semplicemente non hanno risorse e braccia. Il capo dei vigili del fuoco,  Coronel Demargli Farias, dice che non basterebbero 50,000 persone.

Fa male agli occhi e al cuore.











Tuesday, June 4, 2019

Filippine: per laurearsi o diplomarsi ogni studente dovra' piantare dieci alberi










E cosi sia:  per ottenere il diploma di scuola superiore o per laurearsi ogni studente delle Filippine dovra' piantare dieci alberi.

E' stata una decisione dettata dall'orribile situazione ambientale del pianeta e in particolare delle Filippine, e va sotto il nome di Graduation Legacy for the Environment Act, legge approvata alla Camera il giorno 15 Maggio 2019. E' stata proposta da Gary Alejano del partito Magdalo e dal rappresentante della citta di Cavite, Strike Revilla. Il passaggio al Senato e' quasi garantito, visto che e' una iniziativa apprezzata da tutti.

Nelle Filippine ci sono 12 milioni di studenti ogni anno che terminano il proprio percorso di studi delle elementari; cinque milioni si diplomano dalle superiori, e poi circa 500,000 dall'Universita'.

I calcoli sono che se questa politica del piantare alberi, dieci a testa ogni studente, funziona, ci saranno circa 175 milioni di alberi nuovi piantati ogni anno, e nell'arco di una generazione, 30 anni, circa 525 miliardi di alberi nuovi.

Ora, e' ovvio che non tutti gli alberi sopravviveranno ma anche con un tasso del 10% di successo lo stesso sono tanti alberi! Le nuove piante saranno sistemate in foreste, mangrovie, aree protette, campi degradati, miniere abbandonate e in generale in zone appropriate per clima e geografia. Si dara' precendenza agli alberi autoctoni.

A coordinare il tutto vari dipartimenti e ministeri: quello dell'istruzione e il commissario per l'istruzione superiore, assieme al dipartimento per l'ambiente e per le riporse naturali, quello dell'agricoltura, delle riforme agrarie e la commissione nazionale sulle popolazioni indigene.

Assieme lavoreranno per identificare i siti, trovare e preparare semi e terreni, valutare il progresso delle piante, monitorarne la crescita e offrire supporto tecnico, trasporto per gli studenti. 

Purtroppo anche se non se parla tanto come in Brasile, le Filippine sono state oggetto di una fortissima deforestazione, legale ed illegale, nel corso degli anni, distruggendo flora e fauna. L'idea e' che questa legge possa portare un po di rimedio, oltre che insegnare amore e rispetto per la natura agli studenti, nella speranza di farne cittadini migliori.

I numeri sono devastanti: nel ventesimo secolo le foreste sono scomparse a tassi cosi elevati che ne resta oggi solo il 25% e questo per alimentare l'industria della legna e a causa delle forte urbanizzazione.

Nel 1900 le foreste coprivano 21 milioni di ettari e il 70% del paese. Nel 1999 siamo calati a 5.5 milioni di ettari.

Come sempre, gli alberi si piantano e non si abbattono, e vorrei tanto che una simile politica, semplice, bella, e intelligente venisse applicata anche in Italia.

Wednesday, September 5, 2018

Otto specie di uccelli estinte in otto anni a causa della deforestazione dell'Amazzonia





Spix's macaw, nella realta' e nei cartoni animati

 Alagoas foliage-gleaner

 Poo'uli


Cryptic Treehunter (visti per l'ultima volta nel

Glaucous Macaw (visti per l'ultima volta nel 1998)



Pernambuco pygmy-owl (visti per l'ultima volta nel 2001)


New Caledonian Lorikeet (visti per l'ultima volta nel 1987)


Javan Lapwing (visti per l'ultima volta nel 1994)



Il numero di specie estinte dal 1500 ad oggi.


E' la prima conta ufficiali di uccelli estinti nel decennio 2010-2020. Finora, in questi otto anni sono andate perse con totale certezza o con quasi totale certezza otto specie, principalmente a causa della deforestazione in Sud America.

Una di queste specie si chiama Spix’s macaw, esemplare azzurro di una famiglia di pappagalli brasiliani che addirittura e' stata parte del film animato della Disney, chiamato Rio.
  
Nel film si chiama Blu, uno Spix’s macaw cresciuto in cattivita' nel Minnesota che arriva in Brasile e si innamora dell'ultimo esemplare della sua specie ancora allo stato selvaggio, Jewel.  I due fra mille peripezie riescono ad avere tre figli e a creare un santuario per i pappagalli nella foresta.

Nella realta' non e' stato cosi.

Oltre al Spix's macaw ce ne solo altre di specie in via di estinzione, dai nomi ugualmente inpronunciabili ma la cui perdita fa dispiacere ugualmente: l'Alagoas foliage-gleaner, il Poo-uli, il Cryptic Treehunter, tutte certamente estinte, e le specie quasi certamente estinte, il New Caledonian Lorikeet, il Javan Lapwing, il Pernambuco Pygmy-owl e il Glaucous Macaw.

I dati arrivano dall'associazione Bird Life International che ha pubblicato un articolo dettagliando la perdita delle otto specie.

Di solito le specie che vanno estinte sono limitate a piccole isole, rese vulnerabili dalla caccia, all'arrivo di specie invasive esterne. Questo e' quello che accade nel 90% dei casi. Invece in questo caso, e' il primo anno che la perdita di uccelli arriva in larga parte a causa della deforestazione in atto in Sud America.

Otto specie in otto anni sono tante o sono poche? Beh, se pensiamo che dal 1500 ad oggi sono andate perse circa 187 specie, ci si rende conto che il tasso di estinzione aumenta vertiginosamente!

Stuart Butchart, e' il responsabile principale della ricerca presso Bird Life International e lui sottolinea come, in ultima analisi, sia colpa dell'uomo. Le estinzioni "moderne", conferma, sono a causa della perdita di habitat, dovuta alla deforestazione, all'agricoltura intensiva.

In questo momento ci sono circa *26,000* specie a rischio di estinzione.

Ventisei mila!

Di queste, cinquantuno sono critiche e per queste non c'e' molta speranza. Non a caso si parla di una sesta estinzione di massa, a causa dell'opera umana.

La storia dello Spix’s macaw e' interessante. Per 150 anni questi pappagalli sono stati comprati e venduti e se ne vedevano sempre meno nella foresta. Nel 1985 furono scoperti tre esemplari allo stato selvaggio, ma non riuscirono a riprodursi. L'ultima volta che venne segnalato uno Spix's macaw allo stato naturale e' stato nel 2000.

L'idea adesso e' di usare alcune specie restanti di Spix's macaw in cattivita' e lentamente re-introdurli nella foresta. Ce ne sono ancora 70 in cattivita', e si spera che la specie resista ancora da permettere in qualche modo un miracoloso ripopolamento. Ma mentre questa speranza e' possibile per alcune specie, per altre e' letteralmente impossibile.

Per esempio per il poo-uli estinto nel 2004, il cryptic treehunter estinto nel 2007 e il Alagoas foliage-gleaner estinto nel 2011 non c'e' piu' niente da fare.

Interessante pure e' la storia del cryptic treehunter che fu scoperto nel 2002 in una foresta nel nord del Brasile, attorno alla citta' di Murici. Non avevano fatto a tempo a scoprirlo ed a dargli un nome che la foresta fu abbattuta per farci una piantagione di canna da zucchero. E cosi' e' scomparso anche l'uccello appena scoperto.

La sua esistenza nella coscienza dell'uomo e' durata 5 anni.

Chissa' quante altre specie ne esistono che vanno estinti prima ancora che noi li scopriamo?

Chissa' quanto potenziale perso!

La stessa storia si ripete per il glaucous macaw, un tempo prevalente in Argentina, Uruguay e Brasile,
poi sono arrivate le scure dell'agricoltura intensiva a piantare palme per ricavarne olio. La popolazione precipito' a.. un esemplare.

Morto anche quello.

Ancora storia simile per il Pernambuco pygmy-owl scomparso nel 2002 a causa della deforestazione intensiva nel Pernambuco, la sua casa.

Purtroppo queste storie diventeranno sempre piu' comuni.

Ogni anno in Amazzonia 17 milioni di ettari di foresta vanno persi, e con loro la vita. Gli uccelli sono particolarmente sensibili alla perdita di habitat perche' vivono in simbiosi con gli alberi dove nidificano e con l'ambiente da cui traggono cibo. Ed e' un ciclo che si ripete, perche' gli uccelli stessi aiutano la foresta a tenersi rigogliosa, con l'azione di dispersione di semi e aiuto nella pollinazione.

Meno uccelli dunque significano meno aiuto nel rigenerare la foresta. Come sempre, la natura e' tutta bene integrata, e una volta che un ingranaggio va male, tutto il resto ne soffre.

Andiamo avanti cosi, e non ci rendiamo conto che di estinzione in estinzione, presto, sara' estinto il pianeta cosi come lo conosciamo, noi compresi.

Sunday, August 26, 2018

Il potere dell'albero urbano










U.S. urban land increased from 2.6% (57.9 million acres) in 2000 to 3.0% (68.0 million acres) in 2010. States with the greatest amount of urban growth were in the South/Southeast (TX, FL, NC, GA and SC). Between 2010 and 2060, urban land is projected to increase another 95.5 million acres to 163.1 million acres (8.6%) with 18 states projected to have an increase of over 2 million acres. Overall, there are an estimated 5.5 billion trees (39.4% tree cover) in urban areas nationally that contain 127 million acres of leaf area and 44 million tons of dry-weight leaf biomass. Annually, these trees produce a total of $18.3 billion in value related to air pollution removal ($5.4 billion), reduced building energy use ($5.4 billion), carbon sequestration ($4.8 billion) and avoided pollutant emis- sions ($2.7 billion). States with greatest annual urban forest values were: Florida ($1.9 billion), California ($1.4 billion), Pennsylvania ($1.1 billion), New York ($1.0 billion) and Ohio ($971 million).

Io non so cosa passi per la testa dei vari amministatori italiani che pare si divertano ad ammazzare quanti piu' alberi possibile.

Capisco che qualcuno di loro possa essere un pericolo, ma a volte mi pare di vedere interi viali decimati di alberi, trasformandoli da piccole oasi di verde in un ammasso di cemento brutto, senza ombra e senza pace.

Non so neanche se ci siano studi su cosa possa fare un albero per le nostre città italiane, o se li ammazziamo e basta perché "fanno sporco" o abbisognano di manutenzione, ma e' secondo me abbastanza logico pensare che gli alberi migliorino la qualita' di vita per bellezza, aria pura, serenita', e perche' a volte nascondono le tante brutture architettoniche del nostro paese. Gli alberi riducono lo stress delle persone, ci fanno vivere meglio a contatto gli uni con gli altri.


La conclusione: ogni dollaro speso per albero porta a due dollari ed un quarto in ritorno alla comunita' -- negli USA almeno.

Ogni anno, negli USA almeno, gli alberi urbani generano valore per circa $18.3 miliardi di dollari grazie alla rimozione di inquinamento, risparmio energetico nei consumi da aria condizionata, sequestro di CO2.

Pare poco?

E noi non vogliamo fare la potatura o raccogliere le foglie di fronte a questo enorme regalo della natura? 



E' evidente che la popolazione mondiale cresce, e anzi gia' adesso piu' di meta' della popolazione mondiale vive in centri urbani, con problemi di smog, inquinamento, affollamento. Gli alberi portano a tanti miglioramenti: aiutano a ripulire aria e suolo, riducono i rischi di allagementi, portano a diminuzione locale della temperatura, abbattono il rumore, aiutano la pollinazione, portano attivita' ricreative, riducono lo stress.

Lo studio e' stato eseguito dal Prof. David Nowak del USDA (US Department of Agriculture) Forest Service e da Scott Maco del Davey Institute. I due hanno pure sviluppato una app chiamata i-Tree Tools (www.itreetools.org) che studia la relazione fra gli alberi e l'ambiente circostante a livello locale. Il software mette in relazione l'altezza, le dimensioni della chioma e l'area delle foglie di un albero o di una serie di alberi con tutti i "servizi" associati.

I due si sono concentrati in particolare su dieci citta', dieci "megacitta'" con una popolazione di piu' di 10 milioni di abitanti in tutto il loro hinterland: Pechino, Buenos Aires, Il Cairo,  Istanbul, Londra,  Los Angeles, Mexico City,  Mosca, Bombay, Tokyo.
 
L'hinterland de Il Cairo era il piu' piccolo di 1,200 chimometri quadrati, quello di Tokyo era invece a 19,000. I due hanno studiato la distribuzione arborea da Google Maps, selezionando 500 punti e classificandoli in base al grado di verde che ospitavano.
 
Lima, Peru' ha solo l'1% coperto di alberi.
New York ha il 34% invece.
 
Viene fuori che mettendo tutto insieme, il risparmio sull'aria condizionata, sui pericoli di inondazione, sulla cattura dell'acqua dopo le piogge, sul sequestro di anidride carbonica, sui risparmi sui costi sanitari da inquinamento, gli alberi portano a 967mila dollari di valore per ogni chilometro quadro di parco urbano.

I due hanno pure studiato tutte le possibilita' di aumentare la superficie di alberi piantati nel mondo, e viene fuori che il 18% delle aree metropolitane delle citta' analizzate potrebbe essere sfruttato per piantarci piu' alberi, come per esempio al lato dei marciapiedi, dentro superficie adibite a parcheggi a cielo aperto o aree abbandondate. E se si usano alberi che crescono in altezza, li si possono piantare un po dappertutto, con il tronco solo che occupa spazio e poi la chioma in alto.

Intanto negli USA dove crescono le spinte dei residenti verso aree sempre piu' verdi, si calcola che il verde urbano raddoppiera' nei prossimi decenni. Per ora negli USA ci sono 5.5 miliardi di alberi urbani che producono circa 18 miliardi di dollari in benefici alla comunita'.

E in Italia?

Io non credo che ci sia necessariamente bisogno di tutte queste cifre per capire che gli alberi portano solo benessere e benefici, e non capisco perche' li si continui ad abbattere.

Come sempre, gli alberi si piantano, non si abbattono.

Tuesday, October 17, 2017

Il cacao e la deforestazione dell'Africa








Ogni tanto mi imbatto in storie che non sono propriamente di petrolio, ma di cui non si parla tanto. E siccome mi sembrano storie importanti, nella loro tragicita’, mi pare utile raccontarle.

Questa del cacao in Africa, e la storia dietro le nostre tavolette di cioccolata occidentale, e’ una di quelle storie.

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“These companies have to understand that they can’t just pay lip service to conservation. They’re going to have to change the way they do business.” 

Chocolate is killing west African forests on a massive scale.


Glenn Horowitz, Mighty Earth



Come sempre, quando arrivano le multinazionali, la massa di denaro coinvolto, gli interessi di persone lontane, e il senso di onnipotenza portano a distruzione a larga scala.

La cioccolata.

Chi l’avrebbe mai detto che in nome delle piantagioni di cacao intere foreste tropicali sono state sacrificate in Africa occidentale?

La deforestazione, illegale, va avanti da tanto tempo, anche nei parchi nazionali, lasciando dietro paesaggi irriconoscibili.

Un po come per l’olio di palma in Indonesia.

La Costa d’Avorio e il Ghana producono il 60% del cacao mondiale, con 2.6 milioni di tonnellate l’anno.

Il dieci percento delle foreste del Ghana e’ stato sostituito nel corso degli anni da monocoltura di cacao. La Costa d’Avorio un tempo ricca di biodiversita’ perde il suo complesso patrimonio arboreo per lo stesso motivo. Delle sue ventitre aree protette, sette sono scomparse e ingoiate da piantagioni di cacao.

Il risultato? Alcune specie di chimapanzee hanno perso il loro unico habitat e ora sono specie a rischio. Gli elefanti sono quasi del tutto scomparsi in Costa d’Avorio. Da un punto di vista umano pure la siutazione non e' migliore, la foresta scompare, e gli animali pure, ma c'e' ancora poverta' estrema e pure lavoro minorile nelle piantagioni.

Chi compra questo cacao?

Mars, Nestlé, Hershey, Godiva che acquistano cacao senza necessariamente accertarsi della proveneienza per essere sicuri che cio' che acquistano sia stato prodotto in modo etico.

E come per il petrolio in Nigeria, l’industria della cioccolata si fa forte del fatto che in questi paesi ci sono governi corrotti a cui di parchi e aree protette non importa granche’, e tantomeno delle condizioni di chi in queste piantagioni ci lavora. E poi ci sono le multinazionali che invece devono solo pagare cacao e manodopera il meno possibile, costi quel che costi.

Lo stipendio medio dei lavoratori delle piantagioni di cacao e’ di 80 centesimi al giorno.

Glenn Horowitz, e’ il direttore di Mighty Earth una non-profit internazionale che si occupa della conservazione di paesaggi a rischio. Negli scorsi mesi ha presentato un rapporto su come funziona l’industria del cioccolato in Africa occidentale.

Si parte dai pisteurs, degli intermediari di primo livello che comprano i chichi di cacao dal produttore e li portano in villaggi piu’ grandi. Qui ci sono delle cooperative che vagliano il prodotto e lo mandano a compagnie agricole locali di media grandezza che infine vendono il cacao alle multinazionali straniere.

Ci sono dunque almeno cinque passaggi e man mano che si avanti, si perde il contatto con il produttore, le sue condizioni di vita, e quello dell’ambiente dove il cacao e’ stato prodotto. Se sanno o non sanno che il cacao sia stato prodotto in modo illegale e da terre in linea di principio protette e’ un mistero, e ovviamente data la complessa piramide che ci sta sotto, Mars e compari possono sempre dire di non sapere, che e’ tutto “outsourced” e che sono angeli all’oscuro di tutto.

Ma come… tutte queste ditte che produnono cioccolata non hanno tutte pubblicita’ e iniziative sulla cioccolata sostenibile? Puo’ darsi ma le parole non sempre coincidono con I fatti. La deforestazione resta, la paga e’ bassa.

Horowitz dice che lui spera che il suo rapporto sia uno sprono all’industria a fare meglio, se non altro per vergogna, e ai consumatori di esigere prodotti che non arrivano dalla distruzione della terra o dallo sfruttamento della manodopera locale.

Nestle’ e Godiva sono colossi. Hanno il potere, e la responsabilita’, di togliersi I paraocchi, andare oltre quei cinque gradi di separazione fra loro e i lavoratori e esigere che il loro cacao venga da piantagioni dove il lavoro e’ eticamente retribuito e che rispetti la foresta.

Impossibile? No, perche’ alcune ditte minori promuovono cioccolata “etica” e anzi distribuiscono parte dei ricavati con i loro lavoratori. E big chocolate cosa ha da dire?

Amy Truelson, di Mars dice che e’ d’accordo sul preservare cio’ che resta delle foreste di Costa D’Avorio e del Ghana, e che occorre maggior trasparenza e rispetto delle comunita’ indigene.

In questo momento Mars ottiene il 50% del suo cacao da fonti certificate con l’obiettivo di arrivare al 100% entro il 2020.

NestlĂ©, Hershey’s e Godiva non hanno avuto niente da dire.

Entra in scena Carlo d’Inghilterra che in realta’ e’ da tanto tempo un promotore della cioccolata e del cacao sostenibile, specie considerate il legame fra la deforestazione e i cambiamenti climatici. Grazie  a lui ben dodici produttori di cioccolata modiale si sono impegnati a debellare la pratica della deforestazione.  L'idea di base e' che le ditte internazionali che lavorano con il  cacao debbano anche proporre progetti per maggiore sorveglianza delle foreste e incentivare colture piu' sostenibili. 

Fra le ditte che si sono impegnate su questo fronte, Mars, Nestle’ e Ferrero.

Oltre ai dodici produttori di cioccolata anche i governi di Costa D'Avorio, Ghana, Francia, Germania, Olanda, Norvegia e UK si sono impegnate ad un maggior ruolo nel fermare la deforestazione da cacao.

E’ successo con l’olio di palma, puo’ succedere anche con il cacao. Come sempre occorre solo voler essere informati e cercare di fare quel poco che possiamo per un pianeta migliore, dal petrolio alla cioccolata, ma farlo consistentemente e con amore.

Sunday, September 11, 2016

In venti anni perso il 30% della foresta amazzonica; il 10% delle aree naturalistiche nel mondo intero









Without immediate and serious reforms to international climate policy, there will be no way to reverse the threat of total loss and the devastating effects it will have on climate change and human civilization.

Globally important wilderness areas – despite being strongholds for endangered biodiversity, for buffering and regulating local climates, and for supporting many of the world’s most politically and economically marginalized communities – are completely ignored in environmental policy

Without any policies to protect these areas, they are falling victim to widespread development. 

We probably have one to two decades to turn this around.
 


Dal 1996 ad oggi abbiamo perso circa il 10% delle aree naturali selvagge nel mondo intero.

Primo in classifica l'Amazzonia: ne abbiamo perso il 30%.

Occorre fermarsi a pensare a cosa questo significhi.  Quasi un terzo dell'Amazzonia e' scomparsa in venti anni -- a causa nostra. Un terzo. E' qualcosa di strabiliante.

In Africa centrale invece e' andato perso il 14% delle aree allo stato selvaggio. 

Fanno un totale di 3.3 milioni di chilometri quadrati svaniti sotto cemento, urbanizzati, deforestati, o covertiti all'agricoltura intensiva come per le piantagioni per la produzione di olio di palma.  Altre cause sono le trivelle, miniere, strade, incendi.

E come la definiamo la natura selvaggia?  Sono queste zone mai toccate dall'uomo da un punto di vista biologico o ecologico: zone senza il disturbo dell'uomo a grande scala -- foreste prima di tutto.

In totale in 20 anni abbiamo perso un area il doppio dell'Alaska o la meta' dell'Amazzonia intera se le mettiamo tutte assieme.

A condurre questo studio e' James Watson della University of Queensland in Australia e della Wildlife Conservation Society a New York che nel suo articolo su Current Biology usa la parola "catastrofico". Ovviamente tutto questo e' triste e sbaolrditivo perche' se andiamo avanti cosi, secondo lui, fra 50 anni non rimarra' quasi niente.

Dice che abbiamo al massimo 2 decenni per cercare di invertire la rotta. 

Dice che queste aree incontaminate sono gli ultimi baluardi per la protezione di biodiversita', sono utili ad aiutare ad assorbire CO2 e a rallentare i cambiamenti climatici, e sono la casa di varie comunita' indigene con tutto il loro patrimonio di conoscenza e di tradizioni, sono in realta' completamente ignorate dalla politica a livello mondiale.

Cioe' - in una parola - non gliene importa niente a nessuno.  E quindi vai con lo "sviluppo", cioe' cemento, mattoni, trivelle, miniere e olio di palma.

Un ecosistema e' piu' grande di tutte le sue singoli compomenti. L'Amazzonia non e' soltanto una gigatesca foresta. E' il polmone del mondo, e la sua presenza -- la sua sopravvivenza -- riguarda noi tutti perche' gioca un ruolo importante nei delicati equilibri climatici planetari. Che ci piaccia o no, siamo tutti interconnessi.

Ogni ettaro che scompare e' una sconfitta per tutti: solo l'un per cento della vita vegetale dell'Amazzonia e' stata studiata. L' un percento!  E noi la stiamo distruggendo senza neanche sapere le ricchezze che offre.

Come siamo arrivati fin qui? Perche' si e' sempre pensato che le foreste africane o sudamericane fossero cosi lontane e difficili da raggiungere che non avessero bisogno di protezione.

Cosa c'e' da fare?

Secondo Watson occorre intervenire *adesso* laddove si puo' ancora con corridoi di collegamento fra aree protette, e compensare le nazioni che si impegnano a proteggere i vari ecosistemi, come utili al pianeta intero per generare acqua e per essere polmoni verdi per tutti.

In questo momento solo il 23% della parte terrestre del pianeta e' selvaggio. Di queste aree, l'80% e' in aree contingue sufficentemente estese da essere considerate "globalmente significanti", sebbene quasi tutte abbiano perso superficie. Nel 1990 erano 350, oggi ne sono 323.

E sebbene siano state create riserve e zone protette nuove, questo non e' stato sufficente a fermare la distruzione: 4 milioni di chilometri quadrati protetti,  cinque persi.

Ovviamente questo e' negativo per tanti motivi -- scomparsa di specie animali e vegetali, aumento delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

E poi c'e' un altro tasto dolente di cui nessuno vuol parlare: siamo troppi su questo pianeta. Secondo Peter Raven del National Geographic, ogni giorno che passa si questa terra ci sono 250,000 persone in piu'. Siamo oggi a 7.4 miliardi di esseri umani, ed entro il 2050 si stima che potremmo essere 10 miliardi.

Gia' adesso consumiamo risorse naturali una volta e mezzo cio' che effettivamente abbiamo. Come dire, ci vorrebbe un pianeta e mezzo per soddisfare i nostri consumi, energetici, di cibo, di risorse in generale, adesso. 

Il pianeta non ce la puo' fare -- non cosi tanti, non cosi in fretta. 

Ci si auspica l'intervento dell'ONU per evitare di perdere tutto cio' che di piu' prezioso la natura offre: non possiamo ripristinare la natura una volta che e' scomparsa. Quella ha i suoi ritmi e i suoi tempi, e un ecosistema intero non si puo' ne comprare ne ricreare artificialmente. Possiamo solo fare del nostro meglio per salvare quello che resta.

Forse quello che ci vorrebbe e' una consapevolezza maggiore da parte di tutti,  un consumo responsabile da parte degli occidentali, giustizia sociale, fine di ogni tipo di sfruttamento, e la coscienza di essere parte di un solo pianeta, di una sola famiglia.

Non e' successo ancora in 2000 anni di storia moderna, che si voglia un po piu bene a noi e a cio che ci circonda, ma forse il pianeta che collassa potrebbe essere un inizio.

Come sempre, parte tutto da ciascuno di noi.