.

.

Saturday, February 23, 2019

Australia: si alle ispezioni sismiche nel Great Australian Bight, la casa delle balene

La psiche politica di questa nazione non mi e' ben chiara.

E' tutto un susseguirsi di decisioni senza capo ne coda, un giorno in favore dell'ambiente, un altro in favore dei petrolieri. E quindi posso solo concludere che non sanno quel che fanno e che i petrol-quattrini sono troppo piu' luccicanti dell'onesta' morale ed intellettuale.

L'altro ieri annunciano un miliardo di alberi, oggi annunciano che fra Settembre e Dicembre 2019 ci saranno nuove operazioni di airgun in un area di 30mila chilometri quadrati alla ricerca di giacimenti di petrolio e di gas nel Great Australian Bight. A eseguire il tutto la compagnia petrolifera PGS.

I pescatori di tonni sono sorpresi,  arrabbiati ed agguerriti.


Siamo nei pressi della Kangaroo Island e della citta' di Port Lincoln dove c'e' una consistente pesca, specie di tonni.  Il National Offshore Petroleum Safety and Environmental Management Authority (NOPSEMA) dell'Australia, ha dato il permesso all'airgun proprio in questa zona.


La PGS, che sta per Petroleum Geo-Services, ha ricevuto l'ordine di non interferire con balene e tonni che hanno qui la propria casa. Come se fosse possibile, o come se uno potesse dire a balene e tonni: attenti! Non andate per di qua che dobbiamo sparare!

La Southern Bluefin Tuna Industry Association, che rappresenta i pescatori, dice per bocca del proprio portavoce Brian Jeffriess, che se veramente le prescrizioni indicate saranno seguite, sara' veramente difficile per la PGS andare avanti. Dal canto suo, la Wilderness Society, associazione ambientale non ha avuto mezze parole.

L'airgun e' dannosa alla vita marina, e porta a lesioni, danni all'udito e perdita del senso dell'orientamento delle balene. I rumori vanno avanti senza sosta per settimane e mesi e di certo interferiranno con le attivita' di comunicazione della vita marina. 

E poi ci sono domande sul turismo della zona, sulla bellezza, sulla possibilita' di scoppi, e la domanda fondamentale che e' sempre la stessa: se davvero vogliamo liberarci dalle fonti fossili, rispettare gli accordi di Parigi, come possiamo giustificare la nuova ricerca di petrolio?

E no, non bastano un miliardo di alberi. 

Ovviamente i petrolieri rispondono con le loro solite panzane.

La Australian Petroleum Production and Exploration Association cos'altro puo' dire? Che hanno una lunga tradizione di trivelle ed airgun in piena sicurezza, e che anche se si continua a trivellare, sono in pieno supporto delle energie alternative, ma che il petrolio ci serve.

I Ponzi Pilati dell'ambiente!


Friday, February 22, 2019

L'Australia a piantare 1 miliardo di alberi









Trees are our most powerful weapon in the fight against climate change.



Il primo ministro d'Australia, Scott Morrison ha appena annunciato che il suo paese piantera' un miliardo di alberi da qui al 2030 in nove foreste secondo il National Forest Industries Plan.

La prima fase delle operazioni di riforestazione durera' per 11 anni e terminera' nel 2030. Copriranno 400 mila ettari e nel corso di undici anni, verranno spesi l'equivalente di circa 9 miliardi di dollari americani. E alla fine, verrranno rimossi 18 milioni di gas serra in piu' ogni anno, grazie agli alberi.

L'idea dietro questa iniziativa e' di adiempiere agli obiettivi di Parigi, firmati nel 2015 e piantare alberi certo aiutera'.  Ma non ci sono solo i minor quantitativi di CO2 che finiranno in atmosfera, verranno creati circa 10mila nuovi posti di lavoro per creare e mantenere le foreste, ci sara' bisogno di infrastruttura e di personale di mantenimento. In piu' il legno, le fibre e potenziali frutti derivati dalle foreste verranno usati nell'edilizia, nell'industria alimentare, per creare materiale biodegradabile per applicazioni medica.

Gia' nel 2016, l'Australia aveva annunciato che avrebbe piantato 20 milioni di alberi entro il 2020. 

In questo momento circa 52,000 australiani lavorano per il corpo forestale, e si stima che fra turismo e produttivita' , le foreste d'Australia contribuiscano gia' adesso a circa 20 miliardi di dollari all'economia del paese.

Gli alberi saranno pinatati in New South Wales, Tasmania, Western Australia, nel South Australia e in Victoria border.  Altre cinque aree verranno aperte nel 2020.
Ci piacerebbe pensare che tutto questo e' fatto per amore. In realta' l'Australia non e' proprio cosi' virtuosa quando si tratta di ambiente - trivelle, miniere, deforestazione in altre aree sono in atto anche qui. La decisione di riforestare viene invece presa perche' l'Organization for Economic Co-operation and Development (OECD) rivela che il paese si trova indietro sugli obiettivi di Parigi e che vuole, come promesso arrivare al calo delle sue emissioni di CO2 fra il 26-28% entro 2030 rispetto ai valori del 1990 occorre agire un po piu in fretta.
Ogni anno l'Australia immette in atmosfera circa 500 milioni di tonnellate di CO2. Se non fanno niente, le emissioni continueranno a crescere, ed addio Parigi!

Ed ecco qui l'iniziativa degli alberi, e l'obiettivo finale del 2030. 

Vedremo allora come finisce, e se la vergogna di non mantenere poi quanto promesso allor, sara' cosi forte da fargli fare ancora di piu' la cosa giusta.

Per ora il pianeta ha l'impegno, e si spera, la concretezza di un miliardo di alberi in piu'. 


Thursday, February 21, 2019

USA: risoluzioni, cause in tribunale, ingiunzioni bipartian per vietare l'airgun in Atlantico





Il rappresentante repubblicano della Camera  John Rutherford che ha presentato una risoluzione 

Non passa giorno qui negli USA che un gruppo dopo l'altro, una citta' dopo l'altra, uno stato dopo l'altro non parlino di opporsi ai petrol-sogni arancioni del presidente arancione di questa nazione.

Siamo ormai ad 84 citta' lungo la costa pacifica che hanno mandato risoluzioni contro trivelle ed esplorazioni in oceano. Dall'altro lato dell'Atlantico, siamo a 330 citta', 2,100 politici. In totale abbiamo gli stati di Washington, Oregon, California, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, Delaware, Maryland, Virginia, North Carolina, New Hampshire, New York, New Jersey, South Carolina, Georgia e Florida, 46,000 attivita' commerciali, 500,000 famiglie che vivono di pesca che hanno espresso la propria contrarieta' all'airgun.

C'e' dunque dentro un po di tutto, giovani, vecchi, amanti del mare e surfisti, ma anche amanti dei soldi che porta il turismo. Sopratutto c'e' dentro gente di destra e gente di sinistra. Democratici e repubblicani.

Ed ecco qui dove tutto culmina: una proposta di legge bipartisan per vietare l'airgun in tutte le sue forme per almeno 10 anni. 

Arriva da dove meno te l'aspetti, ma forse un po si. E cioe' dal repubblicano John Rutherford, della Florida, che assieme al suo collega del New Jersey, Jeff Van Drew ha introdotto il cosidetto Atlantic Coastal Economies Protection Act,in risposta alla proposta di Trump di aprire le coste dell'Atlantico alle trivelle. 

I due sono rappresentanti della Camera, e la loro proposta e' pensata per fermare le cinque "Incidental Harassment Authorizations (IHAs)" rilasciate nel 2018 a cinque compagnie di petrolio che hanno cosi' il diritto di poter provare fastidio alla vita animale con l'airgun.

In poche parole: l'airgun causa danni (lo sanno tutti!) alla vita marina, con rumori assordanti che portano al disorientamento e a lesioni a delfini, balene, pesci e questo e' in teoria vietato, specie per le specie a rischio. Questa autorizzazione all'harrassment (disturbo) significa che le ditte in questione ne hanno il diritto, e cioe' sono esenti da qualsiasi tipo di punzione se qualcosa dovesse andar storto durante l'airgun.

Le Incidental Harassment Authorizations sono state rilasciate dal NOAA Fisheries ( e cioe' il reparto pesca del National Oceanic and Atmoshperic Administration), un ente che in realta' dovrebbe essere a favore della natura e del mare ma che e' stato totalmente snaturato sotto il presidente arancione.

A suo tempo Rutherford il senatore repubblicano, scrisse una lettera al segretario dell'interno Ryan Zinke cheidendogli di fermare l'airgun in Adriatico. La lettera venne firmata da 93 membri del congresso ma nessuno fece niente.

Ed ecco allora la mossa successiva:  questa proposta di legge, che vuole fermare l'airgun dal Maine alla Florida per almeno dieci anni. A sostenerala amientalisti, ma anche proprietari di business, associazioni di pesca e di turismo, albergatori.

Vediamo come procedera'.


Un altro consorzio di gruppi ambientali del South Carolina invece ha cheisto una ingiunzione per bloccare l'airgun in Atlantico, almeno finche' non ci sia un processo.  Siamo a Charleston, anche qui in zona repubblicana-conservatrice.  L'accusa e' che dando l'autorizzazione all'airgun, Trump ha violato il  Marine Mammal Protection Act, l'Endangered Species Act, and il National Environmental Policy Act. Tutte leggi per proteggere mammiferi marini, e specie a rischio di estinzione.  

Separatamente, 16 citta' del South Carolina hanno invece presentato una causa contro l'airgun in Atlantico.  Un altra causa ancora chiede la stessa cosa, ed e' portata da ben dieci attorney generals di altrettanti stati, e' cioe' la persona giuridica piu' alta di ciascuno stato. 

Le argomentazioni sono sempre le stesse, ma vale la pena qui ricordarle:  

Tutte le specie acquatiche, dal zooplankton ai delfini, dai tonni alle balene mal sopportano l'intensita' degli spari di airgun che veranno lanciati ogni 10-15 secondi per settimane o per mesi, senza sosta da molteplici sorgenti. I rumori da airgun sono fra i piu' forti nel mare. 

Vale la pena di ricordare che in Atlantico ci sono circa 411 balene rimaste della specie North Atlantic right whales; cioe' fare airgun significa mettere ancora piu' a rischio estinzione questa specie, il tutto in nome della sete di petrolio.


Tutti i governatori e il 90% dei comuni della costa atlantica ha dichiarato la propria contrarieta' all'airgun nei loro mari.

La causa ha il numero 18-3326 presso lo United States District Court, distretto del South Carolina. Il giudice che dovra' decidere si chiama Richard Gergel.

Contro l'airgun:  The South Carolina Coastal Conservation League, The Center for Biological Diversity, The Defenders of Wildlife, The Natural Resources Defense Council, The North Carolina Coastal Federation, Oceana, One Hundred Miles, The Sierra Club, the Surfrider Foundation, The Southern Environmental Law Center, the South Carolina Coastal Conservation League, Earthjustice.

E come detto, 10 attorney generals in rappresentanza degli stati di Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina, Massachusetts, Delaware, Connecticut, New Jersey, Georgia e New York, tutti i rispettivi governatori e il 90% dei comuni interessati.

Solo i petrolieri e il presidente arancione vogliono l'airgun.


Wednesday, February 20, 2019

Le isole Maldive finalmente salve dalle trivelle






No, non e' fantascienza. Per sei anni le Maldive sotto lo scellerato
presidente Abdulla Yameen Abdul Gayoom
hanno esguito airgun e cercato di bucare il mare.

Oggi, Abdulla Yameen Abdul Gayoom, e' stato arrestato 
per reciclaggio di denaro sporco.

I protagonisti della storia:

L'ex ministro della pesca delle Maldive, pro-trivelle Mohamed Shainee.
2013-2018

Zaha Waheed, il ministro della pesca attuale che esclude 
qualsiasi opera petrolifera nell'arcipelago
2018-presente


Il presidente uscente, Abdulla Yameen Abdul Gayoom
pro-trivelle nelle isole Maldive sotto cui venne eseguito airgun per cercare petrolio
2013-2018

Il neo presidente eletto nel Novembre 2018
 Ibrahim Mohamed Solih, contro le trivelle

2018-presente

Ecco.

Quando pensi che non ci possano essere angoli del pianeta in cui possa arrivare la follia umana, ti sorprendono sempre.

Le Maldive e i coralli che le circondano hanno fatto del turismo il loro punto di forza: ogni anno circa 1.2 milioni di persone visitano questo paradiso terrestre e il petrolio e' l'ultima cosa a cui uno associa a questo atollo meraviglioso.

Il 90% dell'economia locale e' dovuto al turismo.

E invece.

Invece c'e' chi ha complottato, e' proprio il caso di dirlo!, per trivellare pure qui.

E' stato infatti il precedente ministro della pesca (ma pensa!)  Mohamed Shainee a portare avanti questa idea sotto gli auspici del presidente uscente Abdulla Yameen. Quindi, mica i cattivi della Shell o dell'ENI! No, proprio uno del governo delle Maldive.

Trovare petrolio e' stato infatti uno degli obiettivi principali delle Maldive sotto Yameen che ha cessato per fortuna di essere presidente il giorno 17 Novembre 2018.

Sotto di lui, il mare era gia' stato lottizzato, erano stati invitati gruppi internazionali, dalla Cina alla Germania, dal Regno Unito all'India ad aiutarli ad "esplorare".

Si erano presentati in... 200 imprese a sentire da Shainee cosa si poteva trivellare nelle Maldive!

E cosi, le prime operazioni di ispezioni sismiche erano iniziate nel 2014.  Non hanno avuto remore i nostri amici delle Maldive, e anzi non si erano nemmeno nascosti dietro l'alibi della "conoscenza scientifica".

Shainee, l'allora ministro della pesca, aveva detto: "Se troviamo petrolio a sufficenza, inziamo subito". Aveva pure detto che le operazioni di airgun nel 2014 avevano portato alla scoperta di coralli nelle acque fredde delle isole Laamu e Thaa che questi coralli sono un buon indicatore della presenza di petrolio e gas!

A disegnare e rilasciare concessioni petrolifere, a coordinare airgun prima, e le trivelle poi, sarebbe stata la Maldives National Oil Company (MNOC)  su mandato del presidente stesso, Abdulla Yameen.

I coralli delle Maldive sono i settimi piu' grandi del mondo, con 250 specie diverse. Sono gia' minacciati dai cambiamenti climatici, e ovviamente residenti ed attivisti si erano preoccupati peri danni incalcolabili che una perdita, per quanto piccola, di petrolio avrebbe portato all'habitat locale - delfini, tartarughe, pesci, natura e turismo  - e al modo di vivere sull'isola.


---

Ma come si e' arrivati fin qui?

Nel 1965 questo arcipelago di mille isole diventa indipendente: dalla corona del Regno Unito passano a diventare un Sultanato Islamico.
Una delegazione delle Nazioni Unite visita l'arcipelago e decreta che queste terre non sono adeguate per il turismo: manca acqua, elettricita' infrastruttura. Ma per la bellezza del posto, per il passaparola dei visitatori, e per la caparbieta' dei residenti, inizia piano piano il flusso dei turisti che incrementera' di ano in anno. Oggi ci sono un milioni di visite l'anno con oltre 100 resort di lusso, e con un terzo dell'economia dipendente dal turismo. Seconda in classifica la pesca.

Le isole vengono pure esplorate alla ricerca di petrolio e gas fra il 1968 ed il 1978 dalla Elf Aquitaine di Francia che non trovo' niente di appetibile e se ne' ando'. Idem nel 1991 con la Royal Dutch Shell.

Nel 1978 arriva il presidente Maumoon Abdul Gayoom che governera' con un pugno di ferro per 30 anni.

Nel 2008 arriva sulla scena il giovane ed energico Mohamed Nasheed, che aveva studiato nel Regno Unito, con idee moderne e innamorato dell'ambiente, con un passato di giornalista, pro-democrazia e addirittura torturato in gioventu' per il suo attivismo.

Vince le elezioni presidenziali e porta avanti una forte campagna ambientale.

Anzi, nel 2012 fa della lotta e della sensibilizzazione ai cambiamenti climatici la sua missione, presentando idee e progetti per tagliare le emissioni presso l'ONU, riconoscendo che se non si faceva niente, le sue isole sarebbero scomparse. Addirittura fa tenere una riunione parlamentare sottacqua per portare attenzione mondiale al problema.

Viene dipinto come anti-islamico e anti-patriottico.

Arriva quello che lui definisce un colpo di stato, ci sono nuove elezioni, e la presidenza torna alla famiglia di Maumoon Abdul Gayoom per la precisione a suo fratello Abdulla Yameen.

Sono  elezioni contestate e Nasheed perde per poco.

Ed e' appunto questo Abdulla Yameen che ha ben deciso di andare avanti con le trivelle e l'airgun nel suo paese, fragile e dal futuro incerto.

I livelli del mare sono qui cresciuti di 20cm dal 1880, e cioe' da quando hanno iniziato a tenere il conto.
 
Nasheed il progressista aveva cercato di tenere il tema in piena attenzione, mondiale e locale. E ci era riuscito. Ma Yameen non ne vuole sentire, accusa il suo ambientalista-rivale di essere anti-islamico e di ambiente non si parla. Basti solo pensare che l'odio era cosi forte che Yameen fece tagliare gli alberi piantati da Nasheed. Nasheed parlava di trasformare le Maldive in un'arcipelago a bilancio CO2 zero; Yameen invita le trivelle fra i coralli.  
Le isole continuano ad andare incontro all'erosione e soffrono per la mancanza di acqua, i campi sono aridi; il 90% del cibo e' importato.  Nasheed dice di temere l'Islam radicale che non crede alla scienza.

Ma perche' trivellare se gli studi della Elf Aquitaine non avevano trovato niente? Beh, perche' secondo Yameen e il suo ministro della pesca Shainee, gli studi sono vecchi e a quel tempo la tecnologia non era ancora troppo sofisticata. Anzi, siccome India e Sri Lanka avevano trovato "importanti" giacimenti, poteva essere che anche nelle Maldive ci siano riserve considerevoli.

Il petrolio avrebbe portato a "diversificare l'economia". Certo, un po di trivelle, un po di turismo, come se le due cose fossero compatibili!

----

Ma di tutta questa follia, per fortuna non se ne fa niente.

Alla fine del 2018 ci sono nuove elezioni e a sorpresa vince lo sfidante, Ibrahim Mohamed Solih.

Alla pesca arriva un nuovo ministro, Zaha Waheed che proprio in questi giorni dice che non e' possibile estrarre petrolio e gas dalle Maldive, in barba a Abdulla Yameen e al suo ministro della pesca, Mohamed Shainee.

Cosa dice Zaha Waheed? 

Dice quello che dice il buon senso: che trivellera' portera' a effetti negativi sull'ambiente, sul turismo, sul mare, sulla natura e sulla pesca, e che il governo attuale non fara' alcuna azione per promuovere la ricerca o l'estrazione di petrolio. 

Cosi' finirono i petrol-sogni delle Maldive.

Proprio oggi, 20 Febbraio 2019 Abdulla Yameen Abdul Gayoom, questo il suo nome per intero, il petrol-presidente delle Maldive e' stato arrestato per reciclaggio di denaro sporco.

Il Karma, eh?


 










Monday, February 18, 2019

Jacopo Fo, le illusioni l'ENI in CuoreBasilicata









 Jacopo Fo

Com'era quel detto?
Vai con lo zoppo e impara a zoppicare?

Oppure:
Dimmi con chi vai e ti diro' chi sei?

Sono pensieri che credo vengano alla mente di chiunque legga di persone, piu' o meno famose, che si associano all'ENI, la nostra petrol-ditta nazionale che nel corso degli anni ha seminato distruzione di ambiente e di democrazia, in Basilicata, in Italia, in Africa, nel mondo intero.

Pensieri che si possono tutti raccogliere in: ma non si vergognano questi qui a prestare le loro voci, i loro volti, il ricordo dei premi nobel dei loro genitori ... ai trivellatori? Davvero non possono trovare altre iniziative piu' come dire, moralmente pulite?

Si era partiti da Rocco Papaleo, passando per Jovanotti, e ora siamo arrivati a Jacopo Fo, figlio dei piu' noti Dario Fo e Franca Rame, il quale partecipa al progetto CuoreBasilicata dell'ENI, che durera' fino al 2020. 

CuoreBasilicata viene definito cosi:

"frutto del lavoro di ricerca artistica e culturale di Jacopo Fo srl (Gruppo Atlantide), realizzato con il sostegno di Eni e l’attiva partecipazione dei comuni coinvolti, delle associazioni, delle scuole, dei media". 

Ma cos'e' questo CuoreBasilicata? E' un progetto che coinvolge 11 Comuni che rappresentano il "cuore" della Basilicata: Calvello, Grumento Nova, Marsico Nuovo, Marsicovetere, Moliterno, Montemurro, Paterno, Sarconi, Spinoso, Tramutola, Viggiano.

Leggi :il cuore della Basilicata al petrolio!

Perche' infatti non c'e' Matera per dirne una, o non c'e' Maratea, al mare?

Ovviamente l'ENI e' disperata per crearsi un qualche immagine positiva, dati gli scandali, la corruzione, l'inquianmento.

Secondo i nostri (illusi!) eroi, CuoreBasilicata contribuirà al (ri)lancio dell’area a "livello nazionale" e "internazionale" (addirittura!) , attraverso lo sviluppo e la valorizzazione delle sue "grandissime potenzialità" culturali, storiche, paesaggistiche, agricole, artigianali.

Ma ... come possono tutte queste cose competere con la puzza di idrogeno solforato? Con i riversamenti periodici di petrolio nei campi? Con le fiammate periodiche? Con la bruttezza del cuore metallico nella valle delle vigne, e cioe' il Centro Oli di Viggiano?

Jacopo Fo si presta al gioco.

Dice che

“Il nostro intervento è come sempre orientato a realizzare iniziative non per, ma con le persone che vivono nel territorio. Abbiamo un bagaglio di esperienze, conoscenze e contatti  che possono essere messi a disposizione di quanti vogliono realizzare o sviluppare iniziative artistiche, culturali e anche di promozione di prodotti tipici agricoli e artigianali. I primi passi saranno la selezione e la formazione di un gruppo di persone che risiedono nei Comuni interessati che costituiranno il Gruppo di Animazione Territoriale che lavorerà assieme a noi, alle amministrazioni, alle associazioni, alle scuole, in questa direzione. Entro quest’anno realizzeremo anche, in collaborazione con i Comuni, il sito di CuoreBasilicata in italiano e in inglese ed un sistema di social media che serva a far conoscere ed apprezzare le eccellenze di questo territorio”.
 
Tutto nobilissimo certo, ma quando uno scopre che il motivo per cui l'area e' in gran parte morente da un punto di vista ambientale, occupazionale, e di speranzosita' e' l'ENI che al contempo finanzia questo progetto, tutta la credibilita' di Jacopo Fo finisce... nel fondo di un pozzo di petrolio.

Dal canto suo, il rappresentante dell'ENI, tale Walter Rizzi, responsabile dei progetti speciali in Val D'Agri, dice che CuoreBasilicata e'una ulteriore conferma dell'impegno dell'ENI affinche la Val D'Agri (da lei stessa devastata se uno la vuole proprio dire tutta!) possa sviluppare "armoniosamente"  iniziative artistiche e culturali, "attingendo alle idee ed alle energie dei giovani".

Come dire, il lupo che si offre volontario a proteggere gli agnelli!

Ma tranquilli, cari amici dell'ENI, Walter Rizzi, e Dario Fo, non ci crede piu' nessuno a queste panzane dell'ENI.

Chissa se Franca Rame e Dario Fo avrebbero approvato.
Qualcosa mi fa sospettare di no.

Sunday, February 17, 2019

Goi: il villaggio nigeriano dichiarato morto dai riversamenti Shell















It’s hell here. 
People go to polluted streams to fetch drinking water. 
We inhale the polluted air, farm and fish from 
the same polluted environment.

Kpobari Vieme, Gokana, Nigeria


Ecco un altra storia ed altra umanita' che il Corriere della Sera non raccontera' mai.

E' una storia di disperazione e di ENI e di poverta' e di Nigeria.

La bimba si chiamava Mary e per tre anni il suo corpicino era stato coperto da insopportabili allergie e pruriti.

Sono iniziati dopo un riversamento di petrolio a Goi, il suo villaggio. Siamo nel Gokona local government nello stato detto Rivers, della terra degli Ogoni in Nigeria. Mary viveva qui dove l'ENI e la Shell fanno bello e cattivo tempo da decenni. Ma piu' che altro cattivo tempo.

Nell'Ottobre del 2008 ci fu un enorme perdita di petrolio nell'Ogoniland. Goi era all'epicentro del disastro, assime con le sue vicine Bomu e Bodo. Un oleodotto della Shell si spezzo' e per due settimane ci fu riversamento continuo di petrolio in ambiente. Circa 14mila tonnellate di petrolio finirononei campi, nell'acqua, fra le mangrovie.

In un istante Goi cesso' di essere quella che era stata fino allora e si trasformo' in una lunga distesa nera.

Ma non ci sono solo le perdite del 2008 a Goi. Ci sono quelle quelle precedenti, quelle successive, quelle future. C'e' l'inquinamento e ci sono petrol-incendi che colpiscono la zona incesssantemente. E chi ancora vive qui e' spesso afflito da strani dolori che vengono attribuiti tutti a perdite di petrolio nei campi e nelle vite.

Dopo tre anni di prurito insopportabile, Mary e' morta, in preda a forti dolori. Non era mai stata in ospedale perche' la famiglia non ne aveva i soldi.

Dal 1970 al 2000 ci sono stati 7000 riversamenti di petrolio in Nigeria.

Secondo il Nigerian Oil Spill Monitor fra il 2005 e il 2014 altri 5296.

Nel 2010, la Shell ha ammesso che sono finiti in ambiente circa 100,000 barili di petrolio in 18 comunita' Ogoni.

Amnesty International parla di un totale variabile fra 9 e 13 milioni di barili.

Shell e ENI nel solo 2014  hanno causato 550 riversamenti.

L'ONU dice che qui l'acqua contiene livelli elevatissimi di idrocarburi.

Il 70 percento degli Ogoni vive oggi in poverta'.

Di queste comunita' Ogoni, Goi e' la piu' colpita perche' da ambo i lati ha petrolmostri, campi estrattivi, e zigzaggati di oleodotti  che riversano monnezza nei fiumiciattoli della zona e nelle campagne.

Goi e' a valle di tutto e dunque il ricettacolo di ogni goccia di petrolio fuoriuscito da condotte difettose, sabotate, o corrose che alla fine arriva qui.

Mangrovie, acqua, fiumi, campi, e' tutto annerito e contaminato.

A un certo punto,  la Shell ha appeso un cartello dichiarando Goi zona morta.

Ai residenti e' stato chiesto di evacuare per dare spazio a tentativi di ripulire la zona.  Ma a nessuno e' stato detto dove andare, cosa fare nel frattempo, chi aveva ucciso la loro zona ora morta.

Comunicazione: zero. Compensazione: zero.

E cosi, dei residenti di Goi chi poteva e' andato via, a volte sapendo dove sarebbe arrivato, altre volte senza ben chiaro dove sarebbe finito, senza cibo e tutti un po malandati.  Ma se chi aveva soldi a sufficenza per andarsene, se n'e' andato, chi resta vive in preda ad un misto di disperazione e rassegnazione.

C'e' una causa in corso, contro la Shell in un tribunale a l'Aia ma la causa e' in corso dal 2003 e non si sa quando mai finira'.

Nel frattempo?

Nel frattempo non solo l'ambiente e' morto, ma tutte le attivita' sane che un tempo esistevano sono scomparse: piccola imprenditoria, pesca, agricoltura, mangrovie, vite tranquille. Ora niente. I bambini non vanno a scuola. I residenti di Goi, quelli rimasti, si dichiarano rifugiati ambientali, specie perche' tutta la loro economia era basata sull'ambiente: pesca, agricoltura e piccolo allevamento di bestiame.  Anche la gente muore.

I funerali si svolgono quasi tutti i sabati.
Circa dieci persone alla volta.

E anche se Goi e' zona morta, tutte le altre nel vicinato che non hanno ancora ricevuto l'appellativo in questione non e' che stanno meglio.

Si muore dappertutto. I residenti lamentano che non c'e' mai stata una vera e propria analisi epidemiologica. Tutti lamentano malattie piu' o meno gravi che non hanno una vera definizione: stanchezza, calore, spossatezza, confusione, tosse persistente.  

Intanto, come sempre sono i bambini a risentirne di piu': i neonati sono troppo spesso malaticci e la mortalita' infantile aumenta.

Diarrea, sottosviluppo dei feti, basso peso alla nascita sono tutti stati documentati qui a Goi come collegati al petrolio. Anzi, dalla Svizzera ci hanno fatto pure uno studio -- The Effect of Oil Spills on Infant Mortality: Evidence from Nigeria.

Il tasso di mortalita' infantile e' di 38 a 76 morti per 1000 nascite nel raggio di 10 km da qualsiasi riversamento, cioe' un aumento del 100% rispetto a zone lontane dal petrolio.

Per fare un esempio, in Italia il tasso di mortalita' infantile e' di 2 per 1000.

Di ripulire tutto, per ora, solo le parole.

ENI e Shell? Zitti zitti, non deve fiatare neanche una mosca!

Intanto mentre il Corriere della Sera continua a mandare i suoi assurdi petro-editoriali, a Goi contiuano tutti a bere l'acqua inquinata perche' non c'e' altro, continuano tutti a mangiare pesci avvelenati perche' non e' altro.




Saturday, February 16, 2019

La NASA: il mondo e' piu verde, grazie alla riforestazione in Cina

Il mondo e' piu' verde ora rispetto a 20 anni fa.

Questo lo dicono i dati ripresi dalla NASA che hanno visto il verde trionfare in Cina e in India. Lo studio e' stato riportato da Nature Sustainability.

Ma ci sono varie sfumature di verde in questa storia. Intanto, e' stano no, che il maggior verde arrivi da questi due paesi, Cina ed India, dalla popolazione elevata e tutto sommato ancora in via di sviliuppo.

Per la Cina il risultato e' straordinario e arriva da un ambizioso programma di riforestazione portato avanti da vari anni. Ed e' veramente notevole e ammirabile quello che hanno fatto.

Anche in India c'e' stato un massiccio impegno nel piantare alberi, nel 2017 per esempio hanno pure stabilito un nuovo record mondiale: sono stati piantati 66 milioni di alberi in 12 ore! grazie a una valanga di volontari.

Ma gran parte del nuovo verde in India e' dovuto a una intensificazione dell'agricoltura in zone un tempo desertiche o poco sfruttate.

Sono venti anni che la NASA segue con appositi strumenti satellitari il verdeggiare della terra. Si chiama Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer, or MODIS, e la sua elevata risoluzione permette di guardare cio' che accade sulla terra fino a 500 metri di risoluzione.

Tutto sommato il nuovo verde sul pianeta rappresenta un area equivalente all'intera Amazzonia.
Ogni anno ci sono circa 4 milioni di chilometri quadrati in piu' di verde, un 5% di aumento annuo.

Un terzo del verde in piu arriva da Cina ed India, anche se coprono solo il 9% dell'intera superficie mondiale. Dei programmi di riforestazione in Cina abbiamo gia' parlato ed e' una iniziativa mirata del governo per mitigare gli effetti di erosione, inquinamento e cambiamenti climatici - semplicemente per combattere tutte queste cose, hanno deciso di piantare foreste!

In India invece il contributo al verdeggiare arriva dall'agricoltura. Il terreno dedito alla coltivazione di verdure e frutta e' lo stesso, ma sono state diversificate le pratiche, per esempio e' stato esteso il sistema di irrifagazione. Ora, oltre al verde, i raccolti sono aumentati del 35-40%.

Tutto bene allora? Non proprio, la cosa triste e' che invece l'Amazzonia si restringe e cosi pure le foreste d'Indonesia. Gli aumenti di verde in Cina ed India non soppiantano la perdita di verde in questi altri angoli del mondo. Ma la cosa positiva e' che quando la Cina si e' resa conto degli enormi problemi causati dalla deforestazione e dall'inquinamento, hanno iniziato a cambiare metodi  e mentalita' e le cose sono migliorate. Si spera che Brasile e Indonesia, e tutti gli altri a dire il vero, prendano d'esempio e facciano lo stesso.