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Thursday, July 14, 2016

Theresa May e il dopo Brexit: via il dipartimento dei cambiamenti climatici diventa il dipartimento del business

 Theresa May, azzurro, in alto
Andrea Leadsom, salmone, in basso


*Scritto prima di sapere degli attacchi di Nizza
un buco nel cuore* 





Andrea Leadsome, 
neo ministro dell'ambiente del Regno Unito.



"L'abolizione del dipartmento per l'energia e i cambiamenti climatici e' semplicemente stupido. 
Il clima non e' neanche menzionato nel nome del nuovo dipartimento. 
E' imporntate perche' i dipartmenti dettano le priorita' che dettano poi i risultati."

Ed Miliband
Primo segretario del dipartimento per l'energia 
e per i cambiamenti climatici fondato da Gordon Brown nel 2008.


The decision risks “reversing ten years of progress on reducing the 
threat of global warming”.



“Climate change is the biggest challenge we face, 
and it must not be an afterthought for the Government"




Sono tanti anni che scrivo questo blog e siccome non posso combattere tutto quello che vedo e che a me sembra storto, spesso taccio su cose come migranti, donne, islam, UE, euro, Brexit, pistole americane, black lives matter, Trump vs. Hillary, Cameron e Corbyn e cosi via.

Ma ecco qui una decisione strana collegata al Brexit e secondo me poco intelligente del nuovo primo ministro britannico, Theresa May.

No, non e' il biondo Boris Johnson, quanto la decisione di abolire il dipartimento per l'Energia e per i Cambiamenti Climatici e accorpare tutto in quello per il Business, l'Energia e la Strategia Industriale.

Assieme a questa decisione anche quella di mettere a capo del dipartimeno per l'ambiente una che pensa che il fracking e' una occasione da non perdere.

Tutto questo pochi giorni dopo che il governo era stato avvisato di sviluppare una politica di preparazione per gli effetti dei cambiamenti climatici: alluvioni, siccita', calure e mancanza di cibo.

Sono certa che la mitigazione climatica e' tema di super interesse per quelli del business!

Ora in Italia (e negli USA!)  so che non e' mai esistito il dipartimento per i cambiamenti climatici, pero' qui l'avevano ed e' un enorme passo indietro. Come dice Ed Miliband che fu uno dei primi a lavorare per questo dipartimento,  e' qui che si dettano obiettivi e che li si mette in pratica. Adesso sara' tutto fatto sotto l'ombra di interessi di business e di commercio.

Cambio di guardia invece al ministro per l'ambiente: in questo caso l'ex ministro dell'Energia e dei Cambiamenti Climatici, Andrea Leadsom, appunto ministero che non esiste piu' e' ora la responsabile dell'ambiente.

Un anno fa chiese, pubblicamente: “Is climate change real? e poi  'Is hydraulic fracturing safe? Un anno fa ancora ponderava queste cose *da ministro dei cambiamenti climatici!*

Ovviamente e' tuttapposto e anzi, Mrs. Leadsom ha scritto a Marzo 2016 un editoriale on cui si dice che il fracking e' una opportunita' da non perdere! Diceva che la gente non ne sa niente, e che quelli che sono contrari si sono fatti abbindolare dai miti, che e' tutto sicuro, che il fracking inglese e' diverso da quello americano (!!!), che l'energia serve e che non ci sono rischi.

Il tuttapposto britannico! ;)

La signora e' anche favorevole alla caccia,

E non e' solo Mrs. Leadsom, ma molti altri dei neo-ministri del governo May sono non credono ai cambiamenti climatici. E' chiaro che tipo di protezione ambientale questo gruppo di persone potra' dare al Regno Unito, ancora coinvolto con carbone, fracking e con ancora molto da fare con le rinnovabili nel suo complesso. E' come se l'ambiente fosse un pensiero secondario.

Intanto i politici piu' green, e i rappresentanti delle associazioni ambientali inglesi chiedono a Mrs. May di riaffermare gli impegni presi dal governo nel 2008 con il Climate Change Act in cui il Regno Unito si impegna a tagliare dell' 80 per cento le emissioni di CO2 in atmosfera entro il 2050. E' considerata una delle legislazioni piu' ambiziose per l'ambiente di tutta la nazione.

Questa volta pero' a guardare tutto non sara' un ente specifico che cerca di bilanciare energia e cambiamenti climatici, ma business ed industria e energia.

Wednesday, July 13, 2016

Peru': giungla in emergenza per contaminazione da mercurio







Il governo del Peru' ha dichiarato lo stato di emergenza nella zona detta la Pampa -- Madre di Dios, ai confini con il Brasile per un periodo di 60 giorni che si concludera' il 1 Agosto 2016.

Questa volta non si tratta di petrolio, ma di contaminazione da mercurio dovuta a estrazione scellerata di oro. Si tratta di 11 distretti minerari dove tutto quello che si vede sono pozze di acqua rossiccia e contaminata da mercurio fuori da ogni limite. Il 90% dell'attivita' mineraria qui e' illegale.  Non ci sono dubbi: l'inquinamento dell'ambiente dovuto a varie sostanze tossiche ha raggiunto l'acqua "potabile",  i corpi delle persone, dei pesci. Per alcuni i tassi di mercurio sono sei volte quello che dovrebbe essere. Lo certificano anche gli studi di un gruppo di ricercatori di Stanford.

Il Ministro della Saluta Percy Minaya dice che almeno 50,000 persone sono potenzialmente contaminate, specie il gruppo indigeno Harakmbut che vive in simbiosi con l'acqua. Sono zone difficili da raggiungere queste, e il governo ho proposto di mandare mini-ospedali in barca per contattare i residenti. Dall'altro lato dicono di voler fermare l'attivita' incontrollata di estrazione di metalli lungo il fiume, anche se e' difficile capire come faranno, visto che e' - per chi lo trova l'oro! - una enorme attivita' redditizia e che importa se l'ambiente viene devastato.

Vivono qui migliaia di piccoli e grandi minatori di oro. Hanno rimosso circa 40 mila ettari di terra alla ricerca di oro, smantellato foreste e cambiato il corso dei fiumi. Il Peru' e' il principale produttore di oro dell'America Latina. Il 15% dell'attivita' e' illegale. I principali clienti sono Svizzera, Canada, USA e Italia.

Tutto inizia circa 30 anni fa. Non c'erano allora ne leggi ne troppe persone coinvolte con l'attivita' mineraria.  L"oro costava anche poco. Ma allora era anche tutto piu' facile. I metalli si trovavano lungo il fiume e non servivano ne tecniche sofisticate, ne occorreva penetrare nella giungla.

Ma con il passare degli anni, tutto cambia. Il prezzo dell'oro aumenta. Arrivano le multinazionali. Inizia la mobilita' di chi pensa di potersi arricchire con l'oro. E quindi la zona de la Pampa diventa un magnete per chi e' in cerca di opportunita'. Quello che era un posto scarsamente popolato ora diventa un pullare di minatori d'oro.

Si passa dai metodi manuali e semplici per trovare il petrolio fra i sedimenti del fiume a sostanze chimiche, primo fra tutti il mercurio che va a contaminare ambiente e persone - cervello, cuore, reni, polmoni e sistema immunitario.

Il risultato e' questo: i fiumi sono marroncino, i pesci sono tossici, il sangue della gente e' al sapore di mercuirio, la deforestazione aumenta. Quello che era un posto di grande biodiversita' e' ora una catastrofe ambientale. In 20 anni circa 3,000 tonnellate di mercurio sono finite nei fiumi dell'Amazzonia, secondo il Peruvian Society of Environmental Law.

Il Peru' non gode di buon salute ambientale. Ogni tanto ci sono perdite di petrolio ed episodi di contaminazione da sostanze chimiche della foresta amazzonica dovuta alle trivelle. Spesso si tratta di attivita' che sono durate per decenni, come nel caso dell'oro de la Pampa.

Tutti sono convinti che sara' difficile fermare la devastazione aurea.  Ogni tanto ci provano: per esempio a Febbraio 2016 circa 1000 poliziotti hanno distrutto campi illegali dei minatori e portato via macchinari. Ma a parte fomentare rabbia, non cambia molto. Dopo un po i minatori tornano, piu' agguerriti di prima. Spesso l'arrivo della polizia e' noto in anticipo e cosi ci si prepara. I minatori sono su internet, si parlano fra loro. C'e' corruzione, l'ingrediente magico che c'e' sempre in queste storie di petroldistruzione. Ovviamente l'attivita' mineraria "sostenibile" e' pressoche' impossibile.

Cosa faranno allora i governanti del Peru? A parte le cliniche ospedaliere in barca, daranno gratis pesce non contaminato, e cercheranno di educare i residenti. Si parla anche di una massiccia campagna di ri-forestazione. Ma non si sa bene cosa fare perche' l'attuale presidente Ollanta Humala lascera' il suo posto il 28 Luglio 2016 e ci saranno nuove elezioni.

E forse la speranza arriva dagli stessi minatori. Un piccolo gruppo ha deciso che vuole essere "sostenibile" e cercano di usare techiche e metodi meno impattanti. Per esempio vogliono usare invece che mercurio, borax. Dicono che sono convinti che quando anche gli altri vedranno che si puo' fare, seguiranno il loro esempio.

Non so. Ma nel frattempo la foresta e' morta.



Sunday, July 10, 2016

Il piccolo grande Portogallo campione d'Europa a calcio e nelle rinnovabili







"Portugal has been investing considerably in renewables, particularly in electricity, since this will be the main final energy within the next decades with the transition from fossil fuels in road transportation to electric vehicles."




Le cifre parlano da se.

E non mi riferisco ai goal di Cristiano Ronaldo numero 7 o di altre statistiche calcistiche. In questo giorno in cui il Portogallo celebra la sua vittoria agli Euro 2016, e' bello ricordare altre cose di cui i portoghesi possono andare fieri.

Nel 2013 le rinnovabili fornivano il 26% dei consumi energetici nel paese.

Nel 2014 sono passati - in un solo anno! - al 63% grazie anche a favorevoli condizioni climatiche. Nel 2015 il tasso e' stato del 50%: il calo rispetto all'anno precedente e' dovuto a condizioni di aridita' che non hanno permesso di usare al meglio l'idroelettrico.

Ma lo stesso, nel giro di due anni la produzione energetica da rinnovabili nel paese e' almeno raddoppiata.

Come si arriva fin qui?

Nel 2001 il governo portoghese lancia il cosiddetto E4 Program (Energy Efficiency and Endogenous Energies) con l'obiettivo di meglio regolamentare la produzione, il consumo e l'ottimizzazione energetica.   Fra le varie strategie un forte impulso all'efficenza energetica e all' uso di rinnovabili.

L'idea era non solo di ottimizzare la produzione energetica ma anche di migliorare la competitivita' dell'economia del paese, di modernizzarne l'infrastruttura, e di ridurre le emissioni di CO2, responsabili dei cambiamenti climatici.


Iniziano.

Nel quinquennnio 2002-2007 decidono di lentamente svincolarsi da petrolio e carbone, e mentre programmano per le rinnovabili, fanno maggiore uso di gas. Progettano per l'efficenza energetica. Liberalizzano il mercato dell'energia. Nel frattempo si passa all'azione per sfruttare al meglio sole e vento. Molti degli impianti a rinnovabili arrivano a partire dal 2007. Assieme alle rinnovabili, il miglioramento dell'efficenza di centrali idroelettriche gia' esistemti e dei sistemi di stoccaggio e di trasmissione dell'energia rinnovabile.

Nel 2013 l'energia dalle dighe idroelettriche aumenta del 300% rispetto all'anno precedente. Quella dal vento del 60%. L"uso di carbone cala del 29%. Quello del gas del 44%.

E cosi a Febbraio 2016 si arriva ad un risultato insperato: il 95% dell'elettricita' del paese e' generato dalle rinnovabili: idroelettrico, sole e vento.

Meglio ancora a Maggio 2016, quando invece l'intero paese riesce ad andare a rinnovabili per 4 giorni di fila. E' la prima volta in tutta Europa.

Le cose non sono facili in Portogallo. Dal 2011 ad oggi il paese e' in crisi: ci sono banche che falliscomo, scandali di corruzione, disoccupazione galoppante. Ma dal punto di vista delle rinnovabili, e sopratutto della *volonta'* di andare verso un futuro libero da idrocarburi possono dare un esempio a tutti.

Se lo puo' fare il Portogallo, lo puo' fare l'Italia e chiunque altro ne abbia la voglia, la perseveranza, la lungimiranza.

I bulloni corrosi e pericolanti dei pozzi golfo del Messico e di Norvegia








Il golfo del Messico, questo enorme laboratorio di trivelle, fanghi di perforazione, e petrolio estratto ha un piccolo grande problema.

Il problema sono i bulloni che vengono usati sottacqua per connettere i vari oleodotti, per ancorare le strutture al fondo marino, e per mille altre operazioni di logistica petrolifera acquatica. Questi bulloni, prodotti dalla General Electric, continuano a fallire: sono corrosi, si allentano, spesso non reggono.

Ma non e' ben chiaro cosa esattamente porti a questi malfunzionamenti: potrebbero esserci problemi durante la produzione da un punto di vista di metallurgia, o forse le condizioni estreme sottomarine fanno si che i logorii siano piu' impattanti di quanto previsto, o forse ancora i rivestimenti non sono sufficentemente isolanti, o ancora potrebbe essere "over torquing" cioe' li si stringe troppo forte quando li si avvita e questo porta a condizioni di stress deteriorante al lungo termine.

Oppure e' semplicemente il ciclo naturale di un bullone che dopo un certo numero di anni .... parte.

Ma c'e' un altro possibile problema: i bulloni della General Electric non sono fatti negli USA, ma sono mandati in outsourcing altrove. La General Electric non rivela dove sono fatti. In Cina?  Potrebbe essere che dovunque vengano fatti tali bulloni gli standard siano inferiori? Potrebbe essere che invece di usare materiale eccellente e a prova di corrosione, abbiano deciso di risparmiare usando materiale un tantino piu scadente?

Non lo sappiamo.

E' evidentemente pero' che questo non e' un piccolo problema. I bulloni certo sono fisicamente piccoli. Ma diventa un enorme problema per la sicurezza, se si pensa alle conseguenze dei fallimenti, e a quanti milioni di bulloni esistono sottacqua.

Basta solo dire nel golfo del Messico ci sono circa 3000 pozzi attivi e 27,000 pozzi abbandonati.

Sono preoccupati in molti - dalla General Electric che manifattura questi bulloni petroliferi, ai petrolieri stessi, alle entita' ambienatali.


Secondo il Wall Street Journal, le indagini sui bulloni sono iniziate nel 2013, quando il dipartmento dell'interno rispose ad un allarme da parte della Generale Electric secondo la quale alcuni dei suoi bulloni potevano essere difettosi.

Partono le indagini sulla corrosione di bulloni vecchi e nuovi e viene fuori che non si tratta solo di bulloni quanto di interi sistemi sub-acquatici per la prevenzione di scoppi durante le emergenze che non sono sicuri al 100%. I problemi, dai bulloni in su, non sono solo della General Electric ma anche della National Oilwell Varco  e della Schlumberger che producono entrambi blowout preventers.

Secondo il direttore associato del Bureau of Safety and Environmental Enforcement presso il dipartimento dell'interno, Allyson Anderson Book, i bulloni difettosi sono un problema molto grave, perche' sebbene siano componenti semplici, sono alla base di tutti i sistemi di controllo e di estrazione.

Questi difetti ai bulloni sono stati riscontrati almeno dal 2003. Cioe' sono 13 anni di bulloni difettosi. Si stima che siano coinvolte direttamente almeno 2400 strutture, anche se come detto, ci sono circa 30,000 pozzi nuovi e vecchi nel Golfo del Messico.

La stessa Anderson Book dice che e' un problema sistematico e profondo che richiedera' enormi controlli e cambiamenti. I bulloni difettosi e corrosi dovranno essere cercati e sostituiti entro il 2017. 
Ovviamente questo comportera' spese non indifferenti. Il costo varia dai $600,000 agli $800,000 dollari al giorno durante le ispezioni e le riparazioni per pozzo. Occorre infatti fermare il flusso di petrolio e portare in superficie ferraglia varia per esaminarne le condizioni. Il lavoro su ogni singola piatatforma puo' durare anche un paio di settimane.  E' evidente che sono costi astronomici.

Uno dira' -- e vabbe' i norvegesi lo fanno meglio. E invece no, viene fuori che in Norvegia, secondo gli utlimi studi del 2013 ogni tre settimane c'e' un incidente in mare dovuto a qualche tipo di fallimento dei bulloni.
 
Come detto mille volte, nessuna struttura umana e' esente dall'uso continuo, dal logorio. E qui siamo a varie centinaia di metri sotto il livello del mare con strutture delicate e con chissa quanti bulloni. Ne vale la pena?
 

E in Italia? C'e' qualcuno che controlla lo stato dei bulloni nei pozzi esistenti nel paese? In mare, in terraferma? O come sempre, tuttapposto?


Wednesday, July 6, 2016

Ombrina: la fine delle trivelle Rockhopper Exploration, l'inizio della responsabilita' di tutti






19 Luglio 2016
Inizio dello smantellamento di Ombrina Mare
Foto F. Zulli

Grazie a Assunta di Florio!




What shall Cordelia speak? 
Love, and be silent.
King Lear 1.1.68



Eccoci qui, ad otto anni esatti dall'inizio di quella che sembrava una battaglia impossibile. Dopo avventure rocambolesche, tutto quello che resta di Ombrina Mare viene smantellato a spese della Rockhopper Exploration, UK.

E' la testa di un pozzo esplorativo, a cinque chilometri da riva in Adraitico, che a vederlo adesso fa anche tenerezza. E' una montagnola verticale di ferri verdi e rossi di un paio di metri o poco piu' che esce quasi spaventata dal mare. L'incubo FPSO, gli oleodotti, le navi cisterna, l'inquinamento da petrolio sono svaniti. Presto non resteranno neanche quei ferrami a ricordarcelo.

Com Ombrina sono finiti i sogni petroliferi di Sergio Morandi, di Chicco Testa, di Confindustria Abruzzo, di Paolo Primavera, di Sam Moody, e di tutti i loro azionisti inglesi. Quante avventure in questi anni. Quanti alti e bassi, quante notti a coordinare fra di noi, quante conferenze, quante domande per cercare di capire, quante idee per mettere pressione alla chiesa, ai politici. Nel mezzo di tutto questo abbiamo messo KO una ditta di petrolio -- la Mediterranean Oil and Gas -- e fatto si che il governo nazionale passasse una legge di protezione dalle trivelle entro le prime 12 miglia da riva.

L'abbiamo fatto noi, persone normali, da San Vito Marina.

Non lo sapevamo allora, ma con il sapore della vittoria e a riguardarli indietro sono stati anni belli, di lotta contro l'insperabile, di un piccolo e grande popolo che ha capito e che si e' dato da fare prima che fosse troppo tardi. Otto anni.

E' una vittoria di noi tutti, come tante in questa storia del petrolio d'Abruzzo, una vittoria in cui i politici hanno contato ben poco, segno che di questi tempi il potere di internet, del passaparola sui social media, assieme alla forza di volonta', all'intelligenza, alla perseveranza possono fare tanto. 

Una delle cose piu' belle e' che dal sito della Rockhopper la parola "Ombrina Mare" non compare piu' da tempo, e credo che questo sia il segnale che e' proprio finita anche per loro. Non ne parlano piu'. Si sono arresi. Scompaiono.

Ma il lavoro non e' finito. E non e' solo il petrolio. Il lavoro che resta e' di adesso meritarlo il mare trivelle-free. Il lavoro che resta e' di non deturparlo quel resta dell'Adriatico. Di non gettare le cicche fra la sabbia, le carte sugli scogli, la monnezza dopo il pranzetto. Di pulire la monnezza che c'e'.  Di far si che i fiumi non portino liquami e fertilizzanti a mare. Di far si che le villette non arrivino a faccia a faccia con la sabbia. Di far si che le generazioni future abbiano inoculato il vaccino dell'attivismo preventivo e non di fare sterili proteste quando e' troppo tardi. Di trasmettere loro la voglia di fermare gli altri mostri che inevetabilmente verranno.

In una parola, di volergli bene a quel mare noi e chi verra' dopo.
 





I sindacati di Norvegia: abbiamo un problema con la sicurezza dell'ENI





 “We can confirm that Eni notified us about a gas leak on Goliat on Sunday evening."

L'ENI conferma perdite di gas dalla sua piattaforma/FPSO a mare in Norvegia.
Dopo un mese dall'inizio delle sue attivita'.
 

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Si chiama ENI Norge ed e' la sussidiaria norvegese dell'ENI. Ha 425 addetti.

Si chiama Industri Energi ed e' il sindacato norvegese dei lavoratori dell'oil and gas.  Ha 60,000 membri.

E' notizia di questi giorni che Industri Energi ha espressamente manifestato le proprie preoccupazioni nei riguardi del management dell'ENI in Norvegia. Non si tratta di un specifico progetto, quanto dell'intera cultura dell'ENI che, secondo la Industri Energi, compromette la sicurezza. Tutto questo e' oggetto di un rapporto presso il Petroleum Safety Authority (PSA) di Norvegia, l'ente che regolamenta le trivellazione in Norvegia.

Il rappresentante dell'Industri Energi Martha Skjæveland dice che i problemi sono numerosi e che la situazione corrente e' seria. Si chiedono pertanto investigazioni approfondite per studiare le possibili infrazioni alle leggi norvegesi.

Il segretario generale di Industri Energi Jørn Erik Bøe dice che di queste presunte irregolarita' dell'ENI si e' gia' parlato piu' volte e che e' necessario avere regole piu' stringenti, specie per le ditte straniere che vengono a trivellare in Norvegia.

Fra i casi piu' eclatanti del cattivo management ENI e dei problemi alla sicurezza, il campo Goliat nel Barents Sea, completo di FPSO, che e' finalmente stato aperto nel Marzo 2016 dopo una innumerevole serie di ritardi e di problemi di sicurezza.  L'ENI e' qui l'operatore principale ed e' proprietaria di Goliat al 65%, mentre il restante 35% e' nelle mani della ditta statale norvegese Statoil.

Ad Aprile 2016, ecco qui: dopo neanche un mese, la prima perdita di gas da Goliat. 

A Giugno 2016 un lavoratore e' rimasto ferito durante le operazioni di scarico dalla FPSO dell'ENI. 

Tutto questo in Norvegia, e dopo soli tre mesi dall'apertura di Goliat. Se sono preoccupati delle operazioni ENI in Norvegia, e se fanno le cose un po a casaccio in Norvegia, come non possiamo essere preoccupati delle operazioni ENI in Italia?

Come non possiamo pensare che facciano le cose con la stessa leggerezza a Viggiano? A Ravenna? Nei mari dell'Adriatico?  Come non possiamo essere preoccupati delle operazioni di ditte ancora piu' piccole dell'ENI in Italia?

La soluzione e' sempre la stessa, non farceli venire dal primo giorno.


L'ombra della Shell dietro la CMI e la Avanti Energy di Paglieta e Bomba








La rete dei petrolieri e' fitta e ce li ritroviamo sempre quando meno te l'aspetti. Rinascono sotto altre spoglie, come fenici dalle ceneri.

Abbiamo gia' parlato di una serie intricata di relazioni fra la Forest Oil di Denver ditta americana di petrolio ora defunta, il riorganizzarsi di suo vecchio personale sotto il nome di Avanti Energy, la vendita della sussidiaria italiana della Forest Oil, detta CMI (Compagnia Mediterranea Idrocarburi) alla Dove di Dubai, e la rivendita della CMI alla Avanti Energy.

Visto che Colle Santo e' di proprieta' dalla CMI,  i vecchi compari della Forest Oil si sono ripresi
il progetto di Bomba, spostandolo a Paglieta. Ora pero' si chiamano Avanti Energy e non piu' Forest Oil.

Emerge adesso un altro interessante aspetto di questa storia: una partnership fra la Shell e la CMI/Avanti.

La CMI ha infatti firmato degli accordi a Dicembre 2015 con la Shell per l'eventuale vendita e commercializzazione del gas di Colle Santo alla Shell, ditta olandese.

Il capo della CMI, Mark Frascogna ha commentato direttamente in merito a Colle Santo:

"CMI is very pleased to enter into this important agreement with Shell. This new relationship with Shell is a significant step forward toward the Colle Santo gas development project approval."

"La CMI ha molto piacere di entrare in questo importante accordo con la Shell. Questa nuova relazione con la Shell e' un importante passo in avanti per l'approvazione del progetto Colle Santo."

Non e' ben chiaro perche' l'arrivo della Shell debba facilitare l'approvazione di Colle Santo. Forse perche' siccome non hanno soldi propri, possono dire al governo che ci pensera' la Shell alla distribuzione e al trasporto? O forse la Shell garantira' cose che ne la CMI e ne la Avanti Energy possono garantire?

Non lo sappiamo.

Sappiamo invece che oltre ai deliri di Mark Frascogna, il CEO della Avanti Energy, John Mc Intyre dal Canada dice:

"Italy is highly deregulated gas market. The gas offtake agreement with Shell allows Avanti to focus on near term reserve and production growth in Italy without the cost and distraction of building and managing a marketing organization. At current market gas prices this represents potential sales in excess of USD $400 million."

"L"Italia ha un mercato del gas fortemente deregolamentato. L'accordo con la Shell permette alla Avanti di focalizzare a breve termine sulle riserve e sulla crescita in Italia senza i costi e la distrazione del dover creare e gestire una organizzazione di marketing. Ai prezzi attuali tutto questo rappresenta potenziale di vendite che supera i 400 milioni di dollari."

Fa anche un po tenerezza. Ce li immaginiamo questi soggetti a fare marketing per il gas di Colle Santo? Della serie: comprate il gas d'Abruzzo, fresco di montagna.

A chi vogliono darla a bere?  Il gas e' troppo poco per qualsiasi tipo di commercializzazione indipendente, e loro vogliono soltanto vendere le briciole che troveranno alla Shell e correre poi alla banca con il malloppo.

Interessante pure che la Shell e' una multinazionale olandese, che non e' tenuta ne a vendere il gas agli italiani, e tantomeno a vendercelo a prezzo di favore.

Notare che qui ci sono tutti: americani, canadesi, olandesi, quelli di Dubai. Tutti a speculare sull'Abruzzo. 

John McIntyre pero' ha manie di grandezza, e dice che la CMI ha organizzato una squadra di "ingegneri rinomati a livello internazionale", esperti in project design, esperti in tecnologia per processare il gas, per il project design, per il "management dell'ambiente".

Ah certo. 

Sara' secondo lui un piano molto attrattivo e fattibile per Colle Santo, che loro chiamano "il piu' grande campo di gas non sviluppato in Italia".

La cifre questa volta cambiano rispetto ad altri comunicati, ma le migliori stime (proprio il meglio del meglio che possono fare) e' di 2 miliardi di metri cubi di gas - che fanno 10 giorni di consumo di nazionale.  In altri comunicati parlavano di gas per una settimana. Non cambia granche', no?

E che sia una settimana o che siano dieci giorni, questo e' tutto il gas che sara' estratto per tutta la vita del giacimento!

Poveri noi. Ma ancora di piu' poveri loro, stolti.

Non sanno che tutto l'Abruzzo gli si e' rivoltato contro negli anni scorsi e non sanno che saranno ancora una volta oggetti di ridicolo e di opposizione per gli anni a venire.