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Wednesday, October 29, 2014

Decreto Sblocca Italia: i voti alla fiducia

I voti alla Camera sulla Fiducia allo Sblocca Italia e
 Distruggi Democrazia il giorno 23 Ottobre 2014

A chi ha votato si - vergogna.




Ha votato si anche il difensore dell'ambiente PD Ermete Realacci.




Ecco qui come hanno votato i parlamentari d'Italia - pagati con le nostre tasse -  sulla fiducia allo Sblocca Italia. Spero che ce ne si ricordi la prossima volta che si vota. 

Notare che nessuno del PD ha avuto il coraggio di votare contro il decreto trivellante. Quando diranno "ma, se, io, il partito, non potevo fare altrimenti, blablabla" occorre rispondere: no caro, no cara. Nella vita c'e' sempre una scelta e lei ha scelto di votare si, si allo sblocca Italia, si alle trivelle, si alla distruzione dell'Italia, dell'Abruzzo, della Basilicata, e di tutte le regioni coinvolte e quindi la responsabilita' e' anche sua.

Fare il politico non significa seguire i diktat di partito, significa avere il coraggio di fare la cosa giusta per il tuo elettorato. Punto. E' per questo che lorsognori vengono pagati profutamente. A premere i bottoni e a seguire le linee del partito sono buoni tutti.

E se in futuro gli stessi che hanno votato "si" diranno di essere contro il petrolio: beh, uno ci si deve fare una gran risata, perche' semplicemente non e' vero. Verba volant. Sono i fatti, e in questo caso i voti, che contano, tutto il resto sono chiacchere.

Mi fa strano anche la posizione di Fabrizio Di Stefano di Forza Italia, che attacca il governo regionale sul petrolio un giorno si ed un giorno no,  promette ferro e fiamme contro le trivelle, ma poi al momento del voto, scompare.  E' assente infatti, come lo e' stato nel 43% dei voti.

Quasi tutto il suo partito ha votato contro lo sblocca Italia.

Chissa', magari se fosse stato presente, avrebbe votato no, e sarebbe stato anche lui uno dei pochi "statisti" della questione, ma non lo sapremo mai, appunto perche' era assente.

Ripenso a quel 43% di assenze: non so, ma io se faccio il 43% delle assenze al mio lavoro, mi cacciano, quali che siano le scuse presentate. Non brilla neanche Andrea Colletti del M5S, assente pure lui al momento del voto.

Eccoli qui i nostri eroi, nel bene e nel male, a chi ha votato no, Daniele Del Grosso e Gianluca Vacca  del M5S, e Gianni Melilla di SEL, grazie. Agli altri, tutta la mia pena.


Favorevole



  CASTRICONE Antonio (PD) Favorevole

 COLLETTI Andrea (M5S) Assente

D'INCECCO Vittoria (PD) Favorevole

DEL GROSSO Daniele (M5S) Contrario

DI STEFANO Fabrizio (FI-PdL) Assente

FUSILLI Gianluca (PD) Favorevole

GINOBLE Tommaso (PD) Favorevole

GUTGELD Izthak Yoram (PD) Favorevole

MELILLA Gianni (SEL) Contrario

PICCONE Filippo (NCD) Assente

SOTTANELLI Giulio (SCpI) Favorevole

TANCREDI Paolo (NCD) Favorevole

VACCA Gianluca (M5S) Contrario


E visto che il decreto riguarda anche da vicino la Basilicata, ecco come hanno votato i politici di quella regione. Spicca in positivo la posizione di Cosimo Latronico, di Forza Italia pure lui che ha votato no allo Sblocca Italia.


ANTEZZA Maria (PD) Favorevole

FOLINO Vincenzo (PD) Assente

LATRONICO Cosimo (FI-PdL) Contrario

LIUZZI Mirella (M5S) Contrario

PLACIDO Antonio (SEL) Contrario

SPERANZA Roberto (PD) Favorevole


Il voto finale c'e' stato oggi 30 Ottobre -  278 si 161 no e 7 astenuti. Evviva.

Tuesday, October 28, 2014

Dopo 4 anni e mezzo: 3200 kmq di petrolio BP nel mare di Louisiana







E' stato un incidente senza precedenti, lo scoppio del Golfo del Messico del 2010. E altrettanto difficile e' stato formire cifre, stime, tempi casistiche. Le stime a tuttora variano, ma le cifre ufficiali parlano di 5 milioni di barili di petrolio in mare - circa 800 milioni di litri.  Una delle domande ancora senza risposta e': che fine ha fatto quel petrolio fuoriuscito dalle viscere della terra? 

Beh, dopo 4 anni e mezzo e' stato pubblicato su PNAS un articolo dedicato al tema e secondo il quale circa 10 milioni di galloni di petrolio -  40 milioni di litri - sono ancora li, coagulati nel fondo del Golfo del Messico, indisturbati.

Lo studio e' stato condotto da David Valentine della University di Calfornia at Santa Barbara.  L'articolo e' qui.

Valentine ed i suoi colleghi hanno usato i dati di piu' di 3000 campioni di petrolio raccolti in circa 530 siti su un arco di 12 spedizioni, e sono giunti alla conclusione che l'area coperta di petrolio e' di circa 3200 chilometri quadrati. Si e' usato principalmente l'hopane, un idrocarburo che e' rimasto nei fondali marini senza ulteriori reazioni. Si e' trovato che la maggior parte di petrolio e' concentrato nel raggio di 25 miglia attorno al pozzo esploso. E dunque, l'origine del petrolio non puo' che essere il pozzo Deepwater Horizon della BP.

Secondo Valentine e colleghi, questo petrolio ha galleggiato a lungo nel mare sottoforma di goccioline disperse, prima di stabilizzarsi nei fondali dove si trova adesso.

Ovviamente la BP non e' d'accordo e dice che

"Gli autori non hanno identificato le origini del petrolio che hanno portato a forti sovrestime dei residui del petrolio di Macondo sul fondale marino e dell'area geografica in cui il petrolio giace. Invece di usare traccianti rigorosi chimici, gli autori usano un unico componente che si trova in tutte le perdite naturali nel golfo del Messico, portando a risultati falsi."

Valentine a colleghi dal canto loro dicono che probabilmente l'area dove giace il petrolio e' ancora piu' grande di quella che hanno identificato.

Ma tanto e' tutto sottoterra, per cui e' tuttapposto, eh.

Sunday, October 26, 2014

Starbucks, il caffe' e i cambiamenti climatici

"Addressing Climate Change is a priority for Starbucks"

 
Piante di caffe' danneggiate dagli insetti in Guatemala.
Il coffee borel beetle e' nativo dell'Angola ed ora in tutti i paesi produttori di caffe.

Coffee bean rust - parassita delle piante del caffe, 
nota in America Centrale come "la roya"













"If things continue like this, maybe 50 years from now, we’ll all be tea drinkers" 

 

"Addressing climate change is a priority for Starbucks. 
We believe now is the time to increase our investments
 in solutions and strategies that address this crisis."



Ogni giorno nel mondo si bevono 2 miliardi di tazze di caffe. Un giro d'affari di oltre 170 miliardi di dollari l'anno, su cui la catena americana Starbucks ha creato un impero. La catena di Seattle non possiede piantagioni, ma compra il caffe' direttamente dai produttori in Centro America o in Africa. Il timore maggiore di Starbucks? I cambiamenti climatici, che stanno stravolgendo raccolti, qualita' del caffe' e mettendo in ginocchio gli agricoltori.

Aggiungono che e' dal 2004 che si adoperano per efficenza energetica, per l'uso di rinnovabili, per la conservazione delle foreste e per spronare la politica verso soluzioni durature e significative. Ma non e' cosi' semplice e non e' solo Starbucks che e' preoccupata. E' proprio tutta l'industria del caffe', pianta fragile e delicata, che e' stata sconvolta dai cambiamenti climatici nel giro di poco tempo.

Il professor Tim Schilling e' il direttore esecutivo del World Coffee Research presso l'Universita' A&M del Texas che conferma: il clima cambia, le montagne dove tradizionalmente cresce il caffe' diventano sempre meno ospitali per le piantagioni, e malattie, siccita' o pioggie torrenziali fuori stagione peggiorano le cose. Il tutto e' confermato da Mauricio Galindo capo della International Coffee Organisation che conferma: "Climate change is the biggest threat to the industry".

Anche l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) conclude che ci sara' una decrescita della superficie terrestre dove cresce il caffe in tutti i paesi produttori. In particolar modo, se va avanti cosi, la superficie adatta a coltivare caffe' in Brasile potrebbe calare di ben due terzi. Gia' nel 2014 a causa delle forti siccita' il raccolto in Brasile e' calato del 20% ed i prezzi raddoppiati. In India i raccolti sono calati del 30% nel dieci anni fra il 2002 al 2011. In totale, nell'annata 2013-2014 la produzione mondiale di caffe' e diminuita del 40% rispetto al 2011-2012.

"The only way you can make sense of it is through climate change" dice Galindo. Di conseguenza i prezzi dell'Arabica, la varieta' piu' comune, sono aumentati dell'80% in un anno. Per i ricchi occidentali si trattera' di prezzi piu elevati che forse la maggior parte di noi puo' anche permettersi, ma le popolazioni rurali il cui sostentamento arriva dalle piante di caffe, in Guatemala o in Nicaragua cosa faranno?

Il Brasile, il Vietnam, l'Indonesia, la Colombia sono paesi produttori importanti che probabilmente avranno le risorse per adattarsi o per spostare le piantagioni piu in alto, ma altre nazioni come il Laos, il Peru, il Burundi e il Rwanda potrebbero non farcela. In Uganda o in Ethiopia, piu' in alto di dove sono adesso le piantagioni di caffe' non si puo’ andare - non ci sono altitudini maggiori.

Cosa succede al caffe' con l'aumentare della temperatura? A 23 gradi il metabolismo delle piante accellera, ci sono meno sostanze chimiche che danno l'aroma tipico del caffe e le piante perdono spontaneamente i propri frutti. Per di piu' gli attacchi delle pesti e dei funghi diventano piu' feroci. Due sono i nemici delle piante del caffe': la coffee berry borer, insetto predatore e il coffee rust, un parassita chiamato anche "la roya".

Il coffee berry borer era sconosciuto fino al 2000 in paesi come l' Ethopia, l'Uganda, il Burundi e il Rwanda, visto che il suo habitat era ad altitudini piu' basse. Grazie ai cambiamenti climatici questi insetti hanno trovato modo di sopravvivere anche ad altitudini maggiori, incluso nelle piantagioni di caffe. Il tasso riproduttivo del coffee berry borer cambia con la temperatura: adesso e' di cinque volte l'anno, ma potrebbe aumentare. Il pesticida usato per estirparli e' chiamato Endosulfan, vietato nel 2011 per la sua tossicita'. Ecco allora che a distanza di 15 anni i coffee berry borer sono diventati onnipresenti in paesi dove prima non c'erano. Causano danni per circa 500 milioni di dollari l’anno.

In El Salvador "la roya" affligge circa il 75% delle piante. In Costa Rica, il 60%, in Guatemala il 70%. Intere famiglie vedono i loro ricavati scomparire. Ovviamente tutto questo si accompagna ad una montagna di problemi sociali essendo tutta l'economia locale basata sul caffe: prestiti, occupazione, indotto, speranza di mobilita' sociale. Essendo i coltivatori spesso piccoli produttori in paesi in via di sviluppo e non parte di grandi multinazionali, e' evidente che anche non riescono ad assobire cosi grandi perdite in cosi poco tempo.

Ci sono circa cento piante di caffe' nel mondo, ma solo due sono quelle che usiamo per le nostre bevande: l'Arabica e la Robusta. L'Arabica e' la varieta' piu' sofisiticata, la Robusta - con piu caffeina e meno raffinata - e' quella usata nel caffe' istantaneo e che tende ad essere piu' resistente a fluttuazioni del clima.

Nessuno sa quale sara' la soluzione al tutto. Da un lato si cerca di sviluppare nuovi ibridi di piante di caffe' usando le altre novantotto varieta', dall'altro si pensa all'uso dell'ingegneria genetica. L'idea e' che il caffe' possa sviluppare da se tossine contro le pesti ma ci vogliono soldi ed investimenti e ovviamente, nessuno vuole bere caffe' geneticamente modificato.

Vari produttori di caffe' mondiali hanno creato una Coffee Farmer Resilience Fund che ha donato circa 23 milioni di dollari ai coltivatori in difficolta'. Starbucks ha anche messo su "Hacienda Alsacia" in Costa Rica, una piantagione sperimentale di sola ricerca, dove usando solo tecniche tradizionali si sta cercando di sviluppare nuovi tipi di semi di Arabica da essere distributiti gratuitamente a tutti gli agricoltori nella speranza che i raccolti conservino la stessa qualita' ma che le piante possano sopravvivere meglio a pesti e pioggie.

Tutti gli esperti pero' concordano: anche se si riuscisse a trovare una qualche varieta' di Arabica che possa essere compatibile con i cambiamenti climatici, ci vorranno almeno 25 o 30 anni perche' queste possano essere commercializzate e giungere ai coltivatori.

Nel frattempo, che fare?









Saturday, October 25, 2014

Le proteste dal basso e le vittorie contro le multinazionali. Uniti e persistenti si vince.

Notare che nello stadio di studi preliminari - terza colonna "pre feasability" -
la maggior parte delle operazioni minerarie sono state fermate a causa delle proteste dal basso.




Il signor Umberto Tiberio e suo figlio Claudio hanno deciso di fare una cosa bellissima in questo fine di vendemmia 2014. Fra i filari delle viti biologiche d’Abruzzo hanno creato la scritta “No petrolio” su un fianco di collina.

Per chi arriva da lontano, e’ impossibile perderla. Prima la scritta era immerse nel verde, poi con l’inoltrarsi dell’autunno e’ cambiata di colore ogni giorno. Fra un po, con la potatura e la nudita’ dell’inverno non restera piu’ niente. Quel che invece restera’ e’ lo spirito di questa regione che continua, dal piccolo al grande, a resistere ai petrolieri in tutti i modi possibili.

Negli scorsi anni ci sono stati presepi, recite, spettacoli musicali e corse podistiche contro il petrolio, ed e’ stato bellissimo vedere la comunita’ trovare occasioni per stare insieme e per dire no alle trivelle. Ci sono gli scettici che dicono che queste piccole-grandi azioni non servono a niente, che Renzi e Letta e Berlusconi e Prodi hanno gia’ deciso. Che i petrolieri sono piu’ forti. Puo’ essere, ma secondo me non c’e’ niente che possa resistere ad un popolo bene informato che sappia far valere i propri diritti in una democrazia sana. E questo non vale solo per l’Abruzzo o per la Sardegna che ha appena finito di celebrare la sua vittoria contro la Saras dei fratelli Moratti. E’ un fenomeno globale.

Qualche tempo fa su PNAS (Proceedings of the National Academy of Science) e’ infatti comprarso un articolo a firma di Daniel Franks e dei suoi collaboratori del “Centre for Social Responsibility in Mining” dedicato agli effetti delle proteste dei residenti e dei cittadini su progetti di petrolio, cave e miniere.

Il riassunto e’ che le proteste sono spesso effettive, costose per i signori delle multinazionali, e quando bene organizzate portano a modifiche nei progetti, e non di rado alla bocciatura degli stessi.

Franks ha analizzato 50 proposte di interventi ad alto impatto ambientale in tutto il mondo ed e’ emerso che in almeno meta’ di questi la popolazione si e’ opposta, organizzandosi e dando filo da torcere agli speculatori .Nel 30% dei casi, i progetti, alla fine, sono stati bocciati proprio a causa delle proteste.

Fra gli esempi citati la Minas Conga in Peru’ e la miniera di bauxite Lanjigarh in India, bocciati non perche’ tutt’a un tratto politici e azionisti hanno capito che gli impatti ambientali e sociali sarebbero stati enormi, ma perche’ le proteste sono state cosi’ forti che e’ stato impossibile per loro andare avanti.

Lo studio di Franks rivela anche che le proteste piu’ efficaci sono quelle che si organizzano durante gli stati iniziali dell’iter autorizzativo, prima della costruzione in se e per se. Quando infatti i lavori sono gia’ iniziati, il capitale degli investitori e’ stato gia’ riscosso e sono stati promessi lucri e guadagni, gli speculatori rispondono alle proteste con maggiore cinismo, perche’ la posta in gioco e’ piu alta.

Meglio allora partire presto. La chiave di tutto, secondo Franks e’ internet. Grazie al passaparola virtuale e al fatto che ci si puo’ organizzare in remoto, leggere in Peru’ di cosa accade in Canada, e magari contattare attivisti e giornalisti di altre nazioni, e’ facile e cosi’ si riesce a creare una rete ininimmaginabile anche solo un decennio fa.

Franks aggiunge che i danni economici dei possibili ritardi dovuti alle proteste sono in media di 50 mila dollari al giorno per progetti petroliferi ancora sulla carta, di piu’ per quelli in itinere o piu’ grandi, come le miniere.

La morale della favola, che viene fuori da PNAS e dall’esperienza vissuta in tutte le parti del mondo e’ che il nostro impegno quotidiano e’ importante e utile e porta a risultati. Che sia su Facebook, che sia su una collina d’Abruzzo, che sia in una canzone dialettale, l’importante e’ non tacere e usare le nostre multivariegate voci e talenti per il nostro territorio.

E’ interessante che lo stesso giorno che il signor Tiberio rendeva pubblica la sua foto dei vigneti d’Abruzzo, nel North Dakota petrolizzato si parlava di campi di grano soffocati da 4 milioni di litri di petrolio disperso un anno fa e che nessuno sa come ripulire. Un disastro.

Eccolo qui il North Dakota al petrolio – meglio le colline verdi d’Abruzzo, io credo.