.

.

Sunday, September 23, 2018

Borneo: a causa della deforestazione in sedici anni andati persi 100,000 orangotanghi












L'isola di Borneo se la dividono fra Indonesia, Malesia e Brunei, e fino a quaranta anni fa per tre quarti era coperta da foreste con tutta la magnifica biodiversita' di flora e fauna che portano con loro.

E poi arriva l'uomo, con deforestazione, piantagioni monocultura, industria del legno. Muore la foresta, muore la vita.

E cosi, dal 1999 al 2015 sono andati persi 100,000 orangotanghi che non sono sopravvissuti alla deforestazione, alla perdita di habitat, alla caccia selvaggia. E se tutto continua come finora, entro il 2050 saranno persi altri 45,000 esemplari.

E' quanto emerge da uno studio pubblicato su Current Biology da un gruppo di ricercatori 
internazionali guidati da Maria Voigt del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, in Germania.
Gli studiosi hanno esplorato le foreste del Borneo e seguito il fato di quasi 37,000 nidi di orangotanghi nel periodo che va dal 1999 al 2015. Nel 1999 il numero di nidi erano di 22.5 per chilometro percorso,  nel 2015 si era arrivati a10.1 nidi per chilometro. 
Calcolando la natalita' tipica da ciascun nido e il numero totale, hanno poi stimato le perdite di orangotanghi sulla cifra di 148,500 individui. 
In piu' i dati sono stati studiati diverse popolazioni di orangotanghi presenti su Borneo, ed emerge che dei 64 gruppi presenti solo 38 hanno una popolazione adeguata a garantire la sopravvivenza sul lungo termine: cento individui.

Maria Voigt dice che nessuno si aspettava questo tipo di declino, e che le cause sono nel degrado dell'habitat di questi animali, con l'avanzare del disboscamento, dell'agricoltura intensiva e anche dell'uccisione diretta.

Nel 1973 si calcolava che vivessero in Borneo 288,500 esemplari di orangotanghi. A quel tempo, i tre quarti dell'isola erano ancora foresta.

Nel 2012 il censimento parla di 104,700 individui.

Nel giro di meno di 40 anni un terzo delle foreste del Borneo sono state distrutte dal fuoco, piantagioni di olio da palma, miniere, e dall'industria del legno. 
Gli orangotanghi hanno bisogno di foreste per vivere e mal si adattano fuori.

Le perdite sono state maggiori in Kalimantan, la parte Indonesiana dell'isola e negli stati di Sabah e di Sarawak che appartengono alla Malesia invece.

La cosa pero' preoccupante e' che mentre Kalimantan e Sabah sono state antropizzate, Sarawak ha conservato le sue foreste. E perche' allora anche qui c'e' stata mortalita'?

Non si sono registrate qui ne epidemie o altre cause di morie di massa. La spiegazione: uccisioni dirette.  Gli orangotanghi vengono uccisi per la carne,  e per il commercio illegale di animali. Le mamme vengono uccise e i loro piccoli venduti sul mercato nero.  A volte gli orangotanghi vengono uccisi perche' si allontanano dalle foreste ed entrano nei giardini o nei campi delle persone in cerca di cibo.  A volte si spacciano le uccisioni di orangotanghi come "controllo delle pesti".

L'uomo si appropria dell'habitat degli animali, nascono i conflitti e l'animale ha sempre la peggio, visto che non hanno pistole con se. 

E se i tassi di deforestazione restano cosi come sono, circa 215,000 chilometri quadrati in piu' di foresta andanno persi dal 2007 al 2020.

Il tasso di foresta dell'isola passera' dal 75% del 1973 al 24%.

Cosa fare? Secondo Maria Voigt occorre introdurre piu' misure per proteggere foreste e orangotanghi,
con sensibilizzazione ambientale e coinvolgimento delle comunita' locali.

Qualche passo e' stato fatto: il governo indonesiamo nel 2016 ha dichiarato una moratoria contro l'apertura di nuove piantagioni di palma in tutto l'arcipelago nazionale, e anzi i permessi dati nel 2015-2016 sono stati cancellati.

Come sempre, non solo solo gli orangotanghi nella lontana Indonesia, e' tutto il nostro pianeta che e' a rischio e occorre che tutti facciamo la nostra parte.  Un consumo responsabile ed etico, rompere le scatole a chi di dovere, cercare di riparare quello che e' andato perso, dalla pulizia delle nostre spiagge all'uso di fibre non sintetiche.

Tuesday, September 18, 2018

Germania: parte il primo a treno del mondo ad idrogeno e che emette solo vapore







Accade nella sempre lungimirante Germania.

Dopo un era di treni a diesel, e' partito il primo treno del mondo che va ad idrogeno e che emette solo
vapore.

I treni sono blu e sono chiamati Coradia iLint, costruiti dalla francese Alstom, e scorrazzano lungo un tracciato di 100km fra le citta' di Cuxhaven, Bremerhaven, Bremervoerde e Buxtehude nel nord del paese. La velocita' massima e' di 140 chilometers all'ora.

E' solo l'inizio, la Alstom e' pronta per la consegna di altri 14 treni in Bassa Sassonia da qui al 2021. Altri stati tedeschi hanno espresso le stesse ambizioni.

Come funzionano?

Ci sono a bordo "fuel cells" che producono elettricita' grazie all'idrogeno e all'ossigeno, l'energia in eccesso viene stoccata in una batteria al litio a bordo al treno. Una tanica di idrogeno e' sufficente per mille chilometri, del tutto simile ai treni a diesel.

Ovviamente l'investimento iniziale e' maggiore per un treno a idrogeno, ma sul lungo andare e' piu' economico in termini di manutenzione e di costi di alimentazione.

In Francia il governo pianifica di far partire il primo treno ad idrogeno nel 2022.

Arrivano altri ordini da altri paesi, con interesse espresso da UK, Olanda, Danimarca, Norvegia, Canada e pure dall'Italia.

E' tutto bellissimo.

Una cosa voglio aggiungere: cerco di non parlare mai di destra e sinistra su questo blog, perche' lo scopo e' l'ambiente, il petrolio, l'aria pulita e quelli non hanno bandiere. E allo stesso tempo, quando c'e' da attaccare sfruttatori di qualsiasi genere non mi interessa di che partito siano.

Pero': so che l'Italia e' capace di creativita', buona volonta', voglia di fare. Io spero che il governo attuale, fatto di persone per lo piu' nuove, sia capace di creare le condizioni di snellezza ed efficenza affinche' una Alstom, una Tesla, possano un giorno fiorire anche in Italia, fatte da italiani, per il bene dell'Italia.

Monday, September 17, 2018

Australia: la meta' delle tartarughe morte premature ha la pancia piena di plastica







Il contenuto di plastica dallo stomaco di *una* delle tartarughe morte.


Queste storie non smettono mai di spezzarmi il cuore in mille pezzi, perche' da un lato sono creature che non hanno fatto niente di male, se non seguire i ritmi millenari della natura, e dall'altro ci siamo noi, che pensiamo di essere creature intelligenti, superiori e che invece distruggiamo tutto.

Ecco qui il risultato di cotanza intelligenza. Invece di rendere il mondo migliore lo stiamo distruggendo, e il fatto che accada a nostra insaputa non cambia niente.

In Australia un nuovo studio rivela che la meta' delle tartarughe marine morte subito dopo essere nate aveva la pancia piena di plastica.

La meta'!

E come potrebbe essere altrimenti, visto che dieci milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare ogni anno.  Ce n'e' per tutti, dal plankton alle balene, con tutto quello che passa in mezzo, tartarughe comprese.

Gia' negli anni '80 si era notata la presenza di plastica negli stomaci delle tartarughe, principalmente buste di plastica.

Ma poco fu fatto, e poco si sta facendo adesso. Trenta anni almeno di animali di ogni genere che mangiano plastica - a volte il sistema della digestione e' capace di espellere questi corpi estranei, ma spesso, e le abbiamo viste tutti le foto, ci sono casi di animali deformi, di plastica che si accumula nello stomaco, di lacerazioni ai tessuti degli animali.

In alcuni casi arriva anche la morte per fame, perche' gli animali credono di essere sazi, con la pancia piena di plastica, ma in realta' di nutritivo non c'e' niente. Infine occorre notare che le tartarughe per come sono fatte, non possono vomitare niente. O la plastica passa attraverso il sistema digestivo oppure resta in corpo per sempre.

Ed ecco dunque il recente studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports che ha cercato di quantificare gli effetti della plastica sulle tartarughe marine d'Australia. Il lavoro e' stato eseguito da Britta Denise Hardesty del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) in Tasmania che ha esaminato i corpi di 1000 tartarughe morte e trovate in riva al mare per capire il ruolo della plastica nelle loro vite e nelle loro morti.

Il risultato e' che le tartarughe morte giovani, erano quelle con piu' plastica nei loro corpi.  La meta' di queste tartarughe morte giovani aveva ingerito quantita' elevate di plastica, mentre lo stesso si poteva dire per il 25% delle tartarughe di eta' media. Infine, le tartarughe morte in eta' piu' avanzata avevano plastica in corpo per il 15% del totale. La vita media di una tartaruga sana e' di 80 anni; il tempo della riproduzione inizia fra i 20 e i 30 anni.

In alcuni casi le tartarughe avevano 300 pezzetti di plastica.

La probabilita' di morire, in media, e' del 50% dopo avere ingerito 14 pezzetti di plastica. A volte pero' ne basta uno solo, per esempio un solo pezzo di plastica e' sufficente a soffocare una tartaruga o a perforarne gli intestini, se il pezzo giusto arriva nel posto giusto.


In media un pezzo di plastica in corpo aumenta la mortalita' del 20%.


A livello mondiale si calcola che il 52% delle tartarughe ha ingerito un qualche pezzo di plastica.

Le tartarughe giovani sono le piu' vulnerabili perche' spinte dalla corrente, assieme ai rifiuti, e perche' mangiano con meno discernimento degli adulti.

Quali sono le conseguenze di tutto cio'?

Beh, ovviamente ci sono tante concause, e possibilita' ma alla fine, il 60 percento delle specie di tartarughe note e' in via di estinzione. Un altro dato: duecento anni fa le tartarughe del mare nei Caraibi erano stimate essere decine di milioni. Oggi sono solo decine di migliaia.

E' documentato che 700 specie animali sono messe in pericolo dalla nostra monnezza. Sicuramente il numero vero e' maggiore, e man mano che continueranno gli studi ci si rendera' conto che la plastica non risparmia nessuno: la fauna marina, uccelli, pesci, tartarughe, coralli.

Cosa fare, specie considerato che il Mediterraneo e' fra i piu' inquinati del mondo?

Tutto parte da ciascuno noi.

Raccogliamola quella monnezza al mare, non gettiamo rifiuti a casaccio, riusiamo, recicliamo, compriamo vestiti fatti di materiale non sintetico -- cotone, lana, seta.

Le tartarughe non hanno fatto niente di male per meritarsi il mare plastificato.






Sunday, September 16, 2018

La sismicita' indotta a 10 chilometri di distanza




Sinistra: 
Iniezione nella roccia di basamento, piu' solida fa si che 
la sismicita' indotta resti confinata al punto di impatto (cerchio blu e stelline rosse); 

Destra: 
inieizione nella roccia sedimentaria, piu' soffice, fa si che gli effetti 
della reinizione possano viaggiare maggiormente, 
attivando faglie piu' lontane e piu' potenti (striscia blu e cerchi rossi). 



Della sismicita' indotta a distanza abbiamo gia' parlato tante volte su questo blog.

Come spesso ricordato e' un miracolo della geologia che la sismicita' indotta ci sia in tutto il mondo, meno che in Italia, considerato che i nostri amici dell'INGV e delle varie universita' italiane, nonche' commissioni su commissioni continuano a negarlo.

In altri posti pero' non sono cosi fortunati e dunque raccontiamo qui l'esito di altri studi nordamericani sulla sismicita' indotta a distanza.

Sappiamo tutti che dall'arrivo del fracking negli USA i terremoti sono aumentati vertiginosamente, e che ci sono stati vari studi sull'accertamento della sismicita' indotta anche da trivelle "convenzionali".
Questo accade o per estrazione diretta, cambiando le pressioni da prima a dopo l'estrazione, e sempre di piu' per la reiniezione di monnezza tossica sottoterra dove non solo si cambiano le pressioni, sparando reisidui fluidi ad alta pressione, ma dove anche si lubrificano le faglie sismiche magari attivandole laddove prima erano dormienti.

Un esempio su tutti e' lo stato dell'Oklahoma, un tempo regione non sismica e dove oggi ci sono piu' terremoti che in California.

Ma, fino a che distanza si puo' sentire l'impatto della reiniezione?

Il professor Earth and Planetary Sciences, presso la University of California di Santa Cruz ed il ricercatore Thomas Goebel dello stesso dipartimento, hanno esaminato i siti di reinizione nel mondo intero per capire come la sismicita' cambiava in dipendenza della distanza dai siti stessi.

Il risultato sconvolgente e' stato che in alcuni casi la sismicita' poteva essere indotta fino a dieci chilometri di distanza.  Per di piu' la reinezione in roccia sedimentaria, piu' flessibile causa piu' sismicita' e a distanza maggiore rispetto alla reiniezione nella roccia sottostante, piu' solida.

L'acqua re-iniettata porta a maggior slittamento delle faglie sismiche, puo' creare squilibri di pressione, puo' spingere le faglie stesse l'una verso l'altra. Questi fenomeni nella loro complessita' sono chiamati poroelasticita'.

Ma siccome l'acqua e' fluida e puo' viaggiare nel sottosuolo, la poroelasticita' puo' manifestarsi anche in punti lontani rispetto ai punti di immissione, incontrando faglie sismiche nel suo cammino sotterraneo.

I depositi di petrolio e di gas sono contenuti in bacini sotterranei di roccia solida. Un tempo gli idrocarburi erano materiale organico, come alghe, ma nel corso di millenni vari strati di sostanze di sedimento si sono accumulate sopra ed in mezzo comprimendo il materiale organico, "cuocendoli" e alla fine creando il petrolio. La roccia sottostante faceva da supporto, cosi ci sono queste cavita' piene di idrocarburi e di roccia porosa sedimentaria. Quando il petrolio viene estratto, i trivellatori possono iniettare la monnezza o dentro la roccia sedimentaria che ospitava il petrolio estratto
oppure andare piu' in profondita', nella roccia dura che fa da contenitore.

La prima e' la roccia sedimentaria, superficiale e soffice; la seconda e' la roccia di basamento, sotterranea e piu' dura.
Dei diciotto siti di reiniezione analizzati da Emily Brodsky e da Thomas Goebel e documentati su Science, viene fuori che la reiniezione in strati sedimentari, piu' malleabili e fluidi perche' appunto un tempo intrisi di petrolio, portavano a sismicita' maggiore e sulle distanze maggiori rispetto alle iniezioni in roccia di basamento, piu' solida. 
Qui la sismicita' restava contenuta entro un chilometro dal punto di impatto.

Questo non e' quello che ci aspettava, anzi l'idea convenzionale e' che iniettare nella roccia di basamento e' piu' pericoloso perche' le faglie qui sono piu' in tensione, con la possibilita' di accumulare energia, essendo appunto la roccia rigida.

Perche' dunque questi risultati?

Secondo i due perche' la roccia sedimentaria essendo piu' soffice e malleabile fa si che la pressurizzazione possa fare sentire i suoi effetti anche a distanze superiori rispetto al punto di impatto.

Cioe' l'acqua reinieittata puo' viaggiare, incontrare faglie distanti e far danni su un raggio maggiore.
Per di piu' l'acqua puo anche penetrare nella roccia di basamento mentre viaggia, dunque aumentando il suo raggio di azione.

Io non so se questo studio portera' a cambiamenti, ed anzi e' molto probabile che saranno necessari altri studi, altri esperimenti. Certo e' che questo e' un altro passo in piu' verso la comprensione del pianeta ed un altra prova del fatto che trivelliamo alla cieca senza sapere quello che stiamo facendo.

Come detto milioni di volte, nessuno veramente conosce tutte le dinamiche del sottosuolo e specie per noi in Italia, paese geologicamente fraglie, continuare a bucare la roccia, a vanvera, e' un vero delitto.

Ma no, cosa dico. Ho dimenticato la premessa di questo articolo: in Italia la sismicita' indotta non esiste, non e' mai esistita e mai esistera'.

Noi siamo speciali, la nostra geologia e' speciale, e i nostri trivellatori sono speciali.
E poi, lo dice l'INGV che e' sempre tuttappposto.

Saturday, September 15, 2018

I fluidi di perforazione radioattivi arrivano nei fiumi e nelle cozze della Pennsylvania






Recent disposal of treated conventional oil and gas 
wastewater is the source  of high radium in stream 
sediments at centralized waste treatment facility disposal sites 

E cioe' anche i rifiuti petroliferi "tradizionali" 
non collegati al fracking portano ad elevati tassi di radio, 
materiale radioattivo, nelle acque a valle dei depuratori.
Volume 52, pages 955-962 (2018)

Eccoci qui.

Le sostanze chimiche presenti nel materiale di scarto dalle operazioni petrolifere, con o senza fracking, arrivano nelle cozze e nei fiumi.

Tutto questo viene confermato da due studi eseguiti presso la Nicholas School of the Environment, della Duke University in North Carolina e presso il Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ambientale della Pennsylvania State University.

Facciamo un passo indietro.

A partire dal 2008 le petrol-ditte che trivellano nel Marcellus Shale hanno riversato materiale tossico nel fiume Allegheny in Pennsylvania.

La pratica e' durata per tre anni, fino al 2011. In quei tre anni di tempo piu' di 2.9 miliardi di litri di monezza liquida da fracking e' finita negli impianti di smaltimento prima, e poi nei fiumi della zona.
A quel tempo quasi tutti i depuratori della zona non erano preparati a trattare sostanze mai prima disciolte nell'acqua e quindi, essenzialmente, stronzio, radio ed altro materiale "non tradizionale" non sono mai veramente depurati perche' non c'era attrezzatura e conoscenza sufficente.

Per la maggior parte dunque radio e stronzio sono finiti in acqua tal quali al momento dell'arrivo in depuratore.

Nel 2011 hanno capito che qualcosa non andava, specie dopo un monumentale studio fatto dal New York Times in cui si mostrava che metalli pesanti e materiale radioattivo finivano nelle acque fluviali, senza essere stati trattati.

La pratica venne fermata nel 2011 ma solo per sostanze di scarto che provenivano dal fracking.

Tutte le altre attivita' trivellanti "convenzionali" (i.e. come quelle che si fanno e si vogliono fare in Italia!) shanno continuato a mandare i loro rifiuti in questi stessi impianti.

Sono quindi dieci anni di monnezza convenzionale "depurata" che arriva nel fiume Allegheny.

Oggi si scopre che i residui delle sostanze da fracking sono arrivati nelle acque dolci a valle del fiume, bioaccumulando nei gusci delle cozze, e che in generale con o senza fracking l'acqua a valle dei depuratori contiene piu' radio, radioattivo, rispetto che l'acqua a monte.

Il primo degli studi su citati ha riveltato l'elevata presenza di radio nei sedimenti a valle degli impianti di depurazione.

Nello studio sono stati raccolti sedimenti da tre impianti di depurazione che hanno ricevuto monnezza convenzionale fra il 2014 e il 2017;  sono stati analizzati vari isotopi di radio: 228Ra e 226Ra, e i loro rispettivi prodotti di decadimento, 228Th and 210Pb.

Ra sta per radio, Th per thorio e Pb per piombo. Il numeretto e' il numero di neutroni e protoni presenti nel nucleo.

Il 228Ra decade in 228Th e il 226Ra decade in 210Pb.

Questi decadimenti accadono con l'emissione di particelle alpha (il nucleo di un atomo di elio), 
particelle beta (elettroni o positroni) o di neutrini (una particella subatomica senza carica). A volte questi decadimenti da un elemento all'altro, se non monitorati, possono causare danni e mutazioni al DNA e l'insorgere di tumori.

L'unita' di misura della radioattivita' e' il Becquerel dal nome di Henri Becquerel che assieme ai coniugi Curie scopri' la radioattivita' nel 1903. Un Becquerel significa che c'e' decadimento di un nucleo per secondo. Spesso si usa anche per Becquerel per chilogrammo che indica quanti nuclei per secondo decadono da un chilo di materiale. Piu' grande e' il numero di Becquerel (Bq) o di Becquerel per chilogrammo (Bq/kg)  maggiore e' dunque l'attivita' di radioattivita'.

I ricercatori hanno confermato elevata attivita' di radio a valle degli impianti, rispetto all'attivita' a monte.  Anzi: nel caso degli impianti di depurazione della Pennsylvania si passa da un massimo di 80 Bq/kg a monte fino a...  25,000 Bq/kg a valle degli impianti!

Un aumento di un fattore 300.
Per monnezza "convenzionale".

La presenza di 228Th (prodotto di decadimento) e' molto bassa rispetto al 228Ra (prodotto di origine), questo significa che non c'e' stato tempo per il decadimento di essere completato. A sua volta questo significa che il materiale di origine, 228Ra, e' di origine recente.

E siccome *solo* materiale di scarto da materiale convenzionale, non da fracking e' stato accettato in depuratore in questi anni, i risultati sono la prova che la radioattivita' arriva da fluidi di perforazione per trivelle convenzionali.

Questo deve farci riflettere anche in Italia.
Dove finisce la monnezza delle trivelle lucane?
Qualcuno ha mai analizzato la radioattivita' conseguente a monte e a valle dei depuratori?

Anche il secondo studio e' stato pubblicato in Environmental Science and Technology e mostra che ci sono elevate concentrazioni di stronzio nelle cozze a Warren, Pennsylvania. Siamo a 140 miglia a sud da un sito di smaltimento di acque di scarto da fracking questo in uso fino al 2011.

L' isotopo osservato di stronzio non e' radioattivo, ma causa problemi alle ossa, specie nei bambini.
Puo' anche causare tumore ai polmoni. Non e' ben chiaro quale sia l'impatto di questo inquinamento ai gusci delle cozze a lungo termine ma il fatto che sia entrato nell'ecosistema in cosi pochi anni e' significativo.

Cioe' in pochi anni la monnezza ha trovato modo di entrare nella catena alimentare, bioaccumulando.

La domanda e': dove altro ancora?

E fra altri dieci anni?

Le cozze sono importanti, perche' restando fisse nell'ambiente sono un ottimo indicatore della qualita' dell'acqua in cui vivono, specie i loro gusci.

Lo studio e' molto chiaro: i dati mostrano l'aumento sproporzionato delle concentrazioni di stronzio nelle cozze in corrispondenza dell'inizio delle attivita' di fracking nel Marcellus Shale e dei riversamenti nell'Allegheny River.  L'inizio di queste attivita' e' stato dieci anni fa e proprio dieci anni fa il picco di stronzio.

Anche questo studio e' stato comparativo, cioe'  oltre alle cozze prese a Warren, hanno anche analizzato le cozze a monte dell'impianto di smaltimento dei fluidi e in altri due fiumi della Pennsylvania, il Juniata il Delaware, dove l'industria petrolifera non opera e non scarica.
Come detto, i dati parlano chiaro, i picchi si sono visti solo nelle cozze di Warren.

E come poteva essere altrimenti?

Anche qui pero' la cosa interessante e' che dopo il 2011 le cose non sono poi cosi cambiate, nel senso che i tassi di stronzio nei gusci delle cozze e' solo leggermente diminuito nel corso degli anno.

L'idea e' che non solo le cozze hanno bioaccumulato, ma anche i sedimenti dove le cozze vivono, cosicche anche se non riversiamo piu' stronzio o altro materiale, i sedimenti li conservano a lungo e le cozza continuano a nutrirsene.

Non e' la prima volta che il depuratore di Warren viene indicato come ammazzatore di cozze. Gia' nel 2015 venne notato che i tassi di sopravvivenza per le cozze nel raggio di 500 metri da tale sito variavano fra il 20 e il 50% nel corso di un anno nel 2012; mentre per cozze che stavano a due chilometri il tasso di sopravvivenza era fra l'80 ed il 100%.

Cioe' le cozze piu' vicine all'impianto di Warren morivano prima.

Uno dei ricercatori coinvolti, Nathaniel Warner dice che in generale per le cozze si apre un periodo di estinzione di massa, e questo a causa di tutti i cambiamenti alla qualita' dell'acqua.

Negli USA circa 35 delle 297 specie di cozze note sono andate estinte dal 1900 ad oggi. Il fiume Allegheny contiene 49 di quelle rimaste e molte sono in via di estinzione.

E dice che non e' che perche' abbiamo fermato la depurazione di monnezza da fracking che le cose migliorereanno.

Che sia monnezza da fracking o da fluidi tradizionali, le cozze non lo sanno.
Loro sanno solo che l'acqua non e' pulita e non e' sana.