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Tuesday, March 19, 2019

Germania: elettricita' da rinnovabili in tutto il paese al 72% per una settimana intera




Ogni tanto sentiamo di record del 100% rinnovabili in paesi industrializzati. E' successo anche in Germania dove per qualche ora le rinnovabili hanno portato a piu' energia del necessario e alla vendita sottocosto o addirittura alla cessione gratuita di energia. Ma questo spesso dura poche ore, un giorno al massimo, e grazie spesso alle speciali condizioni meteo.

Questo qui e' invece un record diverso.

Intanto, l'obiettivo iniziale era di arrivare al 35 per cento di rinnovabili entro il 2020; ma sono arrivati al traguardo con molto anticipo e cosi se ne sono dati un altro.  Nel 2018 hanno deciso di voler arrivare alla generazione del 65% di energia dalle rinnovabili entro il 2030.

E' uno dei target piu' ambiziosi del mondo, visto che si tratta di una potenza economica con un forte consumo energetico. Il 65% non e' il 100%, ma poi siamo al 2019 e non ancora al 2030.

Ebbene i primi mesi del 2019 sono stati strabilianti per la generazione di energia elettrica della Germania. 

Siamo arrivati al 65% di energia sostenibile nella settimana che va dal 25 Febbraio 2019 al 3 Marzo 2019; le settimane successive hanno invece portato al 68% di energia dalle rinnovabili (4 Marzo - 10 Marzo) e poi, per quella appena passata (11 Marzo - 17 Marzo) al 72%.

Non male no per un paese che voleva arrivarci fra dieci anni, esserci arrivati in parte gia' adesso.

A fare la parte del leone il vento, al 57% del totale; le biomasse sono seguite al 9% e poi ancora l'idroelettrico al 6%. Fra l'energia non rinnovabile c'e' il nucleare all'11%, il carbone al 7%, gas e petrolio per tutto il resto.  Il sole ha contribuito molto poco, essendo i cieli spesso coperti e freddi.

In Germania in questo momento ci sono 30,000 turbine con una capacita' totale di 53 GW e se tutto va bene l'obiettivo del 65% di elettricita' dalle rinnovabili a regime dovrebbe essere superato molto prima del 2030.

Quello che invece resta da fare, e' di davvero impegnarsi ad eliminare il nucleare entro il 2022 come promesso, e il carbone entro il 2038.

E se tengono fede, il 100% rinnovabili entro il 2030 non sara' impossibile. 


Monday, March 18, 2019

Ventiquattro ore di inferno nel petrolchimico di Houston che ancora arde








Siamo a Deer Park, nel cuore del petrolizzato Texas, non lontano da Houston.

Un impianto petrolchimico e' andato in fiamme la mattina di domenica 17 Marzo ed e' ancora li che arde. L'impianto e' della Intercontinental Terminals Company e non si sa ancora cosa sia successo. Si sa solo che l'incendio e' partito da una tanica di stoccaggio e che si e' poi esteso ad altre otto vasche di contenimento.

A rischio depositi per oltre 13 milioni di barili di materiale petrolifero infiammabile di ogni tipo, liquidi e gas petrolchimici, carburante, distillati. Da qui partono camion, ferrovie, oleodotti per il trasporto in ogni direzione d'America.

13 milioni di barili sono 2 miliardi di litri fra gas, petrolio, nafta, xylene e toluene.

Nel circondario fumi, avvisi alla gente di restare in casa. L'autostrada e le scuole locali sono state chiusa.  In questo momento sono dunque piu di 36 ore che l'impianto arde, e pare che ci vorra almeno un altro giorno, forse due per domarlo.

Ovviamente questa esplosione e' un evento spettacolare e grandioso, ma gli eventi quotidiani sono della stessa pasta, solo meno intensi: ci sono qui fiammate di gas naturale, fumi, puzze, schifo petrolifero tutti i giorni.

Come in Val D'Agri, e la gente ci e' "abituata" per quanto ci si possa abituare alle puzze! E quindi sono storie di tutti i giorni.

Ovviamente il tuttapposto parte anche qui: dicono tutti che la qualita' dell'aria non e' stata alterata, che i livelli di inquinanti sono sotto la soglia di allarme. Ehh? Ma come puo' essere che il petrolio arde per giorni e che alla fine alla gente viene detto di restare in casa ed e' tuttapposto?

Lo xylene e' un solvete che fa parte della filiera di produzione del petrolio, se uno lo ingerisce o ne respira forti dosi puo' esserci anche la morte, ma a dosi basse causa irritazione agli occhi, naso, gola, e pelle. La nafta deriva dalla distillazione del gas o del petrolio e puo' anche questo irritare naso e occhi. Il toluene viene invece usato nelle colle, vernici e dei solventi delle unghie. A dosi elevate causa danni al sistema nervoso. 

E voila', una altra puntata della vita petrolchimica del 21esimo secolo. 

Meglio un gigantesco pannello solare, no?

Saturday, March 16, 2019

Matteo Salvini e la scelleratezza in Basilicata




Che pena vedere questa gente, piccola piccola.

Io ci scommetto che Matteo Salvini di ENI, di petrolio, di inquinamento, di malattie, di corruzione, tumori e lacrime in Basilicata non ne sappia niente.

Perche' chiunque abbia letto anche solo un po, e vagamente, della faccenda ENI in Lucania non puo' che venirne fuori con un profondo senso di pieta' umana per una vallata dove un tempo si facevano mele ed uva, e dove ora si fabbrica morte. E per pieta' umana intendo quella rispettosa, che si fa l'analisi di coscienza, che si chiede "cosa posso fare io per migliorare la situazione?", che vuol bene, che e' discreta e gentile.

Matteo Salvini no, invece.  Si mette il cappello giallo dell'ENI e va via fiero, tutto pomposo facendo finta che i miasmi di idrogeno solforato non esistano. E quindi ne deduco che veramente sia ignorante di tutte le statistiche, gli aneddoti, le storie di petrol-vita di questa regione, che non abbia speso nemmmeno 10 minuti a parlare con chi in Val D'Agri ci vive.

Solo che l'ignoranza nel caso di un politico non e' accettabile.

Da come la vedo io, questa mossa e' pura sciacallaggine elettorale.  Salvini viene in Lucania, si veste di ENI e domani se ne andra', e ci scommetto che il giorno dopo le elezioni non sara' cambiato niente qui. Le notizie di fiammate, di inquinamento, di tangenti e di morti continueranno come se niente fosse.

A me dispiace sempre molto per la Basilicata. E' stata la regione sentinella del petrolio, nel senso che per l'ENI e' stato facile insediarsi qui, venti e piu' anni fa, quando a nessuno era venuto il dubbio che chissa, forse erano meglio le mele e l'uva. E cosi tutta l'Italia ha potuto vedere che significa davvero avere il petrolio a casa. Mutatis mutandis, non e' diverso che a Galveston, in Ogoniland, in Ecuador.

E adesso, accanto all'ENI c'e' la Total che mette su il suo nuovo Centro Oli a Tempa Rossa, perche' il petrolio e' come il cancro.  Una volta che arriva e' difficile mandarlo via, e tende a spargersi, lentamente ma inesorabilmente, lasciando solo devastazione dietro di se.

E poi ovviamente ci sono i nostri petrol-amici del Corriere della Sera che non sanno fare altro che parlare di royalties e di soldi che in Basilicata non hanno saputo neanche spendere in modo intelligente perche' la regione e' sempre fra le prime nelle classifiche della poverta'.

Ma non sono le royalties che creano benessere. Il benessere arriva da una societa' sana, priva di corruzione, dove le opportunita' sono sostenibili, vere e con un occhio verso il futuro.  Il petrolio rende ricchi quelli di San Donato Milanese, e le royalties non sono altro che contentini che non possono creare economia o lavoro se il tessuto sociale ed ambientale e' morto. Cosa puo' esserci in Val D'Agri adesso che il petrolio ha reso l'aria irrespirabile? Che economia possiamo pensare per il 21esimo secolo se qui facciamo buchi per terra?

Per i lucani la soluzione e' una sola: Godot non arrivera' mai, e men che meno arrivera' in Matteo Salvini. Occorre che i lucani, vicini e lontani, si arrabbino, protestino in modo intelligente chiunque sieda nei palazzi della regione e che vogliano che la loro regione sia risparmiata da altri buchi. Occorre non fare sconti a nessuno, quale che sia il colore politico di chi viene eletto.
La soluzione e' fra le coscienze popolari, non fra i politici.

Ma a Matteo Salvini, che lo sappia o non lo sappia. questo non interessa. E' venuto qui ad acchiappare voti. E il 25 Marzo ripartira', di nuovo tutto pomposo, verso San Donato Milanese. 











Friday, March 15, 2019

L'ENI in UK: riversamenti di catrame, spiaggie chiuse, notifiche di scarsa sicurezza, valvole difettose






Un altra storia di ENI e di inquinamento di cui non abbiamo mai sentito parlare ne direttamente dai nostri paladini, ne tantomeno dal Corriere della Sera.

Siamo nel Douglas Complex del Regno Unito, nei mari che separano UK da Irlanda,  teatro di tanti guai dell'ENI. Il Dougla Complex e' un sistema di tre piattaforme di 54 metri di altezza.

Gia a partire dal 2015 si sono registrati problemi: sono arrivate notifiche per scarsa sicurezza nelle procedure di assemblaggio delle tubature di condotta del petrolio, notifiche che sono poi continuate nel 2016 dopo perdite dei petrolio in mare. 

Ma niente e' cambiato e cosi, il giorno 16 Luglio del 2017 i residenti di Blackpool, lungo la costa del Regno Unito di fronte al Douglas Complex,  si svegliarono e trovarono il mare d'estate chiuso ai bagnati per "misure cautelari".

Che era successo?

Era successo che la spiaggie turistiche di Cleveleys, Fleetwood, Knott End e appunto Blackpool.
erano state riempita da catrame e petrolio. Il tratto annerito aveva anche fermato il servizio traghetto perche' il mare era inquinato. Ai genitori fu detto di tenersi i bimbi a casa.  Le chiazze di petrolio coprirono spiagge e alghe e qualcuno riporto' irritazione alla pelle.

Per un po di tempo non si e' saputo cosa fosse successo, ma dopo tre giorni finalmente compare il nostro lupus in fabula: l'ENI

E come poteva essere altrimenti!

La conferma arrivo' da un comunicato stampa del cane a sei zampe che diceva che e' stata colpa loro. Il catrame e il petrolio arrivavano da una nave stoccaggio facente parte del Douglas Complex dell'ENI. Il sistema di stoccaggio era a 10 miglia da questo Douglas Complex.

Si e' risaliti all'ENI grazie alle analisi dei composti aromatici nel catrame sulla spiaggia e nel petrolio ENI, dunque, sono entrambe della stessa origine.

L'ENI disse

Eni UK Limited can confirm that tar balls seen on the beach between Blackpool and Fleetwood 
are linked to a limited release of fluids (a mix of water and hydrocarbons) that occurred at its Oil Storage Installation (OSI) at its Liverpool Bay facilities over 30 kilometers offshore on July 10, 2017. The source of the release was quickly identified isolated and shutdown the same day.

E infine arriviamo all'Ottobre del 2018 quando lo Health and Safety Executive (HSE) del Regno Unito che supervisiona la sicurezza britannica trovo' una serie di valvole difettose: 20 delle 33 valvole critiche per la sicurezza avevano problemi e che in caso di incendio non sarebbero state capaci di garantire la sicurezza.

Non solo, lo HSE scrisse nei suoi rapporti che l'ENI sapeva di queste valvole gia' a partire dal 2014 ma non fece niente per non mettere a repentaglio altre operazioni (e cioe' per non dover chiudere per manutenzione e perdere soldi).  

E anche qui lo statement foglia di fico dell'ENI

Eni UK had already identified this issue prior to receiving this improvement notice, and had carried out a risk assessment to confirm that it was safe to continue to operate in this condition, as well as to determine the urgency with which repairs need to be carried out. The firewater ring main remains fully capable of responding to any demand event in an appropriate and effective manner. Eni UK  has developed and is already implementing a corrective plan to meet the requirements of the improvement notice.

Avete capito qualcosa? Neanche io, sono tutti tanti blabla per dire tutto e niente.

Occore non credere ad una sola parola di questa gentaglia, dal Regno Unito fino a Viggiano, dalla Nigeria fino all'Alaska. Venerano solo il dio denaro.

Thursday, March 14, 2019

La Shell a lasciare 64 mega-container di rifiuti petroliferi tossici radioattivi nel mare






Credo di averne predicato per anni: che fare dei rifiuti petroliferi usati per trivellare?

Finora nessuno ha trovato la risposta giusta, e c'e' chi li spande in agricoltura, o fra i sali contro il ghiaccio, o chi li seppellisce sottoterra. E la risposta giusta non si puo' trovare perche' non esiste.

Non e' possibile smaltire questa roba in modo soddisfacente.

Punto.

Ora arriva La Shell, degna amica dell'ENI, che annuncia che vuole lasciare dei contentitori pieni di rifiuti petroliferi radioattivi in ben 64 contentitori... sul fondo del Mare del Nord del Regno Unito.

Della serie, occhio non vede, cuore non duole.

E' una cosa importantissima perche' apre un pericolosissimo precedente. 

Infatti le autorita' europee stanno vagliando questa proposta della Shell:  una esenzione alle stipulazioni, alle prescrizioni e ai documenti di valutazione ambientale secondo cui *l'ambiente deve tornare allo stato iniziale* dopo le trivelle. Anche le leggi del Regno Unito, dove questi contenitori si trovano dicono la stessa cosa. Cioe' che l'ambiente deve tornare come era.

Ovviamente lasciare 64 contenitori pieni di petrol-monnezza, tossica e radioattiva, non e' certo lasciare il sottofondo marino nello stato originale!

E non parliamo di barattoli della Coca Cola. Parliamo di 64 mega container, ciascuno dei quali e' della dimensione di *sette* piscine olimpiche, con materiale tossico, corrosivo e radioattivo dentro di cui nessuno davvero conosce la composizione esatta, neanche la Shell.

Ora, la Shell certo dice che si tratta di materiale bene isolato dal mondo esterno, in contenitori ermeticamente sigillati, con triplo-quadruplo-quintuplo strato di cemento, resistente alla kriptonite, tutto biodegradabile, tutto sottovuoto, tutto perfetto... tuttapposto.

Dicono che la soluzione migliore e' di lasciare tutto li e che questo portera' al massimo ad un impatto “moderate negative”.

Ehh?

Della serie: sfacciate bugie per risparmiare i costi della decommissione!
La realta' e' ben diversa da queste balle della Shell, e che invece il materiale solido e liquido, petrolio, materiale chimico, radioattivo e tossico, dentro questi container ha sempre il rischio di perdite, di falle, di crepe e che invece che lasciare tutto nel mare, sarebbe il caso di smaltire tutto e che lasciassero il mare cosi come l'hanno trovato.

Quanti anni pensano che i loro perfetti contentiori dureranno?

E questi perfetti contenitori magicamente non obbedieranno alle leggi della fisica, della chimica, del tempo che tutto disintegra, e degrada?

Quanti soldi hanno portato su quelli della Shell e i loro investitori dalle trivelle?

Non e' il caso di spendere parte dei profitti per curare il mare che li ha cosi generosamente fatti arricchire?

Come sempre, la petrol-monnezza e' sempre caratterizzata da composti radioattivi perche' viene usato materiale radioattivo nelle miscele, ma anche perche' i residui dei fanghi e i fluidi di perforazione contengono uranio, thorio e radio che arrivano dalle viscere della terra, e che sono noti come NORM (Naturally Occurring Radioactive Materials). Per capire di cosa parliamo, nel solo Regno Unito ogni anno arrivano 300 tonnellate di questi NORM da smaltrire, la meta' dei quali arriva dall'industria petrolchimica.

Ecco cosa dicono quelli della Shell:

"After years of study and independent verification we know the sediment in the concrete cells contains no significant amounts of non-biodegradable compounds and will be safely contained for several hundred years. Independent laboratories have scrutinised the samples finding only very low levels of Norm, which were below the level of scientific concern.”

Bla bla.

Questa roba e' invece tossica e anzi, i rifiuti petroliferi nello specifico sono stati correlati con tumori alle ossa.

Ma poi, se proprio e' tutto cosi tuttapposto, perche' non mettere queste cose nella loro sede principale? Nelle loro case? Nelle stanze da letto dei loro figli? Gli oceani non sono l'immondezzaio della Shell.




Monday, March 11, 2019

Venezuela: scoppia raffineria, manca l'elettricita' e l'esodo e' inarrestabile












Zuly González,  Caracas

Ogni giorno una nuova storia di disperazione in Venezuela.

Anche se il governo non rilascia dati dal 2015, gli economisti dicono che l'inflazione e' peggio che in Zimbawbe,
 
A Febbraio l'inflazione era di 2.3 milioni in percentuale rispetto ad un anno fa.
Cioe' se prima costava 1 ora costa ... 2 milioni. 


Read more here: https://www.miamiherald.com/news/nation-world/world/americas/venezuela/article227814159.html#storylin=
Siamo nel cuore del martoriato Venezuela dove varie esplosioni di orgine ignota hanno mandato all'aria la raffineria di Petro San Félix vicino a San Diego de Cabrutica nello stato dell'Anzoategui, in Venezuela. Le fiammate sono durate a lungo e il cielo si e' annerito per ore.

Vista la situazione politica in Venezuela le notizie sono scarse: non e' chiaro se ci siano stati morti o feriti, ne se gli incendi siano stati tutti domati. Alcuni siti parlano di dieci morti.  E neanche se ci sia l'elettricita' per azionare le pompe dei pompieri visto che e' una settimana che in molte citta' manca la corrente.

Il governo di Nicolas Maduro intanto parte per la tangente. Il Ministro del petrolio, Manuel Quevedo, che gestisce l'agenzia di petrolio nazionale PDVSA dice che la colpa dei blackout nel suo paese e' di attacchi partiti dagli USA, da Houston e Chicago. Dice che chiedera' alle Nazioni Unite, oltre che alla Russia, Cina ed Iran di aiutarlo.

Quel che pero' si sa e che la situazone e' disperata. Ci sono proteste e furti, ci sono pazienti che suppicano i medici di tenerli vita senza medicine. Supermercati vuoti, gente affamata. Mercato nero e rifiugiati in Colombia, iperiflazione e fame.

Caracas e' stata per una settimana senza luce.

La colpa e' della stazione elettrica San Geronimo B al centro del paese e che fornisce elettricita' all'80% del paese dalla stazione idroelettrica di Guri. E' collegata a dieci grandi citta' ed e' gestita dal monopolio nazionale Corpoelec. Non e' ben chiaro cosa sia successo, ma pare che un piccolo incendio abbia destabilizzato la rete e ha portato le turbine a fermarsi. Accanto a San Geronimo B c'e' San Geronimo A, una specie di backup alla B che invece genera elettricita' dall'impianto idroelettrico Matagua. Purtroppo pero' la portata di San Geronimo A e' limitata e cosi ben poco ha potuto aiutare la situazione.

Pare pure che i vari tentativi di riattivare San Geronimo B, qualcosa va storto, ci sono altri danni, incendi, il sistema va in tilt. Riaccendere il tutto non e' facile, perche' occorre sincronizzare i macchinari. I tecnici piu' esperti sono tutti andati via, a causa della scarsa paga, e della onnipresente presenza della polizia segreta di Maduro.

Maduro e i suoi ministri dicono che la colpa e' dei sabotatori USA e della sua opposizione, ma senza fornire prove. In realta' il verdetto di esperti di energia mondiali, dagli stessi impiegati del settore in Venezuela e della Corpoelec dicono che e' tutto frutto della mancanza di investimenti, corruzione e di fuga di cervelli dal paese.

Maduro ha risolto tutto annunciando che Lunedi sarebbe stata vacanza per tutti.










Thursday, March 7, 2019

Belushya Guba, Novaya Zemlya, Russia. Gli orsi polari affamati discendono sulla monnezza










Sono immagini che fanno male al cuore.

Siamo a Belushya Guba nell'arcipelago russo di Novaya Zemlya che e' stato invaso da orsi polari affamati e rovistanti nella monnezza.


Il tutto e' iniziato a meta' Febbraio quando una cinquantina di orsi ed i loro piccoli sono scesi in citta,
una comunita' militare di 2,500 persone a piu' di duemila chilometri da Mosca.

Di orsi polari, specie in via di estinzione, se ne vedono abbastanza qui, ma il fatto che questa volta siano arrivati fra le case e fra le gente ha colto tutti di sorpresa - negli edifici, nella monnezza, a guardare nei vetri, senza paura. O forse troppo affamati.

A un certo punto e' stato pure dichiarato lo stato di emergenza, con barriere innalzate attorno alle scuole, autobus per portare i bimbi da casa fin dentro le strutture, e trattori per pattugliare.

Perche' succede questo? 

Che domande. 

Il WWF russo spiega quello che tutti sappiamo: i cambiamenti climatici hanno portato alla perdita di ghiaccio, di habitat degli orsi, e in ultima analisi di cibo, che porta questi animali a cercare di sfamarsi dove e come possono.  Appunto in citta'. 


La dinamica tradizionale e' che gli orsi polari debbano migrare da sud a nord in inverno, dove il ghiaccio e' solido secondo Ilya Mordvintsev, ricercatore russo.

Ma nell'annata 2018-2019 la formazione di ghiaccio e' stata inusualmente scarsa, appunto a causa del clima del cambia. Questo ha fatto si che cercare e acchiappare le foche,  una delle fonti di cibo preferite degli orsi polari, e' stato difficile. Cosa fare allora se sei un orso ed hai fame?

Ovviamente cerchi cibo altrove.  In questo caso la monnezza di Belushya Guba.


C'e' poco da fare, dunque. In mancanza di ghiaccio, gli orsi iniziano a migrare a sud.  Non e' la prima volta, non sara' l'ultima. Anche Putin lo riconobbe nel 2010 quando parlo' del fato di questi animali di fronte ai cambiamenti climatici. 

Mikhail Stishov,  e' il responsabile della biodiversita' in Artico per conto del WWF e dice che la situazione e' stata peggiorata dal fatto che i residenti non erano preparati per l'arrivo di 50 orsi fra le loro case, e dal fatto che l'accesso a Belushya Guba e' limitato dal corpo militare russo, per cui ben pochi esperti di orsi e di ambiente hanno potuto aiutare i residenti.

In realta' gia' ad Ottobre 2018 gli orsi erano arrivati in citta', e prima di allora nel 2016 quando il WWF spiego' alle persone di non lasciare fuori ne immondizia ne cibo. Ma ben pochi suggerimenti vennero messi in atto.

In questo momento si sono solo fra i 22,000 e i 31,000 orsi polari artici, per la maggior parte,
i due terzi, in Canada.

Che fare? Alcuni dicono di anestetizzarli e di riportarli da dove sono venuti, ma non e' facile. Perche' se il cibo manca, gli orsi torneranno dritti dritti dove il cibo c'e'. Possono infatti tranquillamente ritrovare la strada e non saranno certo venti o trenta chilometri a fermarli.  Bisognerebbe invece portarli a centinaia di chilometri di distanza ma non e' impresa facile.

Le autorita' russe hanno parlato pure di uccidere gli orsi, ma tanti sono stati gli inviti e la rabbia a non farlo.

Siamo solo all'inizio di questa immane catastrofe che stiamo portando al creato noi uomini.