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Saturday, June 30, 2018

Scozia: arriva Batwind, la prima batteria per lo stoccaggio di energia eolica dal mare





Un nuovo passo in avanti per le rinnovabili.

Una batteria dedicata per lo stoccaggio di energia eolica che arriva dal mare.
E' la prima volta che succede.

A realizzare questa batteria, quelli di Hywind Scotland che circa un anno fa hanno anche realizzato il primo sistema di energia eolica dal mare usando pale galleggianti, e non ancorate al fondo del mare.

Siamo a circa 15 km dalla costa dell'Aberdeenshire, e la batteria in questione si chiama Batwind. Grazie a questo sistema l'energia in eccesso da Hywind Scotland potra' essere stoccata ed usata quando la domanda e' maggiore della generazione.

Batwind potra' stoccare fino a 1.2 megawatt di energia.

E' stata realizzata da due gruppi, Masdar e Equinor.

La Equino,  ex Statoil, e' la ditta nazionale di petrolio norvegese e controlla il progetto al 75%.
Masdar invece e' una ditta di rinnovabili con sede negli Emirati Arabi, nota anche come Abu Dhabi Future Energy Company. Controlla il restante 25% del progetto.

Ad installare Batwind invece e' stata una ditta tedesco-americana chiamata Younicos, specializzata in sistemi di stoccaggio energetico.

A suo tempo, Equinor/Statoil disse che lo sviluppo di questa batteria faceva parte della loro strategia di gradulamente transizionare dal petrolio alle rinnovabili, anche se, come sempre non si deve mai credere ai proclami dei petrolieri perche' a loro interessa solo il vile denaro.

Perche' questo e' un grande passo in avanti? 

Perche' la generazione di energia dal sole e dal vento e' sempre soggetta alle presenza o meno delle nuvole, all'alternarsi del giorno e della notte, alle condizioni metereologiche. E anche se la rete in qualche modo puo' aiutare a distribuire l'energia in eccesso, e' innegabile che poter "conservare" l'energia per il futuro rendera' le cose sempre piu' efficenti.

I limiti attuali dello stoccaggio sono anche il principale cavallo di battaglia di quelli che dicono che "non si puo'" e che siamo condannati a trivellare per sempre.

Batwind si trova su terraferma, in localita' Peterhead che e' connessa alla rete della Scozia, e in questo momento ci sono dei test per aiutare a programmare il sistema su quando l'energia andra' stoccata in sito e quando invece dovra' essere mandata alla rete.

Oltre alla tecnologia c'e' stato anche da mettere a punto il software associato, in modo da azionare la batteria in modo dinamico, in dipendenza dai tanti input esterni, domanda, condizioni meteo e cosi via. 

E cosa e' successo a Hywind Scotland, 30 Megawatt, da quando e' stata accesa ad Ottobre 2017?

Ricordiamo che Hywind e' eccezionale perche' installata in mare aperto, lontana dalla riva dove il vento e' piu' forte e dove la generazione di energia maggiore. La sua esistenza e' appunto al fatto di essere una struttura galleggiante e di non necessitare di ancoraggi al fondo del mare che a queste distanze della costa diventano economicamente svantaggiose.

Beh, a Hywind Scotland le cose vanno meglio di quanto si potesse pensare.

Durante i mesi invernali, di solito la resa degli impianti eolici non e' ottimale, e questo a causa di tempeste, ondate e altri fattori metereologici che ne limitano la resa. La media e' del 40-60% del potenziale durante i mesi cha vanno da Novembre a Gennaio.

Hywind Scotland invece e' riuscita ad andare al 65% del suo potenziale lo scorso inverno,  migliorando la resa rispetto alla media. Questo grazie ai vari test fatti prima dell'installazione che hanno permesso di mettere a punto speciali tecniche per far funzionare Hywind Scotland anche in condizioni estreme.

A regime, il complesso e' in grado di generare elettricita' per 20mila case.

Adesso questa elettricita' si puo' anche stoccare.

Io non so se ci rendiamo conto di quale strumento bellissimo ed affascinante sia la mente umana, ma tutti questi progressi sono grazie all'intelligenza dell'uomo. Pochi sono gli ostacoli che davvero non possiamo superare se lo vogliamo davvero.

E quindi, questa benedetta transizione ad un mondo fossil fuel free e' possiibile, basta solo volerlo e non dare retta ai piagnistei di petrolieri e politici pagati per mantenere lo status quo.


Wednesday, June 27, 2018

Riforestazione record in Costa Rica: tremila alberi nuovi al giorno










A Pescara la discussione e' sull'uccisione di querce secolari.
In altre parti del mondo la discussione e' su come ottimizzare la riforestazione.

Gli alberi si piantano, non si abbattono, caro comune di Pescara.

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Il nostro ecosistema e' sempre piu' sotto attacco: il petrolio, le miniere, la crescita di popolazione incontrollata, gli allevamenti intensivi, l'industria a grande scala, le piantagioni monocultura. Tutto cio' fiaccola dopo fiaccola,  rifiuto tossico dopo rifiuto tossico, albero dopo albero, ci hanno portato ad un pianeta irriconoscibile.

In varie parti del mondo si capisce il legame fra l'azione devastatrice dell'uomo e l'aumento delle temperature, delle emissioni di CO2, e l'arrivo dei cambiamenti climatici.

In alcune nazioni pero' si fanno passi concreti.

Una di queste, e per tante cose esempio per tutti noi, e' il piccolo grande Costa Rica.

Hanno semplicemente deciso di piantare alberi.

Niente app, niente convegni difficili, semplicemente piantiamone milioni.

E infatti il paese progetta che entro il 2021 il programma di riforestazione porti il paese alla neutralita' da carbone, e cioe' che le emissioni di CO2 saranno uguali ai riassorbimenti di CO2, specie grazie alla presenza di alberi in foreste e nel settore agricolo che ne riassorbiranno il 75%.

Le operazioni di riforestazione sono iniziate con 35,000 alberi da ripiantare in zone deforestate e con terreni poco fertili a causa dell'impatto umano. Sorgevano in zone precendentemente ad agricoltura intensiva, riso in prima istanza, e di allevamento di bestiame.

L'iniziativa e' senza scopo di lucro. I terreni saranno ripiantati con specie autoctone e l'obiettivo e' che i terreni tornano ad essere foresta tropicale.

Uno dei primi siti ripiantati si chiama “Playa Hermosa” che e' stata riforestata nel corso di vari anni a partire dal 2009.  E con gli alberi sono arrivati macachi e scimmie, tartarughe, scoiattoli, uccelli. L'impatto non e' solo naturalistico ma anche da un quid in piu' al turismo, visto che le foreste sono fra le attrazioni piu' gettonate del paese.

In precedenza Playa Hermosa era un sito morto, ed ora genera lavoro, turismo, e anche bellezza per i residenti. L'iniziativa e' guidata da Federico Gutiérrez che ha anche stabilito qui la prima riserva per gli animali, chiamata Punta Mala.

Nel 2011 il progetto di riforestazione ha toccato localita' Giones sul mare, e poi di recente Jacob beach e Esterillo beach.

Piantano 3,000 alberi al giorno con 200 volontari. L'iniziativa e' cosi popolare che varie ditte del paese hanno deciso di partecipare con fondi, tempo e donazioni. Fra queste Choco Frutas, Marriot, CPG, Fifco, e Cerveza Imperial.

Il messaggio di Federico Gutierrez e' di lasciare un qualche cosa di positivo dietro di noi, e di fare il proprio ambiente migliore, ogni giorno.

Vale per l'ambiente, vale per tutte le cose storte che vediamo attorno a noi.

Vale per il Costa Rica, vale per l'Italia.

Vale per ciascuno di noi.

Tuesday, June 26, 2018

ENI: Italia hub del gas in Europa. Ministro Sergio Costa vogliamo fermarli?








Il giorno 26 Giugno 2018 l'ENI annuncia da Milano che hanno firmato un accordo con la ditta croata INA per costruire una serie di connessioni fra i due paesi per la connessione dei rispettivi sistemi di distribuzione del gas.

"The initiative aims to leverage existing infrastructure, used until now for offshore gas production activities in the upper Adriatic Sea, to additionally perform gas transport between the two countries"

Parole testuali dell'ENI, in cui si dice che si vuole usare tutta l'infrastruttura che esiste gia' in nord Adriatico (cioe' nel Veneto e nell'Emilia Romagna, da Ravenna a Rovigo a Porto Marghera presumo) non solo per produrre gas ma anche per trasportare gas fra i due paesi.

Cioe' continuiamo a petrolizzare e a martoriare il povero mar Adriatico.

Non ci sono bastati decenni di inquinamento, di subsidenza, di erosione delle coste di sismicita' indotta?

Evidentemente no.

Secondo l'ENI, le loro "interconnessioni" con la Croazia saranno capaci di invertire la direzione del flusso di gas in modo da "consolidare" il ruolo dell'Italia come hub del gas in Europa.

Cioe' siamo lo zerbino dei petrolieri di mezza Europa, da nord a sud, con le gia' annunciate connessioni dal nord Africa all'Europa del nord, con gli algerini che comprano le nostre raffinerie per trattare il loro petrolio e lasciare a noi monnezza e morti, con i tubi dall'Azerbaijan in Puglia, e adesso con altri tubi che ci connetteranno alla Croazia.

Caro ministro Costa,

non la conosco, ma credo che non ci sia tempo da perdere. Lei parla di volere evitare consumo di suolo e di bonificare aree disastrate.

E il petrolio? Vuole spendere due parole su questo tema?  Si tratta in tanti casi di fare prevenzione, di dare un segnale forte, univoco per far capire a tutti questi speculatori che non siamo piu' terra di nessuno dove tutti possono fare quel vogliono incuranti della storia, della geografia, della fragilita' di questa nazione.

E' facilissimo, ed e' semplicemente logica. Su questa terra non esiste comunita' che abbia davvero avuto vantaggi dal petrolio. Alcuni si sono arricchiti, certo, ma nel complesso le societa' sono rimaste piu' povere.  Tutte quante.

E di questo abbiamo tanti esempi anche nella nostra Italia, da Viggiano a Porto Torres. Il nostro e' un paese particolarmente vulmerabile per tanti motivi: densita' abitativa, corruzione gia' galoppante, sismicita', agricoltura, turismo. E poi c'e' l'ENI che riempie pagine e pagine di criminal proceedings nel mondo.

Vogliamo fermarli?

E' facilissimo.

Basta solo dire che in Italia non sara' piu' accordata alcuna licenza petrolifera nuova, ne in terra ne in mare. L'hanno fatto gia', in Nuova Zelanda. Poche parole e grandi passi in avanti.

Basta solo rendere tutti questi processi autorizzativi tali da ostacolare il piu' possibile petrolieri ed affini cosi' ci pensano due volte prima di venire qui pensando che la res publica sia res petrolifera.

La mia esperienza mi insegna che prima si inizia meglio e', che la gente e' sensibile e che qualunque cittadino normale che abbia un po letto sul tema e che non tragga vantaggio personale dalle trivelle non puo' che essere d'accordo sul fermare pozzi, airgun e raffinerie.

Con la Croazia dovremmo parlare su come *chiudere* l'Adriatico alle trivelle e non su come infestarlo di altra infrastruttura, altri rischi, altra bruttezza.

Il mare e' nostro, e non dell'ENI, dell'INA o di astruse sigle di petrolieri inglesi, irlandesi, australiani.

Spero che lei si renda portavoce di questa istanza il piu' presto possibile.

Non abbiamo tempo da perdere.









Monday, June 25, 2018

India: divieto alla plastica monouso per 100 milioni di persone

















Stato di Maharashtra, India.

Sede della città di Bombay (Mumbai).

Cento milioni di persone.

Immondizia dappertutto.

Distese di plastica. 

Un mare di plastica.

Qualcosa deve essere fatto.

Il giorno 23 Giugno 2018 e' finalmente arrivato il divieto della vendita e dell'uso della plastica monouso.

E cioè sono diventati fuorilegge buste della spesa, contenitori di plastica, bicchieri, forchetta e di plastica, coperchi del caffe' da portare via e involucri di plastica del cibo da asporto.

In realta' in India il consumo pro-capite di plastica e' basso, e questo perché gran parte della popolazione vive in zone rurali e la società non e' ancora arrivata al livello di consumismo dei paesi d'Europa o del Nord America. Ogni indiano, in media usa 11 chili di plastica all'anno contro i 109 degli USA.

Pero' in India il tasso di recupero, riciclo, smaltimento della plastica e' tra i peggiori al mondo. La maggior parte della plastica finisce nell'ambiente, le discariche sono al limite e anzi, molte sono le discariche illegali. Gli immondezzai di Delhi, Bombay e di Calcutta sono fra le piu' grandi, piu' pericolose e meno controllate del mondo.

Ed oltre alle montagnole di monnezza, per chi e' stato in India e' impossibile non aver visto quelle distese infinite di plastica gettata dappertutto. Oltre che per "l'ambiente" in senso generale questo divieto si propone di migliorare l'ambiente reale, senza vedere tutta questa plastica colorata stagnante nei campi, lungo le strage, lungo le spiagge.

Il primo ministro dell'India Narendra Modi, ha chiamato la plastica una minaccia all'umanità e ha annunciato di volere abolire tutta la plastica usa e getta nel subcontinente indiano, popolazione 1.3 miliardi di persone, entro il 2022.

In questo momento, 25 su 29 stati dell'India hanno divieti totali o parziali sull'uso della plastica usa e getta, ma questi divieti non sono ancora entrati in vigore, oppure i controlli sono incompleti.

Lo stato del Maharashtra invece ha deciso di andare avanti a vele spiegate contro la plastica monouso, nel concreto. E cioè' passare e fare rispettare una legge anti plastica. E hanno fatto sul serio con ispettori statali vestiti di blu a multare chi distribuiva buste e contenitori di plastica. 

Dai McDonald's della zona arrivano cosi' le forchette di legno, e le cannucce di mais.

Ma sono arrivate anche le multe sia a McDonald's che a Starbucks perché invece i coperchi delle bibite calde (caffe' e the) non sono ancora stati prodotti in materiale reciclabile e non in plastica.

Le multe sono salate per un cittadino e per la piccola industria media indiana, ma piccole per le multinazionali: $73 per la prima infrazione e poi fino a $367 per violazioni successive. Se le violazioni sono numerose, ci può anche essere l'arresto fino a tre mesi.

Il primo giorno dopo l'entrata in vigore del divieto sono stati racimolati circa $5900 in multe da 80 ditte a Bombay, e circa altrettanti nella città di Pune, la seconda città piu' grande dello stato.

Ovviamente il settore di produzione della plastica e' in subbuglio.

Il segretario della Plastic Bags Manufacturers Association of India, Neemit Punamiya, stima che l'industria della plastica potrebbe perdere 300,000 posti di lavori a causa del divieto, danneggiando l'economia.

Gli addetti del settore parlano della necessita' di migliori leggi per limitare la cattiva gestione dei rifiuti, non della diminuzione della produzione. Non ci riescono proprio ad accettare il legame fra produzione senza limiti della plastica e inquinamento.

Altri lamentano che iniziano ad esserci casi di estorsione e di corruzione da parte dei controllori; o che la pioggia rende difficile usare altri materiali per il trasporto di materiale, come per esempio le borse di stoffa.

In questo momento nello stato del Maharashtra si possono produrre in plastica sono i contenitori di medicine, latte e immondizia, oppure materiali per l'esportazione. 

Ma la strada e' molto lunga, ancora, come riporta questo servizio del New York Times.
A Bombay il 73% dell'immondizia prodotta e' di cibo.

A Delhi le discariche, legali ed illegali, sono alte come delle piccole montagne ed emettono sostanze tossiche che portano tubrecolosi e dengue ai residenti, oltre ad inquinare tutta l'acqua. A volte dei pezzi di discarica cadono giu' sulle case dei residenti, portando la morte con se.

A Delhi non ci sono contenitori per la monnezza, non esiste un vero servizio di raccolta monnezza e la gente e' abituata a gettar via tutto in strada.  E cosi le montagnole di rifiuti si accumulano dappertutto, dai condomini di lusso fino agli uffici governativi. Spesso ci sono interi quartieri senza neanche il servizio fognario. 

La popolazione di Dehli e' cresciuta in pochi anni da 12 milioni di persone a 19 milioni e i servizi non hanno tenuto il passo.

La produzione di monnezza e' passata da 4kg per persona a 10kg al giorno. Meta' viene mandata al compostaggio o recuperata. Ma il resto accumula in queste discariche piu' o meno legali, portando malattie e crescendo a dismisura, oltre i 20 metri di altezza.

La Corte Suprema dell'India ha deciso che il traffico aereo dell'aereporto di Dehli dovra' essere riconfigurato per evitare l'immondizia.

Si' la strada da fare e' ancora lunga.

























Saturday, June 23, 2018

Le isole Lofoten, Norvegia: il paradiso quasi in pasto ai petrolieri






Delle isole Lofoten di Norvegia abbiamo gia' parlato vari anni fa.

E' una di quelle petrol-storie in cui uno si chiede: perche' tanta cecita'?

Le isole Lofoten sono una meraviglia della natura, dentro il Circolo Polare Artico, nella parte nord-ovest della Norvegia.

Ci sono qui aquile e balene, fiordi e scogliere, montagne e prati verdi, cieli e mari blu. Il tocco dell'uomo e' limitato e gentile e ha portato a villaggi dediti alla pesca, al commercio del baccala' e dei merluzzi. C'e' anche una fiorente barriera corallina, e il clima e' mite per essere cosi' a nord.
Il cielo si avvolge di luce nei mesi estivi qui senza riposarsi mai.

Il turismo esplode.

Il lupus in fabula e' sempre lo stesso: il petrolio.

Sotto il gentile territorio delle isole Lofoten infatti ci sono riserve petrolifere stimate attorno ai 60 miliardi di dollari e tutti vogliono trivellare.

Inclusa l'ENI.

La Norvegia e' un paese ricco, grazie sopratutto al petrolio. Non e' sempre stato cosi ed un tempo e' stato paese di emigrazione, ma le trivelle hanno portato inaspettate fortune al paese.  Basti solo pensare che in 40 anni di petrolio hanno accumulato 1 trillione di dollari e che l'1.3 percento delle azioni mondiali di petrolio sono nelle mani del fondo petrolifero della nazione.

Ma come un marchinegno che non sa o che non puo' fermarsi da solo, l'appetito dell'industria del petrolio e della nazione non e' mai sazia.

E cosi si pensa di trivellare anche le isole Lofoten. Anzi, il ministro dell'energia del paese, nel 2017 dice che prima o poi queste isole andranno sfruttate. Il fatto che in questo momento la nazione abbia un governo conservatore, con a capo il primo ministro Erna Solberg e' ovviamente di aiuto ai petrolieri.

Ma perche' trivellare qui?

Perche' il collasso dei prezzi del petrolio ha portato gli addetti del settore a cercare petrolio in posti nuovi e facili. E le isole Lofoten sono facili per i petrolieri di Norvegia: sono vicine alla terraferma e il mare e' basso, per cui i costi dell'estrazione sarebbero contenuti.

L'area era gia' stata dichiarata off-limits alle trivelle nel 2006, ma ci sono qui circa 1.3 miliardi di barili di petrolio, se si includono anche le vicine isole di Vesteralen e Senja che fanno gola ai petrolieri specie in tempi di vacche magre. Si ritorno' a parlare della possibilita' di sfruttare le isole Lofoten nel 2013, e poi con ancora piu vigore nel 2016. 

Ma i residenti non ci stanno. 

Le isole portano al 70% di tutto il pescato dei mari di Norvegia e sorge qui la piu' grande barriera corallina in acque fredde del mondo. Il mare e' pulito e pieno di vita.

La gente non vuole ne l'airgun che danneggera' pesci grandi e le loro uova, e non vuole perdite di petrolio o la scomparsa della pesca.

Ne' vogliono che le trivelle distruggano l'industria del turismo cosi bene integrata con la pesca e con le crociere in questi mari attive dal 1893. La principale ditta di turismo e' qui la Hurtigruten che organizza le crociere e che porta in Norvegia il 15% dei turisti stranieri.

Ma come puo' essere che pensino a trivellare un piccolo paradiso in terra? Una nazione cosi civile e
pulita e eco-quasiasi-aggettivo che si possa pensare? 

Si e' cosi.

Di piu', il paese si prefissa di diventare "carbon neutral" entro il 2030, con macchine elettriche dappertutto e l'idroelettrico che gia' adesso fornisce quasi il 100% dell'energia del paese. Pero' nel silenzio degli affari internazionali, la Norvegia stessa genera dieci volte le emissioni di CO2 interne con la vendita al petrolio a paesi terzi. Sono infatti il terzo paese piu grande per esportazione di petrolio e di gas.

Se trivellano le isole Lofoten le emissioni aumenteranno del 150%.

La reazione del pubblico e' stata forte e viscerale. La maggior parte della popolazione e' contraria a nuove trielle. Greenpeace e Nature + Youth, hanno fatto causa al governo per i nuovi permessi trivellanti nell'Artico.

Durante l'estate del 2017 gli attivisti hanno deciso di mettere per iscritto le loro richieste: che la Norvegia termini lo sfruttamento di fonti fossili e che invece diventi leader delle fonti rinnovabili. Il loro documento si chiama  The Lofoten Declaration ed e' stato firmato da decine e centinaia di organizzazioni, anche fuori dalla Norvegia.

E cosi la storia ha avuto una specie di lieto fine, sebbene non permanente.

A Gennaio 2018 il governo ha deciso che le isole Lofoten, Vesteraalen e Senja rimarranno trivelle free, almeno fino alle prossime elezioni, nel 2021.

E' un buon finale?

Certo, ma che lascia anche l'amaro in bocca.

Anche se ora lo spettro delle trivelle davanti alle isole Lofoten e' fermo, la Norvegia continua a trivellare ancora e sempre piu' agreessivamente nei mari del Nord, in Artico, nel Barents Sea.

E cosi, la lotta continua.

I petrolieri sono sempre petrolieri, anche in Norvegia.




Monday, June 18, 2018

Washington: miniera di carbone trasformata in centrale al sole






 La centrale elettrica alimentata a carbone di Centralia


Un tempo era la centrale a carbone piu' grande dello stato di Washington, vicino ad una miniera di carbone che la alimentava.

La miniera era a terrazza, a cielo aperto, poco distante dalla citta' di Centralia, a meta' fra Seattle e Portland, nello stato dell'Oregon. Fu chiusa nel 2006, perche' non remunerativa e adesso una leggera patina di verde la copre. Dal 2007 sono stati anche piantati degli alberi in parte del sito, secondo un progetto di riforestazione.

La centrale elettrica ha tre ciminiere. Dapprima era alimentata dalla miniera di Centralia. Poi ha resistito alla sua chiusura per un altro decennio, alimentata dal carbone che arrivava dallo stato del Wyoming.



Ma anche la centrale elettrica ha i giorni contati: parte dell'impianto sara' chiuso nel 2020 ed entro il 2025 sara' tutto fermo definitivamente. Questo grazie a nuova legislazione approvata nel 2011 per la riconversione a rinnovabili del sistema energetico dello stato di Washington.

E dunque, a partire dal 2025 in questo stato non ci sara' piu'  lavorazione attiva di carbone. Lo scopo? Far diminuire le emissioni di CO2: basti pensare che la centrale elettrica in questione genera da sola il 10% dei gas serra di tutto lo stato di Washington.

Perfetto allora, chiudiamola ed emettiamo meno CO2.

Ma.. e l'elettricita'?

La centrale a carbone di Centralia genera non solo CO2 ma anche circa 1.3 Gigawatt di energia di cui circa 380 finiscono nelle case dei residenti locali.

Che devono fare quelli di TransAlta, la ditta che gestice le operazioni a Centralia, adesso che devono chiudere?

Semplice: prendiamo 300 ettari di miniera e trasformiamoli in un campo solare.

Se tutto va come da calendario, le operazioni inizieranno nel 2020.

TransAlta e' una ditta di carbone. All'attivo, adesso, il 57% delle lore operazioni sono carbonifere, ma hanno deciso di eseguire la transizione verso le rinnovabili, annunciando che entro il 2030 non avranno piu' progetti fossili.

Per amore della natura? No, perche' e' il business che li spinge verso questa direzione, e perche' ci sono sempre piu' enti governativi che non ne vogliono piu' sentire di fonti fossili.

E dunque, per leggi o per business o per amore, si trovano nella posizione di dover passare alle rinnovabili.

Prima di essere una miniera il sito era un citta' che si chiamava Tono. E in omaggio alla cittadina distrutta per fare la miniera, il campo solare si chiamera' adesso Tono Solar. La localita' e' ideale perche' le linee di trasmissione esistono gia' (sono le linee della ex-centrale elettrica a carbone), perche' non ci vive li piu' nessuno, e perche' si riesce cosi' a trovare vita nuova per un sito essenzialmente morto.

La cosa invece non ideale e' che la legge prevede che se le operazioni industriali cessano del tutto, la la bonifica deve essere completa, ma se il sito resta industriale -- e il campo solare e' classificato tale -- la bonifica puo' essere solo parziale, in modo da accomodare il cambio d'uso.


L'apertura di Tono Solar sara' comunque accompagnata da due nuovi campi eolici da 180 e 140 megawatt a pochi chilometri di distanza, secondo il Skookumchuck Wind Energy Project.

Dal canto suo uno dei rappresentanti dello stato di Washintgton, Ed Orcutt, dice di essere in trattativa per far si che le ditte del vetro locali producano componenti per i pannelli solari e altri manufatti utili alla riconversione della miniera, in modo da portare lavoro nell'area. Altri parlano di un parco industriale per la creazione di batterie da integrare ai progetti rinnovabili.

Ecco, e' tutto ideale? No, certo. Ma e' un altro passo, fatto per amore o per denaro o perche' obbligati, non importa,  e' comunque il segno tangibile di dove spira il vento, e tutte le ditte fossili farebbero bene a studiare il caso, come pure i politici che dovrebbero seguire l'esempio dello stato di Washington e decidere *oggi* che fra 10, 20 anni tutte le centrali fossili devono essere in qualche modo riconvertite.

In Italia invece, prendiamo le vecchie raffinerie e le rivendiamo agli algerini....

Sunday, June 17, 2018

I contadini del Nebraska restituiscono la terra agli indiani d'America per fermare oleodotto










E' la prima volta nella storia degli USA che succede.

E succede per cercare ancora una volta di scongiurare l'odiatissimo oleodotto della TransCanada Keystone Pipeline che dovrebbe attraversare le terre degli indiani d'America.

Una coppia del Nebraska, Art ed Helen Tanderup hanno trasferito parte della loro terra alla tribu' dei Ponca. Si tratta di circa 1.6 acri di terreno che cadono nel cosiddetto "Trail of Tears." dei Ponca.

E' una piccola donazione certo, ma con un risvolto importante.

Gli indiani hanno uno status speciale, ed e' molto piu' difficile ottenere permessi per interventi di alto impatto ambientale, perche' hanno sovranita' sui loro terreni. Cioe' decidono loro, non lo stato o Washington.

E cosi adesso TransCanada dovra' vedersela con i Ponca e non con Mr. e Mrs. Tanderup.

Per di piu' il Trail of Tears, il tracciato delle lacrime, e' considerato sacro, perche' gli indiani forzati ad abbandonare le loro terre in Nebraska in favore dell'uomo bianco l'hanno percorso con lacrime, fame e sudore nel 1877, per arrivare nelle riserve designate per loro in Oklahoma dal governo centrale.

Avevano solo mais da mangiare. Molti sono morti, stremati.

I Ponca si stanno dando da fare per installare progetti solari proprio lungo il corso dell'oleodotto, per piantare mais della resistenza, simbolo del Trail of Tears, e per ostacolare Keystone XL il piu' possibile.

La donazione di Mr and Mrs Tanderup e' stata applaudita da ambientalisti, indiani d'America e dalle persone di buon senso che non ne vogliono piu' sentire di terreni dati in pasto ai petrolieri e che invece chiedono a gran voce una transizione veloce verso le rinnovabili.

Ma il loro gesto e' piu' profondo ed e' figlio di una sensibilita' piu' antica. E' da 5 anni che i due piantano mais nel loro terreno in coinidenza con il tracciato delle lacrime, in onore del fatto che gli indiani durante il loro tragitto avevano solo quello da mangiare.

Ogni anno il mais raccolto lungo il tracciato viene donato ai Ponca in memoria di tutti gli eventi tragici del 1877.