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Thursday, October 24, 2019

Dieci fiumi producono il 90% della monnezza che finisce in oceano







Il fiume piu' immondezzato del mondo e' lo Yangtze di Cina, che da solo riversa in mare circa 1.5 milioni di metri cubi di monnezza nel mare ogni anno.

Si parla di otto milioni di tonnellate in totale di monnezza che arriva in mare dai fiumi, a livello planetario, anche se nessuno sa esattamente quanta plastica venga riversata davvero.

Il novanta percento di tale monnezza arriva da dieci fiumi, tutti in Asia o in Africa.

Impressionante no?

Un ricercatore tedesco, Christian Schmidt dello Helmholtz Center for Environmental Research con sede a Leipzig, ha studiato assieme al suo gruppo di ricercatori 57 fiumi in giro per il mondo e ha cercato di quantidicare le concentrazioni di bottiglie, buste, microfibre, attraverso misure a campione e poi algoritmi che dai campioni hanno generato stime per il fiume intero.

I risultati sono stati pubblicati nella rivista Environmental Science and Technology, e mostra che i dieci fiumi che contengono il 93% di tutta la monnezza fluviale del mondo sono i fiumi Yangtze e il fiume Giallo, il fiume Hai e Pearl, anche questi in Cina. Oltre loro il fiume Amur, al confine fra Russia e Cina e il fiume Mekong, che invece attraversa Laos, Thailandia, Vietnam e Cambogia.  E poi ancora i fiumi Indu e Gange in India e infine i fiumi Niger e il Nilo in Africa.

L'ordine non e' per volume: il primo fiume come detto e' lo Yangtze, il secondo e' il Gange.

Questi fiumi hanno varie cose in comune: un alto tasso di popolazione che vive nei dintorni, e mancanza di sistemi di gestione dell'immondizia a livello locale e centrale. 

Per esempio, il fiume Yangtze e' il piu' lungo di tutta l'Asia e lungo il fiume vivono circa 500milioni di cinesi. 

I cinesi dal canto loro si rendono conto dell'enorme problema ed hanno iniziato con maggior attenzione alla monnezza: l'obiettivo e' di arrivare al 35% di monnezza reciclata entro il 2020.

Anche gli indiani ci hanno provato, con una iniziativa governativa detta Namami Gange project; alcune citta' come Nuova Dehli hanno imposto il divieto del consumo di plastica monouso; in vari stati del paese le buste di plastica sono vietate. Ma tutto questo sono davvero piccolissimi passi di fronte all'enormita' del problema.

Nel suo complesso il Namami Gange project e' considerato un fallimento:  secondo la stampa indiana non e' riuscito a pulire neanche un po' il fiume Gange. 


Monday, October 14, 2019

Mille delfini tornati nel fiume un tempo piu' inquinato di Washington




Chi mi conosce nella vita vera sa che cruccio sia per me vedere i fiumi d'Italia ridotti a vere pattumiere. La storia di mio papa' che un tempo andava a farsi il bagno nel ruscello dietro casa, detto il Vallone, ma in verita' noto come il Feltrino, la racconto sempre con un misto di tristezza e di rabbia. Il Vallone e' oggi impresentabile.

Ed ecco allora una storia di cinquanta anni di dedizione e di lavoro che in un altro angolo del mondo hanno risanato un altro fiume morente, inquinato e puzzolente. 

Siamo a Washington DC, la capitale degli USA.

Dopo 50 anni sono finalmente tornati i delfini nel fiume della citta', il Potomac, e anzi, i delfini iniziano a riprodursi e a dare origine a colonie che sopravvivono.

Il fiume Potomac scorre nel centro della citta' ed e' lo stesso che George Washington un tempo chiamo' "il fiume della nazione". Qui fino al 1800 i delfini erano di casa, ma a causa del forte inquinamento dell'acqua e dei rumori la vita marina cinquant'anni fa era quasi completamente scomparsa. E infatti nel 1960 il presidente Lyndon Johnson chiamo' il Potomac una disgrazia nazionale.

C'erano alghe, immondizia, inquinanti, feci. C'erano alti livelli di piombo nell'acqua. Il tutto e' durato per anni.

E poi si sono messi a ripulirlo.

Tutto inizia, timidamente nel 1972 con il Clean Water Act firmato da Richard Nixon, che almeno una cosa buona l'ha fatta, e che vieta, fra le altre cose, scarichi di materiale tossico nei corsi d'acqua potabile, come appunto nei fiumi. 

Nel corso sono sorte associazioni, come per esempio il Potomac Conservancy, ci sono stati fondi pubblici e una sorta di amore collettivo per il fiume.

Oggi, cinquanta anni dopo i delfini sono tornati.

Duecento del 2015.

Mille oggi.

Oltre ai delfini, i kayak, e altre inziative lungo il fiume. L'obiettivo e' che si possa pescare e nuotarci dentro da qui al 2025.

Intanto i delfini si sono gia' sistemati. Non si sa quale esattamente sia la loro base e probabilmente ce n'e' piu' d'una , ma si pensa che sia non troppo lontano dalla capitale vera e propria. Alcune colonie di delfini pero' sono arrivate a nuotare fino a 75 km piu' a nord di Washington. 

Friday, October 11, 2019

Il petrolio misterioso che compare in 138 coste del Brasile




Di questo misterioso petrolio finito sulle spiagge del Brasile si parla da vari giorni. Circa 100 tonnellate di petrolio hanno imbrattato le coste settentrionali del paese. Ora il ministro dell'ambiente Ricardo Salles dice che con molta probabilita' il petrolio arriva dal Venezuela.

La conta delle macchie e delle localita' interessate dal petrolio inizia il due di Settembre, e finora siamo arrivati ad almeno 138 punti-neri lungo le coste del Brasile che ha inquinato almeno 61 citta' in nove stati. Il gruppo per la protezione dell'ambiente TAMAR dice che questa e' la peggior catastrofe del paese che hanno dovuto affrontare in 40 anni di attivita' , per estensione territoriale e perche' non si sa ne da dove arriva il petrolio ne tantomeno come fare per evitare che altre localita' vengano inquinate.

Con il petrolio morie di tartarughe, uccelli e animali marini. I pescatori sono del tutto impreparati all'emergenza. Si teme per le mangrovie e la vita associata. Le operazioni di pulizia sono massiccie e continue secondo l'agenzia per la protezione ambientale del paese, IBAMA.

A confermare che il petrolio possa arrivare dal Venezuela e' la Petrobras che dice che il greggio potrebbe arrivare da una nave in transito proveniente da Caracas che intenzionalmente o no, ha rilasciato petrolio in mare, oppure potrebbe essere affondata e il rilascio e' continuo di modo che il petrolio diffonda lungo la costa.

La Petróleos de Venezuela non ha avuto niente da dire, ne tantomeno il ministro venezuelano del "potere pubblico per l'ecosocialismo e per l'acqua". Si in Venezuela hanno un ministro che si chiama proprio cosi!

Ora tutto questo va preso un po con le pinze, visto che il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro e' abbastanza in contrapposizione al presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e che ha ripetutamente offerto il suo appoggio al leader dell'opposizione, Juan Guaidó.

Intanto, IBAMA l'ente citato prima per la protezione dell'ambiente del Brasile, ha eseguito le analisi ed emerge che in nessuna delle 138 localita' interessate il petrolio raccolto e' proveniente da campi brasiliani, la composizione chimica e' esterna al paese. Dunque, Petrobras non c'entra.  Le stesse analisi rivelano che quantomeno il petrolio e' invece compatibile con il greggio venezuelano, di tipo pesante ed amaro, cioe' schifoso.

La marina ha indagato almeno 30 navi da dieci paesi diversi cercando di capire le loro azioni ed il loro tracciato nel corso delle scorse settimane per capire meglio. 

Ma le macchie e l'inquinamento perdura: lo stato di Sergipe ha dichiarato lo stato di emergenza, ed ordinato alla gente di star lontano dall'acqua. Le tartarughe continuano a morire, il petrolio e' arrivato anche nella citta' di Salvador, la quarta citta' piu' grande del paese.

Si teme per i ben 2000 chilometri di costa brasiliana  che devono ora essere tutti super-monitorati. Il petrolio e' difficile da svocare visto che spesso e' giusto al di sotto della superficie marina e non e' facile avvistarlo nella sua interezza dagli aereoplani.

Come sempre: prima ce ne liberiamo di questa petrol-societa', meglio e'.





Friday, May 10, 2019

Quei 600 terremoti di Ohio, Texas, West Virginia, Pennsylvania e Oklahoma causati dalle trivelle


Circa 600 terremoti recenti e di intensita' media in Ohio, Texas, West Virginia, Pennsylvania e Oklahoma possono essere attribuiti al fracking.

Lo conclude uno studio presentato presso il Seismological Society of America e presentato al congresso annuale del 2019 da Michael Brudzinski della Miami University.

Questi terremoti sono diversi da quelli causati dai pozzi di reinizione, in quanto sono dovuti direttamente all'atto del fracking e non ai fluidi ri-immessi in profondita'. Tipicamente sono fra intensita' 2.0 e 3.8. Il fenomeno dei terremoti da trivelle e non da reiniezione e' maggiormente sentito in Ohio e nella zona della catena dei monti Appalaci.

E guarda caso proprio nei pressi dell'Appalachian Basin, dove c'e' stata una esplosione di estrazione di gas naturale negli scorsi venti anni. Ci sono qui piu' gas estrattivi che di reiniezione, e i cluster dei due tipo sono bene separati gli uni dagli altri. Brudzinski dice che questo fa si che sia possibile distinguere la sismicita' indotta dalle due fonti, analizzando localita' e tempo delle scosse sismiche.

In generale i terremoti da fracking, a differenza di quelli da reiniezione, mostrano scosse in forte vicinanza fra di loro, di circa cento o duecento eventi nel giro di pochi giorni, con periodi di pausa, e poi gli sciami riprendono.

Fra i fattori piu' importanti nel determinare l'intensita' dei terremoti: la profondita' del pozzo: piu' in verticale si va, piu'siamo vicino a faglie mature ma sopratutto la pressione esercitata sulla roccia e' maggiore.

Credo che ormai di studi di questo tipo ce ne siano a bizzeffe, e che sia chiaro che le trivelle non portano niente di buono, mai. Se continuo a scriverne, e' perche' voglio che questi temi restino parte della discussione, dell'attualita', perche' una volta che ce ne dimentichiamo o peggio, che li diamo per assodati, quello e' il momento in cui petrolieri e affini affileranno le trivelle e torneranno a prendersi il nostro sottosuolo.

Tanto e' stato fatto e detto in questi dodici anni, e occorre cementificare nell'opinione pubblica il fatto che trivelle in Italia, no grazie.  

Saturday, April 27, 2019

Nella lista delle 100 aziende che emettono piu' gas serra nel mondo l'ENI e' la numero 30



Il greenwashing dell'ENI e' dappertutto.

Biocarburante, biodiesel,  green diesel, green investments e pure la trasformazione "green" dell'ENI - direttamente dal Fatto Quotidiano

L'ENI ha portato a Venezia le Associazioni dei Consumatori per far vedere come funziona il nuovo ciclo produttivo. L'ENI brevetta Ecofining che e' flessibile, quindi potrà trasformare in green diesel l’olio ricavato dalle microalghe. How ENI green diesel was born. Da ENI quattro miliardi nell'energia green

E cosi a non finire.

Peccato che invece e' la trentesima ditta del mondo per contributi alle emissioni di CO2 e di altri gas serra in atmosfera.

Se infatti si fa la lista dei cento maggiori emettitori di anidride carbonica, dal 1988 al 2015, l'ENI e' nella top cento, ed appunto, la numero 30.

Queste cento ditte, hanno finora emesso il 70% dei maggiori gas serra nell'intervallo su citato, secondo il Carbon Majors Report, rilasciato nel 2017. 

Il CEO dell'ENI dunque, Claudio Descalzi, puo' essere considerato il principale inquinatore d'Italia.

I dati arrivano da database pubblici, e incolpano produttori di carbone e petrolieri in primis coma maggior responsabili dello sfacelo ambientale: ExxonMobil, Shell, BP e Chevron sono fra le ditte private piu' note nella lista; e poi ci sono il governo cinese, russo e indiano per l'uso di carbone, la saudita ARAMCO, la russa Gazprom, la messicana PEMEX, e la ditta di stato naizonale National Iranian Company.

Dall'altro lato dello spettro industriale altre ditte, che per amore o per immagine decidono di invece far rotta verso il 100% rinnovabile: Apple, Facebook, Google e Ikea che fanno parte della RE100 initiative per appunto andare verso le zero emissioni.

E certo, l'ENI puo' fare tutta la pubblicita' che vuole, ma la sua essenza non cambia. Parimenti ai titoloni sul green di qua e sul green di la ci sono titoli come Eni signs offshore exploration and production sharing agreement with RAK Petroleum Authority High hopes for Eni's Kekra find, 
ENI enters in Lebanon signing two exploration and production contracts. 

Cioe' trivelle nuove nel Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Libano. Hai voglia a coprirti dietro una foglia green, cara ENI!

Distruttrice nasci, e distruttrice muori.

Ecco qui la lista delle ditte piu' impattanti in termini di emissioni di gas serra nella sua interezza; le percentuali sono sul totale. L'ENI emette lo 0.59% del totale.

E no, non e' poco.



1 China (Coal) 14.32%
2 Saudi Arabian Oil Company (Aramco) 4.50%
3 Gazprom OAO 3.91%
4 National Iranian Oil Co 2.28%
5 ExxonMobil Corp 1.98%
6 Coal India 1.87%
7 Petroleos Mexicanos (Pemex) 1.87%
8 Russia (Coal) 1.86%
9 Royal Dutch Shell PLC 1.67%
10 China National Petroleum Corp (CNPC) 1.56%
11 BP PLC 1.53%
12 Chevron Corp 1.31%
13 Petroleos de Venezuela SA (PDVSA) 1.23%
14 Abu Dhabi National Oil Co 1.20%
15 Poland Coal 1.16%
16 Peabody Energy Corp 1.15%
17 Sonatrach SPA 1.00%
18 Kuwait Petroleum Corp 1.00%
19 Total SA 0.95%
20 BHP Billiton Ltd 0.91%
21 ConocoPhillips 0.91%
22 Petroleo Brasileiro SA (Petrobras) 0.77%
23 Lukoil OAO 0.75%
24 Rio Tinto 0.75%
25 Nigerian National Petroleum Corp 0.72%
26 Petroliam Nasional Berhad (Petronas) 0.69%
27 Rosneft OAO 0.65%
28 Arch Coal Inc 0.63%
29 Iraq National Oil Co 0.60%
30 Eni SPA 0.59%
31 Anglo American 0.59%
32 Surgutneftegas OAO 0.57%
33 Alpha Natural Resources Inc 0.54%
34 Qatar Petroleum Corp 0.54%
35 PT Pertamina 0.54%
36 Kazakhstan Coal 0.53%
37 Statoil ASA 0.52%
38 National Oil Corporation of Libya 0.50%
39 Consol Energy Inc 0.50%
40 Ukraine Coal 0.49%
41 RWE AG 0.47%
42 Oil & Natural Gas Corp Ltd 0.40%
43 Glencore PLC 0.38%
44 TurkmenGaz 0.36%
45 Sasol Ltd 0.35%
46 Repsol SA 0.33%
47 Anadarko Petroleum Corp 0.33%
48 Egyptian General Petroleum Corp 0.31%
49 Petroleum Development Oman LLC 0.31%
50 Czech Republic Coal 0.30%
51 China Petrochemical Corp (Sinopec) 0.29%
52 China National Offshore Oil Corp Ltd (CNOOC) 0.28%
53 Ecopetrol SA 0.27%
54 Singareni Collieries Company 0.27%
55 Occidental Petroleum Corp 0.26%
56 Sonangol EP 0.26%
57 Tatneft OAO 0.23%
58 North Korea Coal 0.23%
59 Bumi Resources 0.23%
60 Suncor Energy Inc 0.22%
61 Petoro AS 0.21%
62 Devon Energy Corp 0.20%
63 Natural Resource Partners LP 0.19%
64 Marathon Oil Corp 0.19%
65 Vistra Energy 0.19%
66 Encana Corp 0.18%
67 Canadian Natural Resources Ltd 0.17%
68 Hess Corp 0.16%
69 Exxaro Resources Ltd 0.16%
70 YPF SA 0.15%
71 Apache Corp 0.15%
72 Murray Coal 0.15%
73 Alliance Resource Partners LP 0.15%
74 Syrian Petroleum Co 0.15%
75 Novatek OAO 0.14%
76 NACCO Industries Inc 0.13%
77 KazMunayGas 0.13%
78 Adaro Energy PT 0.13%
79 Petroleos del Ecuador 0.12%
80 Inpex Corp 0.12%
81 Kiewit Mining Group 0.12%
82 AP Moller (Maersk) 0.11%
83 Banpu Public Co Ltd 0.11%
84 EOG Resources Inc 0.11%
85 Husky Energy Inc 0.11%
86 Kideco Jaya Agung PT 0.10%
87 Bahrain Petroleum Co (BAPCO) 0.10%
88 Westmoreland Coal Co 0.10%
89 Cloud Peak Energy Inc 0.10%
90 Chesapeake Energy Corp 0.10%
91 Drummond Co 0.09%
92 Teck Resources Ltd 0.09%
93 Turkmennebit 0.07%
94 OMV AG 0.06%
95 Noble Energy Inc 0.06%
96 Murphy Oil Corp 0.06%
97 Berau Coal Energy Tbk PT 0.06%
98 Bukit Asam (Persero) Tbk PT 0.05%
99 Indika Energy Tbk PT 0.04%
100 Southwestern Energy Co 0.04%






























Sunday, April 21, 2019

Montana: giudice salva Yellowstone dalle trivelle - la natura e' piu' importante della miniera d'oro









Non succede spesso che le corti dicano di no a petrolieri e speculatori, e quindi ecco qui una buona notizia.

In Montana il giudice Brenda Gilbert, del Park County District, ha stracciato un permesso per creare una miniera d'oro alle porte di Yellowstone.

Come ci abbiano solo pensato a creare una miniera a cielo aperto vicino ad uno dei parchi piu' famosi del mondo e' gia' di per se un mistero, ma grazie al cielo il giudice e' stata previdente e non si e' lasciata abbindolare dai miraggi aurei.

La ditta che voleva creare una miniera d'oro e' canadese e si chiama Lucky Minerals. Volevano cercare oro nella cosiddetta Emigrant Gulch proprio al di fuori del confine nord del parco nazionale di Yellowstone, nel Montana.

Le trivelle esplorative, perche' sempre di trivelle si tratta!, dovevano partire il giorno 15 luglio 2019, ma il giudice ha reso invalido il permesso della Lucky Minerals perche' non rispettava i diritti del pubblico e della sua partecipazione in materia ambientale, secondo la costituzione del Montana.

Cosa e' successo?

E' successo che la Lucky Minerals aveva gia' fatto richiesta di trivellare l'area, e che gia' un primo giudizio, sempre espresso dallo stesso giudice, Brenda Gilbert stato negativo. Nel maggio del 2018 si concluse che la Lucky Minerals non aveva tenuto in considerazione il fato delle sorgenti d'acqua e degli animali selvatici, nel suo rapporto di valutazione ambientale.

Occorreva ripresentare altre carte. Allo stesso tempo pero' la legge del Montana stipula che i giudici non possono bloccare le trivelle a causa di intoppi ambientali e cosi' il Montana Department of Environmental Quality diede il permesso. Per di piu' il terreno in questione e' in mani private e non e' di dominio pubblico.

E cosi la Lucky Minerals si prepara per queste operazioni esplorative, all'acqua e agli animali ci avrebbero pensato dopo.

Ma questa idea causo' una sorta di mini ribellione ambientale, da ambo i lati dello spettro politico.

La rabbia popolare era montata, e sia la agenzie federali che i rappresentanti del congresso erano rimasti inorriditi che non esistessero difese maggiori per questi terreni che non fanno formalmente parte di Yellowstone, ma che gli stanno al confine.

Il segretario dell'interno dell'epoca, Ryan Zinke, odiato da tutti perche' lui stesso odia la natura e la sua protezione, fu inorridito pure lui, a dimostrazione di quanto fosse orribile l'idea della miniera d'oro fuori da Yellowstone. In fretta ed in furia nell'Ottobre del 2018 venne passata una legge per rendere i territori federali al di fuori di Yellowstone off-limits a tutte le operazioni minerarie per i prossimi 20 anni, fino all'8 Ottobre 2038.

Il giorno 12 Marzo 2019, il presidente arancione Donald Trump ha firmato una legge bipartisan per rendere queste protezioni permanenti.

Ma questo si applica ai territori federali, pubblici, e non a quelli dei privati, E cosi i vari gruppi ambientalisti del Montana, guidati dal Park County Environmental Council, dalla Greater Yellowstone Coalition, e dall'associazione Earthjustice,  hanno deciso di opporsi alla legge del Montana che consente le trivelle *prima* che i rapporti ambientali siano completi, perche' appunto tolgono alla gente la possibilita' di esprimere la propria opinione e tolgono trasparenza al progetto.

Che senso ha partire con i lavori prima gli impatti siano noti?

E indovina un po? A presiedere la causa lo stesso giudice del primo no, Brenda Gilbert, che ha dato ragione agli ambientalisti, ha eliminato la clausola che permette di iniziare lavori prima che gli iter approvativi siano terminati, e ha essenzialmente detto alla Lucky Minerals di tornarsene in Canada dove sarebbero stati piu' lucky.

Ovviamente, da buon speculatore, il CEO della Lucky Minerals, dice che faranno appello.

Ma intanto devono stare a braccia conserte, e visto che la comunita' intera, dai residenti fino a Trump hanno fatto tutto quello che si poteva e doveva per fermarli, sara' davvero difficile che ci riusciranno.

Per una volta triofa il buon senso.

 

Friday, April 12, 2019

Morte di una piattaforma Holly, California



















Qualche tempo fa il Los Angeles Times ha mandato un interessante pezzo sulla morte della piattaforma Holly, una delle tante - per la precisione ventisette - che sorgono lungo le coste californiane e che stanno li da piu di 50 anni.

Di fronte ad Holly, sulla terraferma un pezzo di spiaggia dal nome Haskell Beach, vicino a Santa Barbara, popolata un giorno di marzo da avvocati ed ingegneri a decidere del fato di Holly.

Nel tempo di suo maggior splendore pompante di petrolio, Holly era di proprieta' della Venoco.

Nel 2017 Holly morente, ed incapace di pompare niente piu', era diventata di proprieta' dello stato della California e di tutti noi.

La Venoco aveva fatto domanda di bancarotta.

Niente piu trivelle dunque. I pozzi collegati a Holly saranno sigillati.

Ma chi paghera' i costi? Si parla di lavori fino a 350 milioni di USD e che andranno avanti fino al 2021, almeno.

Non c'e' solo Holly, ad essere presto chiusa, ma altre sei piattaforme che la raggiungeranno nell'aldila' del petrolio. Tutte morte a causa dell'eta' avanzata, della corrosione e di cambi nell'opione pubblica, che non ne vuole piu' sentire di trivelle giovani o vecchie che siano.

A quanto pare, per i fan di Jim Morrison, e' stata Holly di notte ad ispirare ai Doors la canzone The Crystal Ship, con le sue luci, il suo mistero, i suoi 150 metri di altezza rispetto all'orizzonte marino.

Dell'esplosione di un altra piattaforma, la Platform A, attorno a Santa Barbara quella mattina del 1969, il 28 gennaio per la precisione, abbiamo gia' parlato tante volte.

Tredici milioni di litri di petrolio finirono in mare, e dopo tanto parlare, in congresso, nelle case, in televisione, nacque il moderno movimento ambientalista che porto' a nessuna altra nuova piattaforma nei mari di California da quel giorno funesto in cui il mare divento' nero.

Chi c'era ricorda ancora il dolore del mare nero e degli uccelli e dei pesci morti.

Holly e le sue amiche sono diventati con il tempo simboli di economie e di tempi fossili e andati.
E anche se Trump parla senza cognizione di causa sul futuro delle trivelle nei mari di California sappaimo tutti che gli iter per tornare a trivellare il nostro pacifico ex novo sono molto difficili da riportare in vita.

Troppe le leggi intervenute in 50 anni per cercare di proteggere il mare,  che neanche Trump potra' disfare, vietando per esempio l'uso della fascia di mare statale, tre miglia di battigia, per l'attraversamento di oleodotti o di terminali marini ad uso petrolifero.

Intanto Holly e' stata per tre o quattro anni una specie di bella addormentata nel mare. E' arrugginita, corrosa, impolverata, tutti gli indicatori sono a zero, molti macchinari sono relitti pure loro degli anni sessanta, colorati e ingombranti. Ci sono solo manutenzioni minimali, adesso che le operazioni sono minimali.

Da Holly partono trenta pozzi che arrivano alla crosta terrestra sommersi da 70 metri di mare. Una volta toccato il sottosuolo le trivelle hanno creato una rete immensa di tre chilometri in raggio di canali, collegamenti, oleodotti sotto la crosta terrestra. Le trivelle arrivano fino a un chilometro di profondita'. 
Un tempo il petrolio sgorgava come champagne, adesso resta la patina oleosa al sapore di idrogeno solforato sull'acqua attorno ad Holly.

Il giacimento su cui siede Holly era uno dei piu' grandi del mondo che naturalmente rilasciava  di petrolio e di gas. Negli anni 1980 il gas venne raccolto e portato a riva per essere trattato. Nel 2015 pero' quando le operazioni cessarono anche il rigore con cui il gas spurio veniva raccolto cesso' e spesso le bolle di gas con misto dentro il petrolio finivano con l'essere rilasciate in mare. Si parla di bolle di gas e di petrolio di 10, 20 metri di diametro che certo non fanno bene all'atmosfera della zona. I piedi anneriti e appiccicosi dal mare petrolifero di Santa Barbara li ho avuti anche io.
Holly venne costruita in Louisiana e portata in California grazie ad un accordo fra la ARCO e la Mobil. A suo tempo costo' 4 milioni di dollari e inizio a pompare nel gennaio del 1967. Al tempo era sede della piu' profonda trivella del mondo.

Nel 1988 Tim Marquez, il cofondatore della Venoco compro' Holly dalla Mobil, pensando di poterla sfruttare maggiormente. Fece lo stesso con altre due piattaforme prima della Chevron, Grace e Gail.
Tutte con nomi di donna.

Nel loro complesso le tre piattaforme generavano 10mila barili al giorno, 1milione e seicentomila litri al giorno e l'equivalemnte di 25 milioni di dollari (del tempo!) al mese. Feste, Rolex, e bonus per un sacco di gente.  Qualche donazione ad ospedali e istituti sportivi e giovanili per non fare brutta figura. La festa era cosi' grande che nel 2013 e 2014 la Venoco era la ditta che pagava maggiori tasse in tutta la contea di Santa Barbara. I suoi beni nella contea erano stimati a 700 milioni di dollari.

Holly, Grace e Gail erano riuscite a sopravvivere ad un sacco di cose: attacchi dalla vera Erin Brockovich, referendum contro il fracking, dibattiti nelle citta' contro il petrolio. Ma le tre piattaforme zitte zitte continuavano a pompare. Marquez intanto cercava di estendere le sue concessioni per durare almeno altri 20 anni.

Il giorno 19 Maggio 2015 la festa fini di punto in bianco.

Uno degli oleodotti della Plains All American Pipeline presso il Refugio State Beach, era scoppiato. Era uno dei principali oleodotti usati dalla Venoco per il trasporto su terraferma. Produzione fermata in 24 ore. Impossibile andare avanti. Il costo della manutenzione mentre tutto era chiuso per accertamenti e per pulizia era di un milione al mese per la Venoco.

E cosi la Venoco stessa e le sue figlie, Holly, Grace e Gail passarono a miglior vita.

Con loro altre tre piattaforme, che fermarono le proprie attivita' nel Novembre del 2015: Hidalgo, Harvest ed Hermosa, di proprieta' della Freeport-McMoRan. Anche loro morte a causa dello scoppio dell'oleodotto.

Il giorno 17 Aprile 2017 la Venoco cedette ufficialmente il controllo di Holly al State Lands Commission dello stato della California, ente per la preservazione del mare che includera' la piattforma ora dismessa, in un modo o nell'altro in un area di protezione marina.

La Plains All American Pipeline e' stata dichiarata colpevole del disastro a Settembre del 2018 da una giuria di esperti.

Nessuno immaginava che Holly sarebbe stata fermata cosi presto, semplicemente c'era una abbondanza di petrolio ancora da tirare fuori. Se non esplodeva l'oleodotto, Marquez avrebbe avuto i suoi permessi e per venti ancora avremmo avuto una Holly giovane e pimpante.

E invece non e' andata cosi, e una volta ferma e' impossibile rincominziare da zero. La cementificazione dei pozzi collegati a Holly verra' eseguita in estate.

Cosa fare della piattaforma e' ancora un mistero: la si puo' togliere del tutto, trasformarla in qualche osservatorio ecologico, usarla per la produzione di energia dal mare, o creare una sorta di scogliera artificiale per favorire la vita marina.

La cittadinanza non ne vuole sapere di Holly, e per la maggior parte favoriscono la rimozione in toto della piattaforma. Nessuno si e' strappato le vesti dopo la bancarotta della Venoco. 

Per ora lo stato della California ha solo ammucchiato $58 milioni di dollari per la rimozione di Holly. Il costo finale e' di $348 milioni.

Per una sola piattaforma. Ce ne sono altre 26: sei gia' passate a miglior vita, ed altre venti che prima o poi moriranno pure loro, perche' tutto passa. Anche le trivelle.

Chi paghera' il resto per Holly e per le altre e' un mistero, ma io ci scommetto che a pagare non saranno i petrolieri. Per loro la festa e' durata abbastanza da non doversene preoccupare.


Thursday, March 21, 2019

Filippine: la balena trovata morta con 40kg di plastica in corpo