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Monday, October 14, 2019

Mille delfini tornati nel fiume un tempo piu' inquinato di Washington




Chi mi conosce nella vita vera sa che cruccio sia per me vedere i fiumi d'Italia ridotti a vere pattumiere. La storia di mio papa' che un tempo andava a farsi il bagno nel ruscello dietro casa, detto il Vallone, ma in verita' noto come il Feltrino, la racconto sempre con un misto di tristezza e di rabbia. Il Vallone e' oggi impresentabile.

Ed ecco allora una storia di cinquanta anni di dedizione e di lavoro che in un altro angolo del mondo hanno risanato un altro fiume morente, inquinato e puzzolente. 

Siamo a Washington DC, la capitale degli USA.

Dopo 50 anni sono finalmente tornati i delfini nel fiume della citta', il Potomac, e anzi, i delfini iniziano a riprodursi e a dare origine a colonie che sopravvivono.

Il fiume Potomac scorre nel centro della citta' ed e' lo stesso che George Washington un tempo chiamo' "il fiume della nazione". Qui fino al 1800 i delfini erano di casa, ma a causa del forte inquinamento dell'acqua e dei rumori la vita marina cinquant'anni fa era quasi completamente scomparsa. E infatti nel 1960 il presidente Lyndon Johnson chiamo' il Potomac una disgrazia nazionale.

C'erano alghe, immondizia, inquinanti, feci. C'erano alti livelli di piombo nell'acqua. Il tutto e' durato per anni.

E poi si sono messi a ripulirlo.

Tutto inizia, timidamente nel 1972 con il Clean Water Act firmato da Richard Nixon, che almeno una cosa buona l'ha fatta, e che vieta, fra le altre cose, scarichi di materiale tossico nei corsi d'acqua potabile, come appunto nei fiumi. 

Nel corso sono sorte associazioni, come per esempio il Potomac Conservancy, ci sono stati fondi pubblici e una sorta di amore collettivo per il fiume.

Oggi, cinquanta anni dopo i delfini sono tornati.

Duecento del 2015.

Mille oggi.

Oltre ai delfini, i kayak, e altre inziative lungo il fiume. L'obiettivo e' che si possa pescare e nuotarci dentro da qui al 2025.

Intanto i delfini si sono gia' sistemati. Non si sa quale esattamente sia la loro base e probabilmente ce n'e' piu' d'una , ma si pensa che sia non troppo lontano dalla capitale vera e propria. Alcune colonie di delfini pero' sono arrivate a nuotare fino a 75 km piu' a nord di Washington. 

Friday, September 14, 2018

Oleodotto in Indiana rilascia petrolio nel fiume; sessanta scoppi di gasdotto a Boston











MASSACHUSSETS

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INDIANA 








PENNSYLVANIA





Un'altra storia di oleodotti, questa volta si inizia in Indiana.

Un oleodotto vecchio e difettoso rilascia circa 32,000 litri di idrocarburi pesanti usati per come carburante di aerei nel fiume St. Mary's River vicino a Decatur,  Indiana. 

Vivono qui circa 9,500 persone, a circa 150 chilometri da Indianapolis. Il sindaco Kenneth L. Meyer dice che ci vorranno settimane per ripulire il tutto.

Non si sa esattamente da dove arrivi la perdita di carburante, ma sono state usate barriere per contenerne lo spargimento. I timori sono che l'inquinamento potrebbe spargersi a causa di piogge previste per i prossimi giorni. La turbolenza potrebbe portare molti piu' danni, causando piu' inquinamento, e mescolamento del petrolio con tronchi di alberi, pesci, e vegetazione acquatica.  Ci sono anche monitoraggi in corso della qualita' dell'aria --- tutta l'area puzza -- e dell'acqua.

Le autorita' convinte del tuttapposto dicono che anche se puzza non ci sono problemi.

E' il secondo incidente del genere in Louisiana. A Marzo 2018 un altro oleodotto rilascio' 160,000 litri di diesel nel Big Creek presso Posey Creek, Indiana.

Ha invece gia' fatto il giro del mondo la notizia della sequenza di scoppi di gasdotti in Massachusetts; addirittura il governatore Charlie Baker ha dichiarato lo stato di emergenza per tre citta' a nord di Boston.

Baker ha pure puntato il dito contro la ditta responsabile della manutenzione dei gasdotti,  la Columbia Gas of Massachusetts, annunciando che con effetto immediato sara' la Eversource, una ditta diversa che ne prendera' il posto. Ha pure detto che la Columbia non e' preparata ad affrontare la situazione.

Sono arrivati nelle cittadine di Lawrence, Andover e North Andover centinaia di tecnici per capire come gestire il post-scoppio.  Per ora non e' ben chiaro cosa sia esattamente successo, ma ci sono stati ben 60 scoppi e 250 famiglie sono ancora senza gas.
Per ora l'idea piu' probabile e' che ci fossero problemi di manutenzione, visto che il giorno prima degli scoppi la Columbia gas annuncia che ci sarebbero presto state opere di ammodernamento in zona.

O gli ammodernamenti non sono arrivati in tempo, oppure qualcosa e' andato storto mentre questi ammodernamenti venivano messi in atto.

Ad ogni modo, le foto parlano chiaro. Si vedevano caminetti esplodere, macchine in fiamme, radiatori scoppiati, case crollate e c'e' stato pure un morto.  Anche qui puzze in tutta la zona. Il capitano dei vigili del fuoco di Andover, Michael B. Mansfield dice che sembrava la fine del mondo.

La Columbia Gas e' una sussidiaria di NiSource, a sua volta ora parte di TransCanada, e non e' la prima volta che vengono coinvolti in scoppi e guai ambientali: gia' nel 2012 un loro gasdotto esplose in West Virginia in 2012. 

La colpa degli scoppi? 

La corrosione dei tubi. 

La NiSource e' una delle piu' grandi rete di oleodotti negli USA ed e' presente in sette stati. TransCanada e' invece un colosso internazionale, specializzato in trasporti di petrolio e derivati specie dal Canada.

Per chiudere in bellezza, un metanodotto in Pennsylvania e' stato travolto da una frana, esplodendo.

Era in azione ... da una settimana!

In questo caso il gasdotto scoppiato nei pressi di Pittsburg era della Energy Transfer Partners.
Non e' morto nessuno, ma ci sono stati feriti, evacuazioni, e pure animali morti.  I problemi della Pennsylvania non si fermano qui perche' il metanodotto in questione e' parte di un mega-progetto di trasformare l'area in una grovigliera di tubi petrolchimici. Prossima sara' la Shell che vuole costruire il suo 
Falcon Ethane Pipeline di 150 miglia. 
Cosa impariamo da questi eventi, accaduti nel giro di pochi giorni? 

Il discorso e' sempre lo stesso: queste infrastrutture petrolifere, come tante altre, invecchiano, perdono, col tempo ci possono essere fessure, corrosioni, difetti. E anche quando sono nuove ci possono essere imprevisti e cose che vanno storte.

Chi controlla?

Nessuno veramente e' la risposta vera, anche se tutte le ditte diranno di avere monitoraggi e personale addetto.

Nessuno veramente dico io, perche' non e' possible davvero monitorare chilometri e chilometri di condutture ogni giorno, e in modo dettagliato. Le fessure sono spesso piccole e invisibili a uno sguardo sommario, e con il tempo diventano sempre piu' frequenti, insidiose, difficili.

Molto meglio un gigantesco pannello solare no?

So che questo significa un cambiamento radicale nel nostro modo di concepire l'energia, il sistema economico in cui viviamo, ma io credo che non ci siano alternative se vogliamo vivere in modo sano, sicuro, e non solo noi, quanto le generazioni future, a cui abbiamo la responsabilita' di lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato.

Ed e' certo che ogni opera umana, pannelli solari inclusi, portano problemi di uso di risorse, di smaltimenti. Ma nel complesso ambientale, pannelli e pale hanno un'impronta ambientale molto minore di trivelle, oleodotti, FPSO, raffinerie e pozzi. Quelli non scoppiano, non rilasciano inquinamento in aria e nelle falde acquifere, non c'e bisogno di qualcuno che monitori sismicita' indotta, perdite o pressioni sotterranee, non fanno morire nessuno, non portano cancro a chi ci abita vicino.

Non fanno nemmeno arricchire gente senza scrupoli che siede in comode poltrone a Houston o a San Donato Milanese, e credo che sia qui il perno della questione.

Friday, August 17, 2018

Kubuqi, Mongolia: il miracolo della riforestazione nel deserto


















Volevo scrivere qualcosa sulla tragedia di Genova. Sulla manutenzione, sui controlli, sulle responsabilita', sull'Italia che crolla. Ma il dolore e' cosi tanto, e tutto cosi urlato che e' meglio che io taccia, mi tenga i miei pensieri per me e che invece scrivi di cose belle che ci facciano sentire piu' umani e speranzosi.

Ci ho messo un po per scovare questa storia ma eccola.

Siamo nel deserto Kubuqi, in un angolo di Mongolia che appartiene alla Cina e dove le dune si confondono con il fiume giallo Yangtze. Per anni qui c'e' stato "pascolo estremo", la terra era arida e la poverta' galoppante per tutti i 740mila residenti in questa zona di quasi 19mila chilometri quadrati.

Nel 1988 una ditta cinese, la Elion Resources Group decise di mettersi all'opera, con il benestare del governo cinese per combattere la desertificazione. I residenti con la loro conoscenza capillare del territorio sono stati coinvolti. Tutti assieme sono partiti.

Hanno studiato e poi piantato, piantato, piantato.

Dopo trenta anni, un terzo del deserto e' tornato a fiorire.

Il deserto del Kubuqi era il settimo piu' grande della Cina. Oggi e' pieno di alberi. La scelta e' stata di piantare alberi particolari per trattenere la sabbia, e prevenire alle dune di ingoiare altra terra.

E con gli alberi e' tornata la vita: i paesi sono tornati piu' vitali, i turisti sono tornati per visitare il verde e le dune.  Ci sono pure dei piccoli allevamenti di bestiame. Il tutto e' orchestrato per essere sostenibile.


Le Nazioni Unite  stimano che il Kubuqi Ecological Restoration Project portera' a rivitalizzazione ambientale per $1.8 miliardi in 50 anni.

Cosa esattamente questi numeri implichino non e' poi cosi importante. Quello che importa e' che e' successo grazie agli alberi.

A Kubuqi sorgono anche campi solari, con 650,000 pannelli, alcuni fissi, altri che ruotano con il sole e che danno all'area 1 Gigawatt di energia.

Il direttore del programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite, Erik Solheim dice che in questo caso la desertificazione e' stata vista come una opportunita' per crescere, per intervenire e portare miglior qualita' di vita ai residenti.

 Il tutto grazie a degli alberi.

Gli alberi si piantano, non si abbattono.

Anche in Italia - abbiamo solo da prendere esempio.




Tuesday, July 24, 2018

Il mare di Santo Domingo stravolto dalla monnezza













Un tempo erano spiagge pristine.

Siamo a Montesinos Beach nei pressi della capitale, Santo Domingo, nella repubblica domenicana. Qui di pristino non e' rimasto niente se non una coperta multicolore di plastica e di monnezza melmosa che avvolge la costa, la sabbia, il mare.

E che continua ad arrivare.

Hanno mandato 500 lavoratori e volontari, e pure l'esercito e la marina, ma l'ondata di rifiuti non e' stata ancora domata. Finora sono state rimosse 60 tonnellate di plastica dal mare in tre giorni, ma la furia dell'immondizia e' ancora piu' forte di tutti.

E infatti le pale, le ruspe e gli escavatori non fanno a tempo: piu' rimuovono piu' le ondate del mare mandano altra monnezza in riva.

Cosa hanno raccolto?

Cose mondane: bottiglie di plastica, contenitori di polistirolo, forchette e bicchieri di plastica. Sembrano cose innocue, ma moltiplicate per migliaia e migliaia soffocano il mare. Da dove arriva questa roba?

Dal fiume Ozama. Qui attorno la gente vive in modo del tutto precario, non certo nei resort di lusso dei turisti ed il fiume e' essenzialmente la loro discarica comune. Ogni anno arrivano qui 90mila tonnellate di monnezza che giacciono.

Ma di recente c'e' stata una tempesta, e tutto il carico di plastica del fiume Ozama e' finito in mare.
La gente ci e' abituata, e' gia' successo in passato dopo piogge piu' o meno abbondanti.

Anzi, sono eventi che diventano sempre piu' frequenti: prima il quantitativo di immondizia aumenta ed accumula, a un certo punto arriva la tempesta e tutto viene mandato al mare aperto. E poi si rincomincia con la monnezza che torna ad accumularsi.  Una specie di ciclo della monnezza.

Quella che vediamo nelle foto fra l'altro e' solo un piccolo quantitativo del totale, perche' altra monnezza e' finita in mare aperto.

E anche se pensiamo che sia "solo" plastica multicolore c'e' pure tutta la roba tossica che questa monnezza porta con se, sostanze chimiche, coloranti, additivi, che poi finiscono nei pesci (se sopravvivono) e in ultima analisi nei nostri corpi.

Come sempre, la soluzione e' nelle vite di ciascuno di noi.

Ogni bottiglietta che stappiamo, la domanda da farsi e' sempre la stessa: ma davvero mi serve?

Monday, April 2, 2018

Colombia: tre settimane di perdite di petrolio nella foresta uccidono 2400 pesci, uccelli e rettili





















I have practically nothing to eat, 
we have lived through the river all our lives



E' un disastro ambientale in un area remota di Colombia, a cento chilometri dalla citta' di Barrancabermeja. Una perdita di petrolio di circa 90mila litri da uno dei campi piu' grandi della nazione ha causato la morte di 2,400 animali, fra pesci, uccelli, bestiame e rettili.

Il petrolio e' finito nel fiume Magdalena, il principale della nazione, portandosi dietro una marea nera di vari chilometri, l'inquinamento delle fonti di approvvigionamento idrico per centinaia di persone, e ha mandato almeno una settantina di famiglie in ospedale per malori di vario genere, fra cui vomito, nausea e mal di testa.

Le perdite di petrolio sono iniziate il 3 Marzo (si un mese fa!) dal cosiddetto pozzo Lizama 158, gestito dalla Ecopetrol, la ditta nazionale di petrolio.  La fiumana nera si e' poi estesa per 25 chilometri lungo il fiume Lizama stesso e per altri venti lungo il fiume Sogamoso.

Entrambi finiscono nel fiume Magdalena che appunto e' il piu' lungo di Colombia e che e' quindi stato inquinato pure lui. Questo e' particolarmente grave perche' la maggior parte delle comunita' rurali della zona dipendono dal fiume e dalla pesca per il loro sostentamento.

Ci sono volute ben tre settimane affinche' la Ecopetrol intervenisse in qualche modo. Ma per tre settimane nessuno ha visto o fatto niente.

E tre settimane di petrolio sono tante.

Secondo gli ambientalisti della zona e' il peggior disastro del paese degli scorsi decenni. Anzi, la ANLA, la Autoridad Nacional de Licencias Ambientales, ha evacuato interi villaggi per timori di ultieriori danni alla salute. Tutte queste comunita' sorgono lungo i fiumi inquinati, il Lizama e il Sogamoso, e vivono di pesca.

Oltre ai 2,400 che sono morti, altri 1,300 animali sono stati soccorsi e sono ancora in vita. Piu' di mille alberi sono stati coperti di petrolio.

Nonostante proclami di vario genere, fra cui era tutto sotto controllo, la Ecopetrol non e' riuscita a fermare le perdite fino al 31 Marzo 2018. 

E' interessante che gia' due anni fa la Contraloría General di Colombia, ente governativo, aveva consigliato alla Ecopetrol di chiudere il pozzo Lizama 158 e tutti gli altri della stessa concessione perche' pericolosi. Altri trenta pozzi abbandonati della stessa ditta lungo il fiume Magdalena erano stati considerati a rischio di cedimento pure loro nel 2016. La raccomandazione della Contraloría General era stata la stessa: chiuderli e sigillarli definitivamente.

La Ecopetrol rispose alla Contraloría General che non ne aveva le risorse, ne per chiuderli, ne per tenerne la manutenzione. E cosi non hanno fatto niente.

Finche' non ci e' scappata la perdita.

Didier Tavera e ' il governatore della provincia di Santander, dove sorge il Lizama 158. Lui dice
che la Ecopetrol e' stata incompetente e incapace di capire l'urgenza del caso e di avere creato lei stessa la tragedia ambientale sotto gli occhi di tutti.

Ma il presidente della Ecopetrol, Felipe Bayón, svergognato, dice che non e' stata colpa dei fallimenti tecnici della sua ditta, quanto di attivita' sismica in zona che ha causato crepe e rotture nelle cementificazioni dei suoi pozzi.

E infatti Santander e' una delle zone piu' sismiche di Colombia, ci sono spesso terremoti qui ed uno abbastanza intenso il giorno 1 Marzo. Bayón da la colpa ai terremoti dunque.

Ma... non lo sapevano quando li hanno costruiti che l'area era sismica? E proprio perche' sapevano che era sismica, non sapevano c'era bisogno di maggiori controlli? Magari era meglio evitare?  E se sono petrolieri come fanno a non avere le risorse per controllare i loro stessi campi?  Fra l'altro a Barrancabermeja, sorge la piu' grande raffineria di Colombia.

Misteri.

Alla fine hanno installato 17 punti di controllo, sbarramenti lungo il fiume, e pozzi di raccolta lungo il Lizama e il Sogamoso.

E alla fine fine, finalmente il flusso si e' fermato, appunto il giorno 31 Marzo 2018. 

Il Ministro dell'ambiente di Colombia, Luis Gilberto Murillo, dice che se si appura che e' stata colpa della Ecopetrol, ci saranno forti sanzioni.

Intanto chilometri e chiometri di fiumi sono ancora anneriti dal petrolio, e le conseguenze ci saranno ancora a lungo.

Come sempre, la morale e' sempre la stessa. Meglio non trivellare, specie se in foreste, in zone sismiche, vicino a fonti idriche, vicono alle persone. La natura, la geologia, o la nostra stessa incuranza un giorno ci presenteranno il conto.