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Tuesday, October 30, 2018

Abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 60% delle specie animali selvagge in quarant'anni







We're the first generation to know we are destroying our planet 
and the last one that can do anything about it.


The biggest single thing most of us can 
do is cut down our meat consumption

Ecco qui.

La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste abbattute per creare campi agricoli, abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, plastica nel mare, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri nelle foreste, ci siamo avvelenati con i pesticidi e tutti vogliono vivere come gli occidentali, portando al consumismo sfrenato a livello planetario.

Siamo oggi a 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa.

Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perche' ne mangiamo troppi.

Abbiamo usato energia, terra ed acqua piu di quanto non potessimo permetterci.

Dal 1950 ad oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, sostiutendoli con plastica.

Il 90% dei coralli a livello mondiale e' a rischio di estinzione.

Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soya o di olio di palma.

Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un area grande quanto Londra.

Le meta' delle orche assassine morira' per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato di queste nostre azioni e' del tutto consequenziale: il numero di animali che vivono allo stato selvaggio e' in declino, con la scomparsa del 60% delle specie animali nel corso degli scorsi 40 anni.

Sono cifre impressionanti, rilasciate dal WWF mondiale Living Planet Report 2018.

Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta ed ha concluso che noi uomini stiamo distuggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civita', basata su acqua pulita e aria respirabile. 

Sono stati studiati gli impatti dell'attivita' umana su popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili, dal 1970 al 2014, e l'analisi ha riguardato 4,005 specie animali distinte, con 16,704 esemplari in totale. di Appunto, il 60% delle specie selvagge e' andato estinto.

Le popolazioni di rinoceronti sono calate del 63% fra il 1980 e il 2006 a causa del mercato illegale delle loro corna.

Le popolazioni di orsi polari, gia' in declino, caleranno del 30% entro il 2050 a causa dello scioglimento delle nevi.

Le popolazioni di squali nell'oceano indiano e in quello pacifico sono scese del 63% negli scorsi 75 anni.

Le popolazioni di pappagalli grigi africani nel Ghana sono calate del 98% fra il 1992 e il 2014 a causa della perdita di habitat.

Le popolazioni di pulcinelle di mare, uccelli acquatici, in Europa caleranno del 79% fra il 2000 e il 2065.

Le specie piu a rischio sono nei Caraibi e nell'America centrale e meridionale, con il declino dell'83% delle specie animali selvagge e dei pesci, dal 1970 al 2014. A rischio oranghi-tanghi, rinoceronti, elefanti, e altre specie della foresta tropicale.

La cosa importante da ricordare e' che le foreste non sono terra sprecata, di nessuno, oppure un qualche cosa di carino, ma tutto sommato nonesseniziale. La natura ci consente di vivere, e' il nostro habitat. 
Le foreste mantengono un sacco di equilibri climatici, con gli alberi e l'assorbimento di CO2. Ma gli alberi sono la casa di tante specie animali che vivono in simbiosi con lei: gli animali fertlizzano la terra, e aiutano a diffondere i semi; estinti gli animali, la foresta ne soffre, e viceversa, senza foresta gli animali selvatici non hanno casa.
Perche' non ne parliamo troppo della diversita' che continua a declinare? Perche' e' un processo incerementale, che accade lontano. Non ce ne accorgiamo, gli squali e gli orsi sono fuori dagli occhi, fuori dal cuore.

E invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smettere il sovrasfruttamento del pianeta e dei costi in tutto quello che facciamo. Le risorse naturali, si calcola, se dovessero essere quantificate in una cifra economica sarebbero $125 trillioni di dollari.
Tutto quello che abbiamo cercato di fare finora, non e' stato sufficente ed occorre fare di piu'.

Si e' gia' parlato della sesta estinzione di massa, causata da noi uomini.


Perche' la cosa migliore e' mangiare meno carne? Perche' la deforestazione e' dovuta alla produzione di soya spesso esportata per dare da mangiare a maiali e a galline. Anche i corpi d'acqua, fiumi e laghi sofforono perche' l'acqua viene usata a scopi di irrigazione per queste enormi piantagioni.
Il mondo parlera' di tutte queste cose nel 2020, ad un meeting all'ONU per discutere ancora, di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversita'.
Chissa' quante altre specie saranno perse in questi due anni che ci stanno avanti.  Chissa' quante parole nel frattempo.


Thursday, October 25, 2018

Hawaii: l'isola delle foche monache ingoiata dai cambiamenti climatici






East Island nelle cosidette French Frigate Shoals, un atollo a 800 chilometri nord-ovest delle isole Hawaii.


E' (o era) un importante isola per le riproduzione di specie in via di estinzione ed e' (o era) parte del monumento nazionale marino Papahanaumokuakea Marine National Monument,

E' stata ingoiata dal mare e dai cambiamenti climatici.

Tartarughe, uccelli, foche ci tornavano ogni anno per depositare uova, far nascere i propi piccoli e curarli lontani dall'uomo e dai suoi pericoli.

Al prossimo giro l'isola non ci sara' piu'.

L'uragano Walaka ha ingoiato East Island. E' stato uno degli uragani piu' violenti della storia dell'Oceano Pacifico.
La notizia e' arrivata dal professor Chip Fletcher told dell'Universita' delle Hawaii che ha notato la scomparsa di East Island dalle immagini da satellite. Lui si e' dichiarato sorpreso, ma sopratutto preoccupato dato il ruolo dell'isola in questione come importante habitat per le foche monache hawaiane, le tartarighe verdi hawaiane e varie specie di uccelli, che si spostano qui per la riproduzione.

E quindi la perdita di East Island e' molto piu' importante per il ruolo che copre nell'ecosistema rispetto alla sua realta'  estensione territoriale che e' di solo un chilometro di estensione per cento metri circa.

Le foche monache hawaiane sono fra le specie marine piu' a rischio di estinzione: circa l'80% degli esemplari viventi si trovano sulle isole a nordovest delle Hawaii.  Il 16% della popolazione e' (o era) situata appunto su queste French Frigate Shoals. Buona parte di queste foche usa (o usava) l'isola scomparsa, East Island, per la cura dei loro piccoli.

Nel 2018 circa dodici esemplari di foche monache sono nate sulla East Island. Nessuno sa cosa accadra' il prossimo anno quando le foche non potranno piu' partorire sull East Island, visto che la East Island non esiste piu'.

Anche le tartarughe verdi hawaiane usavano East Island per la riproduzione: circa la meta' di tutte le loro uova che depositano (o depositavano) erano lasciate sulla East Island.

Il National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha annunciato che altre, simili isole minori potrebbero scomparire, a causa dei cambiamenti climatici e dell'innalzamento dei livelli del mare. Il futuro ci presentera' altre occasioni simili, e anzi l'isola delle foche non e' neanche la prima in zona a scomparire; anche la Trig Island nelle vicinanze e' scomparsa quest'anno ingoiata dall'erosione e dal mare.

Tuesday, October 23, 2018

Blackpool, UK: ricomincia il fracking; ricominciano le microscosse.



Cuadrilla's only safe option is to cease fracking.

David Smythe, professore emerito di geofisica
University of Glasgow


Dopo due settimane di trivelle, 27 microscosse.

Ogni giorno perso costa alla Cuadrilla 94mila sterline

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La premessa e' che sono scosse poco percettibili, di intensita' cosi bassa che in gran parte solo gli strumenti riescono a identificarli.

Il fatto inquietante pero' che queste scosse diventano visibili agli strumenti di misura solo pochi giorni dopo che sono ri-incominciate le trivelle attorno a Blackpool.

Siamo nel cuore del Regno Unito, dove per sette anni di fermo al fracking, di scosse e di microscosse non si era parlato. Le trivellazioni sono ri-iniziate pochi giorni fa e subito sono arrivate, puntuali, le microscosse.

Come mai si e' tornati a trivellare?

Perche' ai primi di Ottobre del 2018, un giudice inglese, dopo anni di appelli di residenti e ambientalisti, e di decisioni e controdecisioni, ha deciso che si poteva.

Al diavolo i trattati di Parigi, le emissioni, i cambiamenti climatici. Perche' e' facile parlare, e' piu' difficile fare ed essere coerenti. E cosi, la Cuadrilla che teneva sottocchio lo shale gas di Blackpool e' ripartita in quarta.

Ovviamente il timore non e' per queste microscosse, quanto per quelle che potrebbero scatenarsi se si continua a stuzzicare, e a stressare il sottosuolo. Dopotutto, se dopo pochi giorni il terreno gia' si sposticchia, che ne sara' fra un anno o fra dieci?

Per ora il British Geological Survey (BGS) ha riportato di cinque microscosse nei pressi del suto di Preston New Road trivellato dalla Cuadrilla Resources. E' interessante notare che sette anni fa, appunto, il fracking fu fermato nel Regno Unito proprio a causa delle scosse di terremote registratesi presso Blackpool. Il maggiore di questi sismi era di intensita' 2.3 Richter. Forse poco, ma considerato che era zona non sismica, e' tutto dire.

Il BGS che sara' amica dell'INGV italiana!, rilascia il tuttapposto britannico allastampa britannica dicendo che, certo che ci si aspettano microscosse, visto che "generalmente" il fracking e' collegato alle microscosse, ma che loro, supermen!, hanno in atto severi controlli.

"This is not unexpected since hydraulic fracturing is generally accompanied by micro-seismicity. The Oil and Gas Authority (OGA) has strict controls in place to ensure that operators manage the risk of induced seismicity."

Ipse dixit, dal Servizio Geologico Britannico.
 
Dicono infatti che ogni volta che le scosse arrivano a 0.5 Richter le trivelle si fermeranno; questo limite potrebbe pero' essere innalzato a seconda dell'esperienza.

La Cuadrilla Resources invece rilascia altri comunicati in cui si dice che tutto questo reportage sulle microscosse e' esagerato.

Certo, occorre dirlo a chi ci vive vicino invece e che non vuole vivere sotto una spada di Damocle.
E infatti ci sono pure ricercatori indipendenti, non governamentali e non petrolieri, che invece dicono che queste microscosse potrennero essere indicatori di eventi molto piu' potenti.

Il professor David Smythe, emerito di geofisica presso la University of Glasgow dice che se la Cuadrilla continua a trivellare, ci saranno certo terremoti maggiori.

L'opzione unica per la sicurezza di tutti, secondo David Smythe, emerito di geofisica e' di non trivellare piu'.


Saturday, October 20, 2018

Il 90% del sale da cucina nel mondo contiene microplastica, anche in Italia









In basso:

L'abbondanza di microplastica in tre tipi di sale in Italia:
due da sale marino (blue), uno da salgemma (rosso)





Doveva succedere prima o poi: l'oceano contiene plastica, i pesci contengono plastica, e ora la plastica arriva anche nell'acqua che beviamo, nel sale da cucina, in noi stessi.

Gli studi si susseguono da tempo.

Sappiamo che la microplastica e' presente nella birra che beviamo, nel pesce che mangiamo, e pure nell'aria che respiriamo e pure nell'acqua che beviamo

Nel 2015 il primo studio a mostrare la microplastica nel sale in 15 tipi diversi di sale della Cina. 

Altri studi, in altre parti del mondo mostrarno poi alti tassi di microplastica nel sale marino negli USA, Francia, Spagna, UK e Malesia. 

La tabella e' cosi riassunta

Spagna: 21 campioni su 21;
USA: 10 campioni su 10;
Cina: 14 campioni su 15;
Australia, Francia, Iran, Giappone, Maleysia, Nuova Zealanda, Portogallo, Sud Africa: 16 campioni su 17; (solo un campione francese era privo di microplastica)

Da dove arriva questa microplastica? Nessuno lo sa con certezza ma si pensa che sia dovuta alle microfibre dei nostri vestiti e dai frammenti della plastica delle bottigliette.

Ogni anno quasi 13 milioni di tonnellate di plastica vengono riversate nei nostri oceani.

L'equivalente di un camion della monnezza al minuto.

L'ultimo studio e' di un gruppo di ricercatori coreani, Ji Su Kim, Hee Jee Lee, Seung Kyu Kim e Hyun Jung Kim, della Incheon National University in collaborazione con Greenpeace Korea, che ha deciso di eseguire altri studi su 39 marchi di sale confenzionato e in vendita nei negozi di 21 nazioni diverse per confermare quanto trovato sopra e per eseguire una analisi completa.

La risposta e' che il 90% del sale nelle confezioni in vendita nel mondo e' contaminato da microplastica; i risultati del gruppo sono stati pubblicati nella rivista Environmental Science and Technology.

La microplastica compare in 36 dei 39 campioni analizzati.

Il peggiore e' stato il sale indonesiano, paese fortemente inquinato dalla plastica, e questo non e' una sorpresa.

C'e anche l'Italia in questo ultimo studio, con tre tipi di sale: due presi dal mare, e uno da salgemma, le concentrazioni sono di 4, 20 e 30 pezzetti di microplastica per chilo di sale.

Le marche non vengono rilasciate, ma il fatto e' che la microplastica e' arrivata nei nostri stomaci.
Un po di persone mi hanno scritto per dirmi: ma ... se e' salgemma e' impossibile che ci sia la plastica perche' quel sale si e' accumulato tanto tempo fa. Anche io ho pensato qualcosa di simile, ma il fatto e' che dalla miniera alla tavola ci sono tanti processi, e quel sale a volte viene trattato con acqua ed altre sostanze, per cui la contaminazione puo' avvenire strada facendo.

Non sono un'esperta di processi lavorativi del sale, ma lo studio coreano parla chiaro.

E non si tratta di dire: comprero' il sale dal posto X.
E' tutto il mondo che ha questo problema.

Nessuno sa che effetti ha questa microplastica sui nostri corpi.
Certo, e' di sicuro inquietante e non naturale.





Thursday, October 18, 2018

Nigeria: Scoppia oledotto e muoiono in sessanta, forse in duecento









La conta dei morti non e' ancora completa. Reuters parla di sessanta morti, la stampa locale di duecento. E poi ci sarebbero almeno una trentina di ustionati gravi, e molti altri feriti, tutte vittime dell'esplosione di un oleodotto gestito dalla Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC). Sono anche andate distrutte delle case.

Non e' ben chiaro cosa sia successo. 

Le fonti ufficiali parlano di possibile sabotaggio allo scopo di rubare petrolio - una sorta di furto andato male. I residenti pero' parlano invece di un oleodotto difettoso da anni, per il quale la manutenzione era un optional. La NNPC, ditta di stato, viene accusata di negligenza e di avere pompato petrolio in un oleodotto vecchio, abbandonato da tre anni.

Della serie: piu' facile dare la colpa ai residenti piuttosto che fare mea culpa da parte del governo. Temo che non sapremo mai davvero cosa sia successo, se non che ci sono stati tanti morti.

Siamo in localita' Ososioma, vicino alla citta' meridionale di Aba, in Nigeria.

L'oloedotto in questione convogliava petrolio dalla raffineria di Port Harcourt fino ad Aba ed era parte di un sistema integrato, detto System 2E che pompava petrolio verso il sudest e il nord del paese. A Port Harcourt ci sono due raffinerie che operano al di sotto della loro capacita' usuale, a causa della crisi dei mercati energetici.

Ovviamente non e' la prima volta che scoppiano oleodotti in Nigeria con conseguenze catastrofiche.  L'esplosione piu' grave fu venti anni fa, nel 1998 quando un oleodotto nel Niger Delta uccise piu di mille persone; nel 2006 un altro incendio ne uccise 269. A volte gli scoppi si scatenano dopo la manomissione degli oleodotti, quando la gente e' radunata attorno per prendere quanto piu' petrolio possibile, amplificando il conto delle vittime.

Ovviamente ignoranza, disperazione e poverta' fanno da corredo a queste storie, in cui invece di allertare le autorita' del petrolio che perde, degli oleodotti sabotati, e dei piccoli incendi collegati, la gente cerca di avvantaggiarsene finche' non ci lasciano le penne.

Ma e' anche vero che e' necessaria maggior sicurezza, e che sia il governo nigeriano -- coperto da petroldollari, crisi o non crisi, ed i colossi internazionali, Shell ed ENI in primis che hanno distrutto questa nazione assieme ai politici nigeriani, dovrebbero investire di piu' nella manutenzione e nei controlli, alla ricerca di pericoli causati dai vandali, dall'usura e dalla corrosione.

Per ora si continua a litigare sul numero dei morti. 






Wednesday, October 17, 2018

I fanghi petroliferi, la California e il Ministro Sergio Costa




Gianluca Castaldi
Franco Ortolani
Barbara Lezzi
Gianni Girotto
Vito Petrocelli

tutti del M5S, tutti che si sono riempiti la bocca con belle parole sull'ambiente

Si puo' anche votare no.
Si puo' anche essere coerenti.




Non ci siamo.

Io non so i giochini della realpolitik che ci stanno dietro, e sinceramente non mi interessano. Quel che so e' che e' immorale innalzare di venti volte il livello di idrocarburi nei fanghi di depurazione per essere riusati in agricoltura.

E' questo infatti quello che prevede l'articolo 41 del cosiddetto decreto "Genova": innalzare il livello di idrocarburi nei fanghi spandibili nei suoli agricoli da 50 a 1000 milligrammi per chilogrammo.

Cioe'  sara' lecito spargere robaccia tossica sui campi.

Dove finira' quella robaccia? Mmh. Tiriamo ad indovinare. Sulle tavole degli italiani?

La stampa italiana scrive che questo e' una sorta di scorciatoia per chi tratta acque di scarto da depuratori industriali e civili, e che non sa cosa farne. Addirittura la regione Lombardia aveva pure pensato di innalzare i livelli oltre i 1000 milligrammi per chilogrammo, ma fu il TAR della regione a bloccarli.

Sono andata a vedere cosa facciamo qui il California.

Mi pare di capire che in questa parte del mondo il limite di oli in acqua da usare per l'agricoltura sia di 35 milligrammi per litro. Un litro equivale ad un chilogrammo di acqua, per cui in California il limite e' di 35 milligrammi per kilogrammo.

Riassunto:

In California il limite e' di 35 milligrammi per chilogrammo;
In Italia il limite era di 50 milligrammi per chilogrammo;
In Italia il limite e' ora di 1000 milligrammi per chilogrammo.

Tutta salute, eh!

E poi ci lamentiamo della mafia e degli speculatori e dei tedeschi o chi per loro che vengono a smaltire la loro monnezza in Italia. Ma se siamo noi i primi a concederglielo!

La colpa dunque, quando arriveranno i TIR dal nord europa non e' degli altri, quelli fanno solo il business, ma e' nostra, perche' gli abbiamo aperto la porta, rendendo legale un vero scempio. E quando la camorra fara' i suoi affaracci di monnezza, occorre ricordare che siamo stati noi a incoraggiarli, tacitamente.

Non so cosa sia passato per la testa di Matteo Salvini e di tutti gli stolti che hanno votato, approvato, taciuto o guardato dall'altro lato mentre questo articolo 41 veniva approvato.

So pero' che il Ministro Sergio Costa ha una enorme responsabilita' in tutto questo, e che piu' di altri avrebbe dovuto darsi da fare, con la mente e con le braccia e con le unghia e con le parole,  contro questa decisione.

Non era lui quello della terra dei fuochi?

Non ha visto cosa e' successo alle mamme campane, ai loro figli, ai loro giovani?
E solo perche' non ne parla piu' nessuno non vuol dire che non ci sia ancora sofferenza e dolore.

E come pensa che sia iniziato tutto questo? Con un po' di veleni di qua, un po' di veleni di la, e alla fine, siamo arrivati alle mozzarelle alla diossina.

Come sempre, e' la prevenzione che conta, e questo piu' di altri Sergio Costa dovrebbe saperlo. E non solo dovrebbe saperlo, dovrebbe averlo insegnato ai suoi, a Matteo Salvini, e a chiunque avesse avuto dubbi sulla logicita' di aumentare i veleni nell'acqua dei campi di venti volte.

L'Italia e' uno dei paesi d'Europa maggiormente colpiti dai tumori dell'infanzia, secondo uno studio pubblicato nel 2017 su Lancet. Su 62 paesi studiati viene fuori che l'Italia e' uno dei paesi a maggior tasso di tumori per i residenti al di sotto dei 20 anni di eta'.

E il tumore dell'infanzia e' piu' di ogni altra cosa collegato all'inquinamento vissuto dalla mamma prima, dal feto poi e dal bambino stesso.

Pensiamo di curare queste statistiche spandendo veleni nei campi?

In tutta sincerita' in tutti questi mesi non ho visto nessuna iniziativa vera da parte di questo Sergio Costa in tema petrolio; non ci sono stati provvedimenti di bocciatura sulle trivelle, c'e' stata invece timidezza in Basilicata e adesso il silenzio con questa storia dei fanghi. Non va bene cosi.

All'inzio uno puo' dire di dover studiare il sistema, ma dopo quattro, cinque mesi di silenzio, e peggio, di taciti assensi, si diventa complici caro Sergio Costa.

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Addendum: un sacco di gente mi scrive dei "perche'" e dei "per come" e delle emergenze e delle scusanti su questa decisione. La verita' che una emergenza non si risolve creandone altre, da regalare alle generazioni future. Mi si dice che e' tutto temporaneo - ma sappiamo tutti come finisce la temporaneita' in Italia, finisce dopo decenni e decenni di veleni. Non esistono scuse che tengano qui. Ci deve essere un modo di smaltire fanghi senza avvelenare nessuno. 

Ciascuno deve rispondere a questa domanda: davvero pensate che la soluzione sia mangiare melanzane annaffiate con l'acqua al petrolio?



Sunday, October 14, 2018

Il gao e la riforestazione del Niger














Il Niger e' un piccolo stato africano che non se la passa troppo bene.

E' uno dei paesi piu' poveri del mondo ed e' anche il crocevia di tanti migranti che partono dalle nazioni vicine dell'Africa dell'Ovest, Nigeria, Guinea, Costa D'Avorio, Malawi, Senegal per venire in Europa, e dove si svolgono luride contrattazioni del traffico internazionale di umanita' disperata.

Questa pero' e' una storia bella, e ha per protagonisti gli alberi del Niger, non i disperati o gli sfruttatori.

Siamo a Droum nel sud est del Niger.

Sorgono qui varie piantagioni spontanee di gao, in latino Faidherbia albida, chiamati anche alberi di acacia bianca, che secondo i residenti hanno poteri magici.

Spuntano dappertutto: dal Sengal, al Mali, dal Burkina Faso al Malawi. Ma e' qui in Niger che c'e' un isola di verde gao. Sono alberi autoctoni della zona ma solo in anni recenti la riforestazione e' diventata un fenomeno. Nel solo Niger, in trent'anni sono nati duecento mila nuovi alberi di gao, su un area di cinquemila ettari di terreno prima infertile e degradato.

Non li ha piantati nessuno, sono nati da soli, ma dozzine e dozzine di contadini della zona li hanno ben coltivati, dando loro l'opportunita' di radicarsi nel suolo e di moltiplicarsi. E di qui, pochi alberi sono diventati appunto, duecentomila.

Secondo vari studiosi di botanica e di economia, e' una delle trasformazioni piu' radicali di tutta l'Africa in termini di ecologia e di benessere comune.

Non ci sono state qui le Nazioni Unite a portare soldi, ONG dall'Europa, o missionari mormoni. E' stata la gente del posto a capire e ad aiutarsi da sola.

Come mai il gao? 

I contadini hanno osservato che questi alberi, non si sa come, creavano un  microecosistema che portava miglioramenti alle coltivazioni agricole e al bestiame. E cosi', li hanno accuditi, non abbattuti, e hanno attribuito al gao poteri speciali.

La botanica e' piu' semplice della magia.

In generale l'ombra degli alberi non e' troppo amata dai contadini, perche' gli ortaggi e le altre coltivazioni non vengono su bene. E' per questo che spesso c'e' la distruzione della foresta tropicale. Troppo poco sole.

Ma il gao e' diverso: le radici sono estese, questo albero assorbe azoto dall'atmosfera e lo rilascia nel terreno, aiutando a fertilizzare il suolo. Le sue foglie cadono durante la stagione della pioggia, portando maggior sole proprio quando ce n'e' piu' bisogno.

Il raccolto vicino agli alberi di gao puo' raddoppiare in alcuni casi.

La cosa interessante e' che la rinascita dei gao e' piu' sostenuta in zone densamente abitate, e questo perche' il suolo e' spesso piu' degradato e gli alberi portano molti miglioramenti.  E i residenti non lo fanno perche' gli alberi sono belli ma perche' utili all'agricoltura. Piu' persone, piu' alberi.

E in Niger dove la temperatura spesso si mantiene attorno a 40 gradi l'ombra degli alberi porta ad altri miracoli: conigli selvatici che si raccolgono sotto i gao, stazioni di rinfresco per caprette.  I rami secchi sono utili per legna da bruciare, i baccelli sono mangiati dal bestiame domestico.

Sono anche sorte delle cooperative di donne che fanno medicine e sapone dalla legna del gao. La leggenda, o la saggezza popolare, dipende dai punti di vista, narra che il gao puo' curare infezioni respiratorie, sterilita', problemi digestivi, malaria, mal di schiena, e pure l'influenza.

Con la legna si possono anche costuire altri oggetti domestici, o utili per costruire case e recinti.

Cosi forte e' la protezione del gao che se uno danneggia un albero deve andare dalle autorita' a giustificare perche' l'ha fatto. La prima volta, bastano le scuse, la seconda scattano le multe che possono arrivare fino all'equivalente di venti euro, un mare di soldi per i residenti del Niger.

Si pensa che questi alberi fossero tipici del Sahara prima che diventasse un deserto, altre tesi sono che fu introdotto in zona da tribu' pastorali provieniente dall'Africa meridionale.

Ad ogni modo, fino alla meta' degli anni ottanta, ogni albero di gao era considerato di proprieta' dello stato; le punizioni anche per chi toccasse un ramo di questo albero erano severissime, e cosi non c'era nessuno a curarli in loco. Ma le leggi cambiarono, e ai privati fu concesso di possederli. Da allora la proliferazione dei gao e' stata fortissima, la gente era contenta di esserne responsabile, li hanno curati.  Sono state anche create delle pattuglie per la supervisione collettiva.

La matematica e' certa: secondo i contadini un albero di gao e' l'equivalente di dieci mucche.

L'albero Faidherbia albida e' l'oro verde dei Niger.

Thursday, October 11, 2018

Oleodotto esplode in Canada, raffineria esplode in Bosnia, altra raffineria esplode in Canada




 
Canada

Bosnia












Canada 2





Siamo in British Columbia sulla costa pacifica del Canada. Un gasdotto della Enbridge da 70 centimetri di diametro e' esploso in una zona rurale a nord della citta' di Prince George.

Cento membri della tribu indigena Lheidli T'enneh First Nation, sono stati evacuati a causa del forte boato, puzze, e aria irrespirabile. Lo scoppio e' stato a 2 chilometri dalla riserva.  Non si sa perche' il gasdotto sia esploso.

Passiamo alla Bosnia dove invece e' esplosa una raffineria russa della Zarubezhneft. Qui siamo invece nella citta' di Brod, al confine con la Croazia.  Sono rimasti feriti in otto, con fiammate e fumo dappertutto; altri report invece parlano di un morto e nove feriti. 

E dulcis in fundo, un altra esplosione in Nova Scotia, dall'altro del Canada, dove invece ci sono state fiammate per 30 metri da una raffineria incendiatasi. Anche qui, fumo e paura, con tanti lavoratori in loco, spaventati e confusi.


Si tratta della Irving Oil facility, la raffineria piu' grande del Canada che impiega 1,400 persone su un sito di 300 ettari e con la produzione giornaliera di 320,000 barili al giorno. Il numero dei feriti e' incerto, ma lo scoppio e' avvenuto durante l'ora di pranzo, e molti degli addetti erano lontani dal punto centrale dell'impatto.

Anche qui non si sa perche' la raffineria piu' grande del Canada sia scoppiata.