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Wednesday, May 22, 2019

Le tigri del Bengala in via di estinzione a causa dei cambiamenti climatici























Le tigri del Bengala vanno lentamente scomparendo. Paiono cosi ferocemente sicure di se, e invece zitti zitti, i cambiamenti climatici le stanne decimando.

E' quanto appare da uno studio guidato da Sharif A. Mukul e appena pubblicato su Science of The Total Environment.  Qui si mostra che la combinazione di cambiamenti climatici e di perdita "drammatica" di habitat ha portato i numeri delle tigri del Bengala a livelli cosi bassi da destare forti preoccupazioni per la preservazione della specie.

E le tigri del Bengala non solo sole:  altre 500,000 specie animali terrestri sono a rischio estinzione a causa di perdita di habitat, secondo le Nazioni Unite. Gia' la meta' dei mammiferi sulla terra ha avuto ripercussioni negative a causa dei cambiamenti climatici.

La Tigre del Bengala vive prevalentemente in una zona dell'Asia fra India e Bangladesh chiamata
Sundarbans, che significa "bellissima foresta" in bengali.  E' questa una zona paludosa che ospita la piu' grande mangrovia del mondo, e con se una grande biodiversita'. Le tigri della zona in questo momento formano il piu' grande nucleo di tigri allo stato selvaggio di qualsiasi specie di tigri del mondo. La zona e' stata dichiarata patrimonio UNESCO.

Ho cercato delle foto e le ho messe su, per mostrarne la incontenstabile bellezza.

Purtroppo pero' solo il 70% dei terreni e sopra il livello del mare il che significa che anche pochi cambiamenti agli equilibri climatici e ai livelli del mare potrebbero portare a conseguenze drammatiche per il Sundarbans e per tutte le specie che qui vivono. Gli scienziati danno pure una cifra e una stima: entro il 2070 non ci sara' piu' habitat per le tigri nella parte bangladeshi del Sundarbans.

Gia nel 2010, uno studio del WWF parlava di un possible aumento dei livelli del mare di 40 centimetri nei successivi decenni che avrebbe portato alla morte del 96% delle tigri. Ma non ci sono solo i cambiamenti climatici.  A partire dal 1900 la caccia e la perdita di habitat dovuta all'avanzamento dell'uoo hanno gia' portato ad un calo drastico di tigri nel mondo. Da 100mila esemplari stimati un secolo fa, siamo ora a soltanto 4,000 unita'. 

In futuro gli studiosi parlano anche di eventi estremi:  uragani, alluvioni, tempeste fuori stagione dovuti ai cambiamenti climatici che porteranno a mancanza di cibo per le tigri. Potrebbero anche esserci maggiori uccisioni di tigri da parte dell'uomo, visto che queste tenderanno a cercare altri posti per vivere, probabilmente piu' urbanizzati, e questo potrebbe portare a maggiori scontri fra tigri e persone.  In Bangladesh vivono gia' 160 milioni di persone, e temo che non andranno tanto per il sottile nel difendere le loro case dalle tigri.

Non sono da trascurare anche invasioni di insetti prima non tipici della zone e che potrebbero portare alla diffusione di malattie.

E' noto che la situazione in Bangladesh e' drammatica: i livelli del mare si innalzano qui molto piu' che in altre zone del mondo, a causa della sua conformazione geografica; in una baia nel delta del fiume Gange. 

Alcuni enti locali stanno pero' cercando di fare quel che possono per salvare le tigri. Zahir Uddin Ahmed, del dipartimento delle foreste del paese dice che si stanno sperimentando piantagioni che possono resistere la maggiore salinita' dell'acqua, e che sono stati costruite barriere di contenimento in mare. In alcune zone c'e' stata la "ridistribuzione dei sedimenti" che penso sia il ripascimento delle spiagge, il che, dice Ahmed, ha portato al rallentamento dell'erosione.

Ma tutti percepsciono che questi sono cerotti, discutibili in alcuni casi, e non cure.

Ma allora, qual'e' la cura?

Temo che non ci sia: non esistono habitat vergini, indisturbati dall'uomo dove mettere centinaia di tigri su questo pianeta.

Siamo troppi, io penso, e mentre i numeri degli umani continuano ad esplodere in molti paesi, quello degli animali e delle foreste, che rende il nostro pianeta diverso e speciale, continua a crollare, spazzando via tutta la bellezza del creato.

Sunday, December 9, 2018

Anche le giraffe in via di estinzione







Kordofan giraffe --- Critically Endangered

Nubian giraffe --- Critically Endangered

Reticulated giraffe --- Endangered

Thornicroft’s giraffe --- Vulnerable

West African giraffe --- Vulnerable

Rothschild’s giraffe --- Near Threatened

Angolan giraffe --- Least Concern

Masai giraffe --- Not assessed

South African giraffe -- Not assessed

Non ci lasciamo niente, neanche le giraffe.

E' triste, vero?

Il numero di questi animali e' in rapido declino in tutto il mondo e di recente due specie diverse sono state inserite nella lista di animali a rischio "critico di estinzione". Un altra specie e' "solo" a rischio di estinzione. Varie altre sono solo "vulnerabili" o "a rischio".

 Le giraffe sono fra i piu' grandi mammiferi del pianeta a rischio di estinzione.

Le specie a rischio critico si chiamano giraffe di Kordofa e di Nubia e vivono entrambe in zone dell'Africa centrale; la giraffa reticulata invece vive nel corno d'Africa ed e' lei quella che e' a rischio di estinzione, ma non cosi critico come le altre due.

A compliare queste liste e' la International Union for Conservation of Nature (IUCN). La sua Red List of Threatened Species e quella che elenca le specie a rischio. Le tre specie di giraffe sono state inserite in questa lista nel 2016;  nel 2018 la loro situazione e' peggiorata tanto che le loro posizioni in questa triste classifica sono ora piu' gravi.

Dopo solo due anni.

Nel mondo ci sono nove specie di giraffe, divise per regioni e per tipologia di colori e di forme del loro manto.

Di queste sette sono state studiate in dettaglio dall'IUCN. Tre sono a rischio di estinzione, critico o meno critico, quelle elencate sopra; altre due sono vulnerabili, la giraffa di Thornicroft e quella del West Africa. E infine c'e' la giraffa di Rothschild che e' quasi a rischio.

L'unica delle specie studiate che non desta problemi (ancora!) e' la giraffa d'Angola che vive in Botswana, Namibia e Zimbabwe.

Fra le specie non studiate dall'IUCN, la giraffa del Sud Africa che pare sia ancora presente in numeri accettabili e la giraffa Masai che invece e' in forte declino e che pare sara' inserita nella lista rossa del'IUCN al prossimo giro quando avranno piu' dati.  

E' uno scenario non incoraggiante.

Il direttore della Special Survival Commission dell'IUCN, Julian Fennessy, nonche' direttore del Giraffe Conservation Foundation dice che le giraffe vanno incontro ad una estinzione silenziosa, e che anzi sono anni che nei circoli dei protettori degli animali di parla di questo fenomeno senza che nessuno abbia fatto granche'.

Perche' le giraffe sono a rischio? Perche' ci sono minacce da ogni parte: caccia illegale, perdita di habitat a causa di agricoltura e di attivita' estrattiva.

C'e' pero' una piccola finestra di speranza: le giraffe del West Africa e la giraffa Rothschild un tempo erano considerate specie a rischio ma che adesso lo sono un po meno, grazie all'intervento della Giraffe Conservation Foundation che ha lavorato con gruppi locali e con i governi africani per migliorare il fato di questi animali.

Nel 2008 la giraffa del West Africa era a rischio di estinzione, e nel 2010 lo era pure la giraffa di Rothschild. Oggi entrambe non lo sono piu'; i loro numeri sono migliorati, e anche se c'e' ancora molto da fare, almeno il pericolo non e' cosi piu' impellente come dieci anni fa.

Ovviamente il fatto che due specie di giraffe siano riuscite ad evitare l'estinzione e che questo sia successo in dieci anni grazie alla collaborazione di tutti, da coraggio e speranza per tutte le altre speciea e certo fa capire che che se ci si lavora prima che e' troppo tardi si possono salvare giraffe e biodiversita'.

Ecco, almeno che siamo coscienti di quello a cui il pianeta va incontro. Io intanto, continuo ad essere sempre piu' convinta che siamo in troppi su questa terra. 

Tuesday, October 30, 2018

Abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 60% delle specie animali selvagge in quarant'anni







We're the first generation to know we are destroying our planet 
and the last one that can do anything about it.


The biggest single thing most of us can 
do is cut down our meat consumption

Ecco qui.

La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste abbattute per creare campi agricoli, abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, plastica nel mare, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri nelle foreste, ci siamo avvelenati con i pesticidi e tutti vogliono vivere come gli occidentali, portando al consumismo sfrenato a livello planetario.

Siamo oggi a 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa.

Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perche' ne mangiamo troppi.

Abbiamo usato energia, terra ed acqua piu di quanto non potessimo permetterci.

Dal 1950 ad oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, sostiutendoli con plastica.

Il 90% dei coralli a livello mondiale e' a rischio di estinzione.

Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soya o di olio di palma.

Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un area grande quanto Londra.

Le meta' delle orche assassine morira' per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato di queste nostre azioni e' del tutto consequenziale: il numero di animali che vivono allo stato selvaggio e' in declino, con la scomparsa del 60% delle specie animali nel corso degli scorsi 40 anni.

Sono cifre impressionanti, rilasciate dal WWF mondiale Living Planet Report 2018.

Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta ed ha concluso che noi uomini stiamo distuggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civita', basata su acqua pulita e aria respirabile. 

Sono stati studiati gli impatti dell'attivita' umana su popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili, dal 1970 al 2014, e l'analisi ha riguardato 4,005 specie animali distinte, con 16,704 esemplari in totale. di Appunto, il 60% delle specie selvagge e' andato estinto.

Le popolazioni di rinoceronti sono calate del 63% fra il 1980 e il 2006 a causa del mercato illegale delle loro corna.

Le popolazioni di orsi polari, gia' in declino, caleranno del 30% entro il 2050 a causa dello scioglimento delle nevi.

Le popolazioni di squali nell'oceano indiano e in quello pacifico sono scese del 63% negli scorsi 75 anni.

Le popolazioni di pappagalli grigi africani nel Ghana sono calate del 98% fra il 1992 e il 2014 a causa della perdita di habitat.

Le popolazioni di pulcinelle di mare, uccelli acquatici, in Europa caleranno del 79% fra il 2000 e il 2065.

Le specie piu a rischio sono nei Caraibi e nell'America centrale e meridionale, con il declino dell'83% delle specie animali selvagge e dei pesci, dal 1970 al 2014. A rischio oranghi-tanghi, rinoceronti, elefanti, e altre specie della foresta tropicale.

La cosa importante da ricordare e' che le foreste non sono terra sprecata, di nessuno, oppure un qualche cosa di carino, ma tutto sommato nonesseniziale. La natura ci consente di vivere, e' il nostro habitat. 
Le foreste mantengono un sacco di equilibri climatici, con gli alberi e l'assorbimento di CO2. Ma gli alberi sono la casa di tante specie animali che vivono in simbiosi con lei: gli animali fertlizzano la terra, e aiutano a diffondere i semi; estinti gli animali, la foresta ne soffre, e viceversa, senza foresta gli animali selvatici non hanno casa.
Perche' non ne parliamo troppo della diversita' che continua a declinare? Perche' e' un processo incerementale, che accade lontano. Non ce ne accorgiamo, gli squali e gli orsi sono fuori dagli occhi, fuori dal cuore.

E invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smettere il sovrasfruttamento del pianeta e dei costi in tutto quello che facciamo. Le risorse naturali, si calcola, se dovessero essere quantificate in una cifra economica sarebbero $125 trillioni di dollari.
Tutto quello che abbiamo cercato di fare finora, non e' stato sufficente ed occorre fare di piu'.

Si e' gia' parlato della sesta estinzione di massa, causata da noi uomini.


Perche' la cosa migliore e' mangiare meno carne? Perche' la deforestazione e' dovuta alla produzione di soya spesso esportata per dare da mangiare a maiali e a galline. Anche i corpi d'acqua, fiumi e laghi sofforono perche' l'acqua viene usata a scopi di irrigazione per queste enormi piantagioni.
Il mondo parlera' di tutte queste cose nel 2020, ad un meeting all'ONU per discutere ancora, di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversita'.
Chissa' quante altre specie saranno perse in questi due anni che ci stanno avanti.  Chissa' quante parole nel frattempo.


Tuesday, September 25, 2018

L'airgun danneggia o uccide zooplankton, capesante, aragoste; 600 petrolieri vanno in fibrillazione











Della Spectrum Geo abbiamo parlato su questo blog, come di quei gran signori che vogliono fare una campagna mastodontica di ispezioni sismiche in Adriatico, da Ravenna fino a Santa Maria di Leuca.

Anche dello studio del Professor Robert McCauley, della Curtin University in Western Australia,
abbiamo gia' parlato su questo blog. Fu pubblicato circa un anno fa su Nature Ecology. I ricercatori conclusero che l'airgun sperimentato in Tasmania, a sud dell'Australia, causava la morte dello zooplankton, alla base della catena alimentare, fino ad una distanza di 1.2 chilometri.

Lo stesso gruppo poi mostrava che le ispezioni sismiche portavano danni al sistema immunitario delle aragoste; e in altri studi ancora che la mortalita' delle capesante poteva aumentare dopo l'esposizione all'airgun.

Tutti questi studi sono stati pubblicati su riviste prestigiose, su cui e' difficile pubblicare e per i quali c'e' una rigida peer-review, cioe' i tuoi pari ti criticano, e la barra di accettazione e' molto elevata.
Nel primo caso, come detto si tratta di Nature Ecology; negli altri due di Marine Biology Pollution e di PNAS. Il fatto che gli studi siano stati pubblicati su tali riviste -- e per tre volte! -- significa che chi l'ha scritto non e' fesso e che sa quel che sta ricercando.

Ma... come possono i signori del petrolio accettare tutto questo?

Non possono e cosi corrono ad attaccare il Prof. McCauley e la sua squadra.  E non l'hanno fatto in modo delicato: si sono messi assieme quelli della American Petroleum Institute (API) e della International Association of Geophysical Contractors (IAGC), che sono tutte associazioni che fanno gli interessei del petrolio ed hanno ... scritto una lettera ai politici americani per metterli in guardia, non sia mai, da questi cattivissimi studiosi australiani!

Dicono che lo studio degli australiani e' sbagliato, che i pesci erano piccoli che c'e' troppa variabilita' che ci sono troppe conclusioni speculative.

Chi rappresentano quelli della API e della IAGC? Beh, circa 600 petrolgruppi fra BP, Chevron, Exxon and Shell, e altri gruppi che invece fanno di mestiere l'airgun, fra cui la nostra amica Spectrum Geo.

Guarda un po che coincidenza!

Ovviamente Mr. Petrolio, anzi tutti e 600 i Mr. Petroli dicono che l'airgun non porta problemi, cioe' la versione americana del tuttapposto.

Il Professor McCauley dice che sapeva che il suo lavoro sarebbe stato infangato; come puo' essere altrimenti visti gli interessi che ci stanno sotto?

E fanno bene i petrolieri a preoccuparsi.

Alla luce di questi, e di altri studi, alcuni amministratori del North Carolina hanno chiesto alle ditte che hanno proposto di fare airgun e di trivellare i loro mari di mostrare che le loro tecniche non avrebbero messo in pericolo la pesca. E anzi, il dipartimento di qualita' ambientale dello stato disse che le ispezioni sismiche avrebbero potuto portare a impatti negativi sulla pesca commerciale e da sport e a danni ai mammiferi marini.

E cosi, alcune ditte di airgun, fra cui la Spectrum Geo mandano la lettera dell'API e della IAGC, i loro lobbysiti alle autorita' del North Carolina per dire tuttapposto.

Fra l'altro questa Spectrum Geo non felice di rovinarci l'Adriatico ha anche in programma una campagna di acquisto dati proprio in Australia.

La cosa schifosa e' che i petrolieri dalle tasche profonde hanno pure deciso di farsi il loro studio da se: un gruppo di riceratori e' stato pagato dalla Australian Petroleum Production and Exploration Association per replicare i risultati del Professor McCauley. I loro risultati? Che se si cambiavano le localita' da esaminare, le rispettive temperature e le creature marine in analisi la mortalita' veniva ridotta. Ovviamente non poteva che venire un risultato che a loro stava bene!

Cosi' questo studio viene mostrato in giro, senza dire che era stato sponsorizzato dai petrolieri e come prova che gli studi del Professor McCauley erano sbagliati.

Nuovo colpo di scena.

Il Professor Anthony Richardson, a capo del lavoro sponsorizzato dai petrolieri, dice che non e' giusto paragonare i loro risultati a quelli trovate in altre aree, e dice che i petrolieri sbagliano a condannare il lavoro del Professor McCauley.

Secondo lui ci vogliono altri studi.

Morale della favola: se i petrolieri mettono in moto tutta questa macchina del fango, scrivono lettere ai politici, sponsorizzano altri studi, e cercano di menarla per le lunghe, crocifiggendo un semplice gruppo di ricercatori indipendenti, un motivo ci sara'.

Hanno paura della verita'.

A noi resta solo essere piu' furbi di loro e non credere ad una sola parola di quello che dicono.

Dove si e' mai visto che uno spara come un forsennato in mare, ogni 10 secondi, da piu' punti, a decibel elevatissimi, e .. tuttapposto?

Da nessuna parte, oltre che nelle tasche dei petrolieri.


Saturday, March 7, 2015

USA: Lettera di settantacinque oceanografi e biologi marini contro l'airgun ad Obama

 Le scellerate proposte del Dipartimento per l'Interno USA:
aprire la costa atlantica alle trivelle, dopo 30 anni di protezione ambientale.

Ma per quanto scellerate, si mantiene sempre una fascia di rispetto di 80 chilometri da riva.

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Lettera ad Obama, 75 esperti di vita marina
per la prima volta contro l'airgun in modo uffiicale


In questi giorni Gianluca Galletti, spronato da noi tutti attivisti in giro per l'Italia, si prende e ottiene  di chiedere alla Croazia che l'Italia partecipi al processo decisionale su trivelle ed airgun in Adriatico.

Nel frattempo, proprio in questi giorni,  settacinque oceanografi, biologi ed esperti di vita marina hanno appena inviato una lettera al presidente Obama sugli effetti devastanti dell'airgun sulla vita marina, in relazione alla decisione del Dipartimento per l'Interno di aprire parte dell'Oceano Atlantico alle ispezioni sismiche. Si tratta di South Carolina, North Carolina, Georgia e Virginia, mantenendo una fascia di rispetto di cinquanta miglia, cioe' ottanta chilometri da riva. Attualmente la fascia di rispetto e' di circa centosessanta chilometri su tutte le coste USA ad eccetto del golfo del Messico e di parte dell'Alaska, di fatto vietando le operazioni petrolifere nell'Atlantico e nel Pacifico.

I docenti della Cornell University, New England Aquarium, Stanford, the University of North Carolina e Duke University scrivono “the magnitude of the proposed seismic activity is likely to have significant, long-lasting, and widespread impacts on the reproduction and survival of fish and marine mammal populations in the region, including the critically endangered North Atlantic right whale, of which approximately only 500 remain.”

Secondo lo stesso Dipartimento per l'Interno, e non secondo la D'Orsogna, le ispezioni sismiche potrebbero danneggiare circa 140,000 mammiferi marini, incluse balene e delfini e potebbe alterare l'habitat di almeno tredici milioni di esemplari.

E non ci sono solo i settantacinque scienziati. Ci sono oltre trecento enti governativi locali, statali e federali che hanno espresso il loro no all'airgun in Altlantico, nonche' centosessanta associazioni turistiche, ambientali, di pesca e ricreative, incluse la South Carolina Small Business Chamber of Commerce, tla  Outer Banks Chamber of Commerce, the Cape May County Chamber of Commerce and the Dare County, North Carolina, The Billfish Foundation, The International Game Fish Association, the Southeastern Fisheries Association and the Mid-Atlantic Fishery Management Council che hanno pubblicamente opposto l'uso dell'airgun in mare.

Due osservazioni: il Dipartimento per l'Interno non solo riconosce che potrebbero esserci danni alla vita marina, li quantificano pure con numero e tipo di esemplari. Il ministero dell'Ambiente o dell'Interno o delle Attivita' economiche italiano sa dare delle stime dei danni che l'airgun proposto il Sardegna o nello Ionio o nell'Adriatico portera'? Quanti esemplari verranno danneggiati? Lo sa cos'e' l'airgun Matteo Renzi?

Ancora, qui si parla di preservare una fascia di rispetto di ottanta chilometri. Dai petrolieri si sente sempre dire che dobbiamo fare come negli USA che con il fracking hanno risolto i loro problemi energetici. Perche' non copiamo invece queste cose qui?

Gianluca Galletti invece di scrivere letterine per dare contentini agli elettori, perche' non prende un di coraggio e non decide di instaurare un dialogo costuttivo e lungimirante con i croati cosi da mettere un fascia di rispetto anche in Adriatico di ottanta chilometri? Ottanta noi, ottanta la Croazia. E visto che, coincidenza vuole,  l'Adriatico e' largo proprio centosessanta chilometri sarebbe game over per l'airgun e le trivelle tutte nel mare nostrum.

Infine: non e' un po presuntuoso chiedere alla Croazia di intervenire nelle loro decisioni ed invece continuare a rilasciare concessioni, permessi, estensioni dal lato nostro? Dovremmo dare l'esempio no? O pensa il nostro Gianluca Galletti che l'airgun in Sardegna, la nave desolforante sputafiamme di Ombrina Mare, le trivelle in Sicilia, nello Ionio, o in Veneto tutte ad una manciata di chilometri da riva abbiano effetti meno gravi che l'airgun di Croazia?

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Questo il testo per intero della lettera: 


Dear Mr. President:

We, the undersigned, are marine scientists united in our concern over the introduction of seismic oil and gas exploration along the U.S. mid-Atlantic and south Atlantic coasts. This activity represents a significant threat to marine life throughout the region.

To identify subsea deposits, operators use arrays of high-volume airguns, which fire approximately every 10-12 seconds, often for weeks or months at a time, with sound almost as powerful as that produced by underwater chemical explosives. Already nine survey applications covering the entirety of the region several times over have been submitted within the past six months, including multiple duplicative efforts in the same areas. In all, the activities contemplated by the Interior Department would result in more than 20 million seismic shots.

Airgun surveys have an enormous environmental footprint. For blue and other endangered great whales, for example, such surveys have been shown to disrupt activities essential to foraging and reproduction over vast ocean areas. Additionally, surveys could increase the risk of calves being separated from their mothers, the effects of which can be lethal, and, over time, cause chronic behavioral and physiological stress, suppressing reproduction and increasing mortality and morbidity. The Interior Department itself has estimated that seismic exploration would disrupt vital marine mammal behavior more than 13 million times over the initial six-to-seven years, and there are good reasons to consider this number a significant underestimate.

The impacts of airguns extend beyond marine mammals to all marine life. Many other marine animals respond to sound, and their ability to hear other animals and acoustic cues in their environment are critical to survival. Seismic surveys have been shown to displace commercial species of fish, with the effect in some fisheries of dramatically depressing catch rates. Airguns can also cause mortality in fish eggs and larvae, induce hearing loss and physiological stress, interfere with adult breeding calls, and degrade anti-predator response: raising concerns about potentially massive impacts on fish populations. In some species of invertebrates, such as scallops, airgun shots and other low-frequency noises have been shown to interfere with larval or embryonic development. And threatened and endangered sea turtles, although almost completely unstudied for their vulnerability to noise impacts, have their most sensitive hearing in the same low frequencies in which most airgun energy is concentrated.

The Interior Department’s decision to authorize seismic surveys along the Atlantic coast is based on the premise that these activities would have only a negligible impact on marine species and populations. Our expert assessment is that the Department’s premise is not supported by the best available science. On the contrary, the magnitude of the proposed seismic activity is likely to have significant, long-lasting, and widespread impacts on the reproduction and survival of fish and marine mammal populations in the region, including the critically endangered North Atlantic right whale, of which only 500 remain.