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Saturday, April 27, 2019

Nella lista delle 100 aziende che emettono piu' gas serra nel mondo l'ENI e' la numero 30



Il greenwashing dell'ENI e' dappertutto.

Biocarburante, biodiesel,  green diesel, green investments e pure la trasformazione "green" dell'ENI - direttamente dal Fatto Quotidiano

L'ENI ha portato a Venezia le Associazioni dei Consumatori per far vedere come funziona il nuovo ciclo produttivo. L'ENI brevetta Ecofining che e' flessibile, quindi potrĂ  trasformare in green diesel l’olio ricavato dalle microalghe. How ENI green diesel was born. Da ENI quattro miliardi nell'energia green

E cosi a non finire.

Peccato che invece e' la trentesima ditta del mondo per contributi alle emissioni di CO2 e di altri gas serra in atmosfera.

Se infatti si fa la lista dei cento maggiori emettitori di anidride carbonica, dal 1988 al 2015, l'ENI e' nella top cento, ed appunto, la numero 30.

Queste cento ditte, hanno finora emesso il 70% dei maggiori gas serra nell'intervallo su citato, secondo il Carbon Majors Report, rilasciato nel 2017. 

Il CEO dell'ENI dunque, Claudio Descalzi, puo' essere considerato il principale inquinatore d'Italia.

I dati arrivano da database pubblici, e incolpano produttori di carbone e petrolieri in primis coma maggior responsabili dello sfacelo ambientale: ExxonMobil, Shell, BP e Chevron sono fra le ditte private piu' note nella lista; e poi ci sono il governo cinese, russo e indiano per l'uso di carbone, la saudita ARAMCO, la russa Gazprom, la messicana PEMEX, e la ditta di stato naizonale National Iranian Company.

Dall'altro lato dello spettro industriale altre ditte, che per amore o per immagine decidono di invece far rotta verso il 100% rinnovabile: Apple, Facebook, Google e Ikea che fanno parte della RE100 initiative per appunto andare verso le zero emissioni.

E certo, l'ENI puo' fare tutta la pubblicita' che vuole, ma la sua essenza non cambia. Parimenti ai titoloni sul green di qua e sul green di la ci sono titoli come Eni signs offshore exploration and production sharing agreement with RAK Petroleum Authority High hopes for Eni's Kekra find, 
ENI enters in Lebanon signing two exploration and production contracts. 

Cioe' trivelle nuove nel Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Libano. Hai voglia a coprirti dietro una foglia green, cara ENI!

Distruttrice nasci, e distruttrice muori.

Ecco qui la lista delle ditte piu' impattanti in termini di emissioni di gas serra nella sua interezza; le percentuali sono sul totale. L'ENI emette lo 0.59% del totale.

E no, non e' poco.



1 China (Coal) 14.32%
2 Saudi Arabian Oil Company (Aramco) 4.50%
3 Gazprom OAO 3.91%
4 National Iranian Oil Co 2.28%
5 ExxonMobil Corp 1.98%
6 Coal India 1.87%
7 Petroleos Mexicanos (Pemex) 1.87%
8 Russia (Coal) 1.86%
9 Royal Dutch Shell PLC 1.67%
10 China National Petroleum Corp (CNPC) 1.56%
11 BP PLC 1.53%
12 Chevron Corp 1.31%
13 Petroleos de Venezuela SA (PDVSA) 1.23%
14 Abu Dhabi National Oil Co 1.20%
15 Poland Coal 1.16%
16 Peabody Energy Corp 1.15%
17 Sonatrach SPA 1.00%
18 Kuwait Petroleum Corp 1.00%
19 Total SA 0.95%
20 BHP Billiton Ltd 0.91%
21 ConocoPhillips 0.91%
22 Petroleo Brasileiro SA (Petrobras) 0.77%
23 Lukoil OAO 0.75%
24 Rio Tinto 0.75%
25 Nigerian National Petroleum Corp 0.72%
26 Petroliam Nasional Berhad (Petronas) 0.69%
27 Rosneft OAO 0.65%
28 Arch Coal Inc 0.63%
29 Iraq National Oil Co 0.60%
30 Eni SPA 0.59%
31 Anglo American 0.59%
32 Surgutneftegas OAO 0.57%
33 Alpha Natural Resources Inc 0.54%
34 Qatar Petroleum Corp 0.54%
35 PT Pertamina 0.54%
36 Kazakhstan Coal 0.53%
37 Statoil ASA 0.52%
38 National Oil Corporation of Libya 0.50%
39 Consol Energy Inc 0.50%
40 Ukraine Coal 0.49%
41 RWE AG 0.47%
42 Oil & Natural Gas Corp Ltd 0.40%
43 Glencore PLC 0.38%
44 TurkmenGaz 0.36%
45 Sasol Ltd 0.35%
46 Repsol SA 0.33%
47 Anadarko Petroleum Corp 0.33%
48 Egyptian General Petroleum Corp 0.31%
49 Petroleum Development Oman LLC 0.31%
50 Czech Republic Coal 0.30%
51 China Petrochemical Corp (Sinopec) 0.29%
52 China National Offshore Oil Corp Ltd (CNOOC) 0.28%
53 Ecopetrol SA 0.27%
54 Singareni Collieries Company 0.27%
55 Occidental Petroleum Corp 0.26%
56 Sonangol EP 0.26%
57 Tatneft OAO 0.23%
58 North Korea Coal 0.23%
59 Bumi Resources 0.23%
60 Suncor Energy Inc 0.22%
61 Petoro AS 0.21%
62 Devon Energy Corp 0.20%
63 Natural Resource Partners LP 0.19%
64 Marathon Oil Corp 0.19%
65 Vistra Energy 0.19%
66 Encana Corp 0.18%
67 Canadian Natural Resources Ltd 0.17%
68 Hess Corp 0.16%
69 Exxaro Resources Ltd 0.16%
70 YPF SA 0.15%
71 Apache Corp 0.15%
72 Murray Coal 0.15%
73 Alliance Resource Partners LP 0.15%
74 Syrian Petroleum Co 0.15%
75 Novatek OAO 0.14%
76 NACCO Industries Inc 0.13%
77 KazMunayGas 0.13%
78 Adaro Energy PT 0.13%
79 Petroleos del Ecuador 0.12%
80 Inpex Corp 0.12%
81 Kiewit Mining Group 0.12%
82 AP Moller (Maersk) 0.11%
83 Banpu Public Co Ltd 0.11%
84 EOG Resources Inc 0.11%
85 Husky Energy Inc 0.11%
86 Kideco Jaya Agung PT 0.10%
87 Bahrain Petroleum Co (BAPCO) 0.10%
88 Westmoreland Coal Co 0.10%
89 Cloud Peak Energy Inc 0.10%
90 Chesapeake Energy Corp 0.10%
91 Drummond Co 0.09%
92 Teck Resources Ltd 0.09%
93 Turkmennebit 0.07%
94 OMV AG 0.06%
95 Noble Energy Inc 0.06%
96 Murphy Oil Corp 0.06%
97 Berau Coal Energy Tbk PT 0.06%
98 Bukit Asam (Persero) Tbk PT 0.05%
99 Indika Energy Tbk PT 0.04%
100 Southwestern Energy Co 0.04%






























Tuesday, September 25, 2018

L'airgun danneggia o uccide zooplankton, capesante, aragoste; 600 petrolieri vanno in fibrillazione











Della Spectrum Geo abbiamo parlato su questo blog, come di quei gran signori che vogliono fare una campagna mastodontica di ispezioni sismiche in Adriatico, da Ravenna fino a Santa Maria di Leuca.

Anche dello studio del Professor Robert McCauley, della Curtin University in Western Australia,
abbiamo gia' parlato su questo blog. Fu pubblicato circa un anno fa su Nature Ecology. I ricercatori conclusero che l'airgun sperimentato in Tasmania, a sud dell'Australia, causava la morte dello zooplankton, alla base della catena alimentare, fino ad una distanza di 1.2 chilometri.

Lo stesso gruppo poi mostrava che le ispezioni sismiche portavano danni al sistema immunitario delle aragoste; e in altri studi ancora che la mortalita' delle capesante poteva aumentare dopo l'esposizione all'airgun.

Tutti questi studi sono stati pubblicati su riviste prestigiose, su cui e' difficile pubblicare e per i quali c'e' una rigida peer-review, cioe' i tuoi pari ti criticano, e la barra di accettazione e' molto elevata.
Nel primo caso, come detto si tratta di Nature Ecology; negli altri due di Marine Biology Pollution e di PNAS. Il fatto che gli studi siano stati pubblicati su tali riviste -- e per tre volte! -- significa che chi l'ha scritto non e' fesso e che sa quel che sta ricercando.

Ma... come possono i signori del petrolio accettare tutto questo?

Non possono e cosi corrono ad attaccare il Prof. McCauley e la sua squadra.  E non l'hanno fatto in modo delicato: si sono messi assieme quelli della American Petroleum Institute (API) e della International Association of Geophysical Contractors (IAGC), che sono tutte associazioni che fanno gli interessei del petrolio ed hanno ... scritto una lettera ai politici americani per metterli in guardia, non sia mai, da questi cattivissimi studiosi australiani!

Dicono che lo studio degli australiani e' sbagliato, che i pesci erano piccoli che c'e' troppa variabilita' che ci sono troppe conclusioni speculative.

Chi rappresentano quelli della API e della IAGC? Beh, circa 600 petrolgruppi fra BP, Chevron, Exxon and Shell, e altri gruppi che invece fanno di mestiere l'airgun, fra cui la nostra amica Spectrum Geo.

Guarda un po che coincidenza!

Ovviamente Mr. Petrolio, anzi tutti e 600 i Mr. Petroli dicono che l'airgun non porta problemi, cioe' la versione americana del tuttapposto.

Il Professor McCauley dice che sapeva che il suo lavoro sarebbe stato infangato; come puo' essere altrimenti visti gli interessi che ci stanno sotto?

E fanno bene i petrolieri a preoccuparsi.

Alla luce di questi, e di altri studi, alcuni amministratori del North Carolina hanno chiesto alle ditte che hanno proposto di fare airgun e di trivellare i loro mari di mostrare che le loro tecniche non avrebbero messo in pericolo la pesca. E anzi, il dipartimento di qualita' ambientale dello stato disse che le ispezioni sismiche avrebbero potuto portare a impatti negativi sulla pesca commerciale e da sport e a danni ai mammiferi marini.

E cosi, alcune ditte di airgun, fra cui la Spectrum Geo mandano la lettera dell'API e della IAGC, i loro lobbysiti alle autorita' del North Carolina per dire tuttapposto.

Fra l'altro questa Spectrum Geo non felice di rovinarci l'Adriatico ha anche in programma una campagna di acquisto dati proprio in Australia.

La cosa schifosa e' che i petrolieri dalle tasche profonde hanno pure deciso di farsi il loro studio da se: un gruppo di riceratori e' stato pagato dalla Australian Petroleum Production and Exploration Association per replicare i risultati del Professor McCauley. I loro risultati? Che se si cambiavano le localita' da esaminare, le rispettive temperature e le creature marine in analisi la mortalita' veniva ridotta. Ovviamente non poteva che venire un risultato che a loro stava bene!

Cosi' questo studio viene mostrato in giro, senza dire che era stato sponsorizzato dai petrolieri e come prova che gli studi del Professor McCauley erano sbagliati.

Nuovo colpo di scena.

Il Professor Anthony Richardson, a capo del lavoro sponsorizzato dai petrolieri, dice che non e' giusto paragonare i loro risultati a quelli trovate in altre aree, e dice che i petrolieri sbagliano a condannare il lavoro del Professor McCauley.

Secondo lui ci vogliono altri studi.

Morale della favola: se i petrolieri mettono in moto tutta questa macchina del fango, scrivono lettere ai politici, sponsorizzano altri studi, e cercano di menarla per le lunghe, crocifiggendo un semplice gruppo di ricercatori indipendenti, un motivo ci sara'.

Hanno paura della verita'.

A noi resta solo essere piu' furbi di loro e non credere ad una sola parola di quello che dicono.

Dove si e' mai visto che uno spara come un forsennato in mare, ogni 10 secondi, da piu' punti, a decibel elevatissimi, e .. tuttapposto?

Da nessuna parte, oltre che nelle tasche dei petrolieri.


Tuesday, September 4, 2018

I petrolieri texani chiedono 16 miliardi di USD per salvare le raffinerie dai cambiamenti climatici causati da loro stessi







E' una storia ironica.

E' passato un anno esatto dall'arrivo dell'uragano Harvey in Texas che ha portato allagamenti e danni anche all'infrastruttura petrolifera.

Sotto Harvey il 25% della capacita' di raffinazione del Texas dovette fermarsi. Da qui parte il 30% di tutto il petrolio USA. Un giro di affari senza limiti.

Adesso i petrolieri sono preoccupati di altri, potenti uragani e di altri danni e quindi cercano di prendersi per tempo. Cercano di proteggere i loro impianti che sorgono per lo piu' lungo la costa del golfo del Messico.

Ma vogliono che a pagare sia il contribuente americano!

Con l'appoggio di governatori e sindaci pro-oil, perche' le petrol-tasche sono profonde.

Gia' nel Novembre del 2017 il governatore Greg Abbott aveva chiesto 61 miliardi di dollari al Congresso per la difesa della costa, per la maggior parte i fondi sarebbero andate a zone petrolifere.

Il governo avrebbe potuto usare i propri fondi di emergenza e il governo centrale avrebbe contribuito, ma il Texas, notoriamente conservatore, non fu d'accordo. Dissero che la difesa delle raffinerie era una questione di sicurezza nazionale e che ci doveva pensare Washington.

E Washington disse no: i costi erano troppi elevati e il governo centrale si rifiuto' di pagare tutti i 61 miliardi di dollari. C'erano incendi in California ed altri uragani a cui pensare. 

Non se ne fece niente.

E cosi' si e' passati a misure locali, piu' mirate, ma sempre con una parte a favore di oil and gas.

Per esempio il governo texano ha approvato $3.9 milardi di denaro pubblico per proteggere alcune raffinerie sotto grande pressione lobbistica da parte di oil and gas.

A Houston invece il 25 Agosto 2018 e' stato approvato un pacchetto per proteggere la citta' dalle inondazioni da $2.5 miliardi, che ha incluso la protezione delle raffinerie per conto dei petrolieri.

I soldi pubblici saranno usati per creare tre zone di muraglie contro le ondate.

La prima area e' in localita' Port Arthur citta' al confine con la Louisiana he sa di zolfo per le troppe emissioni petrolifere.Le raffinerie protette con i soldi delle nostre tasse saranno quelle della
Total (Francia), della Valero (Texas), e della Motiva (Arabia Saudita). Sei miglia di costa saranno protette da muraglie di 5 metri di altezza. I lavori inizieranno nei prossimi mesi.

Successivamente si proteggera'  un area di 25 miglia nella Orange County dove sorgono raffinerie della Chevron e della DuPont.

E alla fine l'ultimo segmento sara' nei pressi di Fremont e del rigassificatore della Phillips66, nonche' di raffinerie della Dow Chemical e impianti della BASF.

E' chiaro che tutto e' stato progettato per specificatamente proteggere impianti petrolchimici. Se ci capita la casa di qualche cittadino benvenga, ma non e' questo lo scopo.

L'idea e' che il tutto dovra' diventare parte di un enorme sistema di protezione costale da circa 12 miliardi di dollari se si trovano fondi ulteriori che proteggera' in totale trenta raffinerie texane.

Questa volta i politici hanno approvato senza fiatare.

Ogni anno il Texas perde in media tre metri di costa lungo i suoi 600 chilometri di litorale a causa dell'erosione, per la maggior parte causato da oil and gas.

Interpellati i petrolieri dicono che hanno la coscienza a posto perche' pagano le tasse, e le tasse comprendono queste opere di difesa.

E cosi, i petrolieri causano i cambiamenti climatici, portano a casa soldi, inquinano i nostri polmoni e le nostre democrazie e poi noi gli paghiamo pure i danni!

A pensarci bene in questo caso il contribuente texano paga anche per ditte francesi e saudite!

Il mondo alla rovescia che mostra, sempre che quando questi arrivano, non solo non se ne vanno piu' ma corrompono tutto.

Sunday, July 15, 2018

Cambiamenti climatici: il piccolo-grande Rhode Island porta in tribunale Shell, BP, Exxon e Chevron







Una lezione per Marcello Pittella, governatore lucano e per tutti i politici italiani.
Ecco cosa significa avere la schiena dritta.



"Rhode Island seeks to ensure that the parties who have profited from externalizing the responsibility for sea level rise, drought, extreme precipitation events, heatwaves, other results of the changing hydrologic and meteorological regime caused by global warming, and associated consequences of those physical and environmental changes, bear the costs of those impacts on Rhode Island.



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E' lo stato piu' piccolo dell'unione USA. E' il Rhode Island, stato costiero a sud di Boston, di cui non si sente parlare mai.

In questi giorni pero' e' sulle cronache USA per avere denunciato, l'intero stato del Rhode Island, BP, Chevron, ExxonMobil e Shell ed altre 17 petrol-ditte per avere "consapevolmente" contribuito ai cambiamenti climatici, e per avere causato "catastrofiche conseguenze" al Rhode Island, alla sua economia, alle sue comunita', ai suoi residenti e ai suoi ecosistemi.

E questo lo dice l'Attorney General, l'equivalente dell' assessore alla giustizia dello stato del Rhode Island e dal nome Peter F. Kilmartin, dal suo twitter account. 
 
Sebbene ci siano state altre cause contro i petrolieri in giro per il mondo, questa e' la prima volta che uno stato USA lo fa in modo ufficiale.

Per molto tempo l'idea e' stata che i petrolieri fossero dei colossi troppo grandi per qualsiasi tipo di azione legale, protesta, e che semplicemente ci si dovesse inchinare a Big Oil.

Vedi politici italiani, da Renzi a Pittella.

Invece in questi ultimi anni, sopratutto grazie alle proteste sempre piu' numerose contro i petrolieri e le loro azioni, dal fracking alle trivelle in mare, con le tante e tante iniziative popolari dal basso in tutto il mondo, Italia compresa, ci si rende conto che il potere dell'opinione pubblica puo' fare molto per fermarli.

Non siamo cosi deboli come pensavamo, specie quando l'eco delle loro nefandezze e della nostra resistenza si fa sentire in tutto il mondo.  E questo secondo me, da' anche coraggio e determinazione alla classe politica, se questa e' libera e non serva di nessuno. I politici che denunciano lo sanno che dietro di loro c'e' il consenso, e non un pubblico ignorante.

In questa faccenda del Rhode Island, non c'e' solo l'Attorney General a denunciare i petrolieri, ma proprio tutta la classe politica dello stato: il governatore Gina Raimondo,  i parlamentari Jim Langevin e David Cicilline e il senatore Sheldon Whitehouse. Tutti compatti.

Tutti senza paura.

Una piccola domanda: e se, per dirne una, il governatore lucano Marcello Pittella avesse fatto lo stesso, per tutti i danni che l'ENI ha portato alla sua regione? 

Non lo sapremo mai, perche' Pittella non ha mai avuto questo coraggio, questa voglia di difendere la sua gente. Li voleva accontentare tutti i raccomandati, figuriamoci se non voleva accontentare Mr. Petrolio!

Quello che sappiamo pero' e' che questo del Rhode Island e' un passo storico per le conseguenze all'industria del petrolio a livello mondiale.

E non dico per dire.

In tutto il mondo adesso si parla delle sigarette che fanno venire il cancro ed in alcuni posti (vedi California) fumare e' considerata una cosa da sfigati, che fa male, e che non ha senso. Non e' sempre stato cosi' e per decenni fumare e' stato visto come una cosa di uomini macho, o di donne sofisticate.

Come e' iniziato il tutto?

Quando gli Attorney General di vari stati USA hanno iniziato a denunciare in tribunale Big Tobacco. L'idea dietro queste denunce e' che il costo economico e sociale delle trivelle (o delle sigarette) finira' per incidere sulle tasche del contribuente pubblico, e che invece e' necessario che a pagare sia chi ha fatto il danno e ci ha lucrato sopra, i petrolieri (o i produttori di sigarette).

Kilmartin ha tenuto delle conferenze stampa dove ha spiegato il perche' del suo gesto.

I petrolieri sapevano quel facevano e che le loro azioni avrebbero messo a soqquadro il pianeta e le generazioni future. Lo hanno saputo per quasi 50 anni, secondo i loro documenti interni quando hanno iniziato loro stessi a studiare i cambiamenti climatici. Ciononostante hanno continuato a trivellare incuranti del pianeta, dei suoi abitanti e delle conseguenze catastrofiche del loro operato.

Sapevano che le loro azioni sarebbero state irreversibili. E invece hanno messo su un elaborato schema per nascondere la verita', ingannare il pubblico, insabbiare l'evidenza scientifica, creare dubbi nella mente della gente, dei regolamentatori, dei giornalisti, degli insegnanti e del pubblico in generale.

Nel Rhode Island, secondo Kilmartin, i petrolieri hanno violato la legge sull'inquinamento, l'Environmental Rights Act con il loro inquinamento e hanno distrutto regioni naturali dello stato.  

E dunque, il Rhode Island vuole che siano i petrolieri a pagare per l'innalzamento dei livelli del mare, delle siccita', delle precipitazioni estreme, delle ondate di calore e di altri eventi che hanno disturbato il naturale regime idrogeologico, ecologico e metereologico dello stato del Rhode Island.

Non e' giusto che a pagare sia la collettivita', in nessuna maniera.

Non devono essere i residenti ne lo stato a pagare per rimediare eventi estremi come gli uragani
Harvey e Irma che hanno colpito il Rhode Island, ne tantomeno tutti quelli che colpiranno lo stato nel futuro.



Amen.

Ad averceli dei politici cosi in Italia.

Saturday, March 17, 2018

Amnesty International: ENI e Shell hanno mentito ai nigeriani sull'inquinamento






















Non e' che non lo sapessimo, o che la cosa purtroppo sia una novita'.

Ma fa un po impressione sentire che adesso anche Amnesty International punta il dito contro Shell ed Eni per le loro malefatte in Nigeria che vanno avanti da decenni ormai.

Immagine dopo immagine della Nigeria al petrolio ci mostrano quanto devastante sia stato l'arrivo dei petrolieri italiani e olandesi in questa nazione. E siccome l'ENI e' del 30% nelle mani pubbliche, tutto questo deve farci arrabbiare perche' viene fatto in nome di ciascuno di noi.

Che la Nigeria sia stata distrutta dal petrolio e' innegabile. E non solo l'ambiente, ma anche la politica, la corruzione, tutto cio' che poteva essere e non e' stato, tutto cio' che era e che ora non e' piu'.

Alcune di queste cose sono fuori il controllo di ENI e Shell, come la corruzione o il modo di gestire l'enorme quantita' di denaro che e' arrivata alla Nigeria.  Di certo ENI e Shell non si sono tirate indietro quando la corruzione gli ha fatto comodo, sono state anzi attive partecipanti ai giochi di potere ogni volta che e' stato possibile.

Altre cose invece non erano fuori dal loro controllo. e hanno sempre tirato la corda facendo cose che non avrebbero potuto fare in occidente, perche' la legge non glielo avrebbe permesso, perche' sarebbe stato troppo.

Cosa?

Gas flaring da 50 anni, campi intrisi di petrolio mai bonificati, fiumi al petrolio, monnezza a cielo aperto, rifiuti petroliferi a mare. La regione che soffre di piu' e' il Niger Delta, a sud del paese un tempo terra di mangrovie e di pesca.

Tutto questo inquinamento, tutti questi incidenti spesso arrivano senza che nessuno ripulisca in tempi ottimali, chieda scusa, risarcisca chiccessia. A volte i compensi non arrivano mai. Ovviamente a pagare il prezzo piu' alto e' stato il popolo di Nigeria, afflitto da morte della pesca, agricoltura, acqua inqunata, terra inquinata, aria inquinata.  E queste cose si vedono ed ENI e Shell non possono negarle.

E cosi' una delle cose che l'ENI e la Shell cercano di propagandare e' che le perdite di petrolio dai loro impianti non e' dovuta alla loro negligenza, al fatto che i protocolli di sicurezza sono obsoleti, al fatto che essenzialmente non gliene importa niente.

No, l'inquinamento e' colpa del sabotaggio.

Cioe' sono i nigeriani stessi, i ribelli e le gang di sabotatori che vanno a distruggere i campi di petrolio e le raffinerie o per far dispetto ad ENI e Shell o per rivendere il petrolio sul mercato nero.

E certo, queste cose esistono in Nigeria. Ma ENI e Shell, secondo Amnesty International hanno usato questa scusa per evitare di pagare compensi ai Nigeriani in almeno 89 casi di perdite petrolifere.

Perche'? Perche' dare la colpa ai sabotatori per l'inquinamento fa si che loro stessi debbano pagare meno compensi alle comunita' locali.



Di queste perdite, 46 sono della Shell (dal 2011 in poi) e 43 sono dell'ENI (dal 2014 in poi). Fanno varie dozzine di comunita' che avrebbero dovuto essere compensate dai petrolieri e che non lo sono state.

Perche' ENI e Shell? Perche' sono loro le piu' grandi multinazionali del petrolio nel paese. A seguire ExxonMobil, Chevron e Total che lavorano tutte in concerto con la Nigerian National Petroleum Corporation, la petrolditta di stato.

E che possono dire ENI e Shell?

Ma certo, che e' Amnesty International che dice cose false:

The allegations leveled by Amnesty International are false, without merit and fail to recognize the complex environment in which the company operates,” 

La Shell risponde cosi e dice che la Nigeria e' "complessa".  E dicono pure che loro stessi “responds to spill incidents as quickly as it can and cleans up spills from its facilities regardless of the cause.”
 
Questo fa ridere perche' l'evidenza pluriannuale e' totalmente opposta a quello che dicono, e infatti pure l'ONU dice che a ripulire tutto lo schifo che hanno fatto in Nigeria, ci vorrebbero 30 anni! E certo non ci sono state solo ENI e Shell in Nigeria, ma la parte del leone l'hanno fatta loro.

Dal canto suo l'ENI dice che hanno diminuito i volumi di monnezza riversata accidentalmente in ambiente del 50% nel 2017 se raffrontato al 2014.  E danno addosso pure loro ad Amnesty International dicendo da San Donato Milanese che

“Amnesty International statements are not correct and, in some cases, not acceptable”

Intanto Amnesty International stessa ha mandato tutti i dettagli al governo di Nigeria che promette di investigare.

Per chi non lo ricordasse, ENI e Shell sono a processo in Italia dal 5 Marzo per questioni di tangenti in Nigeria.

Sono accusati di avere pagato la bellezza di $1.1 miliardi di dollari al governo di Nigeria per trivellare le loro coste nel 2011.

E' uno schifo, da qualunque visuale uno adotti. 

Sunday, February 4, 2018

La Chevron paghera' 73 milioni di dollari alla Romania per l'abbandono del fracking


















Il governo rumeno ha avuto la meglio sulla Chevron.

Grazie ad un arbitrato internazionale, la Chevron dovra' pagare circa 73 milioni di dollari alla Romania come risarcimento dell'abbandono delle operazioni di fracking nel paese. 

Per la precisione 73,450,000 dollari.

Piu' interesse fissato all'8% a partire dal 23 Ottobre 2014 fino al pagamento completo.  Piu' le spese del processo di arbitrato.




Questa decisione e' stata presa dalla Camera di Commercio Internazionale (CCI) con sede a Parigi. I fondi dovranno essere versati all'Agenzia Nazionale per le Risorse Minerarie della Romania, detto anche ANMR.
 
Un passo indietro: nel 2015 la Chevron annuncia che non portera' piu' avanti i progetti di esplorazione del gas di scisto in Romania, ultimo paese europeo in cui era ancora attiva.

L'idea era di trivellare sulla costa del Mar Nero e nel nord-est del paese, tanto e' vero che nel 2011 la Chevron aveva stipulato degli accordi per tre concessioni in zona, dette
EX 17 - Costinesti,  EX - 18 Vama Veche, ed EX - 19 Adamclisi e presentando un "programma operativo minimo" in cui appunto la Chevron si impegnava a far fracking.

E perche' la Chevron ha rinunciato alle trivelle? 

Dopotutto i proclami erano stati grandiosi.

Per esempio nel 2013 il governo Obama informava che in Romania c'erano le quinte piu' grandi riserve di gas di scisto in tutta l'Europa, dopo Russia, Polonia, Francia ed Ucraina.
La Chevron era bene saltata sul carro, visto che era proprietaria e operava in completo controllo la zona detta Barlad Shale, nel nord-est Romania, con una concessione di circa 6,400 chilometri quadrati. Le altre tre nel sud-est della Romania, quelle trivellande verso il mare, coprivano invece circa 2,700 chilometri quadrati.

E dunque perche' rinuciano?  

Non e' chiaro. Loro dicono che ad un certo punto la Romania non si allineava con i propri programmi di lavoro. Probabilmente il sottosuolo non era cosi' pieno di petrol-speranze come si pensava. 

Certo uno dei fattori piu' importanti ed innegabili e' stato il fatto che ci siano state proteste infinite da parte di residenti ed ambientalisti durante gli anni della Chevron in Romania.  Proteste che sono finite su tutti i giornali del mondo e in cui la Chevron non ha proprio fatto bella figura.

Chi puo' dimenticare l'intero villaggio di Pungesti che manifesta contro il fracking?  Chi puo' dimenticare Bucarest che si scopre solidale verso questo paesotto di campagna, simbolo dell'arrivo dell'invasore straniero?

E cosi, per soldi, per vergogna, o per "mancanza di allineamento", il giorno 23 Ottobre 2014 la Chevron annuncia alla ANRM di volere rinunciare alle trivelle.

Ma l'ANRM gli ha detto di no.

E questo perche' ci si aspettava dalla Chevron che appunto completasse il suo "programma operativo minimo".  

La Chevron se ne va lo stesso nel 2015.  Anzi, in quello stesso anno chiude baracca e burattini anche in Polonia.  E cosi' si arriva alla Corte di Arbitrato nel mese di giugno 2015, con i 73 milioni di dollari piu' interesse stabiliti in questi giorni.

In un certo senso tutto questo fa sorridere e rappresenta una doppia vittoria delle persone e delle proteste.  Da un lato, i rumeni sono riusciti a non farsi trivellare, e dall'altro lato hanno costretto la Chevron a pagare per non essere riusciti a trivellare!

Certo 73 milioni di dollari con interessi non sono granche' per un colosso del petrolio, ma lo stesso, questa storia ci insegna che come sempre, con le proteste continue e le prese di posizione i petrolieri si possono sconfiggere, e in questo caso devono pure pagare.

Bravi!

E che la Chevron se ne resti a casa sua, che sarebbe, ahime', la California.