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Wednesday, May 22, 2019

Le tigri del Bengala in via di estinzione a causa dei cambiamenti climatici























Le tigri del Bengala vanno lentamente scomparendo. Paiono cosi ferocemente sicure di se, e invece zitti zitti, i cambiamenti climatici le stanne decimando.

E' quanto appare da uno studio guidato da Sharif A. Mukul e appena pubblicato su Science of The Total Environment.  Qui si mostra che la combinazione di cambiamenti climatici e di perdita "drammatica" di habitat ha portato i numeri delle tigri del Bengala a livelli cosi bassi da destare forti preoccupazioni per la preservazione della specie.

E le tigri del Bengala non solo sole:  altre 500,000 specie animali terrestri sono a rischio estinzione a causa di perdita di habitat, secondo le Nazioni Unite. Gia' la meta' dei mammiferi sulla terra ha avuto ripercussioni negative a causa dei cambiamenti climatici.

La Tigre del Bengala vive prevalentemente in una zona dell'Asia fra India e Bangladesh chiamata
Sundarbans, che significa "bellissima foresta" in bengali.  E' questa una zona paludosa che ospita la piu' grande mangrovia del mondo, e con se una grande biodiversita'. Le tigri della zona in questo momento formano il piu' grande nucleo di tigri allo stato selvaggio di qualsiasi specie di tigri del mondo. La zona e' stata dichiarata patrimonio UNESCO.

Ho cercato delle foto e le ho messe su, per mostrarne la incontenstabile bellezza.

Purtroppo pero' solo il 70% dei terreni e sopra il livello del mare il che significa che anche pochi cambiamenti agli equilibri climatici e ai livelli del mare potrebbero portare a conseguenze drammatiche per il Sundarbans e per tutte le specie che qui vivono. Gli scienziati danno pure una cifra e una stima: entro il 2070 non ci sara' piu' habitat per le tigri nella parte bangladeshi del Sundarbans.

Gia nel 2010, uno studio del WWF parlava di un possible aumento dei livelli del mare di 40 centimetri nei successivi decenni che avrebbe portato alla morte del 96% delle tigri. Ma non ci sono solo i cambiamenti climatici.  A partire dal 1900 la caccia e la perdita di habitat dovuta all'avanzamento dell'uoo hanno gia' portato ad un calo drastico di tigri nel mondo. Da 100mila esemplari stimati un secolo fa, siamo ora a soltanto 4,000 unita'. 

In futuro gli studiosi parlano anche di eventi estremi:  uragani, alluvioni, tempeste fuori stagione dovuti ai cambiamenti climatici che porteranno a mancanza di cibo per le tigri. Potrebbero anche esserci maggiori uccisioni di tigri da parte dell'uomo, visto che queste tenderanno a cercare altri posti per vivere, probabilmente piu' urbanizzati, e questo potrebbe portare a maggiori scontri fra tigri e persone.  In Bangladesh vivono gia' 160 milioni di persone, e temo che non andranno tanto per il sottile nel difendere le loro case dalle tigri.

Non sono da trascurare anche invasioni di insetti prima non tipici della zone e che potrebbero portare alla diffusione di malattie.

E' noto che la situazione in Bangladesh e' drammatica: i livelli del mare si innalzano qui molto piu' che in altre zone del mondo, a causa della sua conformazione geografica; in una baia nel delta del fiume Gange. 

Alcuni enti locali stanno pero' cercando di fare quel che possono per salvare le tigri. Zahir Uddin Ahmed, del dipartimento delle foreste del paese dice che si stanno sperimentando piantagioni che possono resistere la maggiore salinita' dell'acqua, e che sono stati costruite barriere di contenimento in mare. In alcune zone c'e' stata la "ridistribuzione dei sedimenti" che penso sia il ripascimento delle spiagge, il che, dice Ahmed, ha portato al rallentamento dell'erosione.

Ma tutti percepsciono che questi sono cerotti, discutibili in alcuni casi, e non cure.

Ma allora, qual'e' la cura?

Temo che non ci sia: non esistono habitat vergini, indisturbati dall'uomo dove mettere centinaia di tigri su questo pianeta.

Siamo troppi, io penso, e mentre i numeri degli umani continuano ad esplodere in molti paesi, quello degli animali e delle foreste, che rende il nostro pianeta diverso e speciale, continua a crollare, spazzando via tutta la bellezza del creato.

Thursday, April 18, 2019

Il cucciolo di orso polare vaga a 700km dalla sua casa, affamato e smagrito






Siamo in Russia, nel villaggio di Tilichiki dove il 16 Aprile un orso polare e' stato avvistato in citta'. La sua tana e' a 700 chilometri piu' a nord.

Cosa ci faceva cosi lontano dal suo habitat naturale?

Cercava cibo. L'orso non mostrava segni di aggressione, ma era stanco e magro ed ha circolato per vario tempo in tutta la penisola di Kamtchatka dove si trova il villaggio di Tilichiki appunto alla ricerca di qualcosa da mangiare. I residenti gli hanno dato del pesce.

Si ipotizza che l'orso abbia circa due anni e che abbia viaggiato su un isolotto di ghiaccio dal Bering Sea fino alla penisola in questione. Tipicamente gli orsi vivono con le loro madri fino ai tre anni, quindi questo esemplare e' un cucciolo, non abituato a cercare cibo da solo.

E' questo un fenomeno che preoccupa sempre piu' i villaggi della Russia settentrionale perche' le storie di orsi affamati diventano sempre piu' numerose e piu' tristi. L'idea e' di sedarlo e di riportarlo a casa con trasporto aereo.

Povero orso, vaglielo a spiegare che questi sono i nostri tempi moderni, eh?

Monday, April 15, 2019

Il puma dell'est e' andato estinto: l'uomo gli ha distrutto l'habitat






L'ente per la protezione della vita selvatica degli USA, lo US Fish and Wildlife Service (USFWS) ha appena dichiarato che l'Eastern Puma e' ufficialmente estinto.

Causa dell'estinzione?

L'uomo.

L'ultima volta che un Eastern Puma e' stato avvistato in natura e' stato nel 1938, 80 anni fa. Nel 2011 lo USFWS ne fece un censimento ufficiale, secondo i dettami dello Endagered Species Act. Nel 2015 venne fuori che non esistevano esemplari noti, nei 21 stati analizzati. Hanno aspettato 3 anni, ed ora la dichiazione ufficiale. L'Eastern Puma e' ufficiamente estinto.

I motivi sono tanti, ma sono elencati come l'eccessiva caccia e la distruzione dell'habitat per mano dell'uomo. La natura e' un qualcosa di vivente e di completo, distruggi una specie, anche piccola e insignificante e possono esserci effetti a catena, anche dove meno te l'aspetti.

Questi Eastern Puma erano abbondanti negli USA fino a tutto l'800. Vivevano lungo il fiume Mississippi, in Quebec, in South Carolina, Illinois, Manitoba. Anzi, un tempo erano una delle specie animali piu' numerose in Nord e Sud America, dallo Yukon alla Patagonia. E poi la mattanza specie: uccisi in massa fra il 1700 e il 1800. L'ultimo avvistamento in Maine nel 1938 era anche l'ultimo ucciso dall'uomo.

La loro estinzione ha portato alla proliferazione di cervi, che non sono piu preda ne di puma ne di lupi o linci, tutti carnivori. Questi cervi mangiano ghainde e distruggono fusti di nuovi alberi, ed e' a loro che si attribuisce il declino della rigenerazione di foreste, e del declino del numero di uccelli che non trovano abbastanza spazi per la nidificazione.

I carnivori, come i puma sono importanti per garantire un sano equilibrio naturale. Si parla della reintroduzione di altre specie di puma in zone appropriate, per esempio i puma dell'ovest che potrebbero essere rilasciati nel New England, a nord dello stato di New York, nella regione dei grandi laghi nel midwest.

I puma dell'ovest sopravvivono, anche se in numeri modesti in North Dakota, South Dakota e Nebraska. Come loro la pantera della Florida che vive in Georgia, Arkansas e Texas. Spesso finiscono uccise dal traffico e dai cacciatori.

Insomma, sposti una virgola in natura, e ha cambiato tutti gli equilibri.



Saturday, March 30, 2019

Estinti (o quasi) i caribou, le renne americane: l'uomo gli ha distrutto l'habitat





La primavera e' ufficialmente arrivata e il per il prossimo inverno dovremmo aspettare un altro anno. 

L'ultimo branco noto di caribou che viveva fra il Canada, l'Idaho e lo stato di Washington e' rimasto al conto di ... uno. A Gennaio 2019 i rangers del British Columbia hanno catturato l'ultimo esemplare, una femmina, e l'hanno posta in cattivita', sperando di poter in qualche modo salvare la specie. 

Il branco di cui faceva parte si chiama South Selkirk, il nome della montagna dove viveva.

L'esistenza di un solo esemplare, secondo gli esperti significa che la specie e' gia' funzionalmente estinta. I caribou in questione sono parte di un gruppo di quindici sottogruppi diversi noti come caribou delle montagne meridionali. 

Non sono renne come quelle che vivono nella tundra vicino ai poli, ma piu' a sud, in climi piu' temperati. Tutte e 15 sono in via di estinzione a causa dell'attivita' umana che gli ho tolto habitat e che gli ha cambiato il clima. 

Questi animali vivono nelle foreste miti del nord-ovest degli USA d'estate, e d'inverno migrano verso zone piu' fredde, mangiano muschio e licheni e sono preda di lupi e leoni di montagna. Un tempo questi caribou popolavano anche gli stati ad est degli USA, il New England e il Minnesota. Addirittura venne creata una catena di caffe chiamata proprio Caribou.

Sono animali delicati, potremmo definirli poco maliziosi: non sanno scappare agilmente dai loro predatori, non sanno combattere bene, sono un po goffi, e spesso perdono nella lotta alla sopravvivenza animale. Hanno dunque bisogno di habitat che li proteggano. 

Nel 1983 si era arrivati a 30 membri del branco di South Selkirk, e la specie fu inserita in quelle a rischio di estinzione, che fece si che poterono essere applicate delle misure per la loro salvaguardia.
E infatti nel 2009 la specie era un po cresciuta, arrivando a 50 esemplari. 

Ma dopo quella data, in dieci anni, il tonfo. 

Nel 2018 c'erano tre esemplari.

Nel 2019, appunto uno.

Quale la causa di questo crollo? 

Semplice: strade, abbattimento di alberi, petrolio, pozzi, oleodotti e comunicazioni elettriche.

In tutti questi casi sono stati abbattuti alberi secolari ed e' scomparso il muschio che li rivestiva e che dava da mangiare ai caibou. Sono poi ricresciute foglie e arbusti piu' piccoli che pero' hanno attratto cervi ed altri animali, che a loro volta hanno attratto i predatori naturali dei caibou, lupi e leoni di montagna.


I lupi non andavano in queste foreste prima, ora si, a mangiare i cervi, attratti dalle foglie fresche, e visto che ci stanno mangiano pure i caribou che non sanno difendersi.

Oltre alla femmina di caribou appena catturata, in cattivita' ci sono altri tre esemplari: un cucciolo catturato dopo che la sua mamma e' morta allo stato brado, e altri due adulti, ma di un altra filiera di caribou. Non e' ben chiaro come si procedera', ma il governo del Canada, dopo appunto aver autorizzato ogni forma di trivella, decide di voler iniziare un programma di ripopolazione dei caribou. 

Una delle tribu' di nativi, detta Kalispel Tribe, che si nutre tradizionalemnte di carne di caribou e impegnata nel ripopolamento della specie, e intanto dal lato USA due organizzazioni ambientali, guidati dal Center for Biological Diversity ha portato in causa lo U.S. Fish and Wildlife Service for per non aver protetto l'habitat dei caribou in Idaho e Washington. 

Gia' nel 2011 questo U.S. Fish and Wildlife Service, una specie di ministero per gli animali selvatici aveva proposto di proteggere 150,000 di terra per i caribou.

Dopo le proteste di quelli che praticano snowmobile, e altri portatori di interessi speciali, l'area e' stata ridotta a solo 10,000 ettari, ben poca roba per la sopravvivenza dei caribou.

Vedremo come va a finire. Per ora questa e' un'altra storia di ecologia in cui l'uomo non si rende conto del tenue legame che tiene in piedi tutti i pezzi del creato e che non si rende conto che il suo egoismo, di snowmobile, trivelle, e strade inutili ha un prezzo e che a pagare sono sempre i piu deboli.

Tuesday, October 30, 2018

Abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 60% delle specie animali selvagge in quarant'anni







We're the first generation to know we are destroying our planet 
and the last one that can do anything about it.


The biggest single thing most of us can 
do is cut down our meat consumption

Ecco qui.

La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste abbattute per creare campi agricoli, abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, plastica nel mare, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri nelle foreste, ci siamo avvelenati con i pesticidi e tutti vogliono vivere come gli occidentali, portando al consumismo sfrenato a livello planetario.

Siamo oggi a 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa.

Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perche' ne mangiamo troppi.

Abbiamo usato energia, terra ed acqua piu di quanto non potessimo permetterci.

Dal 1950 ad oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, sostiutendoli con plastica.

Il 90% dei coralli a livello mondiale e' a rischio di estinzione.

Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soya o di olio di palma.

Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un area grande quanto Londra.

Le meta' delle orche assassine morira' per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato di queste nostre azioni e' del tutto consequenziale: il numero di animali che vivono allo stato selvaggio e' in declino, con la scomparsa del 60% delle specie animali nel corso degli scorsi 40 anni.

Sono cifre impressionanti, rilasciate dal WWF mondiale Living Planet Report 2018.

Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta ed ha concluso che noi uomini stiamo distuggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civita', basata su acqua pulita e aria respirabile. 

Sono stati studiati gli impatti dell'attivita' umana su popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili, dal 1970 al 2014, e l'analisi ha riguardato 4,005 specie animali distinte, con 16,704 esemplari in totale. di Appunto, il 60% delle specie selvagge e' andato estinto.

Le popolazioni di rinoceronti sono calate del 63% fra il 1980 e il 2006 a causa del mercato illegale delle loro corna.

Le popolazioni di orsi polari, gia' in declino, caleranno del 30% entro il 2050 a causa dello scioglimento delle nevi.

Le popolazioni di squali nell'oceano indiano e in quello pacifico sono scese del 63% negli scorsi 75 anni.

Le popolazioni di pappagalli grigi africani nel Ghana sono calate del 98% fra il 1992 e il 2014 a causa della perdita di habitat.

Le popolazioni di pulcinelle di mare, uccelli acquatici, in Europa caleranno del 79% fra il 2000 e il 2065.

Le specie piu a rischio sono nei Caraibi e nell'America centrale e meridionale, con il declino dell'83% delle specie animali selvagge e dei pesci, dal 1970 al 2014. A rischio oranghi-tanghi, rinoceronti, elefanti, e altre specie della foresta tropicale.

La cosa importante da ricordare e' che le foreste non sono terra sprecata, di nessuno, oppure un qualche cosa di carino, ma tutto sommato nonesseniziale. La natura ci consente di vivere, e' il nostro habitat. 
Le foreste mantengono un sacco di equilibri climatici, con gli alberi e l'assorbimento di CO2. Ma gli alberi sono la casa di tante specie animali che vivono in simbiosi con lei: gli animali fertlizzano la terra, e aiutano a diffondere i semi; estinti gli animali, la foresta ne soffre, e viceversa, senza foresta gli animali selvatici non hanno casa.
Perche' non ne parliamo troppo della diversita' che continua a declinare? Perche' e' un processo incerementale, che accade lontano. Non ce ne accorgiamo, gli squali e gli orsi sono fuori dagli occhi, fuori dal cuore.

E invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smettere il sovrasfruttamento del pianeta e dei costi in tutto quello che facciamo. Le risorse naturali, si calcola, se dovessero essere quantificate in una cifra economica sarebbero $125 trillioni di dollari.
Tutto quello che abbiamo cercato di fare finora, non e' stato sufficente ed occorre fare di piu'.

Si e' gia' parlato della sesta estinzione di massa, causata da noi uomini.


Perche' la cosa migliore e' mangiare meno carne? Perche' la deforestazione e' dovuta alla produzione di soya spesso esportata per dare da mangiare a maiali e a galline. Anche i corpi d'acqua, fiumi e laghi sofforono perche' l'acqua viene usata a scopi di irrigazione per queste enormi piantagioni.
Il mondo parlera' di tutte queste cose nel 2020, ad un meeting all'ONU per discutere ancora, di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversita'.
Chissa' quante altre specie saranno perse in questi due anni che ci stanno avanti.  Chissa' quante parole nel frattempo.


Sunday, September 23, 2018

Borneo: a causa della deforestazione in sedici anni andati persi 100,000 orangotanghi












L'isola di Borneo se la dividono fra Indonesia, Malesia e Brunei, e fino a quaranta anni fa per tre quarti era coperta da foreste con tutta la magnifica biodiversita' di flora e fauna che portano con loro.

E poi arriva l'uomo, con deforestazione, piantagioni monocultura, industria del legno. Muore la foresta, muore la vita.

E cosi, dal 1999 al 2015 sono andati persi 100,000 orangotanghi che non sono sopravvissuti alla deforestazione, alla perdita di habitat, alla caccia selvaggia. E se tutto continua come finora, entro il 2050 saranno persi altri 45,000 esemplari.

E' quanto emerge da uno studio pubblicato su Current Biology da un gruppo di ricercatori internazionali guidati da Maria Voigt del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, in Germania.

Gli studiosi hanno esplorato le foreste del Borneo e seguito il fato di quasi 37,000 nidi di orangotanghi nel periodo che va dal 1999 al 2015. Nel 1999 il numero di nidi erano di 22.5 per chilometro percorso, nel 2015 si era arrivati a10.1 nidi per chilometro.

Calcolando la natalita' tipica da ciascun nido e il numero totale, hanno poi stimato le perdite di orangotanghi sulla cifra di 148,500 individui.

In piu' i dati sono stati studiati diverse popolazioni di orangotanghi presenti su Borneo, ed emerge che dei 64 gruppi presenti solo 38 hanno una popolazione adeguata a garantire la sopravvivenza sul lungo termine: cento individui.
Maria Voigt dice che nessuno si aspettava questo tipo di declino, e che le cause sono nel degrado dell'habitat di questi animali, con l'avanzare del disboscamento, dell'agricoltura intensiva e anche dell'uccisione diretta.

Nel 1973 si calcolava che vivessero in Borneo 288,500 esemplari di orangotanghi. A quel tempo, i tre quarti dell'isola erano ancora foresta.

Nel 2012 il censimento parla di 104,700 individui.

Nel giro di meno di 40 anni un terzo delle foreste del Borneo sono state distrutte dal fuoco, piantagioni di olio da palma, miniere, e dall'industria del legno. 
Gli orangotanghi hanno bisogno di foreste per vivere e mal si adattano fuori.

Le perdite sono state maggiori in Kalimantan, la parte Indonesiana dell'isola e negli stati di Sabah e di Sarawak che appartengono alla Malesia invece.

La cosa pero' preoccupante e' che mentre Kalimantan e Sabah sono state antropizzate, Sarawak ha conservato le sue foreste. E perche' allora anche qui c'e' stata mortalita'?

Non si sono registrate qui ne epidemie o altre cause di morie di massa. La spiegazione: uccisioni dirette.  Gli orangotanghi vengono uccisi per la carne,  e per il commercio illegale di animali. Le mamme vengono uccise e i loro piccoli venduti sul mercato nero.  A volte gli orangotanghi vengono uccisi perche' si allontanano dalle foreste ed entrano nei giardini o nei campi delle persone in cerca di cibo.  A volte si spacciano le uccisioni di orangotanghi come "controllo delle pesti".

L'uomo si appropria dell'habitat degli animali, nascono i conflitti e l'animale ha sempre la peggio, visto che non hanno pistole con se. 

E se i tassi di deforestazione restano cosi come sono, circa 215,000 chilometri quadrati in piu' di foresta andanno persi dal 2007 al 2020.

Il tasso di foresta dell'isola passera' dal 75% del 1973 al 24%.

Cosa fare? Secondo Maria Voigt occorre introdurre piu' misure per proteggere foreste e orangotanghi,
con sensibilizzazione ambientale e coinvolgimento delle comunita' locali.

Qualche passo e' stato fatto: il governo indonesiamo nel 2016 ha dichiarato una moratoria contro l'apertura di nuove piantagioni di palma in tutto l'arcipelago nazionale, e anzi i permessi dati nel 2015-2016 sono stati cancellati.

Come sempre, non solo solo gli orangotanghi nella lontana Indonesia, e' tutto il nostro pianeta che e' a rischio e occorre che tutti facciamo la nostra parte.  Un consumo responsabile ed etico, rompere le scatole a chi di dovere, cercare di riparare quello che e' andato perso, dalla pulizia delle nostre spiagge all'uso di fibre non sintetiche.

Tuesday, August 21, 2018

Grecia: l'isola di Tilos sara' la prima del Mediterraneo 100% rinnovabile







La Grecia con tutti i suoi guai ci da una piccola grande lezione di civilta' ambientale. O forse e' proprio a causa dei suoi guai.
 
La piccola isola di Tilos, 14 ore di traghetto dalla madre-terra un piccolo scrigno di diversita' ambientale, sara' la prima isola del Mediterrraneo ad andare al 100% rinnovabile, grazie ad un sistema integrato di solare, vento e batterie.

Tilos fa parte dell'arcipelago del Dodecanese che e' tutta una riserva naturale, con una serie di sorgenti d'acqua sotterraenee che ha creato qui paludi con ottimi habitat per tante specie.  L'isola di Rodi e' la piu' nota di tutto l'arcipelago.

Ci sono qui orchidee rare, aquile protette e poche persone.

E poi c'e' stato il sindaco Tassos Aliferis il campione dell'ambiente che ha voluto fare di Tilos l'isola verde della Grecia. 

Siamo ora arrivati in mezzo a tutta questa natura ai test finali di un progetto che generera' 800 kilowatt di energia per tutta l'isola. Il perno cruciale e' rappresentato dalle batterie che assorbiranno l'energia in eccesso dalle turbine e dai pannelli solari per cederla poi alla rete nei momenti in cui ce ne sara' bisogno.

Tilos e' un isola piccola, con una popolazione invernale di 400 anime che in estate arrivano a 3000.

Uno dira': beh, e' un modello non replicabile, e' un isola piccola e un sacco di bla bla. Il punto e' sempre lo stesso: da qualche parte si deve pur partire, e finora nessuna altra isola di tutto il Mediterraneo l'ha fatto. Tilos si.

In questo momento l'energia di Tilos arriva da stazione alimentata da fonti fossili su una isola vicina, Kos, a 69 chilometri di distanza ed essenzialmente disabitata. Tilos e' una delle tre alimentata da un cavo sotterraneo che parte da Kos, e delle tre e' la piu' distante da Kos. Il cavo mostra evidenti segni di usura e di mancata manutenzione: spesso ci sono blackout di corrente, fino a 12 ore, rendendo la vita difficile a residenti, turisti, hotelier con cibi avariati, e scomodita' per tutti.

Da questo punto di vista, prettamente utilitaristico, le rinnovabili saranno un grande passo in avanti; ma non c'e' solo la soluzione di problemi pratici: il sindaco che ha promosso tutto questo era spinto da forti motivi "filosofici".

Tassos Aliferis era un ambientalista, di quelli che non se ne vergognano. Ha vietato la caccia sulla sua isola, promosso l'ecoturismo, ravvivato tradizioni morenti come fare il formaggio o coltivare erbe medicinali.
 
Lui non e' piu' in vita, ma e' stato lui a pensare e a volere il 100% rinnovabili per Tilos. il sindaco successivo ed attuale, Maria Kamma, ha continuato sulle sue orme nel desiderio di proteggere la biodiversita' dell'isola, con 150 specie di uccelli e 650 di piante.

Dal canto suo l'Unione Europea dice che si augura che Tilos diventi un modello per altre isole d'Europa con simili livelli di popolazione. Il progetto e' stato infatti finanziato dall'UE, sotto la guida di Tassos Aliferis, con circa 11 milioni di euro.

Il costo totale e' stato di 13.7 milioni di euro.

Con questi soldi oltre al sistema energetico e' stato creato un centro non-profit per la promozione turistica e culturale, con mappe, proposte di hiking, sentieri di mountain bike, vista di uccelli o viaggi in kayak. Si spera che tutte queste iniziative porteranno piu' visitatori e piu' business all'isola, anche in supporto delle loro politiche green.

Altri progetti in vista? Installazione di illuminazione pubblica direttamente dal sole, bici elettriche per i dipendenti comunali e stazioni di ricarica elettriche per le automobili.

E in Italia? Pantelleria? Lampedusa? L'Isola del Giglio? L'isola d'Elba?

Perche' no?

Il sindaco Kamma dice che se lo possono fare loro, lo possono fare tutti.

Parole sante.







Wednesday, August 16, 2017

Le citta'-foresta di Liuzhou, Cina

 








Non sono una grande fan dei casermoni e del mettere assieme cosi tanta gente partendo da zero. Spesso cio' che si progetta sulla carta viene diversissmo da quello che poi si verifica, e in Cina ci sono gia' tanti casi di citta' create e rimaste fantasma per un motivo o per l'altro.

Ad ogni modo dalla Cina continuano ad arrivare idee per il 'green living', in questo caso l'idea e' delle 'citta' foresta' che dovrebbero combattere l'inquinamento e i cambiamenti climatici.

Siamo a Liuzhou, provincia di Guangxgi, zona di montagna e con 1.5 milioni di abitanti. L'architetto incaricato di realizzare questa nuova citta' satellite e' l'italiano Stefano Boeri, lo stesso delle foreste verticali di Milano.

La citta' satellite, nuova di zecca, si chiamera' Liuzhou Forest City, e sara' collegata all'esistente Liuzhou con treni e macchine elettriche. Ci saranno un ospedale e scuole, e verra' usata energia solare e geotermica per una citta' con 100-200 edifici pubblici tutti coperti di alberi.

Saranno piantati un milione di alberi da 100 specie diverse, mentre le facciate degli edifici saranno ricoperte da un totale di 40,000 alberi. 

Alla fine di tutto Liuzhou sara' la casa di 30,000 persone e grazie a tutti gli alberi che verranno piantati ovunque, verrano assorbite 10,000 tonnellate di anidride carbonica l'anno, mentre invece ne verranno prodotte 900 tonnellate di ossigeno. Si spera che tutto questo portera' anche alla diminuzione delle temperature, all'aumento della biodiversita', al ricreare habitat favorevoli per uccelli, insetti e piccoli animali. Tutto sara' competo, se le cose vanno per il verso giusto, entro il 2020.

Ovviamente e' tutto molto bello e spero che il salto dalla carta alla realta' sia ottimale. Un progetto simile, ai miei occhi, richiede un sacco di manutenzione nel corso degli anni, e quella che ho potuto vedere in Cina tutte le volte che ci sono andata, non appare delle migliori.

Spero pure che chi vive li impari a convivere con tutto questo "habitat", e con le piante essenzialmente in casa, perche' non sara' facile.

Ma a Nanjing altre due torri-foresta sono gia in costruzione, sempre sotto la guida di Boeri e c'e aria di ottimismo.

Lo stesso Boeri dice che le sue palazzine green e le sue citta' foresta non risolveranno i problemi di inquinamento della Cina, ma che sono un esempio, un inizio. Si augura che partendo da Nanjing e dalle sue due torri si possa arrivare a citta' piu grandi e piu complesse, come appunto Liuzhou e tante altre dello stesso stampo in giro per la nazione. L'idea e' di non costruire piu mega citta soffocate e soffocanti, invece tante nuove citta' medie, verdi e pacifiche.

Boeri ha 60 anni e da cinque anni ha un ufficio a Shanghai. Dirige qui un programma di architettura ed urbanistica presso la Tongji University. Vuole che le sue citta' verdi non siano rimarchevoli per la qualita' e il design degli edifici quanto per il verde che le avvolge, per la natura che cambia colore, per gli alberi che crescono con la citta'.  Si augura che il tutto venga repilicato, e anche copiato altrove se Liuzhou avra' successo.

Lo spero davvero, e che questa idea delle citta' green abbia veramente tanto successo, perche' abbiamo bisogno di piu verde, di piu bellezza, di piu idea di pace nelle nostre citta'.

E in Italia? Boeri e' Italiano. In Italia si continuano ad abbatteri alberi uno dopo l'altro, nelle citta', con l'idea che "fanno sporco". Che stoltezza. L'albero e' vita e pace, e' benessere e ombra, e' bellezza e frescura. Forse non abbiamo un Boeri per le nostre piccole e grandi citta', ma piantare alberi non e' difficile, e non e' difficile *promuovere* la cultura dell'albero.

Intanto in Cina vanno forte. Gia' programmano un'altra citta'-foresta sotto l'opera di Boeri, a Shijiazhuang, provincia di Hebei.

E' nella top ten delle citta' piu inquinate della Cina.