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Friday, October 25, 2019

Zimbabwe: 55 elefanti morti di fame per colpa della siccita'




Almeno 55 elefanti sono morti nello Hwange National Park dello Zimbabwe negli scorsi due mesi a causa della siccita'. 

Gli elefanti sono tecnicamente morti di fame e di sete, ma la causa alla base e' la siccita' che ha danneggiato le coltivazioni e crescita di cibo nei loro habitat.

E non ci sono solo gli elefanti, secondo il World Food Programme report due milioni di persone nel paese vanno incontro a problemai di malnutrizione a causa dei danni all'agricoltura portati dal troppo caldo.

Cosa era sucesso agli elefanti? Erano in cerca d'acqua e di cibo, ed avevano viaggiato a lungo per trovare ristoro. La cosa triste e' che erano a trenta metri da laghetti che avrebbero potuto aiutarli.

Nello Zimbabwe ci sono varie decine di migliaia di elefanti, alcuni vivono nei parchi, altri no. A causa della siccita' intensa di questi ultimi mesi pero' molti di loro si sono spostati nel parco dello Hwange: da 15,000 che ne ospita abitualmente, ce ne sono ora 50,000. In totale ci sono circa 85,000 elefanti nel paese.

Ovviamente anche il parco ne risente e non ha le risorse per sfamare tutti, specie appunto in queste condizioni di stress, tanto piu' che i fondi statali per i parchi e per la ricerca di acqua sono pochissimi.
E ovviamente senza parlare delle condizioni economiche dello Zimbabwe: lo sfacelo.



E cosi qualche giorno fa sono stati trovati i corpi di 55 elefanti morti alla ricerca di acqua. Un altro problema e' il numero semore crescente di elefanti che non si riesce a gestire. Si parla di vendere gli elefanti in eccesso a zoo stranieri, per esempio in Cina e in Pakistan, ma questa non e' una soluzione, ovviamente.

Intanto, occorre dire che ci sono stati dei progressi nel corso dei decenni. Nel 1996, l'elefante della savana, l'African bush elephant era considerata a rischio estinzione.  Dal 2004 e' invece diventata specie vulnerabile, cioe' il rischio e' minore. Si stima che il tasso di crescita e del 4% l'anno. La popolazione mondiale e' di 415mila unita. Il numero maggiore di questi elefanti si trova in Botswana con 130mila esemplari.

Secondo in classifica appunto lo Zimbabwe, paese in condizioni economiche disastrose dopo la fine dell'era Mugabe, con corruzione e illegalita' che divampano, e dove tutto si puo' fare per racimolare denaro. 

Il presidente Emmerson Mnangagwa dice che gli elefanti devono essere venduti perche' sono troppi.
La vendita di animali selvaggi, elefanti e non, era gia' iniziata qualche anno fa. Lo Zimbabwe aveva gia' venduto 98 elefanti a Dubai e alla Cina fra il 2012 e il 2018 per la cifra record di ....2.7 milioni di dollari!

30mila dollari per esemplare.

Si parlava di trasferirne altri 35 in Cina e Pakistan, ma la resistenza si e' improvvisamente rafforzata: il gruppo Advocates4Earth si e' opposto e i tribunali si sono opposti con loro.


Perche' questo e' sbagliato, e perche' gli attivisti si oppongono? Perche' tali elefanti non dovrebbero essere portati fuori dai loro habitat naturali, nella fattispecie fuori dall'Africa. Questo e' stipulato dalla Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora, anche noto come
CITES. 
Il rischio e' che non sopravviveranno in habitat diversissimi da quelli a cui sono abitutati o negli zoo. O peggio che vengano uccisi per l'avorio. E infatti la domanda subdola e': che ci devono fare i cinesi con tutti questi elefanti? Li metteranno davvero negli zoo, nei circhi? O ci sono obiettivi piu' loschi?  
Dopotutto la Cina e' il piu' grande mercato mondiale di avorio, legale ed illegale.



Intanto, il Botswana, la Namibia e lo Zambia, stanno cercando di eliminare il divieto sul traffico internazionale di avorio. Di recente, l'amminstrazione Trump ha pure tolto il divieto di importare "trofei animali" dallo Zimbabwe e da altri paesi.

I cacciatori e i proponenti di tali esportazioni, di elefanti e trofei, dicono che sacrificare parte della popolazione selvaggia con la caccia puo' portare alla conservazione di tutti gli altri esemplari, e che potra' aumentare il turismo locale.
Sara'.  

Intanto, fra cambiamenti climatici, abbattimento alla ricerca di avorio, e distruzione di habitat, la popolazione di elefanti che vivono nelle savane d'Africa sono calate del 30% fra il 2007 e il 2014. 



Tuesday, May 28, 2019

La Malesia inondata dalla plastica d'occidente la rimanda indietro

 












La citta' simbolo della crisi della monnezza in Malesia si chiama Jenjarom. Vivono qui circa 30,000 residenti tutti avvolti dalla puzza della plastica che brucia.

Il motivo della puzza? Diciannove mila tonnellate di plastica.

Tutto e' iniziato l'estate del 2018. Ogni notte puntualmente arrivavano camion di ogni genere a depositare plastica, e dopo un po l'aria diventava pungente, con una strana puzza di bruciato. Erano impianti illegali di "reciclo" immondizia che operavano di notte. Nessuno ne sapeva niente.

La storia parte dal 2017, quando la Cina decide di non importare piu' plastica dall'occidente - USA,
Giappone, Francia, Canada, UK e Australia in primis. Ben 24 tipi di plastica "reciclabile" sono finiti sulla lista nera. E cosi la Malesia decide di prendersela lei la monnezza. Ma assieme alla monnezza arrivano le fabbriche illegali di smaltimento rifiuti, l'avrebbero bruciata di notte, come a Jenjarom, o seppellita.

Un po' a mo' di terra dei fuochi.

Occhio non vede, cuore non duole, ma naso sente!

Qualche giorno fa la Malesia ha annunciato che rimandera' circa 3mila tonnellate di plastica indietro, perche' sono letteralmente sommersi da ogni tipo di oggettistica usa e getta, ma intanto la monnezza arrivata in questi ultimi anni ha gia' radicalmente cambiato alcune citta' come appunto Jenjarom.

Le immagini parlano chiaro.

Pezzi di computer, bottigliette, cerchioni delle macchina, un mare di plastica colorata e puzzolente dappertutto. La plastica che si spezzetta creando una brodaglia tossica nei fiumi, la plastica che violenta il verde delle piantagioni di palma, la plastica che crea parallelepidi ingombranti accatastati alla meno peggio.

Fino al 2017 l'invidiable record di reciclatore di plastica mondiale era la Cina: sono arrivate qui oltre un milione di tonnellate di plastica ogni anno dal 1992 al 2016 e ogni anno sempre di piu'. Nel 2017 erano arrivati a 7 milioni di tonnellate. Faceva il 45% della quantita' totale di plastica in tutto il globo.

Poi la pacchia e' finita: il rapporto costo benefici e' diminuito, ne arrivava troppa e in condizioni difficili da separare, sporca, con vari tipi di plastica mescolata tutta assieme. I cinesi hanno detto basta. Oltre alla Malesia, la Thailandia e il Vietnam sono subentrati come paesi importatori.

Pero' non avevano ne l'infrastruttura ne lo spazio per gestire tutta questa plastica, nello stesso modo e con la stessa efficenza che aveva la Cina. Per esempio non tutta la plastica puo' essere reciclata e ci vogliono centri apposta per trattare quella piu' difficile, occorre dunque separare i vari tipi e passare allo smistamento. Ma spesso e' piu' facile fare di tutta erba un fascio e bruciarla tutta!


Uno studio del 2018 stima che ci saranno 110 milioni di tonnellate di plastica in piu' che il mondo dovra' smaltire fuori dalla Cina. La Malesia ne ha importato circa 830mila tonnellate nella prima meta' del 2018. 

Ma a parte gli impianti ufficiali, alcuni residenti locali accecati dal miraggio di soldi facili, si sono attrezzati per mettere su impianti illegali di smaltimento monnezza.  A volte gli speculatori sono cinesi senza scrupolo che comprano o affittano lotti abbandondati per stocccarci i rifiuti.

Ovviamente tutto questo senza troppi accorgimenti, ne per l'ambiente, ne per la salute di persone che vivono in questi posti.  Per esempio gli impianti illegali sorgono anche in zone residenziali, non hanno insegne, e vengono su alla meno peggio, a casaccio vicino ai fiumi, alle case, alle piantagioni di palma, nei campi, dove capita.

La gente lo scopre solo per caso, per la puzza o per aver visto montagne di plastica accatastata.

E come ci insegna bene la mafia d'Italia, per risparmiare invece di reciclare la plastica per bene, la bruciano, immittendo ogni sorta di roba tossica, diossine in primis, in ambiente.

Jenjarom e' a circa 20 chilometri dal principale porto della Malesia che si chiama Port Klang. E' proprio la sua vicinanza al porto che ne ha fatto la sede ideale di smistamento plastica straniera.
Nel circondario ci sono circa 33 impianti illegali di smaltimento. 

Oltre alle diossine ci sono qui nubi costanti di mercurio, bifenili policlorinati (PCB) che portano ad aumenti di malattie, fra cui  danni al sistema circolatorio, nervoso e respiratorio oltre che eczemi, mal di testa, nauesa, asma. Se uno e' esposto per troppo tempo alla plastica che brucia possono anche insorgere maggiori rischi tumorali. Anche questo lo sappiamo bene in Italia.

E infatti la gente ha iniziato a lamentarsi di strani malori proprio in concomitanza con l'arrivo di queste enormi ecoballe di plastica da reciclare: pruriti alla pelle, sfoghi di vario genere, tosse. 
E le autorita'?

A Luglio 2018 una indagine governativa mostro' che in tutto il paese ci sono 114 impianti di reciclo monnezza ufficiali, di cui pero' solo 8 a norma. Cioe' ci sono piu' di 100 impianti ufficiali che sono illegali; possiamo solo immaginare quante ce ne siano di illegali!

In realta' il governo della Malesia e' ambivalente sulla monnezza, visto che la vedono un po come una fonte, per adesso, di reddito: per loro e' senza dubbio un business ora che la Cina non c'e' piu'.
Vogliono pero' accertarsi che quello che arriva e' "monnezza di qualita'", per esempio a Port Klang sono arrivati ben 60 containers di plastica illegale: e quella tornera' al mittente.

La soluzione e' sempre la stessa: consumare di meno, riusare.

E come sempre si cristallizza sempre piu' in me la certezza che siamo troppi su questo pianeta.

Tuesday, April 16, 2019

Cina: sismicita' indotta da trivelle di magnitudo 5.7 e 5.3 R








La notizia arriva direttamente dalla rivista scientifica Seismological Research Letters, e ha per titolo
"The December 2018 ML 5.7 and January 2019 ML 5.3 Earthquakes in South Sichuan Basin Induced by Shale Gas Hydraulic Fracturing".

Mi sembra chiaro, no? 

Cioe' in Cina, nella regione del South Sichuan c'e' stata sismicita' indotta dal fracking di magnitudo 5.7 a Dicembre 2018 e di magnitudo 5.3 a Gennaio 2019.

E questo non lo dice la D'Orsogna, lo dice appunto una rivista peer-reviewed. Io sono solo dieci anni e piu' che continuo a martellare queste cose, perche' non voglio che ci siano dubbi.

L'evidenza monta in tutto il pianeta; le trivelle non portano niente di buono a nessuno dei residenti, e qui ne abbiamo l'ultima prova.

Occorre dirlo a Salvini e a quegli altri yes-men che lo circondano in tema trivelle, fra cui i governatori di Basilicata, Abruzzo, rispettivamente Vito Bardi e Marco Marsilio.

L'articolo in questione parla di due terremoti violenti in Cina, di cui abbiamo a malapena sentito parlare ma che ha causato forti danni a case e strutture in zona.

Il terremoto di dicembre (5.7 magnitudo) e' stato il piu' pericoloso, anche se meno intenso: ha ferito e ha causato danni, si stima, per 8 miliardi di euro e con 630 evacuati. L'altro terremoto si e' verificato un mese dopo a otto chilometri di distanza.

Il colpevole di questi terremoti e' il Changning shale gas block dove si trivella e si pratica fracking dal 2010. I pozzi di reiniezione invece sono arrivati nel 2014.

E voila' guarda caso, proprio nel 2014 l'incidenza delle scosse di terremoto e l'intensita' associata e' aumentata drammaticamente.  

Qui si stima che la causa dei terremoti sia stato l'insieme delle cose: cioe' il fracking in se, e anche la reiniezione, almeno a sentire l'autore principale dello studio, Xinglin Lei del Geological Survey del Giappone.

Gli epicentri dei terremoti sono stati localizzati, e la loro profondita' non e' risultata troppo elevata, cosa che li rende compatibili con l'origine antropica: erano a due e dieci chilometri sotto la crosta terrestre, nella norma per sismicita' indotta.

Le scosse invece sono perfettamente correlate con l'attivita' di iniezione nei mesi di dicembre e gennaio 2019, sia nello spazio che nel tempo. La maggior parte dell'attivita' sismica si e' verificata in concomitanza con le azioni umane, con poche scosse di assestamento. Gli sbalzi di pressione sotterranea causati dalle trivelle e dalla reinizione hanno riattivato vecchie faglie dormienti o sconosciute. L'attivita' sismica si quieta invece dopo le attivita' petrolifere.

Non ci possono essere dubbi perche' tutto cade a pennello.

Trivelli o reinietti; la terra trema, e trema forte.
Ti fermi, si fermano anche i tremori.

Le trivelle hanno continuato pero' a pompare in altre parti dello Sichuan, in particolare nella contea di Rongxian e nella citta' di Zigong. Il 24 e il 25 Febbraio 2019 ci sono state tre scosse, tutte superiori al grado quattro della scala Richter. Il piu' grave di magnitudo 4.9 ha ucciso due persone, ferito una dozzina e causato vari danni agli edifici della citta'. Sono stati evacuati in 130 mila.
Non si sa ancora l'origine esatta di questi altri due terremoti, ma la gente non ha aspettato: sono scesi in piazza in 3000 a chiedere sicurezza e ad un fermo temporaneo alle trivelle. Il fermo e' stato accordato, ma non si sa fino a quando durera'.

Ovviamente la Cina non e' proprio la culla dell'attivismo, ma in questo caso la paura e la consapevolezza potrebbero portare ad azioni forti da parte degli attivisti. Ma dall'altro lato ci sono interessi altrettanto forti: una enorme richiesta di energia in un paese in continua crescita; la voglia di produrlo in casa invece che importarlo, e incentivi da parte del governo. 

Si stima che la crescita della richiesta di gas continuera' fino al 2020.

Il problema e' che in Cina non ci sono fonti di gas "convenzionale" e che occorre fare ricorso a gas piu' scomodo da estrarre, che abbisogna di metodi piu' impattatnti e piu' distruttivi: appunto lo shale gas, dove che la roccia che lo contiene deve essere fratturato per estrarlo (da qui il nome fracking), da
metano negli strati di carbone e dal tight gas, ancora piu' intrappolato nella roccia da necessitare di fracking estremo.

E di questo gas "non-convenzionale" la Cina ne ha parecchio.  Hanno iniziato ad esplorare nel 2004, e il primo pozzo e' diventato attivo nel 2009. Nel 2012 hanno presentato un progetto quinquennale 
con sussidi e target di produzione. A trivellare le ditte nazionali CNPC e Sinopec.
Oggi, nel 2019 sono indietro rispetto ai piani del 2012, a causa di imprevisti e della difficolta' di estrarre questo gas cosi intrappolato nella roccia. 

E' il gas del Sichuan quello che e' considerato il meno difficile ed e' qui che si concentrano le maggiori operazioni. Pero' e' anche la zona maggiormente popolata, e un area gia' sismica. Anzi, solo dieci anni fa ci fu un mega terremoto che porto a piu' di 69mila vittime. Secondo vari sondaggi la gente gia' sapeva dei pericoli del fracking ed erano scettici dall'inizio, appunto per la sismicita' indotta, l'inquinamento di aria e di acqua, e gli usi spropositati di acqua.

Come dire, l'era di internet per tutti fa sapere a tutti che le trivelle sono una disgrazia per i residenti. Ma al governo questo non importa: il piano quinquennale dal 2018 al 2023 prevede ancora piu' fracking.

Basti solo pensare che nel 2018 la petrolditta CNPC  ha trivellato la bellezza di 330 pozzi nello Sichuan. Fino al 2017 ne avevano trivellato in totale solo 210.

E se ce il tuttapposto italiano, figuriamoci il tuttapposto cinese!

Sono subito partiti con la promessa di una review scientifica, per assicurarsi della sicurezza delle trivelle, hanno promesso che ci saranno seismologi presenti in ogni attivita' sismica per monitorare, e che ci saranno adeguate valutazioni di impatto ambientale, e che l'acqua per le trivelle verra' estratta in concomitanza con la disponibilita' locale, con la geologia e in modo da bilanciare le richieste dei residenti.

Sono ovviamente film gia' visti che si traducono in una sola parola, o due: balle cinesi!

E che il sismologo che guarda ferma i terremoti? O che gli impatti ambientali mai diranno che i loro pozzi fanno venire i terremoti? O che quando l'acqua e' poca i petrolieri volontariamente fermeranno le trivelle per farci fare il te ai residenti? 

Suvvia! Non siamo mica all'asilo!

Come sempre, occorre non farceli venire dall'inizio, e questo vale in Cina, in Italia e se vogliamo salvarlo, sul pianeta intero.

Saturday, February 16, 2019

La NASA: il mondo e' piu verde, grazie alla riforestazione in Cina

Il mondo e' piu' verde ora rispetto a 20 anni fa.

Questo lo dicono i dati ripresi dalla NASA che hanno visto il verde trionfare in Cina e in India. Lo studio e' stato riportato da Nature Sustainability.

Ma ci sono varie sfumature di verde in questa storia. Intanto, e' stano no, che il maggior verde arrivi da questi due paesi, Cina ed India, dalla popolazione elevata e tutto sommato ancora in via di sviliuppo.

Per la Cina il risultato e' straordinario e arriva da un ambizioso programma di riforestazione portato avanti da vari anni. Ed e' veramente notevole e ammirabile quello che hanno fatto.

Anche in India c'e' stato un massiccio impegno nel piantare alberi, nel 2017 per esempio hanno pure stabilito un nuovo record mondiale: sono stati piantati 66 milioni di alberi in 12 ore! grazie a una valanga di volontari.

Ma gran parte del nuovo verde in India e' dovuto a una intensificazione dell'agricoltura in zone un tempo desertiche o poco sfruttate.

Sono venti anni che la NASA segue con appositi strumenti satellitari il verdeggiare della terra. Si chiama Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer, or MODIS, e la sua elevata risoluzione permette di guardare cio' che accade sulla terra fino a 500 metri di risoluzione.

Tutto sommato il nuovo verde sul pianeta rappresenta un area equivalente all'intera Amazzonia.
Ogni anno ci sono circa 4 milioni di chilometri quadrati in piu' di verde, un 5% di aumento annuo.

Un terzo del verde in piu arriva da Cina ed India, anche se coprono solo il 9% dell'intera superficie mondiale. Dei programmi di riforestazione in Cina abbiamo gia' parlato ed e' una iniziativa mirata del governo per mitigare gli effetti di erosione, inquinamento e cambiamenti climatici - semplicemente per combattere tutte queste cose, hanno deciso di piantare foreste!

In India invece il contributo al verdeggiare arriva dall'agricoltura. Il terreno dedito alla coltivazione di verdure e frutta e' lo stesso, ma sono state diversificate le pratiche, per esempio e' stato esteso il sistema di irrifagazione. Ora, oltre al verde, i raccolti sono aumentati del 35-40%.

Tutto bene allora? Non proprio, la cosa triste e' che invece l'Amazzonia si restringe e cosi pure le foreste d'Indonesia. Gli aumenti di verde in Cina ed India non soppiantano la perdita di verde in questi altri angoli del mondo. Ma la cosa positiva e' che quando la Cina si e' resa conto degli enormi problemi causati dalla deforestazione e dall'inquinamento, hanno iniziato a cambiare metodi  e mentalita' e le cose sono migliorate. Si spera che Brasile e Indonesia, e tutti gli altri a dire il vero, prendano d'esempio e facciano lo stesso. 

Tuesday, September 11, 2018

L'inquinamento del mare da petrolio visto da satellite - Cina, Messico, Congo, Malesia, Mar Caspio



Il satellite si chiama Sentinel-1 e vede questo: una scia di 185 chilometri nello stretto di Malacca, ad ovest della capialte della Malesia Kuala Lumpur. Lunga e stretta. Non si sa da dove arrivi. Una nave in perdita? Un riversamento? Non si sa. Ma e' certo una perdita di petrolio in mare di cui in pochissimi parleranno.

Lo stesso satellite, monitorato dal gruppo Sky Truth trova anche queste altre immagini in giro per il mondo - Cina, Malesia, Congo, Messico, Mar Caspio. Sky Truth e' una non profit, chissa' se avessero piu' soldi e piu' personale ne scoverebbero molte di piu' di queste nefandezze.

Per ora ecco qui cosa noi umani stiamo facendo al nostro pianeta.





Queste sono attorno al Congo River, fra Angola e Congo
vicino a piattaforme petrolifere. 
Secondo quelli di Sky Truth potrebbero essere scie di monnezza da trivellazione
(fluidi di scarto) oppure anche perdite di petrolio.

Qualcuno ne ha parlato? 




CF Crystal in Cina. L'incendio ha causato la morte di tutto il personale di bordo, 
e il carico di gas e' andato in fiamme. Il gas liquefatto e' finito anche sulle coste del Giappone.

E poi sono arrivati i dispersanti.







Queste invece sono le immagini che arrivano dal Mar Caspio. Il complesso trivellante si chiama Neft DaÅŸlari che sta per Sassi Petroliferi. E' stato costruito negli anni 1940 dai russi, e tira fuori petrolio ininterrottamente dal 1951. Nel Dicembre 2015 una piattorma esplose e morirono in 32.  LE perdite continuano, e secondo quelli di Sky Truth 380,000 galloni di petrolio, circa 1,500,000 litri sono finiti in mare. 


Qui il Messico, con petrolio da piattaforma vicino alla riserva naturale. La piattaforma si chiama Heater ed e' di proprieta' della New Century Exploration LLC. E' una piattaforma dismessa ma che continua a sputare veleni. 


 Questo e' invece petrolio di origine ignota a 
Guangzhou, Ciina (vicino Hong Kong)



Queste due in alto sono le immagini collegate alla Nave Kolkata incendiatasi nell'Oceano Indiano presso localita' Sundarbans nella baia di Bengal.  La nave fu abbandonata con 400 tonnellate di petrolio al suo interno.  Sundarbans ospita la piu' grande raccolta di mangrovie del mondo ed e' un sito protetto Unesco.La scia e' lunga 17 chilometri ed e' spinta dalle correnti del fiume Gange.


Oli esausti meccanici ed altra monnezza attorno all'arcipelago Chuanshan, Cina.
Non si sa da parte di chi.

Oli esausti meccanici ed altra monnezza 
dalla nave da crociera Sapphire Princess, 
della Caribbean Princess, 
presso Kuala Lumpur, Malesia.  

Il riversamento di questi oli esausti a mare e' totalmente illegale.

Ma in mare chi controlla (oltre al satellite?)

 


Friday, August 10, 2018

Justin Trudeau approva oleodotto nel mare delle orche morenti















Trudeau che approva l'oleodotto, 29 Novembre 2016

Come non poteva esserci un petrol-risvolto in questa
storia di orche morte e di avidita' umana? 


 che non e' il caso di costruire un oleodotto nella casa delle orche in via di estinzione.

"The choice between pipelines and wind turbines is a false one,” 


Lui gioca a fare l'ambientalista.

Poi dice che occorre salvaguardare i propri mercati energetici
(cioe' il petrolio schifoso dell'Alberta) che porteranno la quasi
certa estinzione delle orche del Salish Sea.

Non e' tanto meglio di Trump, dunque.

Solo un po piu' ipocrita.


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Della storia della mamma orca J35 che da dieci giorni veglia sul cadavere della sua piccola morta, e cerca disperatamente di non farla affondare, anche adesso che il suo corpo e' in via di degradazione, abbiamo gia' parlato.

E' una storia che fa male al cuore, alla mente.
Specie perche' in ultima analisi la colpa di tutto questo siamo noi.

Come gia' raccontato, la popolazione di orche di questa specie, le southern resident killer whales, e' in declino. Restano 75 esemplari, e molte delle orche in eta' da procreazione non sono proprio sanissime; alcune sono sotto alimentate e sotto stress. In alcune si possono vedere le costole magre.

Il perche' e' stato gia' illustrato: mancanza di cibo, salmone nella fattispecie, il passaggio di navi nel Salish Sea, la loro casa, i rumori, l'inquinamento e in genere il degrato dell'habitat naturale delle orche.

Il salmone scompare per colpa dei cambiamenti climatici e degli allevamenti intensivi che indeboliscono la specie. L'inquinamento da materiale tossico nel mare le rende fra e specie piu' contaminate del pianeta.

Un altro duro colpo fu dato alla specie durante gli anni 1960 e 1970 quando molte orche vennero catturate e vendute ad acquari e a parchi divertimenti.

A tutto questo si aggiunge oggi l'idea malsana del primo ministro del Canada, Justin Trudeau che gioca a fare la parte del figo, ma che in realta' sul tema ambiente non e' che poi brilli troppo, come denuncia Greenpeace Canada. 

Il nostro amico-figo Trudeau ha infatti appena stanziato circa $4.5 miliardi per finanziare una estensione dell'oleodotto detto TMX, il Trans Mountain Express pipeline che attraversera' proprio il bel mezzo del Salish Sea, la casa delle orche

Il TMX e' un mega oleodotto che dovra' mandare il petrolio schifoso delle Tar Sands dell'Alberta, fatto essenzialmente di bitume, fino in British Columbia, in zona di mare, pronto per le esportazioni.

Verso la Cina? verso gli USA? non si sa, ma e' ovviamente tutto un affare di denaro.  L'oleodotto e' un progetto in partnership con un colosso texano dell'energia, Kinder Morgan.

Il TMX sara' lungo almeno 1000 chilometri, attraversera' ben 1300 fiumi e ruscelli nel suo percorso e arrivera' nel Salish Sea attorno a Vancouver. 

Si calcola che aumentera' il traffico marino di sette volte rispetto a quello che e' adesso e che portera' con se il passaggio di almeno altre 400 navi per il carico di petrolio, portando con se piu' inquinamento, piu' rumore, piu' disturbi alle orche.

E il rumore non e' cosa da niente, visto che interferira' con le comunicazioni delle orche le une con le altre, nella ricerca di quel poco cibo che resta.

E non sia mai che ci possa scappare una perdita di bitume!
Che ne sara' mai delle orche?

Interessante che alcuni degli enti canadesi chiamati in causa a pronunciarsi sull'oleodotto della Kinder Morgan, ammettono loro stessi che ci saranno "effetti avversi sulla popolazione di orche in zona".

Perche' Trudeau fa questo?

Approvare oleodotti che saranno un altro passo verso l'estinzione delle orche?

In una parola, il vile denaro.

Trudeau e' sotto pressione dal petrol-stato dell'Alberta. Uno stato la cui petrol-economia e' al collasso: disoccupazione in aumento in parallelo al declino dei prezzi dei petrolio. E' il prezzo da pagare quando una societa' decide di basarsi solo ed esclusivamente su una risorsa, in questo caso il petrolio.
Quando va su, tutti euforici, quando cala, tutto crolla.

Ovviamente avere un nuovo oleodotto significa piu' esportazioni e quindi, piu denaro per le casse dell'Alberta, appunto in crisi.

Dall'altro lato della lotta contro oleodotto, venti cittadine, 17 comunita' indigene, varie organizzazioni ambientali, alcune nate ad-hoc e tanti giovani che hanno protestato ad Ottawa, a Seattle, a Vancouver nel corso degli anni contro questo oleodotto ammazza-orche. 

Quello che sara' costruito e' una estensione di un oledotto che esiste gia'. Fu aperto nel 1953 e dal 1961 ha fatto registrare 82 perdite di bitume. Piu' di una 'anno.

Per tutta risposta Trudeau annuncio' lo stanziamento di un miliardo e mezzo di dollari canadesi per la prevenzione di disastri e circa 150 milioni per lo specifico caso di prevenzione di perdite a mare. Ma si sa, non si puo' mettere un prezzo a questi rischi.

La vera prevenzione e' non costruire oleodotti ed affini.

Il mondo puo' vivere senza altri oleodotti, e se proprio serve, si possono trovare alternative, ma le orche non possono traslocare.

Il Salish Sea e' la loro unica casa.

E fra l'altro, la legge federale del Canada impone di salvarle, visto che sono una specie a rischio di estinzione.

Caro Justin: e' veramente ingiusto tutto questo, i veri fighi stanno dalla parte dei piu' deboli -- delle balene e dei pescatori in questo caso -- e non dalla parte degli oleodotti.