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Saturday, February 16, 2019

La NASA: il mondo e' piu verde, grazie alla riforestazione in Cina

Il mondo e' piu' verde ora rispetto a 20 anni fa.

Questo lo dicono i dati ripresi dalla NASA che hanno visto il verde trionfare in Cina e in India. Lo studio e' stato riportato da Nature Sustainability.

Ma ci sono varie sfumature di verde in questa storia. Intanto, e' stano no, che il maggior verde arrivi da questi due paesi, Cina ed India, dalla popolazione elevata e tutto sommato ancora in via di sviliuppo.

Per la Cina il risultato e' straordinario e arriva da un ambizioso programma di riforestazione portato avanti da vari anni. Ed e' veramente notevole e ammirabile quello che hanno fatto.

Anche in India c'e' stato un massiccio impegno nel piantare alberi, nel 2017 per esempio hanno pure stabilito un nuovo record mondiale: sono stati piantati 66 milioni di alberi in 12 ore! grazie a una valanga di volontari.

Ma gran parte del nuovo verde in India e' dovuto a una intensificazione dell'agricoltura in zone un tempo desertiche o poco sfruttate.

Sono venti anni che la NASA segue con appositi strumenti satellitari il verdeggiare della terra. Si chiama Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer, or MODIS, e la sua elevata risoluzione permette di guardare cio' che accade sulla terra fino a 500 metri di risoluzione.

Tutto sommato il nuovo verde sul pianeta rappresenta un area equivalente all'intera Amazzonia.
Ogni anno ci sono circa 4 milioni di chilometri quadrati in piu' di verde, un 5% di aumento annuo.

Un terzo del verde in piu arriva da Cina ed India, anche se coprono solo il 9% dell'intera superficie mondiale. Dei programmi di riforestazione in Cina abbiamo gia' parlato ed e' una iniziativa mirata del governo per mitigare gli effetti di erosione, inquinamento e cambiamenti climatici - semplicemente per combattere tutte queste cose, hanno deciso di piantare foreste!

In India invece il contributo al verdeggiare arriva dall'agricoltura. Il terreno dedito alla coltivazione di verdure e frutta e' lo stesso, ma sono state diversificate le pratiche, per esempio e' stato esteso il sistema di irrifagazione. Ora, oltre al verde, i raccolti sono aumentati del 35-40%.

Tutto bene allora? Non proprio, la cosa triste e' che invece l'Amazzonia si restringe e cosi pure le foreste d'Indonesia. Gli aumenti di verde in Cina ed India non soppiantano la perdita di verde in questi altri angoli del mondo. Ma la cosa positiva e' che quando la Cina si e' resa conto degli enormi problemi causati dalla deforestazione e dall'inquinamento, hanno iniziato a cambiare metodi  e mentalita' e le cose sono migliorate. Si spera che Brasile e Indonesia, e tutti gli altri a dire il vero, prendano d'esempio e facciano lo stesso. 

Sunday, July 2, 2017

L'airgun uccide lo zooplankton - parola di Nature Ecology










Come sempre, sono le componenti piu' semplici, alla base dell'ecosistema, che sono indispensabili per il buon funzionamento di tutto il ciclo vitale, uomo compreso.

In questo caso, si tratta di piccolissimi esseri marini (larve di cavallucci di mare e di krill, piccole e grandi meduse, piccoli crostacei chiamati copepodi, uova di varie specie) che formano lo zooplankton nel mare e che rappresentano il primo passo della catena alimentare acquatica. Li mangiano i pesci piccoli, ma a volte anche quelli piu' grandi, incluse le balene. 

La parola zooplankton viene dal greco e significa "animaletti alla deriva" e infatti questi esserini si muovono con le correnti marine.

Bene, secondo un articolo apparso il 22 Giugno 2017 su Nature Ecology and Evolution e dal titolo" Widely used marine seismic survey air gun operations negatively impact zooplancton", l'airgun, che i nostri governi a destra e a sinistra continuano ad approvare il giro per l'Italia, e' letale per questi animaletti, e dunque dannosa per la pesca.

Cos'e' l'airgun? E' il primo passo dell'estrazione di idrocarburi: spari violentissimi ripetuti ogni 5 o 10 secondi nel mare per cercare di ricostruire il profilo dei giacimenti sottacqua usando i segnali riflessi da questi spari stessi. Se i segnali portano a prevedere un giacimento grande e ben ricco di idrocarburi si passa allo stadio successivo, fare il pozzo preliminare. Se i segnali mostrano che il giacimento e' piccolo, allora non se ne fa niente.

Ma gia' qui si capisce quanto devono essere potenti questi spari: devono attraversare tutto il corpo acquatico e poi fare altri 3,4,5 chilometri per arrivare al giacimento, prima di tornare indietro. E devono spazzolare aree di 100, 200 a volte anche 1000 chilometri quadrati. Ci vogliono in genere due o tre mesi per completare la presa dati.

Due o tre mesi di spari violenti ogni 10 o 15 secondi.

Come detto varie volte, tali spari hanno una intensita' di circa 220 decibel,  un miliardo di volte maggiore di un concerto rock.

Altri studi in passato avevano mostrato che l'airgun portava a mortalita' di pesci, lesioni sui loro corpi, perdita del senso dell'udito e dell'orientamento, modifiche alla comunicazioni fra i vari esseri marini, e a volte anche a spiaggiamenti di balene.

Questo studio su Nature Ecology and Evolution si occupa invece di studiare gli effetti dell'airgun sullo zooplankton.

Emerge che gli spari dall'airgun possono arrivare ad uccidere lo zooplankton fino a 1.2 chilometri dal punto di impatto.

L'autore principale del'articolo si chiama Jayson Semmens, e' un biologo marino presso la University of Tasmania nella citta' di Hobart, Australia. Dice che il loro e' un risultato del tutto inatteso, perche' e' il doppio di quanto ci si aspettava.

Gli altri autori sono Robert McCauley, Ryan Day, Kerrie Swadling, Quinn Fitzgibbon, Reg Watson.

Lo studio e' stato eseguito nel 2015 lungo le coste della Tasmania. Il gruppo ha studiato le popolazioni di zooplankton prima e dopo l'airgun in un area circoscritta di mare. Quello che hanno trovato e' che l'abbondanza di questi animaletti diminuiva fino al 64% gia' un ora dopo gli spari. Gli effetti si sentivano fino a 1.2 chilometri dall'area dell'airgun che e' anche il limite massimo del loro studio.

Il che vuol dire che potrebbe anche essere che le morie si estendono anche per un raggio maggiore di 1.2 chilometri.

E siccome questi microanimali erano proprio morti, non ci possono essere ambiguita' nel risultato.

Ora, non si sa esattamente come questo airgun uccida lo zooplankton, pero' secondo Semmens, il rumore cosi forte probabilmente danneggia i sofisticati sistemi biochimici che questi esserini usano per nuotare e muoversi nel mare, disorientandoli e causandone la morte in modo indiretto.  Il suo gruppo condurra' altri studi per capire maggiormente quali sono i meccanismi che portano alla morte dello zooplankton.

Delle balene sappiamo gia' molto, dello zooplankton sapevamo poco, adesso abbiamo aggiunto altri pezzi alla conoscenza. Quello che pero' resta e' che o si guardi agli esseri piu' grandi o quelli piu' piccoli, questo airgun non porta niente di buono al mare, alla vita, e alla fine di tutto, a noi esseri umani.

Occorre che qualcuno lo dica ai governanti italiani, primo fra tutti a Gianluca Galletti, ministro dell'ambiente che di ambiente pare che non gliene importi granche'. 


Saturday, April 8, 2017

Un milione di profughi del clima, dall'Alaska al Pacifico









Succede in Louisiana, Brasile, New York, Australia, Thailandia, Filippine, Alaska. Succede un po dappertutto per le comunita' di mare.

Gente che vive sulle coste e che deve abbandondare le proprie case per colpa di erosione, innalzamento dei livelli del mare, tempeste violente, perdita di terreno.

Secondo un recente articolo pubblicato su Nature Climate Change sono circa 1 milione le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.  Per la precisone 1 milione e 300mila. E mentre fino a pochi anni fa si cercava di proteggere quello che c'era, adesso l'atteggiamento prevalente e' di andare via.

Cosa fare infatti con l'arrivo di mareggiate senza precedenti, allagamenti e continuo innalzarsi del mare? Si possono innalzare le strade e le case, cercare di proteggere le lagune, migliorare i codici con cui si costruisce.

Ma si puo' anche decidere di lasciare perdere, visto che i costi sono elevati, ed e' certo che il clima e l'ambiente non torneranno quelli di prima.

Ed e' questo il dilemma delle comunita' costiere.

Storicamente, migrazioni di massa collegate alle condizioni climatiche sono molto ben documentate, e quello che viviamo adesso -- appunto il milione e trecentomila anime che hanno dovuto lasciare le proprie case -- e' la manfestazione dei nostri tempi del problema.
Durante il secolo 1900-2000 i livelli del mare si sono innalzati di ben 12 centimetri. Le previsioni sono di varie decine di centimetri in questo secolo. Secondo alcuni studi circa 470 milioni di persone perderanno la casa.
 
Alcuni ricorderanno l'uragano Sandy che colpi' le coste del New Jersey nel 2012 -- molte delle case sono state rasate al suolo e mai piu ricostruite.

Dopo il tifone Haiyan del 2013 Le Filippine hanno messo il divieto di costruire a 50 metri dalla costa e hanno forzato l'evacuazione di 80,000 persone.  Dopo lo tsunami del 2004, almeno 22,000 case sono state perse e non piu' ricostruite in zone costiere.

A volte la gente via via in modo preventivo, e cioe' prima che ci siano i disastri: le citta' evacuate perche' i cambiamenti climatici stanno piano piano portando via coste e case e non si vuole aspettare "il grande evento".

In Louisiana accade lo stesso: qui l'erosione dovuta alle estrazioni di petrolio e di gas ha fatto perdere case, terreni e coste.

Il caso piu' eclatante e' quello di Shishmaref in Alaska, citta' costruita sul ghiaccio e che e' destinata a morire.
 
Siamo a 160 miglia dalla Russia -- il ghiaccio scompare. Nevica sempre di meno, e sempre piu' tardi e il ghiaccio si scioglie prima o neanche si forma. L'erosione monta.  L"assenza di ghiaccio fa si che durante le tempeste pezzi interi di costa vengono triturati e finiscono in mare, senza protezione.
Una delle case e' gia' crollata in mare nel 2006. Norman era un ragazzino che nel 2007 cadde risucchiato dal ghiaccio di Shishmaref che si scioglieva e mori'.

Ogni secondo pompiamo in atmosfera 1200 metri cubi di CO2. 
Il pianeta si e' surriscaldato, in media di un grado centigrado dalla rivoluzione industriale ad oggi, una enormita'. L'Artico ha avuto livelli di aumento di temperatura doppi che il resto del pianeta.

In Alanska ci sono almeno 31 villaggi a rischio di scomparire, come Shishmaref. 12 di questi villaggi stanno cercando di capire dove e come evacuare, perche' sanno che non c'e' speranza.

Siamo noi a causare tutto cio', bruciando fonti fossili a ritmi allarmanti. Se l'obiettivo e' di contenere l'aumento della temperatura a due gradi centigradi, una sola cosa si deve fare: non pompare mai piu petrolio.

Dall'altra parte del mondo, le isole Kiribati, le isole Marshall, le isole Fiji. Lontanissme dall'Alaska ma tutte che rischiano di scomparire.  Isle di Jean Charles in Louisiana che pure sprofonda a causa dei cambiamenti climatici.

A Miami Beach, Florida, hanno dovuto installare pompe speciali per evitare allagamenti, collegati all'erosione. 

Non tutte le comunita' hanno i soldi per programmare la evacuazione e la risistemazione delle persone. E' costoso, la gente e' vulnerabile, e' una strada a senso unico.

A Shishmaref sanno che non hanno sclta, e cosi la citta' ha deciso di evacure prima che il mare porti via tutto.  Ma non hanno i soldi. E dove evacueranno? Non si sa, forse verso l'interno. Ma questo significa perdita di identita': la maggior parte delle persone qui vive di pesca e di caccia e di tradizioni Inupiat collegate al mare.

Saranno lo stesso popolo?

Perche' devono evacuare loro, se il loro stile di vita, di indigeni, e' molto meno impattante di quello di centinaia di milioni di persone che sprecano, bruciano, e generano molto piu' inquinamento e emettono molta piu CO2 di loro?


Tuesday, May 31, 2016

Il Financial Times ai petrolieri: rassegnatevi alla fine







Instead of railing against climate policies, or paying them lip-service 
while quietly defying them with investment decisions,
 the oil companies will serve their investors and society better 
if they accept the limits they face, and 
embrace a future of long-term decline.



Chi l'avrebbe mai detto. Un editoriale del Financial Times, pubblicazione da sempre pro-petrolio, che pubblica un editoriale in cui si consiglia ai petrolieri di accettare che il futuro per loro sara' fatto di un declino lento ed inesorabile.

L'editoriale pubblicato ieri 28 Maggio 2016 dice che invece di combattere contro le politiche fatte dai vari paesi per contrastare i cambiamenti climatici, o facendo solo piccoli gesti pro-forma mentre si continua ad investire nelle fossili, i petrolieri farebbero un servizio migliore a se stessi e alla societa' se accettassero che il loro futuro e' fatto un declino lungo e inesorabile.

Il Financial Times punta il dito contro Exxon and Chevron per avere a lungo negato gli effetti dei cambiamenti climatici.

Il giorno 25 Maggio 2016 infatti, i vertici della Exxon hanno detto no a tutte le richieste di trasparenza sui cambiamenti climatici avanzate dagli investitori eccetto che ad una. La stessa cosa e' capitata con all'incontro annuale con gli investitori BP, qualche mese fa, in cui i vertici dell'azienda hanno similmente detto no a discussioni, a maggiori studi, a maggiori dichiarazioni e trasparenza sui legami petrolio-clima-business. Idem per Shell e Statoil di Norvegia. Tutte al bavaglio. 

Il Financial Times dice che questi meeting fra investitori, vertici e dirigenti e' quasi una sorta di sessione di terapia per i petrolieri, in cui si cercano di capire le conseguenze degli accordi di Parigi e della necessita' di prendere decisioni per contenere l'aumento di temperatura a meno di 2 gradi centigradi.

Ovviamente la risposta a questi pensieri e' che il petrolio dovrebbe restare sottoterra, ma loro non ci riescono proprio a capire, a fare questo legame logico.

Secondo il Financial Times

The international objective of holding the increase in global temperatures to “well below” 2C, agreed at the Paris climate talks last year, implies the obsolescence of all fossil fuel production within the next few decades. The oil companies have not yet reconciled themselves to quite what this means.

Cioe' Parigi significa che la produzione di petrolio diventera' obsoleta.

Non e' parola di Greenpeace, ma del Financial Times, una delle principali pubblicazioni finanziarie del Regno Unito.

Il Financial Times dice che se i governi veramente seguiranno cio' che si e' deciso a Parigi i petrolieri dovranno trovare un qualche modo di fermare le emissioni di gas serra, mettersi a fare rinnovabili o chiudere battenti. Quartium non datur.

Dicono che in tutte queste riunioni si litiga e si discute, che gli Europei sono gia' piu' pronti ad ammettere i pericoli dei cambiamenti climatici rispetto ai petrolieri d'America. Che in generale si parla di piu' di tenere i costi bassi e di sicurezza nazionale, piuttosto che di ridurre le emissioni. Non ne vogliono sentire!

Ma mentre chi comanda e' restio all'idea di esplorare in dettaglio cosa succederebbe alle varie Exxon, Shell, BP, Chevron, al loro business e alla loro profitto con il vincolo dei due gradi, la risposta la da la rivista Nature. 

Secondo loro per tenere fede a Parigi e all'aumento dei due gradi, un terzo delle riserve petrolifere e meta' del gas del mondo dovrebbe restare sottoterra.

Il messaggio che non vogliono sentire e' che la crescita sara' scarsa e ridotta, e che nel lungo termine la produzione dinimuira' invece che aumentare.

Il Financial Times conclude con:

Invece di schiamazzare contro le politiche di contenimento dei cambiamenti climatici, o far finta di agire mentre segretamente si cerca di raggirarle quando si fanno gli investimenti, i petrolieri sarebbero di maggior servizio ai loro investitori e alla societa' se invece accettassero i limiti che hanno davanti e si preparassero ad un futuro a lungo termine fatto di inesorabile declino.

Amen.








Monday, March 21, 2016

Abbiamo causato il maggior tasso di CO2 in atmosfera degli scorsi 66 milioni di anni



Given currently available records, the present anthropogenic 
carbon release rate is unprecedented during the past 66 million years.

Richard Zeebe, Universita' delle Hawaii


Non lo so con quale coscienza ci possa essere gente che pensa che occorre andare avanti con le fonti fossili. Non hanno figli costoro? Non hanno a cuore le sorti della Terra? Non sanno che stiamo letteralmente distruggendo l'unico pianeta che abbiamo?

Ecco qui: il tasso di emissione di CO2 in atmosfera e' il piu' alto da 66 milioni di anni a questa parte. Sessantasei milioni di anni. Da quando sul pianeta c'erano i dinosauri. E questo e' per colpa nostra. Nostra e del nostro uso smodato di fonti fossili -- petrolio, gas e carbone che madre natura aveva cosi' saggiamente messo sottoterra.

Sessantasei milioni di anni.

Gli autori dello studio sono Richard Zeebe dell'Universita' delle Hawaii, Andy Ridgwell e James Zachos dell'Universita' della California. I tre hanno studiato la composizione chimica dei sedimenti fossili risalenti a vari milioni di anni fa e hanno pubblicato i risultati su Nature Geoscience. Secondo loro le emissioni attuali di CO2 sono superiori anche all'ultimo grande rilascio di CO2 sul pianeta che avvenne 56 milioni di anni fa e che fu dovuto alla vaporizzazione di gas serra disciolti nei fondali oceanici. L'evento di 56 milioni di anni fa, detto Paleoeocene-Eocene Thermal Maximum (PETM).porto' all'aumento della temperatura di 5 gradi centigradi sul pianeta e  all'acidificazione degli oceani e all'estinzione di varie specie animali.

Il nostro tasso attuale di emissione di CO2 e' di 10 miliardi di tonnellate l'anno, dieci volte maggiore rispetto a 56 milioni di anni fa, ed e' dovuto principalmente all'uso di fonti fossili. Come 56 milioni di anni fa, la temperatura potrebbe innalzarsi di circa 5 gradi centigradi, causando alluvioni, siccita', tempeste violente, acidificazione degli oceani e l'alterazione degli equilibri ecologici.

La differenza con adesso e 56 milioni di anni fa e' che allora i cambiamenti sono stati piu' graduali.  Adesso e' una folle rincorsa verso emissioni e temperature strabilianti. 

E questo non e' solo la conclusione di scienziati di laboratorio: gli scorsi 10 mesi sono stati dieci mesi di caldo record in tutto il mondo, interi pezzi di Gronelandia si staccano, la NASA parla di cambiamenti "fuori da ogni norma",  le nevi in Artico sono ai minimi storici.

L'uso di fonti fossili ha fatto qualcosa al pianeta che non era mai successo in sessantasei milioni di anni. Questo dovrebbe farci paura. Dovrebbe farci riflettere che il tempo di cambiare e' adesso.

Il 17 Aprile occorre votare si per dare un segnale a Matteo Renzi e ai governanti italiani che il tempo delle fonti fossili e' finito, per il bene nostro noi e delle generazioni future.

Qui le immagini del ghiacciaio Peterman che in Groenlandia ha perso 30 chilometri di fronte in cinque anni.