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Saturday, October 19, 2019

La Groenlandia che si scioglie: svanisce oggi quello che doveva restare fino al 2070






Le avventure della Groenlandia sono quasi degne di una soap opera. Essenzialmente questa isola gigantesca che appartiene alla Danimarca, non ha pace climatica.

Questa estate e' stata particolarmente micidiale, in particolare, le temperature sono arrivate sopra lo zero anche nei punti di elevazione maggiore, per esempio nel cosiddetto Summi Station, a circa 3,000 metri di altezza.

E' la terza volta che succede una cosa del genere in 700 anni. 

L' ultima fu nel 2012.

A quel tempo, il 97 percento di tutti i ghiacci della Groenlandia si era sciolto.


Il ghiaccio si scioglie a ritmi mai visti prima con perdite di circa 12.5 miliardi di tonnellate di acqua al giorno, come registrato ad Agosto del 2019.

Ovviamente, poi tornano le nevi invernali, ma il punto e' che queste oscillazioni di neve cosi estreme non sono normali, e ogni anno c'e' meno neve d'inverno,  c'e' piu' scioglimento d'estate, per cui la direzione e' una sola: sempre meno ghiaccio. 

E cosi, un giorno raccontiamo dello scioglimento della Groenlandia, e un altro delle isole Marshall che affogano, ma la storia e' una sola, perche' il pianeta e' uno solo, e quello che accade in cima al mondo ha ripercussioni dappertutto, in Polinesia ma anche nelle nostre vite.

I ghiacciai perenni della Gronelandia coprono un area grande quanto l'Alaska, e sono circa l'80% della sua superficie. Se dovessero sciogliersi tutti, avremmo molto piu' guai che le isole Marshall.  
E questo non e' qualcosa di campato in aria, visto che le primavere sono sempre piu' calde, c'e' sempre molto meno neve e molto piu' scioglimento dei ghiacciai. Quest'anno poi il caldo di Giugno e' stato forte e cosi' le perdite di ghiaccio sono state particolarmente gravi per la Gronenlandia, con scioglimenti record.

Piu' del 60 percento della superficie innevata sull'isola si sta assottigliando, secondo i dati piu' recenti, con la formazione di laghi e laghetti, ruscelli e fiumi laddove prima non ce n'erano.  Sono state registrate anche collassi di ghiaccio in mare.

Per esempio a Luglio 2019, quasi 200 miliardi di ghiaccio sono finiti nell'oceano, circa il 36% in piu' rispetto ai tassi normali che si si aspetta in estate. 

Anzi, secondo i modelli matematici, le perdite registrate nel 2019 le avremmo dovuto vedere solo nel 2070.

Cosa significa questo?

Che i modelli matematici non sono accurati, e che le cose saranno peggio del previsto se nessuno fa niente.


Tuesday, May 7, 2019

San Francisco: spiaggiate o morte di fame nove balene in due mesi









Siamo arrivati a nove. 

Nove balene trovate morte al largo di San Francisco in due mesi di tempo.

Di queste nove, tre sono morte dopo aver urtato contro navi nella baia della citta', cinque per fame.
L'ultima, scoperta lunedi' scorso,  e' invece morta per fratture alla testa e altri danni sul corpo: ferite sanguinanti e ematomi che fanno concludere che anche lei sia morta dopo un urto contro una nave.
Era una femmina ed era pure malnutrita.

Quindi fanno quattro morte per avere incontrato e urtato contro imbarcazioni e cinque per fame.

Ovviamente sono partiti studi e indagini necroscopiche, ma e' ovvio che il problema, in un modo o nell'altro e' l'eccessiva antropizzazione della zona. Le balene transitano in questa zona come ogni anno mentre migrano dalla Baja California, in Messico fino ai mari piu' freschi dell'Alaska. Quando arrivano nella California del nord sono gia' stanche, perche' alla fine del loro lungo viaggio, e se non sono nutrite a sufficenza e' qui che iniziano a sentirsi male e a mostrare segni di stanchezza e di cedimento.

Quest'anno il numero delle balene appare piu numeroso ma le balene appaiono anche molto piu' magre e malnutreite, si pensa a causa del calo di cibo collegato ai cambiamenti climatici.

Se si guarda a tutta la costa occidentale degli USA le morti invece sono state 31 da gennaio ad oggi, cinque mesi. Il piu' grande numero di balene morte dal 2000, molte per fame. Pochissimi sono stati invece gli avvistamenti di mamma e cucciolo, segno che ci sono anche meno nascite e/o piu' aborti, anche qui le coppie avvistate parevano tutte piu' magre del normale.

Si calcola che ci saranno in totale 60 o 70 morti entro l'estate: questo e' causa di forte preoccupazione
fra gli esperti perche' e' un tasso tre volte di piu' che il normale.

Sara' sempre peggio se non facciamo niente.

Tuesday, April 2, 2019

Alaska: bocciate le trivelle di Trump, ripristinati i divieti di Obama






Un giudice federale d'Alaska ha deciso che trivellare in un area d'Alaska di 520 mila chilometri quadrati non si puo'.  E oltre ai mari d'Alaska non si potra' trivellare nemmeno in 15mila chilometri quadrati nell'Atlantico dal Maryland al Maine.

La decisione e' stata presa dal giudice federale Sharon Gleason, nominata da Obama nel 2012.

Questo provvedimento e' una brutta botta per Trump perche' potrebbe creare un clima di sfiducia quando in estate la sua amministrazione cerchera' di vendere altre concessioni in Artico.

Non solo, il giudice Sharon Gleason ha anche vietato la costruzione di una autostrada nel bel mezzo di una riserva naturale in Alaska.  Oltre a lei, un altro giudice, nominato invece dal presidente Reagan, Lewis Babcock, ha bloccato due concessioni per trivellare gas naturale in Colorado perhe' nei progetti non si teneva in sufficente considerazione l'impatto sulla vita animale e il contributo di queste trivelle ai cambiamenti climatici.

Si tratta di 171 pozzi in North Fork Valley, dove vivono elci, cervi e renne.

Molte di queste decisioni sono ostacoli posti sulla strada di Trump che voleva  eliminare tutte le protezioni e le aree protette stabilite sotto Obama.

La conta e' di circa 25 decisioni prese, dall'inizio della presidenza Trump, contrarie al desiderio di Trump di trivellare, trivellare, trivellare, spesso in barba a leggi promulgate per difendere ambiente, animali ed anime. Anche se ci sono appellli e ce ne saranno anche su queste ultime tre decisioni, e' innegabile che le corti abbiano posto un freno alla mania di bucare il mare e la terra del presidente arancione. 

Altre decisioni? Per esempio, agli inizi di Marzo, un altro giudice federale ha fermato le trivelle su altri 1200 chilometri quadrati nel Wyoming.

Ovviamente i petrolieri dicono che non sono contenti delle decisioni prese ma che continueranno a perseguire i loro diabolici programmi in altri mari, in nome del "potenziale energetico" della nazione e cosicche' "l'American consumer" potra' trarre benefici dalla leadership energetica del paese.  Parole di Erik Milito, vice presidente dell'American Petroleum Institute.

Ci ha visto invece bene Obama.

La protezione di queste terre e di questi mari era stata imposta sul finire del mandato Obama, sotto l'Outer Continental Shelf Lands Act, una legge che prevede che un presidente possa togliere unilateralmente terreni e mari dalla scure delle trivelle senza approvazione del congresso, ma che allo stesso tempo impone che per *ripristinare* quelle stesse trivelle, occorra invece il consenso parlamentare.

E' stato questo infatti il verdetto di Sharon Gleason: che se Trump vuole trivellare quei mari protetti da Obama, deve prima cercare l'approvazione del governo. Non puo' farlo di testa sua. Quindi, per Obama e' stato facile proteggere, mentre per Trump sara' piu' difficile distruggere.  

E quindi tutte le protezioni del mare varate il 27 Gennaio 2015 prima e il 20 Dicembre 2016 poi restano in piedi, finche' non parla il Congresso. E visto che il congresso e' in mano democratica, poco ci credo che Trump la possa spuntare in tempi brevi.

E l'autostrada? La mitica Sharon Gleason ha riconosciuto che il segretario dell'interno, Ryan Zinke, non ha ben giustificato l'utilita' dell'autostrada nel bel mezzo dell'Izembek National Wildlife Refuge, dove tante specie migratorie si fermano in inverno e che e' stato protetto per decenni. 

Vince l'ambiente, vince Obama.


Wednesday, January 9, 2019

Una storia a lieto fine: dopo sei anni l'ENI scacciata da Carpignano Sesia, 2,521 anime













Eccoci qui, dopo sei anni di battaglie e batticuore, la fine e' arrivata anche per il pozzo proposto dall'ENI e dalla sua socia minoritaria Petroceltic a Carpignano Sesia, popolazione 2,521 anime.

Il pozzo Carisio non s'ha da fare!

Sono felice: per questa piccola comunita' nel verde che ha sconfitto il gigante con caparbieta' e perseveranza, per il nostro pianeta che cosi ha un pozzo di meno, e per la speranza che questa storia infonde a tutti quelli che non ce lo vogliono proprio il mostro nelle loro campagne, nei loro mari o nei loro monti.

E anche perche' per una volta parliamo di una storia bella. Un po' mi commuovo mentre scrivo queste cose, nel mio ufficio, di pomeriggio e in silenzio, perche' so davvero la dedizione che ci vuole e perche' il mondo sarebbe migliore se tutti ci impegnassimo cosi. 

In 2500 hanno mandato via una corporazione che trivella da decenni a destra e a manca, dall'Alaska alla Nigeria, con appoggi politici di tanti governi passati, con storie di corruzione,  di scarsa attenzione ai popoli vicino ai loro impianti, e con nel cuore solo il vile denaro. Ma a Carpignano non ci sono riusciti.

Ora i signori dell'ENI se ne andranno con la coda che gli si attorciglia fra le sei gambe.

Credo allora che qui un grande grazie, un grande "bravi", vada al Comitato Difesa della Natura e del Territorio (DNT) di Carpignano che ha lavorato a lungo e con amore. Ci sono stata qui e ne ho parlato varie volte anche quando scrivevo sul Fatto Quotidiano. E' bello vedere un paese intero che si vuole bene e che non si arrende.

E credo che ci voglia anche un bravi al M5S e a Davide Crippa che hanno scelto di bocciare definitivamente il progetto dichiarando la decadenza del permesso. Non era una decisione scontata, 
ne un atto dovuto. 

Grazie.

Ormai sono tanti anni che seguo le faccende petrolifere e la storia si ripete sempre secondo lo stesso copione principale: le vittorie abbisognano di tempo, sono fatte di passi avanti e di passi indietro, di persone che si scoraggiano ma che poi continuano nonostante tutto. Di persone che cercano di fare qualche cosa ogni giorno con creativita' ed amore. Di persone che alla fine prevalgono. Da Carpignano al Centro Oli di Ortona, da Sciacca a Bomba, dal parco del Curone ad Arborea, fino ad Ombrina.

Il mio augurio e' che tutte le comunita' d'Italia con lo spettro del petrolio (o di qualsiasi altro mostro ambientale) abbiano la stessa voglia di lavorare, la stessa unita', lo stesso amore e che sappiano mettere da parte il proprio ego per essere a servizio dell'altro, dell'Italia, del pianeta.

Queste battaglie ambientali, cosi difficili, lunghe e snervanti, possono dare un senso alle nostre vite, e possono farci sentire che abbiamo seminato semi buoni, che siamo riuciti ad elevarci in alto, piu' in alto dei nostri piccoli egoismi quotidiani, e verso quell'ad majora a cui in un modo o nell'altro tutti aneliamo.

Tanti auguri Carpignano Sesia!

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Carissima e Chiarissima Maria Rita,

è passato un pò di tempo dagli ultimi messaggi intercorsi, anche se ho notizia degli scambi di informazioni con  Dora, nostra responsabile per la comunicazione.

Ti volevo augurare innanzi tutto un buon anno, che per noi, proprio nei giorni della Befana, è stato di grande felicità.

Nè carbone ,nè petrolio dunque. Pare che il pozzo esplorativo Carpignano 1 dir del permesso Carisio abbia cessato di esistere ( vedi allegato ).

Oltre agli auguri un enorme ringraziamento, mio personale e di tutto il Comitato DNT di Carpignano Sesia che ancora mi sopporta e rappresento.

Come tantissimi che si sono adoperati alla causa, la tua altissima professionalità, il tuo altruismo, ci sono stati di enorme aiuto nel condurre la nostra battaglia. Noi ci credevamo, ci abbiamo sempre creduto, anche nei momenti in cui  le forze in campo davano le nostre possibilità di successo ridotte ad un'esile speranza. Pensare di dover contrastare un colosso come eni da molti era ritenuto impossibile. Ma siamo andati avanti, passettino per passettino, a scalare questa montagna. Credo che il tuo insegnamento e la tua personale conoscenza ci abbia permesso di " rubarti " un pò della tua caparbietà e della tua tenacia, mettendoli in campo per quasi sette lunghissimi anni.

Ed alla fine ( speriamo ) un EVVIVA !!! A tutti noi

Spero che tutto giri per il meglio anche a te.
Con la speranza ed il piacere di rincontrarci presto ti abbraccio

Marcello Marafante
DNT Carpignano 

Wednesday, March 7, 2018

Primavera in Artico, gelo in Europa, il clima sottosopra












The extended warmth really has kind of staggered all of us
Ruth Mottram, Danish Meteorological Institute.

It's just crazy, crazy stuff
Mark Serreze, National Snow and Ice Data Center, Boulder Colorado

Climate change is the overriding thing
Walt Meier, National Snow and Ice Data Center, Boulder Colorado



E' stato l'inverno piu' caldo mai registrato in Artico, secondo la NASA.

E' questo il quarto anno di una serie di inverni con temperature sempre piu calde al polo nord, con sempre meno ghiaccio e quest’anno anche vie navigabili laddove dovrebbe esserci ghiaccio. Questo e’ quello che emerge dai dati registrati dal National Snow and Ice Data Center (NSIDC) di Boulder, Colorado.

In Febbraio, ondate di caldo al polo nord.

Una cosa mai vista prima.

Il commento del direttore del NSIDC, Mark Serreze, e’ stato questo:

"It's just crazy, crazy stuff”.

E lui ne dovrebbe sapere di crazy stuff visto che e’ dal 1982 che si occupa di clima e di livelli di ghiaccio e di temperature. Non c’e’ ombra di dubbio che tutto questo sia collegato ai cambiamenti climatici.

Per fare un esempio, a Cape Morris Jesup, nel punto piu’ a nord della Groenlandia, le temperature di Febbraio sono state le stesse che di solito di registrano a Maggio. Anzi, qui ci sono stati tre giorni in cui le temperature sono state superiori allo zero gradi centigradi. Neanche questo, mai visto prima.

In questa, e in molte altre localita’dell’Artico, 10 su 15 stazioni registrate, la temperatura e’ stata piu’ di 10 gradi superiore alla norma.

Anche a Barrow, nel Circolo Artico relativo all’Alaska, la temperatura media e’ stata 10 gradi superior alla norma, con media di otto gradi piu’ del normale se si considera tutto l’intervallo Dicembre 2017 – Febbraio 2018.

Secondo la NASA le ondate di calore arrivano non solo dall’Atlantico, fra la Groenladia e l’Europa, ma a per la prima volta anche dal Pacifico, attraverso lo stretto di Bering. Alek Petty del NASA Goddard Space Flight Center in Maryland dice che sebbene ci siano stati periodi di caldo ai poli in passato, questi periodi, queste anomalie diventano sempre piu’ frequenti ed intense. Non era mai capitato prima che le ondate di calore si sviluppassero in due parti opposte dell’Artico.

E mentre che la zona si riscalda, calano anche i livelli di ghiaccio, con vaste distese di acqua invece che neve e ghiaccio, dall’Alaska in su. Per esempio la zona che va dallo strestto di Bering fino al Chukchi Sea di solito in questo periodo e’ coperta di ghiaccio. Quest’anno invece c’e’ addirittura una traiettoria navigabile.

E’ qui che ci sono stati addirittura venti gradi piu’ rispetto alla norma,

Venti gradi.

In totale a Febbraio il ghiaccio in Artico copriva cira 14 milioni di chilometri quadrati, 160mila chilometri quadrati in meno rispetto al 2017, che gia’ era stato un anno difficile. Se si guarda solo Febbraio la perdita e’ stata di ben 1,4 milioni di chilometri quadrati, il minimo da 30 anni a questa parte. Un area di ghiaccio persa grande quanto due volte il Texas.

C’e’ anche chi mette in correlazione questi eventi estremi in Artico con quanto accade piu’ a sud, dove invece ci sono temperature veramente polari. L’idea e’ che la diminuzione di ghiaccio al polo nord e l’aumento di temperature fa si che si riducano anche le differenze fra la pressione atmosferica fra l’Artico e le zone di latitudine minore. Essendo ora le pressioni piu’ simili i venti provienenti dall’Artico non vengono spazzati via in fretta, come succederebbe se le pressioni fossero diverse, ma possono adesso restare piu’ a lungo e diffondere lungo aree piu’ grandi.

E' una teoria certo, ma inizia a prendere piende fra gli esperti. 

Ad ongi modo niente di tutto cio' e' normale, non l'intesitia' di questi eventi, non la rapidita' dei cambiamenti.

Io non so quand’e’ che il genere umano decidera’ che tutto questo deve essere la nostra prima priorita’.

Senza un ambiente sano, senza un clima normale, senza l'alternarsi delle e stagioni, senza i ritmi che garantiscono la vita alla nostra la flora e fauna cosi come li conosciamo un giorno non ci sara’ neanche piu’ l’uomo.



Sunday, February 18, 2018

USA: sole e vento record nel 2017, nonostante Trump



Le cinque citta' USA 100% rinnovabili:


1. Rock Port, Missouri. 1,300 persone. 
E' 100% rinnovabile dal 2008, quando installarono 4 turbine eoliche. 


2. Greensburg, Kansas, 1.400 persone. 
Nel 2007 un tornado la devasto' e si decise di ricostruire la citta' affinche fosse sostenibile. 
Sono 100% rinnovabili dal 2013 grazie all'eolico, solare e geotermico. 
Il costo della ricostruzione verde e' costato il 20% in piu rispetto alla ricostrizione convenzionale. Oggi i costi sono stati recuperati, con il risparmio energetico.
La citta' risparmia 200,000 dollari l'anno 
con l'energia green sugli edifici pubblici. 


3. Kodiak Island, Alaska, 14,000 persone.
L'obiettivo era di diventare 100% rinnovabile nel 2020, usando l'idroelettrico e vento per eliminare l'uso del diesel. E' stato difficile imparare a gestire l'eolico in sintionia con i cambiamenti della ventosita' ma alla fine ce l'hanno fatta e sono diventati 100% rinnovabili nel 2014.
4 Burlington, Vermont, 42,000 persone.
Burlington e' la citta' piu' grande del Vermont e sono diventati 100% rinnovabili 
nel 2014 quando hanno comprato un'impianto idroelettrico per la generazione di energia, ed abbandonando il carbone che fino ad allora era la principale fonte energetica della citta'.  Oltre all'idroelettrico hanno sole, vento e biomasse. Il risparmio e' di 1 milione di dollari l'anno.
5. Aspen, Colorado,7,000 persone.
E' questa una specie di Cortina D'Ampezzo per gli Americani, 
per sciare e per i ricchi.  Sono diventati 100% rinnovabili qui nel 
2015 usando vento ed idroelettrico.
 
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Nonostante Donald Trump, il revival del fracking nel paese, e il petrol-amore dei repubblicani, l'energia rinnovabile cresce anche negli USA.

Siamo arrivati al 18%, nella prima potenza mondiale, il doppio di dieci anni fa.

Lo dice il rapporto annuale dell'energia negli USA, il Sustainable Energy in America Factbook, dove si segnala che il 2017 e' stato un anno record per l'energia green nel paese.

Il rapporto mostra che siamo arrivati nel 2017 a 717 terawatt hours (TWh), grazie sopratutto alle forti pioggie nel nord-ovest del paese che ha portato ad abbondante generazione di energia idroelettrica e grazie nuove installazioni di solare ed eolico nel paese.

Il 18% forse non sembra tanto, ma in scala lo e', considerati gli usi in numeri assoluti dei consumi negli USA e sopratutto perche' siamo vicini al punto di sorpasso con il nucleare che e' al 20% del totale.

La cosa interessante e' che i consumi di gas e di carbone sono in calo, rispetto al 2016. Le rinnovabili invece corrono veloci.

Ma come puo' essere che accada tutto questo sotto l'amministrazione del fossil-Donald?

La risposta e' nei comuni, nelle amministrazioni locali che pian piano svoltano verso le rinnovabili.

E infatti sono cinque le citta USA che vanno a 100% rinovabile: Aspen, Colorado; Greensburg, Kansas; Burlington, Vermont; Kodiak Island, Alaska; e Rock Port, Missouri.

Il numero di citta' che invece lavora per arrivare allo stesso obiettivo e' invece salito a 46 e fra queste ci sono citta' grandi come Atlanta e San Diego che guidano la Ready for 100 initiative, una iniziativa lanciata nel 2016 e il suo scopo e' di includere 100 citta' per la transizione al 100% rinnovabile, ciascuna usando le proprie risorse, la propria geografia, la propria rete elettrica.

E questa non e' una cosa da sottovalutare: le citta' USA emettono circa il 75% delle emissioni di CO2, e allo stesso tempo la transizione verso le rinnovabili diventa sempre piu' facile, a causa del calo dei prezzi e della sensibilita' delle persone. 

Secondo gli esperti, non e' difficile per la citta' media americana arrivare all'obiettivo del 100% rinnovabili, perche' le possibilita' sono tante e in tutte e' possibile trovare un metodo giusto, adatto alle proprie realta' locali.

Thursday, July 13, 2017

Alaska: Trump approva le trivelle ENI in Artico in tempo record



Spy Island Drill Site -- isolotto artificiale ENI da dove trivellera' l'Artico. 
Quattro pozzi in orizzontale
per sei chilometri verso il mare.  

Tuttapposto.

L'ENI ha 75 concessioni qui. 









Tutti noi che sappiamo come l'ENI operi, in terra, in mare, con la gente, con i politici non possiamo che rabbrividire a questa notizia.

Il Beaufort Sea dell'Alaska sara ' trivellato dall'ENI alla ricerca di petrolio come approvato dall'amministrazione di Donald Trump.

Claudio Descalzi e i suoi compari avevano comprato le concessioni circa dieci anni fa.  In totale ne hanno 75. Sarebbero scadute alla fine del 2017 se l'ENI non avesse fatto niente, e cosi la richiesta di trivellare e' stata fatta velocemente il giorno 13 Giugno 2017, ed altrettanto velocemente e' arrivato l'OK, esattamente un mese dopo.

Trump e' o non e' un businessman?

E cosi ci sono stati soli 21 giorni di tempo per revisionare e commentare il progetto di esplorazione, e solo dieci giorni per valutare l'intero impatto ambientale.

Ovviamente tutto questo e' folle.

ENI o non ENI trivellare in Artico e' contro ogni buon senso. Ci ha gia' provato la Shell per anni, e a causa di tempeste, freddo, correnti marine, disorganizzazione, gli e' sempre andata male. I rischi sono tanti, e perdite e scoppi fra i ghiacci sono eventi per cui nessuno e' preparato. Trivellare in condizioni estreme e' difficile. E l'ENI se gia' fa disastri in Basilicata o in Norvegia, figuriamoci cosa combinera' al Polo Nord.

Cosa esattamente fara' l'ENI?

Trivelleranno partendo da un isolotto artificiale di proprieta' dell'ENI chiamato Spy Island Drill Site. Siamo nella Harrison Bay, e dall'isolotto l'ENI trivellerebbe sottoterra e sotto il mare verso le acque aperte del Beaufort Sea. In tutto questo sara' realizzato il piu' lungo condotto orizzontale mai costruito nella storia allo scopo di estrarre petrolio in Artico, lungo circa sei chilometri.

Tanta e' infatti la distanza stimata dall'isolotto al mare aperto, sotto i fondali marini.

La particolare concessione si chiama Nikaitchuq, e guarda caso, parte dell'infrastruttura a terra della concessione, era gia' stata rasa al suolo da un incendio nel 2015. 

Si vede che se ne sono dimenticati.

Se tutto va bene, Descalzi potrebbe iniziare il 15 Dicembre 2017, con le trivelle permesse solo d'inverno, perche e' solo allora che il mare si ghiaccia e che permetterebbe la costruzione di una strada temporanea in superificie.

Tremo solo al pensiero.

In questa zona c'e' anche il delta del fiume Colville River Delta dove vivono molte specie marine, alcune protette, altre a rischio fra cui balene, orsi polari, foche dagli anelli. E poi ci sono vari tipi di uccelli che spesso transitano qui d'estate.

Che ne sara' di loro?

Che ne e' stato di loro dove l'ENI -- e qualsiasi delle sue sorelle -- ha gia' messo piede?

L'ENI dice che anche qui e' tuttapposto. Siccome trivelleranno solo d'inverno ci saranno pochi animali. Come sempre, hanno una risposta per tutto.

La partita in realta' non e' ancora chiusa perche' ci sono ancora vari stadi di approvazione per l'ENI. Fra le leggi USA c'e' il cosiddetto Outer Continental Shelf Lands Act che impone all'ente che si occupa di gestire le risorse energetiche dagli oceani americani, il Bureau of Ocean Energy Management (BOEM), di rigettare piani petroliferi esplorativi se queste porteranno a danni gravi all'ambiente marino, costiero o umano.

Varie associazioni si erano attivati in quelle scarsissime tre settimane di tempo per discutere i progetti ENI, i danni da inquinamento che Descalzi e la sua ditta avrebbe portato al polo nord, le conseguenze delle trivelle sul clima e sulla vita marina.

Fra questi il Center for Biological Diversity che aveva anche ricordato come se vogliamo una qualche speranza di salvare il pianeta dalla catastrofe gran parte del petrolio non estratto, incluso quello dell'Artico, deve restare sottoterra.

Dal canto suo l'ENI risponde picche: si, potrebbe esserci un scoppio e questo potrebbe portare a circa 21 milioni di galloni di petrolio in mare e fra i ghiacci.

Cosi, lo dicono con non-chalance.

Sono 80 milioni di litri.

Come si pulisce?

Non si pulisce perche' e' quasi impossibile. Nei pressi di dove l'ENI vuole trivellare non c'e' infrastruttura utile per eventuali operazioni di pulizia, non ci sono strade praticabili a terra, non ci sono porti, e la guardia costiera piu' vicina e' a 1600 chilometri di distanza.

Ci sono solo foche, balene, e orsi.

Ma al BOEM sotto l'amministrazione Trump non glien'e' importato granche'. Hanno approvato lo stesso. Anzi, si dicono entusiasti di poter lavorare con ENI perche' c'e' tanto potenziale di petrolio e di gas nel Beaufort Sea che aspetta solo di essere scoperto.

Ma come, non era che Obama aveva chiuso l'Artico alle trivelle?

Si, ma un pezzettino l'aveva escluso. Ed e' qui che l'ENI aveva le sue belle concessioni. Intanto Trump ha riaperto cio' che Obama aveva chiuso. Ci sono cause in corso per non permettere le trivelle in quei mari graziati da Obama, ma non si sa come andra' a finire.

Il diavolo, come sempre, sta nei dettagli.