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Monday, July 3, 2017

Un milione di bottiglie di plastica al minuto



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Un milione di bottiglie di plastica al minuto.


E' questo il nostro consumo mondiale di bottigliette di acqua, Coca Cola, e tutto quello che beviamo-e-gettiamo.

Ogni giorno, in media, che sia estate, che sia inverno. I numeri sono in constante aumento e non se ne vede la fine, specie con l'avanzare della voglia di "moderno" in paesi in via di sviluppo e fra i nouveau riche, primi fra tutti in Cina.

Cosa vuol dire un milione al minuto?

Un miliardo e quattrocentoquaranta al giorno.

Mezzo trilione all'anno.

Per vederlo con tutti gli zeri sono

525,600,000,000.

Se le mettessimo tutte di fila sarebbero meta' della distanza dalla terra al sole.

Ogni tanto compaionio immagini di isole remote coperte dalla plastica, di uccelli con tappi nello stocamo, di delfini e balene e altre creature del mare soffocate dalla plastica.

Non va bene, e la colpa siamo tutti noi.

Ora uno dira' va bene, le recicliamo. E in effetti il PET delle bottigliette di plastica e' reciclabile. Si chiama polyethylene terephthalate, e non e difficile, in principio, trovare altri usi a bottigliette usate. Ma le percentuali di reciclaggio sono bassissime.

Nel 2016 meno della meta' delle bottigliette di plastica e' stata raccolta con lo scopo di essere reciclata, e alla fine solo il 7% e' finito veramente con l'essere trasformato in bottiglie nuove. Il resto e' finito in discarica, o peggio, in mare, o peggio ancora a pezzettini negli stomaci degli esseri marini. 

Ogni anno, fra bottiglie di plastica e altra roba fra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono direttamente nelle pancie di uccelli, pesci e altri organismi del mare.

Come si puo' non pensare che presto la plastica non arrivera' anche nei nostri corpi?

Siamo un ciclo chiuso. Non e' che plastica e pesci e mare tutti assieme, e l'uomo no.  Prima o poi succedera'.

E infatti alcuni ricercatori belgi dell'Universita' di Ghent hanno stimato che fra i consumatori di pesce, la media e' circa 11mila pezzettini di microplastica l'anno ingeriti.  Spesso non ce ne accorgiamo perche' sono piccolissimi.

Allo stesso modo, uno studio dell'Universita' di Plymouth riporta che di tutti i pesci catturati nel Regno Unito, un terzo hanno plastica in corpo, e questo include merluzzi, sgombri e altri pesci del mare del Nord. Sono pesci destinati al consumo umano.

Ancora, nel 2016, la European Food Safety Authority che si occupa di dare linee guida per il consumo di pesce in Europa riporta che esistono i rischi del consumo di microplastica da parte dell'uomo a causa del pesce contaminato da pezzetti di plastica e consiglia vivamente che ci siano studi adeguati e sensibilizzazione fra le persone.

Ovviamente la plastica non si puo' in nessun modo mangiare.

Cosa fare? Le risposte sono semplici, e urgenti in questi mesi estivi, cioe' usarne di meno di bottiglie di plastica, riutilizzarle, essere sicuri di sapere dove vanno a finire, una volta che non si usano piu',  e se si vede plastica in mare o in spiaggia non verognarsi a raccoglierla e a smaltirla correttamente. Magari mettere le tasse per il vuoto a rendere, come fanno gia' in alcune parti del mondo.

Si stima che il consumo di plastica raddoppiera' in 20 anni.

Gli sforzi per il riciclo e il riuso non sono in nessun modo adeguati su questo pianeta.

Le prime bottigliette di plastica sono comparse sulla scena mondiale ngli anni 1940. Quelle che sono finite in mare da allora, sono ancora pressoche' intatte.  E cosi pure tutte quelle successive.

La plastica e' cosi dappertutto nei nostri mari. A parte le enormi isole di monnezza nel Pacifico, i Great Garbage Patch, cumuli di plastica arrivati in Artico, alle Maldive, e in isole disabitate e  remote.

Di chi e' la colpa?

Beh, il principale tipo di plastica che finisce in mare e' proprio la bottiglietta di plastica per l'acqua. Dalla Cina ne arrivano sempre di piu: un quarto delle bottiglie consumate sul pianeta arriva da li.

Basti solo dire che nel 2015 sono stati usati 68 miliardi di bottiglie in Cina. Nel 2016 siamo arrivati a 74.  E questo perche fa chic, ma anche perche man mano che ci si sposta a vivere in zone sempre piu urbanizzate l'acqua di bottiglia e' percepita essere piu' sana dell'acqua di rubinetto, e forse lo e' realmente.

Grandi aumenti anche in India e in Indonesia.


Tuesday, April 11, 2017

Auckland, la citta' piu' grande della Nuova Zelanda diveste tutti i fondi pubblici da oil, gas e carbone








This has been a massive win for climate justice and environmental health. 
Fossil fuel divestment is essential to creating a livable, sustainable future.

 

Auckland. Un milione e mezzo di persone, la citta' piu' popolosa della Nuova Zelanda.

Il consiglio cittadino ha appena votato una risoluzione cittadina secondo la quale la citta' stessa ritirera' tutti i propri investimenti nell'industria fossile: petrolio, gas e carbone.

La decisione viene dal Finance and Performance Committee della citta'. Si tratta di 15 milioni di dollari. Pochi, tanti? Sono il 100% degli investimenti della citta' in quel tipo di industria.

Dietro questa decisione c'e' un grande lavoro di sensibilizzazione e di insistenza da parte degli attivisti, che hanno lavorato su questo tema per anni: divestire dalle fonti fossili.  E cosi, pian piano l'opinione pubblica ha messo pressione sui politici chiedendo loro di essere coerenti. Se parlano, come parlano, di fermare i cambiamenti climatici, e allora occorre non investire in oil and gas.

Un altro punto importante e' stata la vicinanza alle varie isole del Pacifico che sprofondano: il loro e' anche un segno di solidarieta' verso i residenti di Marshall Islands, Kiribati Islands e vari altri arcipelaghi che scompaiono per colpa dei cambiamenti climatici, dell'uso smisurato di petrolio e fonti fossili, e di noi, esseri umani.

Altre citta' che hanno deciso di divestire dalle fonti fossili?

Fra le piu grandi, Parigi, San Francisco, Melbourne, Seattle, Berlino, Copenhagen, Stoccolma, Sydney.

In totale sono piu di 700 enti e associazioni che hanno tolto 5.5 trillioni di dollari ai signori del petrolio, gas e carbone.

Dall'Italia?

Nessuna citta', nessun ente, eccetto che le suore salesiane di Don Bosco con sede a Milano a Napoli,
e la Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV) con sede a Roma
hanno deciso di rinunciare ai propri investimenti fossili. 

Onore a loro.

E ... il Vaticano che tanto ha predicato? 

E tutte le altre citta' d'Italia?

Milano? Roma? Trento? Padova? Torino? Lecce?

Nessuna.

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Ecco qui tutte le citta' del mondo che hanno deciso di divestire dalla fonti fossili, in modo totale o parziale. Non ce nemmeno una citta' italiana.

Nemmeno il Vaticano.


 
Cambridge City Council, UK

City of Albury, Australia

City of Amherst, Massachusetts USA

City of Ann Arbor, Michigan USA

City of Armadale, Australia

City of Ashland, Oregon, USA

City of Ballarat, Australia

City of Bayfield, Wisconsin USA

City of Belfast, Maine USA

City of Berkeley, California, USA

City of Berlin, Germania

City of Borås, Svezia

City of Boulder, Colorado USA

City of Boxtel, Olanda

City of Brisbane, California USA

City of Bristol, UK

City of Cambridge, Massachusetts

City of Christchurch, Nuova Zelanda

City of Concord, Massachusetts USA

City of Copenhagen, Danimarca

City of Corvallis, Oregon USA

City of Dunedin, Nuova Zelanda

City of Eugene, Oregon USA

City of Framingham, Massachusetts USA

City of Fremantle, Australia

City of Frouzins, Francia

City of Great Barrington, Massachusetts USA

City of Hellemes, Francia

City of Ithaca, New York USA

City of Leichhardt, Australia

City of Lille, Francia

City of Lismore, Australia

City of Madison, Wisconsin USA

City of Malmö, Svezia

City of Marrickville, Australia

City of Melbourne Australia

City of Melville Australia

City of Minneapolis, Minnesota USA

City of Moreland, Australia

City of Münster, Germania

City of New London, Connecticut USA

City of Newcastle, Australia

City of Northamption, Massachusetts USA

City of Oakland, California USA

City of Oxford, UK

City of Palo Alto, California USA

City of Paris, Francia

City of Portland, Oregon USA

City of Providence, Rhode Island USA

City of Provincetown, Massachusetts USA

City of Ravoire, Francia

City of Richmond,California USA

City of San Francisco, California USA

City of San Luis Obispo,California USA

City of Santa Fe,New Mexico USA

City of Santa Monica, California USA

City of Seattle,Washington USA

City of Stirling, Australia

City of Stockholm, Svezia

City of Strömstad, Svezia

City of Stuttgart, Germania

City of Sudbury, Massachusetts USA

City of Swan, Australia

City of Sydney, Australia

City of Truro, Massachusetts USA

City of Uppsala, Svezia 

City of Venissieux, Francia

City of Vincent, Australia

City of Wodonga, Australia 

City of la Rochelle, Francia

City of Örebro, Svezia

City of Savenay, Francia

Columbia University in the City of New York USA

Episcopal City Mission, Boston, Massachusetts USA

First Unitarian Church of Salt Lake City, Utah USA

First district of the city of Lyon, Francia

Kansas City, Missouri USA

Le Mans City, Francia

New York City Employees Retirement System

Odense, Danimarca

Randwick City Council, Australia

Stevns City Council, Danimarca

Teachers Retirement System of the City of New York, USA

Town of Fredericia, Danimarca

Tubmanburg City Coorperation, Liberia

Union Theological Seminary, New York USA

Saturday, April 8, 2017

Un milione di profughi del clima, dall'Alaska al Pacifico









Succede in Louisiana, Brasile, New York, Australia, Thailandia, Filippine, Alaska. Succede un po dappertutto per le comunita' di mare.

Gente che vive sulle coste e che deve abbandondare le proprie case per colpa di erosione, innalzamento dei livelli del mare, tempeste violente, perdita di terreno.

Secondo un recente articolo pubblicato su Nature Climate Change sono circa 1 milione le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.  Per la precisone 1 milione e 300mila. E mentre fino a pochi anni fa si cercava di proteggere quello che c'era, adesso l'atteggiamento prevalente e' di andare via.

Cosa fare infatti con l'arrivo di mareggiate senza precedenti, allagamenti e continuo innalzarsi del mare? Si possono innalzare le strade e le case, cercare di proteggere le lagune, migliorare i codici con cui si costruisce.

Ma si puo' anche decidere di lasciare perdere, visto che i costi sono elevati, ed e' certo che il clima e l'ambiente non torneranno quelli di prima.

Ed e' questo il dilemma delle comunita' costiere.

Storicamente, migrazioni di massa collegate alle condizioni climatiche sono molto ben documentate, e quello che viviamo adesso -- appunto il milione e trecentomila anime che hanno dovuto lasciare le proprie case -- e' la manfestazione dei nostri tempi del problema.
Durante il secolo 1900-2000 i livelli del mare si sono innalzati di ben 12 centimetri. Le previsioni sono di varie decine di centimetri in questo secolo. Secondo alcuni studi circa 470 milioni di persone perderanno la casa.
 
Alcuni ricorderanno l'uragano Sandy che colpi' le coste del New Jersey nel 2012 -- molte delle case sono state rasate al suolo e mai piu ricostruite.

Dopo il tifone Haiyan del 2013 Le Filippine hanno messo il divieto di costruire a 50 metri dalla costa e hanno forzato l'evacuazione di 80,000 persone.  Dopo lo tsunami del 2004, almeno 22,000 case sono state perse e non piu' ricostruite in zone costiere.

A volte la gente via via in modo preventivo, e cioe' prima che ci siano i disastri: le citta' evacuate perche' i cambiamenti climatici stanno piano piano portando via coste e case e non si vuole aspettare "il grande evento".

In Louisiana accade lo stesso: qui l'erosione dovuta alle estrazioni di petrolio e di gas ha fatto perdere case, terreni e coste.

Il caso piu' eclatante e' quello di Shishmaref in Alaska, citta' costruita sul ghiaccio e che e' destinata a morire.
 
Siamo a 160 miglia dalla Russia -- il ghiaccio scompare. Nevica sempre di meno, e sempre piu' tardi e il ghiaccio si scioglie prima o neanche si forma. L'erosione monta.  L"assenza di ghiaccio fa si che durante le tempeste pezzi interi di costa vengono triturati e finiscono in mare, senza protezione.
Una delle case e' gia' crollata in mare nel 2006. Norman era un ragazzino che nel 2007 cadde risucchiato dal ghiaccio di Shishmaref che si scioglieva e mori'.

Ogni secondo pompiamo in atmosfera 1200 metri cubi di CO2. 
Il pianeta si e' surriscaldato, in media di un grado centigrado dalla rivoluzione industriale ad oggi, una enormita'. L'Artico ha avuto livelli di aumento di temperatura doppi che il resto del pianeta.

In Alanska ci sono almeno 31 villaggi a rischio di scomparire, come Shishmaref. 12 di questi villaggi stanno cercando di capire dove e come evacuare, perche' sanno che non c'e' speranza.

Siamo noi a causare tutto cio', bruciando fonti fossili a ritmi allarmanti. Se l'obiettivo e' di contenere l'aumento della temperatura a due gradi centigradi, una sola cosa si deve fare: non pompare mai piu petrolio.

Dall'altra parte del mondo, le isole Kiribati, le isole Marshall, le isole Fiji. Lontanissme dall'Alaska ma tutte che rischiano di scomparire.  Isle di Jean Charles in Louisiana che pure sprofonda a causa dei cambiamenti climatici.

A Miami Beach, Florida, hanno dovuto installare pompe speciali per evitare allagamenti, collegati all'erosione. 

Non tutte le comunita' hanno i soldi per programmare la evacuazione e la risistemazione delle persone. E' costoso, la gente e' vulnerabile, e' una strada a senso unico.

A Shishmaref sanno che non hanno sclta, e cosi la citta' ha deciso di evacure prima che il mare porti via tutto.  Ma non hanno i soldi. E dove evacueranno? Non si sa, forse verso l'interno. Ma questo significa perdita di identita': la maggior parte delle persone qui vive di pesca e di caccia e di tradizioni Inupiat collegate al mare.

Saranno lo stesso popolo?

Perche' devono evacuare loro, se il loro stile di vita, di indigeni, e' molto meno impattante di quello di centinaia di milioni di persone che sprecano, bruciano, e generano molto piu' inquinamento e emettono molta piu CO2 di loro?


Monday, December 26, 2016

Midway Island: l'isola dove tutti gli uccelli hanno plastica in corpo


Le Midway Islands sono delle isole remote del Pacifico, ad ovest delle Hawaii.

Non vive qui quasi nessuno - circa 50 persone in tutto, per la maggior parte americani, che lavorano per lo US Fish and Wildlife Service.

Qualcuno forse avra' sentito parlare di tali isole in correlazione con la seconda guerra mondiale, quando le Marshall erano la sede di una base navale USA e furono teatro di guerra fra gli americani e i giapponesi. La battaglia di Midway si svolse fra il 4 e il giugno del 1942, con la vittoria della marina americana e la sconfitta di quella nipponica; la base navale venne chiusa nel 1993.

Oggi le Midway Islands non si possono visitare da turisti, a causa della mancanza di fondi, ma quando erano aperte ai visitatori (fino al 2012) ci si veniva per visitare e studiare l'ecosistema, o per ricerche storiche.

E quindi parrebbe il solito piccolo paradiso terrestre, con pochi umani e natura incontaminata, e animali di ogni genere che vivono qui in completa serenita'.

Non e' proprio cosi, perche' anche se l'uomo non arriva qui direttamente, la nostra impronta tocca pure la Midway Islands ed in un modo spettacolarmente triste. 

Fra le specie animali che vivono a Midway, gli albatross, uccelli fra i piu' grandi volatili che esistono. La specie precisa che vive in questo atollo si chiama Laysan albatross. Il 71% di questi esemplari in tutto il pianeta vive qui.

Un giorno arriva una troupe giornalistica con a seguito scienziati.

Vedono una immensa distesa di plastica e uccelli morti dappertutto.

Gli studiosi aprono il corpo dell'uccello per vedere cosa ha in corpo.

Il tappo della Coca Cola.

Un accendino.

Due accendini.

Altri pezzi di plastica random.

Alla fine erano 588 pezzi di plastica.

Nel corpo di un solo uccello!

L'immondezzaio in corpo praticamente.

Eseguono altre analisi.

Viene fuori che  *tutti* gli uccelli esaminati su Midway Island avevano plastica in corpo, chi piu' chi meno.

Perche' proprio l'isola di Midway? Perche' e' al centro del Pacifico e proprio sul perimetro esterno del Great Pacific Garbage Patch, dove arriva tutta la monnezza di plastica dell'Asia e del Nord America, spinta dalle correnti oceaniche.

Il problema per gli albatross dell'isola e' che oltre ad esserci tanta, troppa plastica, questa plastica sembra cibo: e' attraente, e' colorata, ce n'e' tanta.

E la plastica in corpo certo non fa bene: magari da sazieta' all'uccello ma non certo nutrienti, e alla fine l'albatross senza neanche saperlo muore di fame. E muore su un isola, la sua casa, che lentamente scompare a causa dei cambiamenti climatici e sommersa di monnezza. Che ci abbiamo messo noi.

Matt Brown che ha qui vissuto a lungo per conto dello US Fish and Wildlife service dice che e' qualcosa che spezza il cuore: da lontano vedi gli uccelli che nidificano, nell'erba verde e sotto il cielo blu, e poi se ti avvicini e sposti l'erba vedi plastica dappertutto. Cosi tanto che e' parte della geologia
dell'isola.  E mentre tutto il resto si decompone, compresi i corpi degli albatross che muoiono di plastica, la plastica stessa rimane intatta.

Sposti l'erba e vedi plastica e corpi di uccelli morti.

Muoiono di plastica albatross giovani, vecchi e anche pulcini.  A volte si vedono gli albatross piu' vecchi camminare sui corpi dei pulcini morti. Quando sono piccoli, gli uccelli devono imparare a volare e a cercare cibo dall'alto. Prima di essere autosufficienti, le mamme spezzettano il cibo e lo digeriscono per loro, passandolo ai piccoli.

E quello che dovrebbe essere un atto di amore fra l'albatross e il suo piccolo, perfezionato dalla natura
nei millenni, diventa una condanna a morte. Perche' le mamme, senza saperlo, danno plastica ai propri figli.

Ogni minuto l'umanita' getta in mare l'equivalente di un camion della monnezza. Io e te facciamo questo. E lo facciamo cosi' perfettamente che entro il 2050 ci sara' piu' plastica che pesci in mare, condannando i Laysan albatross, a mangiare plastica per generazioni a venire in quello che era il loro habitat naturale.
Tutto questo l'abbiamo fatto noi. 

Tuesday, May 10, 2016

Cinque isole Solomon ingoiate dal mare











"The sea has started to come inland, 
it forced us to move up to the hilltop 
and rebuild our village there away from the sea”

Sirilo Sutaroti, 94 anni, capo della tribu' Paurata,
 spiegando i cambiamenti climatici ad un gruppo di scienziati 


Dopo le isole Kiribati, dopo Cat Island, dopo l'isola di di Jean-Charles in Louisiana, tutte ingoiate dal mare, ecco qui altre cinque isole delle Solomon Islands sparite nel nulla. Anzi, sotto il mare dei cambiamenti climatici.

E mentre il mare si alzava e le isole scomparivano, i residenti sono dovuti scappare via.

Le isole Solomon sono un complesso di sei isole maggiori circondate da circa mille isolotti vulcanici. Vivono qui circa 560,000 persone, la maggior parte delle quali in zone costiere.

Oltre ai cinque isolotti scomparsi, altre sei sono cosi erose che presto saranno sommerse dal mare anche loro. Altre ancora mostrano segni di erosione in progresso. I cinque isolotti gia' scomparsi non erano abitati, ma sulla vicina Nuatambu Island vivevano 25 famiglie. Dal 2011 ad oggi, undici case sono finite in mare. I residenti che sono rimasti cercano di costruire muraglie a mano. Gli esperti dicono che non servira' a molto. Su tutti gli isolotti un tempo c'era vegetazione tropicale, vivente da 300 anni. Palme, noci di cocco, mangrovie, tutto scomparso. Stesso fato e' toccato a Taro Island, da cui la popolazione iniziava ad andare via gia' nel 2014. Quando arrivo' qui in visita Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, la sua stanza d'albergo aveva salvagenti in caso di allagamenti. Laddove qualcosa e' rimasto, tutto e' morto a causa dell'alta salinità.

Che questa scomparsa di isolotti sia dovuta all'uomo e ai cambiamenti climatici e' attestato da un articolo appena pubblicato su Environmental Research Letters.  Simon Albert, dell'università' del Queensland d'Australia e i suoi colleghi notano in questo articolo che negli scorsi venti anni le isole Solomon hanno visto il mare salire di ben tre volte la media mondiale, di circa 0.7 - 1 centimetro l'anno dal 1993. Fanno circa 20 centimetri da allora fino ad oggi. Nell'Aprile del 2014 una violenta inondazione ha causato la morte di trentuno persone.

Albert ed i suoi collaboratori hanno studiato la costa di 33 isole del Pacifico usando dati satellitari e fotografie dal 1947 al 2015. Hanno intervistato residenti, usato metodi di datazione al carbonio degli anelli degli alberi, modellistica di onde marine e dati di livelli del mare per queste isole. Un fattore importante nel determinare la scomparsa delle isole e' l'energia dei moti ondosi. Le isole Solomon piu' esposte a violente hanno visto l'erosione e la perdita di terreno aumentare maggiormente, rispetto a quelle piu' protette, anche se i livelli del mare aumentavano allo stesso modo.

Ma, cosa succede ai residenti di queste isole, scomparse del tutto, o scomparende? Dove e' stato possibile, ci si e' trasferiti verso l'interno,in altri casi sono andati in altre isole dove c'erano parenti e/o amici. Questi spostamenti non sono sempre facili, a volte ci sono tensioni etniche, economiche, di classe, fra proprietari terrieri e i ceti piu' bassi.

Secondo Albert  queste stesse dinamiche saranno presto comuni in varie zone costiere del mondo.