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Monday, April 29, 2019

I surfisti d'Australia a salvare il mare delle balene dalle trivelle norvegesi




Siamo a Bondi beach vicino a Sydney, Austalia dove un gruppo nutrito di surfisti ha deciso di ribellarsi contro le trivelle in mare.

Hanno organizzato un “paddle out”, cioe' tanti assieme diretti verso il mare aperto per puntare l'attenzione sul Great Australian Bight, casa di balene, ricca di biodiversita' e dal mare blu. Perche' l'area e' a rischio? 

Perche la ditta nazionale di stato norvegese, ex Statoil, ora Equinor che fa piu' chic, vuole e persiste nel suo volere, trivellare questo paradiso d'Australia. 

Ci sono amanti del surf, amatoriali, ma anche noti professionisti. Il surf e' uno degli sport piu' popolari del paese, e tutti vogliono tenere il mare e la costa il piu' possibile incontaminate. La gente e' arrabbiata e scioccata che si sia arrivati a voler trivellare fin qui.

Io sono invece scioccata che quei sanatarelli del norvegesi che fanno la predica razzolano poi cosi male in casa altrui.

Della storia delle trivelle nel Great Australian Bight si parla da tempo, e ne abbiamo raccontato anche qui. Ma in questi giorni l'urgenza e' forte visto che le elezioni si terranno qui il giorno 18 Maggio 2019. In molti vogliono che ci sia maggiore attenzione a politiche green e non solo in nome, ma di fatto, e le trivelle nel santuario delle balene e' forse uno dei contenziosi maggiori. Ci sono poi anche proteste sul fatto che il governo attuale non e' stato sufficentemente propositivo e attuattivo nel dinimuire le emissioni di CO2,  o che ancora adesso si parli di nuovi progetti per centrali a carbone.


Non e' il primo paddle out della stagione, gia' ne sono stati organizzati altri a Bells Beach, per esempio, un altro paradiso dei surfisti a Melbourne, oppure sulla Gold Coast e in Tasmania. Ogni volta ci sono state sempre piu' persone, migliaia e migliaia fra cui per esempio, il campione mondiale di surf Layne Beachley.

Il Great Australian Bight e' una specie di Galápagos dove vanno a riprodursi balene e i pesci; la Equinor/Statoil invece dice che ci sono qui enormi riserve di gas naturale e vogliono qui trivellare entro la fine del 2019. Dicono che sara' tutto safe. Che altro vogliono o possono dire?

Manca invece l'approvazione finale del governo australiano. Il governo e' pero' notoriamente vicino agli speculatori del fossili - tutot il mondo e' paese no? - e qui si continua a propinare il mito dei posto di lavoro, della sicurezza, dell'energia. 

Ma la gente non ci crede e l'incubo di perdite catastrofiche di petrolio non ne vale la candela, nell'immaginario collettivo. E infatti la stessa Equinor/Statoil ha dovuto ammettere che in caso di perdite ci sarebbero stati enormi danni lungo migliaia di chilometri della costa meridionale del paese. 

I mari del Great Australian Bight sono profondi, burrascosi, remoti, e portano con se molti problemi. Non ci sono adeguate strutture di supporto ne a terra ne a mare, ed e' difficile trivellare qui in completa sicurezza, ammesso che mai lo sia!. Si teme che le condizioni possano portare a incidenti rilevanti, peggio che in Louisiana nel 2010. 

Addirittura si punta il dito al fatto che queste operazioni mai e poi mai sarebbero ammesse in Norvegia, la sede legale della Equinor/Statoil.  E questo lo dice chiaramente Soliman Hunter, dell'Aberdeen University Center for Energy Law che dice chiaramente:

“Equinor is proposing a lesser standard for the Bight than they would propose in the Norwegian Sea,”
Anche in Norvegia ci sono delle aree sensibili, entro i quali la Equinor non puo' trivellare, come per esempio, al largo delle isole Lofoten, dove finalmente dopo tanti anni di tira e molla, il governo di Oslo ha detto no, nonostante le stime di enormi riserve petrolifere. 

Gli australiani non mollano, e anzi le proteste proseguiranno anche ad Oslo; un gruppo di surfisti infatti volera' fino alla capitale norvegese per manifestare la loro opposizione. Intanto il Great Australian Bight e' stato proposto come sito UNESCO, e le varie celebrita' del surf dicono di no, fra cui Mick Fanning e Steph Gilmore.

Vediamo chi vince, anche se i norvegesi hanno gia' perso in partenza. Una nazione arricchitasi con il petrolio che fa la morale sulla pelle delle balene altrui.


Saturday, February 23, 2019

Australia: si alle ispezioni sismiche nel Great Australian Bight, la casa delle balene








La psiche politica di questa nazione non mi e' ben chiara.

E' tutto un susseguirsi di decisioni senza capo ne coda, un giorno in favore dell'ambiente, un altro in favore dei petrolieri. E quindi posso solo concludere che non sanno quel che fanno e che i petrol-quattrini sono troppo piu' luccicanti dell'onesta' morale ed intellettuale.

L'altro ieri annunciano un miliardo di alberi, oggi annunciano che fra Settembre e Dicembre 2019 ci saranno nuove operazioni di airgun in un area di 30mila chilometri quadrati alla ricerca di giacimenti di petrolio e di gas nel Great Australian Bight. A eseguire il tutto la compagnia petrolifera PGS.

I pescatori di tonni sono sorpresi,  arrabbiati ed agguerriti.

Siamo nei pressi della Kangaroo Island e della citta' di Port Lincoln dove c'e' una consistente pesca, specie di tonni.  Il National Offshore Petroleum Safety and Environmental Management Authority (NOPSEMA) dell'Australia, ha dato il permesso all'airgun proprio in questa zona.

La PGS, che sta per Petroleum Geo-Services, ha ricevuto l'ordine di non interferire con balene e tonni che hanno qui la propria casa. Come se fosse possibile, o come se uno potesse dire a balene e tonni: attenti! Non andate per di qua che dobbiamo sparare!

La Southern Bluefin Tuna Industry Association, che rappresenta i pescatori, dice per bocca del proprio portavoce Brian Jeffriess, che se veramente le prescrizioni indicate saranno seguite, sara' veramente difficile per la PGS andare avanti. Dal canto suo, la Wilderness Society, associazione ambientale non ha avuto mezze parole.

L'airgun e' dannosa alla vita marina, e porta a lesioni, danni all'udito e perdita del senso dell'orientamento delle balene. I rumori vanno avanti senza sosta per settimane e mesi e di certo interferiranno con le attivita' di comunicazione della vita marina.

E poi ci sono domande sul turismo della zona, sulla bellezza, sulla possibilita' di scoppi, e la domanda fondamentale che e' sempre la stessa: se davvero vogliamo liberarci dalle fonti fossili, rispettare gli accordi di Parigi, come possiamo giustificare la nuova ricerca di petrolio?

E no, non bastano un miliardo di alberi. 

Ovviamente i petrolieri rispondono con le loro solite panzane.

La Australian Petroleum Production and Exploration Association cos'altro puo' dire? Che hanno una lunga tradizione di trivelle ed airgun in piena sicurezza, e che anche se si continua a trivellare, sono in pieno supporto delle energie alternative, ma che il petrolio ci serve.

I Ponzi Pilati dell'ambiente!


Friday, April 20, 2018

La barriera corallina d'Australia che continua a morire











Il bianco e' come l'abbiamo trasformato noi.
Il colorato e' come l'ha inteso madre natura.



The federal government of Australia still very much 
favors the continued development of the fossil-fuel industry. 
And that, to me, is a complete policy failure 
for the Great Barrier Reef.

Terry Hughes, direttore del 
Centro di eccellenza per gli studi sulla 
barriera corallina, Australia



La costa occidentale d'Australia.

Un tempo si veniva qui a vedere il blu del mare, i colori varopinti della vita marina che scoppiava con coralli, pesci, flora marina. I turisti rimanevano incantati.

Era la grande barriera corallina d'Australia, la piu' grande struttura vivente del mondo, lunga duemila e duecento chilometri.

Nel 2016 la prima, grande ondata di calore degli ultimi tempi. Ce n'erano state prima, ma questa e' stata memorabile perche' le conseguenze le sentiamo ancora adesso.

Il caldo soffoco' i coralli, la fonte primaria di tutta questa vita, e sono arrivati gli episodi di sbiancamento. La morte dei coralli che senza vita perdono anche il colore e diventano color bianco avorio.

Dopo due anni uno studio appena rilasciato su Nature mostra cosa veramente la morte dei coralli ha comportato e quanto estesa e' stata la mortalita' di questi coralli.

Gli studiosi, molti dei quali basati presso la James Cook University d'Australia e guidati dal professor Terry Hughes, direttore dell'ARC Center of Excellence for Coral Reef Studies, hanno fatto ispezioni su ogni singola struttura corallina di quei duemila chilometri e hanno fatto le statistiche su tutte le specie presenti.

Sono state analizzate cosi 3,863 pezzi constituenti della barriera corallina.

Il risultato e' che la grande barriera corallina e' permanente cambiata. E le modifiche non sono state in meglio.

Un terzo della barriera corallina, a nord, ha perso la meta' dei suoi coralli. Era la parte piu' selvaggia della barriera corallina.

Ma tutta la barriera corallina ha sofferto.

Un corallo su tre e' morto.

Secondo il Professor Hughes anzi, l'ecosistema e' collassato o a dirlo in parole piu' gentili, e' cambiato profondamente e diventato qualcosa di completamente diverso da prima.

Il suo aspetto e' diverso, il modo in cui funziona e' diverso, rispetto a soli tre anni fa.

E dopo il 2016 altri eventi di aumento di temperatura durante l'estate del 2017, attaccando la parte centrale della barriera corallina.

I due eventi assieme hanno portato alla morte di un corallo su due.

Nel 2015 2 miliardi di coralli vivevano nel mare d'Australia.

Oggi ce ne sono solo un miliardo.

Dove saremo nel 2020? Nel 2030?

Di chi e' la colpa?

Dei cambiamenti climatici, di noi. L'aumento di temperatura a livello globale ha reso gli oceani piu' caldi e meno ospitali, specie per i fragili coralli.

Dal 1998 ci sono stati tre o quattro eventi di sbiancamento per barriera corallina.

I coralli morti avevano 10, 20, 30 anni ma in alcuni casi avevano anche piu' di 100 anni.  Per cui, seppure non ci dovessero essere nuovi eventi di sbiancamentu, e se gli oceani dovessero tornare "normali" ci vorrebbero anni per tornare a quello che c'era prima.






E cosi Terry Hughes e i suoi collaboratori scrivono nel loro articolo su Nature che e' molto probabile che i coralli continueranno a morire finche' i cambiamenti climatici non si stabilizzeranno, in modo che nelle barriere resteranno solo le specie piu' resistenti ai cambi di temperatura nel mare.

In altre parole, sara' tutto diverso.

E chissa' che colori avranno.

Una diagnosi dolorosa. 

E' tutto iniziato alla fine del 2015 con El Nino, una perturbazione climatica che parte dall'oceano Pacifico e che porta correnti di aria dall'America del Sud fino a verso l'equatore. El Nino emerge ogni sette anni circa e quindi tanti sono stati gli eventi El Nino che si sono abbattuti sulla barriera corallina nel corso dei secoli.

Ma nel 2016, oltre al El Nino c'era anche l'elefante nella stanza, i cambiamenti climatici. Le due cose assieme, El Nino e le temperature cosi elevate hanno portato alla catastrofe corallina. 
 
Alla fine di tutto i coralli sono esseri viventi.  Il modo in cui sostengono la vita e' grazie alle alghe colorate che vivono in simbiosi con i coralli. Le alghe crescono sui coralli, e le alghe forniscono nutrienti ai coralli stessi. 
 
Ma il mare caldo cambia questo delicato ritmo. Il calore porta ad espellere le alghe dai coralli, che cosi perdono il loro colore.  E cioe' i coralli non solo diventano bianchi ma perdono i loro nutrienti. 

E muoiono. 

Ma i processi che portano da eventi di caldo a morte di coralli impiegano tempo ad attuarsi,  ed emergono a volte con ritardi.  La meta' dei coralli e' morta molti mesi dopo l'ondata di caldo.

Perche'? Perche' i coralli hanno espulso le proprie alghe, queste non sono tornate, e i coralli sono lentamente morti di fame.

Altri ancora, sono morti all'istante, proprio per il caldo.

E perche' questo effetto cosi drammatico? Perche' i coralli sono enormemente fragili.

Bastano solo due gradi centigradi di temperatura in piu per due settimane per avere episodi di sbiancamento.  Quattro settimane di quattro gradi centigradi in piu' porta invece all'inizio della morte.
Sei settimane a sei gradi in piu' e' la catastrofe.

E la catastrofe c'e' stata nel 2016. 

Secondo Terry Hughes la barriera corallina e' a rischio estinzione come i gorilla. Lui dice di essere preoccupato perche' il pubblico non riesce a capire la gravita' della faccenda. Si pensa che siccome la barriera corallina sia in acque non inquinate, cosi' grande e cosi piena di vita, e allora che sia resistente a tutto.
 
Ovviamente non e' cosi. 
 
Non c'entra l'inquinamento. E' letteralmente l'acqua calda.

E non e' cosi solo per l'Australia, anzi l'Australia e l'ultima a sperimentare la morte massiccia dei suoi coralli.

Un tempo i fondali di Florida erano coperti di coralli, adesso solo il 3% delle Florida Keys ha coralli.

Se continuiamo cosi, i livelli di temperatura del mare presto supereranno quelli del 2016 anche negli anni non parte di El Nino.

Gli eventi di sbiancamento sono ora cinque volte piu' frequenti che nel 1980.

Come finisce questa storia?

Dipende da ciascuno di noi.

Dipende da quanto vogliamo veramente abbandondare le nostre economie fossili, perche' e' qui il problema di tutto.

Noi.

La colpa dei cambiamenti climatici e' del nostro uso smisurato di petrolio e carbone e gas.
 
Tutto il resto, coralli morti, estinzione di animali, allagamenti, scomparsa di isole e di ecosistemi sono le risposte della natura alle nostre scelte, ogni giorno.

Nessuno puo' da solo cambiare le economie mondiali, fare leggi, o fermare il mare. Ma tutti possiamo fare piccoli passi, sensiblizzarci e sensibilizzare, mettere pressione ai politici, educare i piu' giovani al rispetto della natura.
 
Il problema l'abbiamo creato noi. Sta a noi risolverlo.
 
Speriamo solo che la barriera corallina, in qualche modo, sopravviva. 
 






Thursday, March 22, 2018

Il Great Pacific Garbage patch cresce senza sosta: 80mila tonnellate di plastica, grande cinque volte l'Italia
















Siamo arrivati a 80,000 tonnellate di monnezza nel mezzo dell'Ocean Pacifico.

Ecco cosa lasciamo dietro di noi, le tracce della nostra civilta'.

Il Great Pacific Garbage Patch si trova fra la California e le Hawaii e queste ultime statistiche mostrano che l'isolotto di monnezza e' sedici volte piu' grande di quanto si pensasse.

Cioe' 1.6 milioni di chilometri quadrati.

L'Italia ne occupa 300mila di chilometri quadrati.

Cioe' e' come se 5 Italie, e un po' di piu', fossero tutte coperte di monnezza e gettate nel Pacifico.

E' strabiliante cosa siamo riusciti a fare noi uomini su questa terra. Nessuno ci e' mai stato nel mezzo del Pacifico, eppure abbiamo messi li una infinita' di rifiuti, tutti tutti tutti nostri.

Non e' chiaro se sia l'area a crescere, o se invece le precedenti stime fossero sbagliate, o forse un misto di tutte e due. Ma di certo e' spaventoso e grave quello che abbiamo fatto alla natura. Non solo e' l'area piu' grande rispetto alle ultime stime, ma e' anche piu' densa, come dice Laurent Lebreton della The Ocean Cleanup Foundation du Delft, Olanda che ha seguito lo studio e che ha pubblicato i suoi risultati su Scientific Reports.

Ovviamente il senso di urgenza e' forte, e necessario.

Perche' si formano queste isole di monnezza? A causa delle correnti oceaniche e dei venti che confluiscono in zone dell'oceano ottimali. E poi arrivano il plankton e le alghe e si crea una specie di minestra tossica. Di garbage patches ce ne sono cinque nel mondo, e quella in esame, fra la Californai e le Hawaii, e' la piu' grande.

Il gruppo di studio di Laurent Lebreton ha usato navi e barche per studiare l'areae ci hanno messo tre anni. La conclusione e' che l'inquinamento da plastica cresce esponenzialmente.

Dentro questo garbage patch ci sono microplastiche per 8%; il 46% della roba e' piu' grande di cinque centimetri, e poi ci sono oggetti piu' grandi, reti da pesca, giocattoli,  bottiglie, cannucce, addirittura un WC, un po di tutto,

Per la precisione nel Great Pacific Garbage patch e' al 99.9% fatto di plastica galleggiante o sommersa. C'e' una grande abbondanza di polietilene e polipropilene, usati in imballaggi.

Fra le cose trovate cinquanta avevano una data di produzione: il piu' vecchio era del 1977, sette oggetti erano del 1980, 17 dagli anni 1990, 24 dagli anni 2000 e uno dal 2010, indice del fatto che i tempi di trasporto sono lunghi.

Cosa fare?

Come sempre, parte da noi tutti, dal nostro stile di vita, dalle cose che non ci servono, dalla cultura del gettare via e della plastica mono-uso. Non si tratta di abolire la plastica in toto, quanto di usarla con parsimonia e intelligenza.

Non ha senso fare vivere la plastica 5 minuti sottoforma di bottiglietta d'acqua e 500 anni sottoforma di monnezza nel mare. Specie se siamo in sette miliardi a farlo.

Source: Scientific Reports



Friday, October 13, 2017

La Chevron rinuncia a trivellare la riserva delle balene in Australia










Anche la Chevron si ritira da questo malsano progetto.

Dopo la BP nel 2016, la Chevron ha annunciato oggi 12 Ottobre 2017 che non trivellera' la Great Australian Bight nonostante il suo alto potenziale petrolifero e a causa della forte opposizione a livello mondiale.

Siamo nel sud dell'Australia e qui la Chevron ha la bellezza di 32,000 chilometri quadrati di mare. Avevano comprato le licenze nel 2013 spendendo centinaia di milioni di dollari per cercare di andare avanti con le trivelle.

Ci sono qui mari pristini, 36 specie diverse di balene e di delfini che la considerano casa, una enorme biodiversita' con ripopolamento vivace di pesci e altri specie marine.

La Chevron segue l'esempio della BP che aveva provato a trivellare qui per anni. Ben tre volte hanno sottomesso progetti petroliferi, e altrettante volte sono stati bocciati perche' sette degli otto requisiti imposti dal governo australiano sulla sicurezza in caso di incidenti non erano stati soddisfatti.

La BP aveva speso 1.4 miliardi di dollari rincorrendo le trivelle mai realizzate.

L'ente australiano che regolamente le trivelle in mare in Australia si chiama National Offshore Petroleum Safety and Environmental Agency che viene abbreviato in Nopsema.  La Chevron neanche ha presentato progetti, e si e' ritirata prima, chissa', dopo l'esempio della BP si sara' resa conto che era meglio risparmiare soldi e carta nel chiedere questi permessi trivellanti, visto che e' impossibile veramente pensare di trivellare questi mari azzurri e non causare nessun rischio.

Dal canto suo la Chevron dice che la sua decisione non ha niente a che vedere con permessi, regole, preoccupuazioni per l'ambiente, e' solo che e' una decisione "puramente commerciale" e che hanno altri progetti piu' appetibili altrove.

La volpe che non arriva all'uva.

Dicono pero' che potrebbero vendere le proprie concessioni a parti terze, e anzi, il capo della Chevron Australia, Nigel Hearne, dice di essere "confident" che la Great Australian Bight si puo' trivellare in tutta sicurezza e con grande responsabilita'. Dicono che lavoreranno con tutti i portatori di interesse affinche' il suo pieno potenziale venga raggiunto.

E infatti, la BP dopo avere rinunciato un anno fa allo stesso tipo di progetto ha venduto le sue licenze alla norvegese Statoil che dice -- dice -- di volere trivellare un pozzo esplorativo entro il 2019.

La cosa interessante e' che dopo tutte le bocciature, la BP sta ancora pagando 500mila dollari AL GIORNO per la manutenzione dell'equipaggiamento che aveva prepararato per trivellare the Great Australian Bight e che ora in attesa di tempi migliori.

Dal canto loro, l'associazione nazionale di petrolieri di Australia, detta Australian Petroleum Production and Exploration Association, dice di essere delusa perche' le trivelle della Chevron avrebbero potuto alleviare la dipendenza energetica del paese dall'estero.

Oh certo. Ma ... il petrolio estratto, secondo tutti gli esperti e gli analisti della zona si sa, sarebbe finito in Asia per essere raffinato e poi commercializzato, visto che geograficamente e' piu' facile.

Ad ogni modo e' un altra vittoria per la difesa dell'ambiente, comunque la si veda e anche perche' l'indignazione mondiale era stata forte, sia contro la BP che contro la Chevron.  A protestare sono stati in tanti.

E ora, queste proteste, ne sono certa, si volgeranno contro la Statoil. Se sono intelligenti se ne andranno anche loro.