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Friday, April 20, 2018

La barriera corallina d'Australia che continua a morire











Il bianco e' come l'abbiamo trasformato noi.
Il colorato e' come l'ha inteso madre natura.



The federal government of Australia still very much 
favors the continued development of the fossil-fuel industry. 
And that, to me, is a complete policy failure 
for the Great Barrier Reef.

Terry Hughes, direttore del 
Centro di eccellenza per gli studi sulla 
barriera corallina, Australia



La costa occidentale d'Australia.

Un tempo si veniva qui a vedere il blu del mare, i colori varopinti della vita marina che scoppiava con coralli, pesci, flora marina. I turisti rimanevano incantati.

Era la grande barriera corallina d'Australia, la piu' grande struttura vivente del mondo, lunga duemila e duecento chilometri.

Nel 2016 la prima, grande ondata di calore degli ultimi tempi. Ce n'erano state prima, ma questa e' stata memorabile perche' le conseguenze le sentiamo ancora adesso.

Il caldo soffoco' i coralli, la fonte primaria di tutta questa vita, e sono arrivati gli episodi di sbiancamento. La morte dei coralli che senza vita perdono anche il colore e diventano color bianco avorio.

Dopo due anni uno studio appena rilasciato su Nature mostra cosa veramente la morte dei coralli ha comportato e quanto estesa e' stata la mortalita' di questi coralli.

Gli studiosi, molti dei quali basati presso la James Cook University d'Australia e guidati dal professor Terry Hughes, direttore dell'ARC Center of Excellence for Coral Reef Studies, hanno fatto ispezioni su ogni singola struttura corallina di quei duemila chilometri e hanno fatto le statistiche su tutte le specie presenti.

Sono state analizzate cosi 3,863 pezzi constituenti della barriera corallina.

Il risultato e' che la grande barriera corallina e' permanente cambiata. E le modifiche non sono state in meglio.

Un terzo della barriera corallina, a nord, ha perso la meta' dei suoi coralli. Era la parte piu' selvaggia della barriera corallina.

Ma tutta la barriera corallina ha sofferto.

Un corallo su tre e' morto.

Secondo il Professor Hughes anzi, l'ecosistema e' collassato o a dirlo in parole piu' gentili, e' cambiato profondamente e diventato qualcosa di completamente diverso da prima.

Il suo aspetto e' diverso, il modo in cui funziona e' diverso, rispetto a soli tre anni fa.

E dopo il 2016 altri eventi di aumento di temperatura durante l'estate del 2017, attaccando la parte centrale della barriera corallina.

I due eventi assieme hanno portato alla morte di un corallo su due.

Nel 2015 2 miliardi di coralli vivevano nel mare d'Australia.

Oggi ce ne sono solo un miliardo.

Dove saremo nel 2020? Nel 2030?

Di chi e' la colpa?

Dei cambiamenti climatici, di noi. L'aumento di temperatura a livello globale ha reso gli oceani piu' caldi e meno ospitali, specie per i fragili coralli.

Dal 1998 ci sono stati tre o quattro eventi di sbiancamento per barriera corallina.

I coralli morti avevano 10, 20, 30 anni ma in alcuni casi avevano anche piu' di 100 anni.  Per cui, seppure non ci dovessero essere nuovi eventi di sbiancamentu, e se gli oceani dovessero tornare "normali" ci vorrebbero anni per tornare a quello che c'era prima.






E cosi Terry Hughes e i suoi collaboratori scrivono nel loro articolo su Nature che e' molto probabile che i coralli continueranno a morire finche' i cambiamenti climatici non si stabilizzeranno, in modo che nelle barriere resteranno solo le specie piu' resistenti ai cambi di temperatura nel mare.

In altre parole, sara' tutto diverso.

E chissa' che colori avranno.

Una diagnosi dolorosa. 

E' tutto iniziato alla fine del 2015 con El Nino, una perturbazione climatica che parte dall'oceano Pacifico e che porta correnti di aria dall'America del Sud fino a verso l'equatore. El Nino emerge ogni sette anni circa e quindi tanti sono stati gli eventi El Nino che si sono abbattuti sulla barriera corallina nel corso dei secoli.

Ma nel 2016, oltre al El Nino c'era anche l'elefante nella stanza, i cambiamenti climatici. Le due cose assieme, El Nino e le temperature cosi elevate hanno portato alla catastrofe corallina. 
 
Alla fine di tutto i coralli sono esseri viventi.  Il modo in cui sostengono la vita e' grazie alle alghe colorate che vivono in simbiosi con i coralli. Le alghe crescono sui coralli, e le alghe forniscono nutrienti ai coralli stessi. 
 
Ma il mare caldo cambia questo delicato ritmo. Il calore porta ad espellere le alghe dai coralli, che cosi perdono il loro colore.  E cioe' i coralli non solo diventano bianchi ma perdono i loro nutrienti. 

E muoiono. 

Ma i processi che portano da eventi di caldo a morte di coralli impiegano tempo ad attuarsi,  ed emergono a volte con ritardi.  La meta' dei coralli e' morta molti mesi dopo l'ondata di caldo.

Perche'? Perche' i coralli hanno espulso le proprie alghe, queste non sono tornate, e i coralli sono lentamente morti di fame.

Altri ancora, sono morti all'istante, proprio per il caldo.

E perche' questo effetto cosi drammatico? Perche' i coralli sono enormemente fragili.

Bastano solo due gradi centigradi di temperatura in piu per due settimane per avere episodi di sbiancamento.  Quattro settimane di quattro gradi centigradi in piu' porta invece all'inizio della morte.
Sei settimane a sei gradi in piu' e' la catastrofe.

E la catastrofe c'e' stata nel 2016. 

Secondo Terry Hughes la barriera corallina e' a rischio estinzione come i gorilla. Lui dice di essere preoccupato perche' il pubblico non riesce a capire la gravita' della faccenda. Si pensa che siccome la barriera corallina sia in acque non inquinate, cosi' grande e cosi piena di vita, e allora che sia resistente a tutto.
 
Ovviamente non e' cosi. 
 
Non c'entra l'inquinamento. E' letteralmente l'acqua calda.

E non e' cosi solo per l'Australia, anzi l'Australia e l'ultima a sperimentare la morte massiccia dei suoi coralli.

Un tempo i fondali di Florida erano coperti di coralli, adesso solo il 3% delle Florida Keys ha coralli.

Se continuiamo cosi, i livelli di temperatura del mare presto supereranno quelli del 2016 anche negli anni non parte di El Nino.

Gli eventi di sbiancamento sono ora cinque volte piu' frequenti che nel 1980.

Come finisce questa storia?

Dipende da ciascuno di noi.

Dipende da quanto vogliamo veramente abbandondare le nostre economie fossili, perche' e' qui il problema di tutto.

Noi.

La colpa dei cambiamenti climatici e' del nostro uso smisurato di petrolio e carbone e gas.
 
Tutto il resto, coralli morti, estinzione di animali, allagamenti, scomparsa di isole e di ecosistemi sono le risposte della natura alle nostre scelte, ogni giorno.

Nessuno puo' da solo cambiare le economie mondiali, fare leggi, o fermare il mare. Ma tutti possiamo fare piccoli passi, sensiblizzarci e sensibilizzare, mettere pressione ai politici, educare i piu' giovani al rispetto della natura.
 
Il problema l'abbiamo creato noi. Sta a noi risolverlo.
 
Speriamo solo che la barriera corallina, in qualche modo, sopravviva. 
 






Tuesday, December 22, 2015

Belize: salvi dalle trivelle coralli e siti UNESCO








Update Gennaio 2018:


Il Belize ha finalmente approvato una moratoria antitrivelle e la creazione di una Petroleum Operations Maritime Zone Moratorium.

  Sara' protetta tutta la fascia di 350 chilometri della Belize Barrier Reef Reserve System, sito UNESCO.

E' ora un reato in Belize condurre attivita' di esplorazione e di trivellazione nei mari della nazione. 
Chiunque agira' contro la legge sara; multato fino a 3 milioni di dollari, con imprigionamento fino a due anni. 

Il Ministro del petrolio, che in questo momento e' anche il primo ministro della nazione, Dean Barrow, ha accettato di iniziare dialoghi con le ditte petrolifere che hanno perso le proprie concessioni e per discutere eventuali risarcimenti.

In questo momento e' vietato trivellare in tutte le acque del Belize.
 
Tutto questo non nasce dal vuoto. Sono anni che gruppi ambientali ed attivisti in Belize lavorano per referendum sulle trivelle, sensibilizzazione, diffusione di informazione in patria e all'estero.

E' una grande vittoria di popolo, di mare, di pianeta, di barriera corallina, di coscienze.



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Dicembre 2015

“The World Heritage Committee has taken a very clear position that 
oil and mining exploration and exploitation are
 incompatible with World Heritage status"





Un altra storia di democrazia e di attivismo a lieto fine. Il governo centro-americano del piccolo Belize, 300,000 abitanti, ha annunciato che vietera' le trivelle in alcuni dei suoi mari piu' belli. Il cosiddetto Belize Barrier Reef Reserve System che ospita un serie di sistemi corallini, nonche' dal 1996 sette siti protetti UNESCO e' salvo dal petrolio. Anzi, e' una follia che ci abbiano anche solo pensato a trivellarli.

La storia inizia nel 2004: il governo del Belize assegna delle concessioni petrolifere in mare, nei pressi della Meso-American Reef, la seconda piu' grande barriera corallina del mondo dopo quella d'Australia. Altri lotti vengono assegnati nel 2007, per un totale di sei concessioni.

Nel 2009 l'UNESCO inserisce il Belize Barrier Reef Reserve System nella lista dei suoi siti protetti in pericolo a causa di compravendita di piccoli isolotti di mangrovie e di scarsa attenzione alla conservazione dei suoi tesori naturalistici. Nel 2010 lo stesso ente aggiunge alle sue preoccupazioni le proposte trivelle e decreta che ricerca ed estrazione di petrolio non sono compatibili con lo status di World Heritage site.  Se si va avanti, l'UNESCO ammonisce, lo status di sito protetto potrebbe essere revocato.

Subentrano gli attivisti da mezzo mondo, le associazioni turistiche locali, gli amanti del mare, i pescatori.  Le trivelle nel Belize diventano un caso internazionale. Viene fuori che durante la vendita di queste concessioni petrolifere da parte del governo non c'era stato coinvolgimento delle popolazioni locali, non erano stati resi noti gli impatti ambientali delle trivellazioni e le ditte scelte non avevano dimostrato alcuna abilita' di poter fornire fondi, macchinari, risorse e sapienza per poter trivellare in una zona cosi sensibile.

Il governo aveva assegnato le concessioni petrolifere in gran segreto. Anzi, alcune delle ditte non avevano alcuna esperienza di petrolio: la Princess Petroleum, per esempio, gestiva hotel e casino'. Le erano stati dati i diritti di trivellare il Blue Hole Natural Monument, protetto dall'UNESCO, di bellezza speciale con pesci di ogni tipo e colore e classificata come una delle dieci localita' piu' belle del mondo per fare scuba diving.

Si passa alle vie legali, con associazioni ambientali e turistiche che portano in causa il governo del Belize. Tutti insieme creano il Belize Coalition to Save Our Natural Heritage. Viene organizzato un `People's referendum' il 96% dei 30,000 residenti interpellati e' contrario alle trivelle. Il giorno 16 Aprile 2013, il paese e' incollato ai media per conoscere il verdetto della causa. E' un trionfo. La corte suprema del Belize rende tutti i contratti petroliferi "null and void". E questo non perche' i petrolieri non avevessero fatto le valutazioni di impatto ambientale, ma perche' non le aveva fatto il governo.  E cioe' la corte annulla l'idea che il governo possa cedere dei tratti di mare ai petrolieri senza capirne *prima* e in modo *indipendente* gli effetti su natura, pesca e turismo.

C'e' un sospiro di sollievo da parte di tutti gli attori coinvolti. Ma nonostante il "null and void" dei contratti petroliferi gia' dati, l'UNESCO mantiene la barriera corallina del Belize nella lista di siti in pericolo. Occorre fare di piu'.

A Maggio del 2015,  il governo decide di aprire alle trivelle. Ma come? E l'UNESCO? E i mancati studi ambientali che avevano reso "null and void" le concessioni gia' date due anni prima?

Tuttapposto: il governo presenta un rapporto in cui si espongono i benefici del petrolio dal titolo "Offshore Drilling: Potential Benefits and Risks". Viene ripetuto il solito mantra che le trivelle a mare possono avere effetti positivi sull'ambiente, che le piattaforme fungono da attrattori per la vita marina, e anzi, possono aumentare l'abbondanza di pesca e di biodiversita' di addirittura cinquanta volte! Scrivono che in letteratura non si conoscono casi di effetti deleteri su coralli da parte di petrolio, sia con o senza incidenti petroliferi. Aggiungono che i coralli sono resistenti agli scarichi di rifiuti petroliferi in mare.

Interessante: non dicono che non ci saranno riversamenti a mare, dicono che i coralli possono resistere! Il documento dice pure che i potenziali rischi ambientali non devono prevenire il Belize dal cercare di innalzare i suoi standard economici e raccogliere i frutti delle sue risorse petrolifere.  Ovviamente non si parla di incidenti, di riversamenti a mare, di turismo. Non si parla dei coralli morti a causa dello scoppio della BP.

Alla fine, sono gli stessi concetti adattati al Belize che conosciamo bene anche in Italia - le solite sceneggiate che petrolio e ambiente possono convivere bene, in terra, in mare, nei campi. Ma chi l'ha scritto veramente tale rapporto? The Guardian, giornale inglese che segue il caso da tempo, scova che l'ha scritto Carla Suite Wright, un ingegnere BP! Ovviamente in Belize, all'UNESCO, e spero in Italia, non ci crede nessuno . 

Intanto, i rappresentanti dell'UNESCO decidono di fare visita al Belize per monitorare i siti protetti. La data scelta e' la seconda meta' di Dicembre 2015.

Il 1 Dicembre -- la svolta. Il governo, sotto pressione incessante di residenti, turisti,  ambientalisti, pescatori, e i riflettori interazionali per la vista dell'UNESCO, decide di cambiare radicalmente corso: vietano esplorazioni sismiche, trivellazione ed estrazione del petrolio in 3500 chilometri quadrati di mare protetto, che includono tutta l'area dei siti UNESCO, e che rappresentano il 15% dei suoi mari nazionali.

Accanto a questo divieto, una moratoria temporanea in tutto il resto dei mari del paese. Le trivelle sono ora vietate nel Bacalar Chico National Park and Marine Reserve, nel Blue Hole Natural Monument, nell'Half Moon Caye Natural Monument,  nel South Water Caye Marine Reserve, nel Glover’s Reef Marine Reserve, nel Laughing Bird Caye National Park, e nel Sapodilla Cayes Marine Reserve e a un chilometro attorno ai loro confini. Queste zone sono spettacolari non solo per i loro mari e per le loro mangrovie, per i delfini e per i pesci colorati,  ma sono anche la casa di varie specie protette ed a rischio di estinzione, come le tartarughe verde, la Caretta caretta, e alcuni esemplari di trichechi, squali e coccodrilli.

E' questo solo il primo passo: gli attivisti chiedono che non siano protetti solo i siti UNESCO, ma che l'attuale moratoria su tutti gli altri mari venga trasformata in un divieto permanente, in modo da vietare ai petrolieri di trivellare nel 100% dei loro mari, adesso e sine die.  C'e' quindi ancora molto da fare verso cose piu' grandi. Ma e' anche il primo passo verso la rimozione del Belize dalla lista dei siti UNESCO in pericolo. il paese si e' anche impegnato a promuovere una serie di interventi entro il 2018 per migliorare la conservazione e protezione dei suoi mari.

L'UNESCO fara' l'annuncio ufficiale del divieto petrolifero nei suoi sette siti protetti in Belize il 31 Gennaio 2016.


Speriamo di scriverne altre di storie cosi in tutto il mondo, Italia compresa, per il 2016 e per gli anni a venire.