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Tuesday, August 14, 2018

Jean HIll, la nonna ottantenne che ha fatto mettere al bando le bottigliette di plastica nella sua citta'



"I really feel at the age of 86 that I've really accomplished something."

Jean Hill. Grazie a lei a Concord, Massachussetts
 non si vendono piu' bottigliette di plastica
 

E' un vero peccato che abbia scoperto questa signora, Ms. Jean Hill, solo adesso.

Io sono sempre innamorata delle persone che si impegnano in modo intelligente, persistente verso uno scopo utile al bene della collettivita', piccolo o grande che sia. So, per mia esperienza quanto difficile sia portare avanti queste battaglie ambientali, quanta energia porta via, quante malelingue, e quanto amore ci vuole.

Si chiama Jean Hill, e quando questa storia e' iniziata aveva 80 anni suonati.

Vive a Concord, Massachussetts, non lontano da Boston. E' una citta' nota perche' ci sono state grandi battaglie fra gli inglesi e gli indipedendentisti americani, e perche' piu' avanti e' stata la citta' di vari scrittori, fra cui Louisa May Alcott, di Piccole Donne.

Un giorno, il nipote di 10 anni di Jean Hill, scopre che esiste nell'oceano un ammasso di plastica, il Great Pacific Garbage Patch. Ne parla con la nonna e scoprono pure che la maggior parte di questa plastica arriva dalle bottiglie di plastica.

Jean decide che deve fare qualcosa.

Ottanta anni o no, si mette all'opera.

Inizia a parlare ai consigli comunali, chiede la parola per chiedere ai rappresentanti "ma lei sa cos'e' il Great Pacific Garbage Patch?" Oppure "ma lei sa che gettiamo via ogni anno 50 miliardi di bottigliette di plastica solo qui negli USA?"

A volte l'hanno presa per pazza, altre volte l'anno ascoltata. Ma in ogni circostanza Jean diventa sempre un po piu' conscia della sua voce, piu' sicura di se. Fa amicizia, si crea attorno a lei un piccolo grande movimento. Fanno telefonate.

Alla fine riescono a mettere sull'ordine del giorno la mozione di eliminare completamente la vendita di bottiglie di plastica in PET da un litro o meno.

Il primo voto e' nel 2010.
Perdono alla grande, con il consiglio comunale compatto contro questa bizzarra e impossibile idea.

Ma Jean non si arrende e ci riprova, con altre telefonate, altri incontri pubblici.

Nel 2011 un altro voto, pubblico.
Fallisce di nuovo, per 265 a 272.

Arresa? No, neanche per niente. Anzi Jean viene intervistata dal Globe, il giornale principale di Boston e parla senza mezze parole: l'acqua in bottiglia e' un imbroglio, chiunque abbia un po di sale in testa lo capisce.

Riesce a sensibilizzare un sacco di gente.

Finamente nel 2012 il divieto passa con il voto di 403 a 364.

Notare come ogni volta il numero totale di votanti aumenta, come dire la gente si sente sempre piu' coinvolta e partecipe.

Il 5 Settembre 2012 Concord diventa la prima citta' americana a vietare la vendita di bottigliette di plastica.  Il divieto diventa attuale il 1 Gennaio 2013.

Per chi viola la legge e vende le bottigliette di plastica con acqua, la prima volta scatta solo un rimprovero, la seconda la multa da $25 dollari e dalla seconda infrazione in poi si arriva a $50 di multa per bottiglia.

Ovviamente tutta la stampa nazionale ha avuto da ridire: che non era giusto vietare le bottigliette d'acqua e tenerle per il te' freddo, o che bastava solo andare nella cittadina accanto per trovare acqua in bottiglia, o che "limitava la liberta'" dei consumatori.

Sara', ma da qualche parte si deve pure iniziare, no? E Jean ha fatto questo primo grande passo con quello che aveva.

E intanto arrivano i primi "controvoti". Cioe' le proposte di eliminare il divieto.

Ci hanno provato due volte, ma finora nessuno ci e' riuscito.

E anzi, con gli anni non solo i residenti si sono abituati, ma la battaglia di Jean, e' diventata la battaglia di tutti.

L'ultima volta che ci hanno provato e rimettere in legalita' le bottigliette di plastica, i residenti sono corsi in massa al consiglio comunale per chiedere di tenerlo il divieto.  Non ne volevano sapere!

Circa il 90 percento dei circa 1,127 aventi diritto hanno votato no.

E poi nel 2014 le hanno reso omaggio con un documentario “Divide in Concord”.

Nel 2015 l'agenzia di protezione dell'ambiente degli USA le ha dato un premio per il suo lavoro di attivista. 

Dice che ha fatto tutto questo perche' non vuole che i suoi nipoti vivano in un mondo di monnezza, e che la vita e' piu' di una serie di comodita', che fare qualche sacrificio per il bene del pianeta non e' la fine del mondo.

Dopo Jean, altre 90 cittadine negli USA hanno eliminato le bottiglie di plastica.

La storia e' dunque bella.

Ma la cosa triste e' che Jean Hill e' venuta a mancare il giorno 5 Novembre 2017 a Concord, 
dove aveva vissuto per 50 anni.  Aveva 90 anni.

Sono venuta a conoscenza di questa straordinaria signora dal documentario di cui sopra proiettato da PBS, la TV pubblica americana, e mi dispiace averla scoperta vari mesi dopo che aveva lasciato il pianeta.

Grazie, signora Jean.

Grazie.

Ce ne vorrebbero di piu' di persone come lei. 

Saturday, January 13, 2018

La Cina a riforestare un area grande quanto l'Irlanda









E mentre in Italia continuiamo ad abbattere alberi come se fossero il public enemy number one, in Cina succede tutto il contrario.

Il governo annuncia infatti un mega-piano di riforestazione. Pianteranno alberi su quasi 7 milioni di ettari di terra, un area grande tanto quanto l'intera Irlanda.

Perche' fanno questo? Beh, certo perche' la Cina e' inquinanta, perche' c'e' bisogno di verde, ma soprattutto perche' vogliono essere *leader*.

Io ci sono stata tante volte in Cina, e si, anche se alcune citta' non hanno niente da invidiare a nessuno, nella loro complessita' non si possono definire propriamente un paese sviluppato ed avanzato come in Europa o in Nord America.

Ma quello che di loro mi piace e' la volonta', l'ambizione, il fatto che ci provino.

E il piantare alberi fa parte del loro desiderio di non farsi piu' riconoscere come un paese inquinato ma per dare di se' una immagine migliore al mondo.

Fra i vari obiettivi quello di aumentare la percentuale di foresta dal 21.7% al 23% entro il 2020. E poi, dal 2020 al 2035, l'idea e' di arrivare al 26%.

Il capo del servizio forestale della Cina, Zhang Jianlong, dice che tutti quelli che lavorano nel settore della riforestazione sono benvenuti nel partecipare alla campagna di ri-verdificazione della Cina. Saranno privilegiati rapporti di cooperazione fra il governo ed i privati.

Le nuove foreste verranno create nell'area di Hebei e di Qinghai nei pressi del Tibet e nell'area vicino al deserto Hunshandake in Mongolia.

Finora, la Cina ha speso 83 miliardi di dollari nel piantare foreste negli scorsi 5 anni, piantando alberi per ben 208 milioni di ettari.

E cigliegina sulla torta, cosa del tutto sconosciuta ai governanti italiani, la Cina sta anche progettando un linea rossa-ecologica: cioe' la designazione di zone dove costruire sara' offlimits: vicino a parchi nazionali, fiumi e foreste e vicino a zone dove lo sviluppo sarebbe irrazionale.

Certo possono fare tutto questo perche' non sono una democrazia,  ma lo stesso, e' un piccolo grande esempio di cosa si possa fare se solo ci fosse la volonta' politica, questa sconosciuta.



Wednesday, February 1, 2017

La democrazia a Standing Rock: guerriglia, conflitti di interessi e una gran tristezza



"We are committed to nonviolence, and we will do everything within our power to ensure that the environment and human life are respected. That pipeline will not get completed. Not on our watch."



Si chiama Last Child ed e' uno degli ultimi accampamenti di resistenza ancora in piedi (per poco!) contro il Dakota Access pipeline che dovrebbe attraversare terre sacre agli indiani d'america e la riserva Standing Rock dei Sioux. 

Quaranta sono le persone che sono state evacuate da Last Child, con due arresti, e vari tafferugli con la polizia. Altri 76 sono stati arresgati presso la citta' di Cannon Ball perche' avevano protestato su terre di proprieta' della ditta costruenda l'oleodotto, la Energy Transfer Partners.

All'apice della protesta c'erano qui migliaia di persone Ne erano rimaste in 300 e la tribu' aveva anche chiesto agli ultimi protestanti di andare a casa a causa dell'arrivo dell'inverno. 

Tutto era tranquillo, si fa per dire, fino a che un rappresentante dell'US Army ha annunciato l'intento di Donald Trump di approvare l'oleodotto in questione in tempi brevi e in particolare di costruire l'ultimo pezzetto che manca e che appunto dovrebbe attraversare il lago Oahe in terreni sacri ai Sioux.

E' questo il nocciolo della questione: quelli della Energy Transfer Partners dovrebbero ottenere un permesso speciale per trivellare sotto il lago e farci passare un oleodotto, ma non ce l'hanno ancora. 
 
Ovviamente i Sioux non vogliono questo oleodotto, non solo per la sacralita' dei luoghi, ma anche per il potenziale inquinamento dell'acqua. I veterani di guerra gli sono venuti in aiuto con la loro presenza fisica e la resistenza non violenta.

La storia e' che il 4 Dicembre, sotto Obama, l'Army Corps of Engineers che si occupa fra le altre cose di proteggere il sistema idrico americano, decise che non avrebbero concesso la costruzione del tunnel sotto il lago. Al massimo ci sarebbe stato un nuovo processo di valutazione ambientale (sounds familiar, right?) che sarebbe durato almeno 2 anni.

Poi arriva Trump e il 24 gennaio il suo ordine e' stato all'Army Corps of Engineers di revisionare l'oleodotto e di approvare quello che c'era da approvare in modo accellerato. Ha anche suggerito a quelli della Army Corps di ritirare il nuovo studio di impatto ambientale.

E cosi, ieri 31 Gennaio 2017 il segretario dell'Army Robert Speer annuncia proprio questo: l'approvazione dello scavo del tunnel sotto il lago per costruire il Dakota Access Pipeline. Secondo il generale Malcolm Frost l'Army stava semplicmente obbedendo al governo di approvare e di terminare questo oleodotto al piu presto possibile.

Ed e' qui che sono scoppiati gli scontri con la polizia. I tepees degli attivisti sono stati bruciati e sono arrivati i bulldozer a distruggere tutto. La gente e' arrabbiata e stanca e delusa, ma decisa a non dargliela vinta.

Intanto legali che si occupano di difendere i Sioux dicono che ignorare la descione precedente, presa sotto Obama, e' illegale e che daranno battaglia in tribunale.

Ma la storia non finisce qui.

Donald Trump almeno fino all'estate del 2016 aveva ... azioni nella Energy Transfer Partners valutate in qualcosa che varia fra i 15mila e i 50mila dollari. Certo, per uno come lui sono bazzeccole, ma lo stesso e' un conflitto di interessi, cosa che puzza molto di piu' all'americano medio che non all'italiano medio.

Dice ora di aver venduto tutto, ma non ci sono state prove di questo. Per di piu' il CEO della ditta in questione, Kelcy Warren dono' $100,000 alla campagna elettorale di Trump.

E cosi si assistono a queste scene di prepotenza e di arroganza indegne di una democrazia.

Friday, April 8, 2016

Perche' votare e perche' votare si al referendum del 17 Aprile 2016



Il petrolio prima ancora che l'ambiente inquina la democrazia. 



Non avrei mai immaginato che questo referendum aprisse una cosi violenta discussione sul tema petrolio in Italia o che venissero fuori tutti questi scandali, uno piu' deprimente dell'altro per chiunque ami l'Italia.  Essenzialmente predico tutte queste cose da anni, ma questa cosi grande macchina organizzativa per taroccare i controlli, per mentire alla gente, per farci soldi sopra, con la piu' totale incuranza per l'ambiente, il pianeta, la gente e' veramente strabiliante.  I petrolieri hanno giocato con i polmoni, con il mare, con la fiducia degli italiani e questo da solo e' un motivo forte per votare SI il giorno 17 Aprile 2016.


Gli altri li elenchero' fra qualche paragrafo. Ma e' quanto di piu' meschino e antidemocratico invitare la gente all'astensionismo come cercano di fare in molti nel PD. Quale che sia stato l'iter di questo referendum siamo adesso chiamati alle urne, e occorre andare a votare per non sprecare i 3-400 milioni di euro che questo referendum costera'.  Vincere sperando che non si raggiunga il quorum e' uno schiaffo al vivere civile e a tutti quelli che hanno dato la vita, generazioni fa, per darci il suffragio universale.


Il quesito e' sulla durata temporale delle trivelle. Le concessioni adesso durano 30 anni con possibilta' di proroga fino all'esaurimento del giacimento. Il referendum vuole che, per il futuro e per le sole concessioni entro le 12 miglia, una volta scaduti questi 30 anni, non possano esserci proroghe. Il quesito riguarda una ventina di concessioni della Edison e dell'ENI che "scadranno" fra il 2017 e il 2027. Sono in Adriatico (Emilia Romagna, Marche e Abruzzo), in Sicilia e nel mar Ionio (Calabria).   Di queste concessioni una e' unicamente a petrolio, Rospo Mare in Abruzzo, le altre sono tutte a gas o miste. Le piattaforme fuori dalle 12 miglia non sono interessate.


Il voto e' un voto simbolico. I quesiti iniziali erano sei, ma di questi cinque sono stati cancellati, grazie a sgambetti piu' o meno aperti da parte del governo. Hanno una gran paura del voto. Oltre a cancellare cinque quesiti su sei, hanno pure deciso di non voler incorporare il voto con le amministrative di Giugno, sperando nell'astensionismo. Essendo un voto simbolico, anche l'espressione del voto deve essere simbolico.


Non votiamo per trenta o trentuno anni di trivelle. Votiamo per dire al governo che tipo di Italia vogliamo. Una Italia fossile, che si ancora stretta stretta al passato, con tutte questa petrol-molassa di morte, di ministri, di amanti, di bugie, o una Italia che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto non solo di energia pulita, ma di coscienze pulite.  


Non e' vero che non si puo'. I perdenti, i vecchi dentro, quelli che hanno le mani in pasta, dicono che non si puo'. L'uomo e' piu' intelligente dei buchi. Se abbiamo messo un uomo sulla luna possiamo anche portare sulla terra sole e vento per fare tutto quello che facciamo con il petrolio, senza avvelenare nessuno.  Lo so. E' la storia che ce lo dice.



Ecco perche' votare si:


1. Dalle trivelle italiane, esistenti e future, non ci guadagnano niente gli italiani, solo i petrolieri.  Importiamo ancora la maggior parte del petrolio e del gas che usiamo e sara' sempre cosi perche' ce ne abbiamo troppo poco e scadente per farne affidamento. Non sono le trivelle in mare a portare ricchezza agli italiani. E' l'ambiente sano, un turismo intelligente e moderno, la bellezza, la poesia del nostro paeseaggio che ci salveranno, non i buchi. Ogni Gela e' una Taormina mancata.


2. L'Italia e' un paese fraglie. Trivellare significa stuzzicare e modificare delicati equlibri naturali di cui non sappiamo niente. Tutto il Ravenate e' sottoposto a fortissima subsidenza, spiagge intere sprofondano.  Studi commissionati dagli stessi petrolieri in tempi recenti confermano che la maggior parte della subsidenza e' causata dalle estrazioni metanifere. La subsidenza e' un fenomeno irreversibile: una volta che la terra si abbassa non si torna indietro. La subsidenza si puo' solo rallentare. Chi da il diritto ai petrolieri di lasciare questa eredita' alle generazioni future?


3. Quello che emerge da Viggiano (Basilicata) in questi giorni e' *normale* per l'industria petrolifera. In alcune localita' del mondo i controlli sono superiori, altrove, come in Italia, arrivano tardi e c'e' una spettacolare corruzione fra controllo e controllato. Ma i tentativi di avvelenare residenti e ambiente per risparmiare costi, esistono ovunque. E' questa la triste verita' dell'industria petrolifera: ancora piu' che i sussidi governativi i loro business lucrano con i sussidi non quantificabili delle nostre vite e del nostro ambiente. Ci avvelenano i polmoni ed i figli, ci deumanificano le coste con brutture industriali, puzze sulfuree insopportabili, e cozze e pesci tossici. Sono sicura che se si indagassero tutte le piattaforme d'Italia si troveranno concentrarzioni elevate di materiale tossico in ciascuna di queste. E' inevetabile. Prima ci lasciamo questo modus vivendi alle spalle, meglio sara'.


4. A Ragusa, allo scadere della concessione Vega A approvata nel 1984, hanno fatto richiesta per trivellare altri dodici pozzi nel quasi silenzio generale. Viene fuori adesso che dopo decenni attorno alla piattaforma Vega A ci sono elevate concentrazioni di metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE e che non e' possibile il totale ripristino ambientale.  A Ravenna invece viene fuori che le cozze "sane" pescate vicino alle piattaforme erano invece state prese altrove. Quelle vere invece avevano altre concentrazioni, anche qui, di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici. Chi mangia quelle cozze? Anche qui, tutto questo e' *normale* perche' si tratta di infrastrutture che invecchiano, di sostanze tossiche e corrosive, e di controlli scarsi e difficili. Un giorno in piu' di proroga e' un giorno in piu' di mare malato.


5. E se qualcuna delle trivelle ha incidenti o malfunzionamenti? Dalla piattaforma Paguro, da cui sono morte tre persone, non vogliamo veramente imparare niente? O vogliamo dimenticare la piattaforma ENI Temash incendiatasi nel 2004 solo perche' e' in Egitto? O del fatto che l'ENI-Saipem ha trivellato senza certificazioni? O che l'ENI in Norvegia ha ammesso una "lack of competence" nel trivellare i mari del nord? O vogliamo dimenticare che quando in Abruzzo ci furono perdite da Rospo Mare, prima si parlo' di petrolio e *dopo quattro giorni* i petrolieri corressero la stampa parlando di erba e fango, come se loro stessi non fossero capaci di distinguere il petrolio dal fango immediatamente? 



6. Non e' vero che se non lo estraiamo noi lo faranno i Croati con magiche trivelle "a 45 gradi" come scrive qualche petrol-giornalista. Per tutto il parlare che si e' fatto di petrolio in Croazia, i residenti dell'ex-Yugoslavia non hanno trivellato un solo pozzo. In Italia invece tiramo fuori petrolio dagli anni '50 in Adriatico, senza chiedere niente a nessuno. Non sarebbe il caso di dare l'esempio e di decidere *assieme* ai croati di chiudere il mar nostrum ai petrolieri da ambo i lati?


7. Non e' vero che diminuira' l'occupazione. Nessuna piattaforma chiudera' il 18 Aprile. Per di piu' il lavoro petrolifero e' altamente automatizzato e sono poche le persone che lavorano sulle piattaforme. Di contro, chi protegge il lavoro delle migliaia di pescatori che non sanno se pescano pesce o concentrati di monnezza tossica?

8. E se invece di preoccuparci di petrol-lavoro, ci preoccupassimo del lavoro green? La tendenza mondiale e' di occupazione verde che cresce. In Canada gli ex lavoratori del petrolio chiedono di essere riqualificati per il lavoro nell'industria delle rinnovabili, negli USA il lavoro nelle rinnovabili ha superato quello nell'industria petrolifera. E la cosa bella del lavoro verde e' che spesso si tratta di piccole industrie, e quindi di ricchezza distribuita invece che di colossi e multinazionali. Invece di fare la guerra al referendum, perche' il governo di Matteo Renzi non fa piu' politiche per incentivare le rinnovabili? L'uso di automobili elettriche? Il risparmio energetico? Nel 2014 il governo addirittura fece dei tagli retroattivi sugli impianti di energia verde, causando l'ira degli investitori stranieri e pure del Wall Street Journal.  Forse perche' Matteo Renzi ha piu' petrol-amici che amore per le rinnovabili? 


9. Giustificare le trivelle d'Italia perche' "se non lo facciamo noi, lo faranno in Mozambico e in Nigeria" e' una offesa al Mozambico e alla Nigeria, e a tutti quelli che vivono vicino a pozzi e trivelle e mare malato. Ai Nigeriani non importa se trivelliamo Tempa Rossa o Ravenna o Ombrina. Ai Nigeriani importa che il loro dolore cessi e che non debbano piu' respirare, mangiare e vivere petrolio.  A chi pensa cosi' due cose dico. Intanto, se vogliamo proprio fare questo ragionamento, e allora dovremmo dire "se non lo facciamo nel giardino del mio condominio, lo faranno in Basilicata" e quindi che si aprissero loro un Centro Oli nelle loro citta', o una FPSO nel loro mare. Andassero al mare a Falconara. E sopratutto. Se vi dispiace (ma veramente!) per la Nigeria e per il Mozambico, diventate attivisti per la Nigeria e per il Mozambico. Ce n'e' tanto bisogno. E no, non e' impossibile. Se l'ho fatto io dalla Calfornia per l'Italia, lo potete fare anche voi per il Mozambico e per la Nigeria. Ai politici che seguono questo pensiero dico: perche' invece non mettete su delle commissioni d'inchiesta per studiare cosa esattamente l'ENI e l'AGIP abbiano combinato in Nigeria, se veramente ci tenete?  Non e' distruggendo l'Italia che si migliora il resto del mondo. Invece di giocare al ribasso, miglioriamolo il pianeta.


10. Il pianeta muore per colpa nostra. Del nostro uso smodato di fonti fossili. Ogni giorno leggiamo di cambiamenti climatici che progrediscono e che alterano i delicati equilibri naturali. I ghiacciai che si sciolgono, le barriere coralline che muoiono, isole che scompaiono, gli oceani che si acdificano. Non e' giusto. Da qualche parte si deve pur iniziare per cambiare le cose, e cercare di salvare il salvabile. L'Italia ha firmato decine di accordi da Kyoto a Parigi e sarebbe tutto vuoto se ci ostinassimo a trivellare il pianeta fino all'ultima goccia. Occore invece affrontare la sfida energetica con coraggio: iniziamo da qui, dal 17 Aprile.


Non c'e' sfida alcuna davanti cui l'uomo non abbia messo tutta la sua intelligenza e il suo volere e non ci sia riuscito.

Possiamo farcela. Ce l'abbiamo sempre fatta.

Tuesday, December 22, 2015

Belize: salvi dalle trivelle coralli e siti UNESCO








Update Gennaio 2018:


Il Belize ha finalmente approvato una moratoria antitrivelle e la creazione di una Petroleum Operations Maritime Zone Moratorium.

  Sara' protetta tutta la fascia di 350 chilometri della Belize Barrier Reef Reserve System, sito UNESCO.

E' ora un reato in Belize condurre attivita' di esplorazione e di trivellazione nei mari della nazione. 
Chiunque agira' contro la legge sara; multato fino a 3 milioni di dollari, con imprigionamento fino a due anni. 

Il Ministro del petrolio, che in questo momento e' anche il primo ministro della nazione, Dean Barrow, ha accettato di iniziare dialoghi con le ditte petrolifere che hanno perso le proprie concessioni e per discutere eventuali risarcimenti.

In questo momento e' vietato trivellare in tutte le acque del Belize.
 
Tutto questo non nasce dal vuoto. Sono anni che gruppi ambientali ed attivisti in Belize lavorano per referendum sulle trivelle, sensibilizzazione, diffusione di informazione in patria e all'estero.

E' una grande vittoria di popolo, di mare, di pianeta, di barriera corallina, di coscienze.



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Dicembre 2015

“The World Heritage Committee has taken a very clear position that 
oil and mining exploration and exploitation are
 incompatible with World Heritage status"





Un altra storia di democrazia e di attivismo a lieto fine. Il governo centro-americano del piccolo Belize, 300,000 abitanti, ha annunciato che vietera' le trivelle in alcuni dei suoi mari piu' belli. Il cosiddetto Belize Barrier Reef Reserve System che ospita un serie di sistemi corallini, nonche' dal 1996 sette siti protetti UNESCO e' salvo dal petrolio. Anzi, e' una follia che ci abbiano anche solo pensato a trivellarli.

La storia inizia nel 2004: il governo del Belize assegna delle concessioni petrolifere in mare, nei pressi della Meso-American Reef, la seconda piu' grande barriera corallina del mondo dopo quella d'Australia. Altri lotti vengono assegnati nel 2007, per un totale di sei concessioni.

Nel 2009 l'UNESCO inserisce il Belize Barrier Reef Reserve System nella lista dei suoi siti protetti in pericolo a causa di compravendita di piccoli isolotti di mangrovie e di scarsa attenzione alla conservazione dei suoi tesori naturalistici. Nel 2010 lo stesso ente aggiunge alle sue preoccupazioni le proposte trivelle e decreta che ricerca ed estrazione di petrolio non sono compatibili con lo status di World Heritage site.  Se si va avanti, l'UNESCO ammonisce, lo status di sito protetto potrebbe essere revocato.

Subentrano gli attivisti da mezzo mondo, le associazioni turistiche locali, gli amanti del mare, i pescatori.  Le trivelle nel Belize diventano un caso internazionale. Viene fuori che durante la vendita di queste concessioni petrolifere da parte del governo non c'era stato coinvolgimento delle popolazioni locali, non erano stati resi noti gli impatti ambientali delle trivellazioni e le ditte scelte non avevano dimostrato alcuna abilita' di poter fornire fondi, macchinari, risorse e sapienza per poter trivellare in una zona cosi sensibile.

Il governo aveva assegnato le concessioni petrolifere in gran segreto. Anzi, alcune delle ditte non avevano alcuna esperienza di petrolio: la Princess Petroleum, per esempio, gestiva hotel e casino'. Le erano stati dati i diritti di trivellare il Blue Hole Natural Monument, protetto dall'UNESCO, di bellezza speciale con pesci di ogni tipo e colore e classificata come una delle dieci localita' piu' belle del mondo per fare scuba diving.

Si passa alle vie legali, con associazioni ambientali e turistiche che portano in causa il governo del Belize. Tutti insieme creano il Belize Coalition to Save Our Natural Heritage. Viene organizzato un `People's referendum' il 96% dei 30,000 residenti interpellati e' contrario alle trivelle. Il giorno 16 Aprile 2013, il paese e' incollato ai media per conoscere il verdetto della causa. E' un trionfo. La corte suprema del Belize rende tutti i contratti petroliferi "null and void". E questo non perche' i petrolieri non avevessero fatto le valutazioni di impatto ambientale, ma perche' non le aveva fatto il governo.  E cioe' la corte annulla l'idea che il governo possa cedere dei tratti di mare ai petrolieri senza capirne *prima* e in modo *indipendente* gli effetti su natura, pesca e turismo.

C'e' un sospiro di sollievo da parte di tutti gli attori coinvolti. Ma nonostante il "null and void" dei contratti petroliferi gia' dati, l'UNESCO mantiene la barriera corallina del Belize nella lista di siti in pericolo. Occorre fare di piu'.

A Maggio del 2015,  il governo decide di aprire alle trivelle. Ma come? E l'UNESCO? E i mancati studi ambientali che avevano reso "null and void" le concessioni gia' date due anni prima?

Tuttapposto: il governo presenta un rapporto in cui si espongono i benefici del petrolio dal titolo "Offshore Drilling: Potential Benefits and Risks". Viene ripetuto il solito mantra che le trivelle a mare possono avere effetti positivi sull'ambiente, che le piattaforme fungono da attrattori per la vita marina, e anzi, possono aumentare l'abbondanza di pesca e di biodiversita' di addirittura cinquanta volte! Scrivono che in letteratura non si conoscono casi di effetti deleteri su coralli da parte di petrolio, sia con o senza incidenti petroliferi. Aggiungono che i coralli sono resistenti agli scarichi di rifiuti petroliferi in mare.

Interessante: non dicono che non ci saranno riversamenti a mare, dicono che i coralli possono resistere! Il documento dice pure che i potenziali rischi ambientali non devono prevenire il Belize dal cercare di innalzare i suoi standard economici e raccogliere i frutti delle sue risorse petrolifere.  Ovviamente non si parla di incidenti, di riversamenti a mare, di turismo. Non si parla dei coralli morti a causa dello scoppio della BP.

Alla fine, sono gli stessi concetti adattati al Belize che conosciamo bene anche in Italia - le solite sceneggiate che petrolio e ambiente possono convivere bene, in terra, in mare, nei campi. Ma chi l'ha scritto veramente tale rapporto? The Guardian, giornale inglese che segue il caso da tempo, scova che l'ha scritto Carla Suite Wright, un ingegnere BP! Ovviamente in Belize, all'UNESCO, e spero in Italia, non ci crede nessuno . 

Intanto, i rappresentanti dell'UNESCO decidono di fare visita al Belize per monitorare i siti protetti. La data scelta e' la seconda meta' di Dicembre 2015.

Il 1 Dicembre -- la svolta. Il governo, sotto pressione incessante di residenti, turisti,  ambientalisti, pescatori, e i riflettori interazionali per la vista dell'UNESCO, decide di cambiare radicalmente corso: vietano esplorazioni sismiche, trivellazione ed estrazione del petrolio in 3500 chilometri quadrati di mare protetto, che includono tutta l'area dei siti UNESCO, e che rappresentano il 15% dei suoi mari nazionali.

Accanto a questo divieto, una moratoria temporanea in tutto il resto dei mari del paese. Le trivelle sono ora vietate nel Bacalar Chico National Park and Marine Reserve, nel Blue Hole Natural Monument, nell'Half Moon Caye Natural Monument,  nel South Water Caye Marine Reserve, nel Glover’s Reef Marine Reserve, nel Laughing Bird Caye National Park, e nel Sapodilla Cayes Marine Reserve e a un chilometro attorno ai loro confini. Queste zone sono spettacolari non solo per i loro mari e per le loro mangrovie, per i delfini e per i pesci colorati,  ma sono anche la casa di varie specie protette ed a rischio di estinzione, come le tartarughe verde, la Caretta caretta, e alcuni esemplari di trichechi, squali e coccodrilli.

E' questo solo il primo passo: gli attivisti chiedono che non siano protetti solo i siti UNESCO, ma che l'attuale moratoria su tutti gli altri mari venga trasformata in un divieto permanente, in modo da vietare ai petrolieri di trivellare nel 100% dei loro mari, adesso e sine die.  C'e' quindi ancora molto da fare verso cose piu' grandi. Ma e' anche il primo passo verso la rimozione del Belize dalla lista dei siti UNESCO in pericolo. il paese si e' anche impegnato a promuovere una serie di interventi entro il 2018 per migliorare la conservazione e protezione dei suoi mari.

L'UNESCO fara' l'annuncio ufficiale del divieto petrolifero nei suoi sette siti protetti in Belize il 31 Gennaio 2016.


Speriamo di scriverne altre di storie cosi in tutto il mondo, Italia compresa, per il 2016 e per gli anni a venire.
















Tuesday, November 10, 2015

Approvata Ombrina: riflessioni del giorno dopo







Il giorno 9 Novembre 2015 si e' chiusa l'ultima conferenza dei servizi su Ombrina Mare, il progetto petrolifero della Rockhopper Exploration che prevede la costruzione di una piattaforma estrattiva con annessa nave-raffineria a soli 9 chilometri da riva. I lavori potrebbero iniziare gia' nel 2016.  Esultano gli investitori, esulta il management del petrolio.  Esultano un po meno gli abruzzesi.

Sic transit res publica italica. 

A un certo punto di questa mia vita petrolifera, mi sono accorta che il petrolio piu' che sporcare l'ambiente, sporca le democrazie. Sono cosi tanti i poteri coinvolti e i risvolti economici che alla fine chi ha interessi monetari a trivellare non si preoccupa piu di niente e calpesta le regole del vivere civile, il buonsenso, la volonta' popolare. E la politica si piega, perche' ignorante e miope e perche' accecata da affaristi e lobbisti.

Questo e' quello che si cristallizza ai miei occhi dopo otto anni di resistenza ad Ombrina Mare, portata avanti democraticamente ed intelligentemente in tutte le sedi. E' la democrazia che muore. Non sono a valse a niente le nostre proteste, le motivazioni articolate e non ideologiche del perche' non e' saggio costruire un mostro del genere cosi vicino alla riva, le osservazioni inviate a decine e decine, il nascente Parco Nazionale della Costa Teatina, il no di mezza regione, della Chiesa Cattolica, di accademici, di pescatori e di operatori turistici. Alla fine tutto si e' deciso in una sorta di riunione semi-segreta con funzionari ed addetti del ministero che chissa pure se la conoscono la riviera teatina.
 
Non dovrebbe funzionare cosi in un paese sano.

Che messaggio e' passato? Che la volonta' del popolo non conta niente. Che Matteo Renzi ed i suoi funzionari comandano per dictat e non perche' ascoltino i desideri, le aspirazioni di un popolo. Che non siamo qui per migliorare l'Italia quanto per aiutare i nostri petrol-amici.  E questo non puo' essere mai costruttivo. Ci perde l'ambiente, ma ci perde prima di tutto il nostro essere nazione, perche' questa decisione non fara' altro che far sentire al cittadino comune che la res non e' sua, che non gli appartiene e che quindi non vale neanche la pena partecipare. Si diventa cinici ed egoisti, e non piu' innamorati del proprio territorio.

Non era successo mai nella storia d'Abruzzo che ci fosse un sentire comune cosi' forte come per il petrolio. Dal Centro Oli di Ortona a Bomba, ad altre concessioni morte allo stato embrionale, e' stato  un sentimento che ha unito tutti e che ha dato la spinta ad altre comunita' sparse per l'Italia a portare avanti battaglie simili.  E' stato veramente eroico quello che e' stato fatto, dal primo giorno del Centro Oli nel 2007 fino ad oggi. 

E se e' stata approvata Ombrina, quando una regione intera le diceva no, le porte sono adesso stra-aperte per mille altre concessioni, in terra ed in mare in tutta Italia. Se non ci fermiamo davanti a un mostro FPSO di trecento metri di lunghezza che emette inquinanti tutti i santi giorni, e che quasi la si potra toccare da riva, non ci si fermera' davanti a niente altro, temo. Chi verra' dopo? Il golfo di Taranto, la Sardegna, la Sicilia, Ostuni, Monopoli, le Marche? E' questa l'Italia che vogliamo? Nel 2015? Possibile che non abbiamo ancora capito che petrolizzando l'Italia ci diamo la zappa sui piedi da soli?

Che fine fanno tutte le piccole e medie attivita' turistiche lungo la costa d'Abruzzo? Il Parco Nazionale della Costa Teatina che attende da 15 anni di essere perimetrato? I soldi spesi per lo smantellamento della ferrovia adriatica e per costruire nuovi tracciati all'interno per incentivare il turismo?

Non succedera' domani, ma tutto l'assetto dell'Abruzzo costiero cambiera' con Ombrina.  Ci vorra' infrastuttura petrolifera, ci saranno viavai di petroliere, oleodotti da costruire, perdite eventuali, porti attrezzati, zolfo da stoccare, rifiuti tossici speciali pericolosi da smaltire. Non sara' piu' lo stesso. Gela, Falconara, Ravenna avrebbero dovuto farci aprire gli occhi. E non ci si venga a dire che turismo e petrolio possono coesistere, perche' non e' vero.

Chissa' se quelli del ministero si sono posti queste domande. Ma tutto questo e' tipico dell'Italia, un paese in cui tutto viene fatto a casaccio, senza un master plan intellettivo per il futuro, un paese in cui gli amici sono sempre piu' forti del bene comune. Vorrei vederlo adesso Matteo Renzi ai summit sul clima di Parigi cosa dira', o cosa diremo ai croati con queste fantomatiche consultazioni transfrontaliere.

Certo, ci sono ancora ricorsi al Tar e altri procedimenti legali davanti, ma lo scollamento fra quello che vorremmo essere e quello che ci viene imposto di essere  Ã¨ disarmante e ingiusto.

I petrolieri pensano di avere vinto. Invece è l’Italia che ci perde.

Qui immagini di FPSO incendiatesi nel 2015. Sono tutte a piu' di 100 chilometri da riva e non a nove. 







Thursday, April 26, 2012

La paura della democrazia



I politici italiani - di ogni grado, genere, livello - hanno avuto vita facile finora.
E questo vale a Roma, come ad Ortona, a San Vito Chietino.

Pensavano che con il panem et circensem potevano far star zitta la gente e fare un po quel che gli pare. Dalle autoblu, alle case segrete, alle Porche per i loro figli. Dai diamanti, alle amanti.

E queste sono le cose che leggiamo sui giornali. Ma anche nel piccolo delle nostre comunita', ci sono inciuci di ogni genere.

Purtroppo pero' questo modo di fare, in cui il popolo dorme, non puo' durare per sempre. Semplicemente non e' sostenibile nel mondo globale del 2012.

Quando l'inquinamento ti arriva in casa, quando non arrivi a fine mese, quando vedi i tuoi figli emigrare, quando non sai piu' a che santo girare, anche il piu' supino dei cittadini si rende conto che qualcosa non va e sente che deve far qualcosa.

E certo, non ci saremmo mai dovuti arrivare a questo punto. Certo, tutti avremmo dovuto gridare allo scandalo nei decenni passati, ed essere attivisti nel nostro piccolo - lo dico sempre, parte tutto dallo scontrino fiscale in gelateria, al dentista, dal piastrellista, e senza sconti a nessuno, nemmeno ai parenti.

Ma adesso che siamo arrivati alla frutta, nel bene o nel male, ci siamo svegliati.

E loro cosa fanno? Insistono!

Caso 1: Ortona. Si organizza un dibattito fra candidati sindaci - e mica lo organizza, che so, il Centro D'Abruzzo o la TV, lo organizzano i volontari.
Lo pagano i volontari - 100 euro - e poi il 26 Aprile, IL GIORNO PRIMA - viene fuori che oh - la sala e' gia' presa e come ci dispiace - potete andare altrove!!!
Una cosa vergognosa. 

E cosi l'incontro si svolgera' il giorno 27 Aprile non nella sala Eden, ma a Palazzo Corvo, sala che puo' ospitare solo 1/3 della platea della sala Eden.

Domanda: ma cosa c'e' di piu' importante per una citta' che sentire i candidati che vogliono governare la propria citta'?

E che dire dell'incompetenza di chi dirige gli eventi in quella sala - tale De Marinis?

E' stato fatto apposta? Non lo so, ma certo e' che non ne sarei sorpresa.
Veramente patetico.


2. San Vito Marina Qui neanche gliela vogliono dare una sala!!! Non rispondono alle telefonate, agli email, sono irreperibili, non gliene importa. La segretaria, Italia Palermo, moglie di quell'ottimo assessore Luigi Comini, dice di essere in "silenzio pre-elettorale" e che non ha tempo. Ridicola! Mancano 15 giorni!

Ma chi credono di essere questi qui? Quelle sale, sono vostre! Sono i vostri soldi, e non di chiunque si trinceri dietro cariche e titoli di vario genere.
 
Ecco cosa si legge sulla stampa locale. Senza parole. Non mi risulta che il sindaco Catenaro abbia detto niente sulla questione.

Meglio che la gente dorma, cosi' possono andare avanti con ecomostri, pozzi di petrolio, e speculazione edilizia.

"Le varie istanze al comune di San Vito chietino per la gentile concessione di un luogo pubblico (sala, teatro, stanza che sia), dove poter effettuare un sereno e soprattutto democratico confronto tra la Costituente il Parco Nazionale della Costa Teatina e i quattro candidati sindaci (Catenaro, sindaco uscente, PDL; Fausto Di Berardino, lista civica “guardare avanti”; Donato Mancini, PD; Giuseppe Ferraro, S.Vito Bene Comune) non hanno avuto seguito alcuno.

Ad una telefonata di spiegazioni all'ufficio tributi, l'incaricata non fornisce né informazioni in merito all'eventuale costo di una sala, né alla sua disponibilità o meno; risponde che ha tanto lavoro da svolgere e, a quindici giorni dalle elezioni, si appella a un fantomatico silenzio pre-elettorale.

Certo l'ostruzionismo così portato avanti di fronte ad un tema che investe davvero tutti (Parco o petrolio come futuro della nostra terra?) non ha nulla di democratico, ma quel che è peggio è che assomiglia tanto ad una forma di censura di triste memoria.

Il legame di parentela degli impiegati pubblici con il sindaco in carica inoltre spiega tanta sollecitudine a bocciare un sacrosanto diritto.
Alla vigilia del 25 aprile può sembrare retorico parlare di libertà, ma sembra quanto mai di attualità".

Costituente il Parco