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Thursday, October 25, 2018

Hawaii: l'isola delle foche monache ingoiata dai cambiamenti climatici






East Island nelle cosidette French Frigate Shoals, un atollo a 800 chilometri nord-ovest delle isole Hawaii.


E' (o era) un importante isola per le riproduzione di specie in via di estinzione ed e' (o era) parte del monumento nazionale marino Papahanaumokuakea Marine National Monument,

E' stata ingoiata dal mare e dai cambiamenti climatici.

Tartarughe, uccelli, foche ci tornavano ogni anno per depositare uova, far nascere i propi piccoli e curarli lontani dall'uomo e dai suoi pericoli.

Al prossimo giro l'isola non ci sara' piu'.

L'uragano Walaka ha ingoiato East Island. E' stato uno degli uragani piu' violenti della storia dell'Oceano Pacifico.

La notizia e' arrivata dal professor Chip Fletcher told dell'Universita' delle Hawaii che ha notato la scomparsa di East Island dalle immagini da satellite. Lui si e' dichiarato sorpreso, ma sopratutto preoccupato dato il ruolo dell'isola in questione come importante habitat per le foche monache hawaiane, le tartarighe verdi hawaiane e varie specie di uccelli, che si spostano qui per la riproduzione.
E quindi la perdita di East Island e' molto piu' importante per il ruolo che copre nell'ecosistema rispetto alla sua realta'  estensione territoriale che e' di solo un chilometro di estensione per cento metri circa.

Le foche monache hawaiane sono fra le specie marine piu' a rischio di estinzione: circa l'80% degli esemplari viventi si trovano sulle isole a nordovest delle Hawaii.  Il 16% della popolazione e' (o era) situata appunto su queste French Frigate Shoals. Buona parte di queste foche usa (o usava) l'isola scomparsa, East Island, per la cura dei loro piccoli.

Nel 2018 circa dodici esemplari di foche monache sono nate sulla East Island. Nessuno sa cosa accadra' il prossimo anno quando le foche non potranno piu' partorire sull East Island, visto che la East Island non esiste piu'.

Anche le tartarughe verdi hawaiane usavano East Island per la riproduzione: circa la meta' di tutte le loro uova che depositano (o depositavano) erano lasciate sulla East Island.

Il National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha annunciato che altre, simili isole minori potrebbero scomparire, a causa dei cambiamenti climatici e dell'innalzamento dei livelli del mare. Il futuro ci presentera' altre occasioni simili, e anzi l'isola delle foche non e' neanche la prima in zona a scomparire; anche la Trig Island nelle vicinanze e' scomparsa quest'anno ingoiata dall'erosione e dal mare.

Friday, April 20, 2018

La barriera corallina d'Australia che continua a morire











Il bianco e' come l'abbiamo trasformato noi.
Il colorato e' come l'ha inteso madre natura.



The federal government of Australia still very much 
favors the continued development of the fossil-fuel industry. 
And that, to me, is a complete policy failure 
for the Great Barrier Reef.

Terry Hughes, direttore del 
Centro di eccellenza per gli studi sulla 
barriera corallina, Australia



La costa occidentale d'Australia.

Un tempo si veniva qui a vedere il blu del mare, i colori varopinti della vita marina che scoppiava con coralli, pesci, flora marina. I turisti rimanevano incantati.

Era la grande barriera corallina d'Australia, la piu' grande struttura vivente del mondo, lunga duemila e duecento chilometri.

Nel 2016 la prima, grande ondata di calore degli ultimi tempi. Ce n'erano state prima, ma questa e' stata memorabile perche' le conseguenze le sentiamo ancora adesso.

Il caldo soffoco' i coralli, la fonte primaria di tutta questa vita, e sono arrivati gli episodi di sbiancamento. La morte dei coralli che senza vita perdono anche il colore e diventano color bianco avorio.

Dopo due anni uno studio appena rilasciato su Nature mostra cosa veramente la morte dei coralli ha comportato e quanto estesa e' stata la mortalita' di questi coralli.

Gli studiosi, molti dei quali basati presso la James Cook University d'Australia e guidati dal professor Terry Hughes, direttore dell'ARC Center of Excellence for Coral Reef Studies, hanno fatto ispezioni su ogni singola struttura corallina di quei duemila chilometri e hanno fatto le statistiche su tutte le specie presenti.

Sono state analizzate cosi 3,863 pezzi constituenti della barriera corallina.

Il risultato e' che la grande barriera corallina e' permanente cambiata. E le modifiche non sono state in meglio.

Un terzo della barriera corallina, a nord, ha perso la meta' dei suoi coralli. Era la parte piu' selvaggia della barriera corallina.

Ma tutta la barriera corallina ha sofferto.

Un corallo su tre e' morto.

Secondo il Professor Hughes anzi, l'ecosistema e' collassato o a dirlo in parole piu' gentili, e' cambiato profondamente e diventato qualcosa di completamente diverso da prima.

Il suo aspetto e' diverso, il modo in cui funziona e' diverso, rispetto a soli tre anni fa.

E dopo il 2016 altri eventi di aumento di temperatura durante l'estate del 2017, attaccando la parte centrale della barriera corallina.

I due eventi assieme hanno portato alla morte di un corallo su due.

Nel 2015 2 miliardi di coralli vivevano nel mare d'Australia.

Oggi ce ne sono solo un miliardo.

Dove saremo nel 2020? Nel 2030?

Di chi e' la colpa?

Dei cambiamenti climatici, di noi. L'aumento di temperatura a livello globale ha reso gli oceani piu' caldi e meno ospitali, specie per i fragili coralli.

Dal 1998 ci sono stati tre o quattro eventi di sbiancamento per barriera corallina.

I coralli morti avevano 10, 20, 30 anni ma in alcuni casi avevano anche piu' di 100 anni.  Per cui, seppure non ci dovessero essere nuovi eventi di sbiancamentu, e se gli oceani dovessero tornare "normali" ci vorrebbero anni per tornare a quello che c'era prima.






E cosi Terry Hughes e i suoi collaboratori scrivono nel loro articolo su Nature che e' molto probabile che i coralli continueranno a morire finche' i cambiamenti climatici non si stabilizzeranno, in modo che nelle barriere resteranno solo le specie piu' resistenti ai cambi di temperatura nel mare.

In altre parole, sara' tutto diverso.

E chissa' che colori avranno.

Una diagnosi dolorosa. 

E' tutto iniziato alla fine del 2015 con El Nino, una perturbazione climatica che parte dall'oceano Pacifico e che porta correnti di aria dall'America del Sud fino a verso l'equatore. El Nino emerge ogni sette anni circa e quindi tanti sono stati gli eventi El Nino che si sono abbattuti sulla barriera corallina nel corso dei secoli.

Ma nel 2016, oltre al El Nino c'era anche l'elefante nella stanza, i cambiamenti climatici. Le due cose assieme, El Nino e le temperature cosi elevate hanno portato alla catastrofe corallina. 
 
Alla fine di tutto i coralli sono esseri viventi.  Il modo in cui sostengono la vita e' grazie alle alghe colorate che vivono in simbiosi con i coralli. Le alghe crescono sui coralli, e le alghe forniscono nutrienti ai coralli stessi. 
 
Ma il mare caldo cambia questo delicato ritmo. Il calore porta ad espellere le alghe dai coralli, che cosi perdono il loro colore.  E cioe' i coralli non solo diventano bianchi ma perdono i loro nutrienti. 

E muoiono. 

Ma i processi che portano da eventi di caldo a morte di coralli impiegano tempo ad attuarsi,  ed emergono a volte con ritardi.  La meta' dei coralli e' morta molti mesi dopo l'ondata di caldo.

Perche'? Perche' i coralli hanno espulso le proprie alghe, queste non sono tornate, e i coralli sono lentamente morti di fame.

Altri ancora, sono morti all'istante, proprio per il caldo.

E perche' questo effetto cosi drammatico? Perche' i coralli sono enormemente fragili.

Bastano solo due gradi centigradi di temperatura in piu per due settimane per avere episodi di sbiancamento.  Quattro settimane di quattro gradi centigradi in piu' porta invece all'inizio della morte.
Sei settimane a sei gradi in piu' e' la catastrofe.

E la catastrofe c'e' stata nel 2016. 

Secondo Terry Hughes la barriera corallina e' a rischio estinzione come i gorilla. Lui dice di essere preoccupato perche' il pubblico non riesce a capire la gravita' della faccenda. Si pensa che siccome la barriera corallina sia in acque non inquinate, cosi' grande e cosi piena di vita, e allora che sia resistente a tutto.
 
Ovviamente non e' cosi. 
 
Non c'entra l'inquinamento. E' letteralmente l'acqua calda.

E non e' cosi solo per l'Australia, anzi l'Australia e l'ultima a sperimentare la morte massiccia dei suoi coralli.

Un tempo i fondali di Florida erano coperti di coralli, adesso solo il 3% delle Florida Keys ha coralli.

Se continuiamo cosi, i livelli di temperatura del mare presto supereranno quelli del 2016 anche negli anni non parte di El Nino.

Gli eventi di sbiancamento sono ora cinque volte piu' frequenti che nel 1980.

Come finisce questa storia?

Dipende da ciascuno di noi.

Dipende da quanto vogliamo veramente abbandondare le nostre economie fossili, perche' e' qui il problema di tutto.

Noi.

La colpa dei cambiamenti climatici e' del nostro uso smisurato di petrolio e carbone e gas.
 
Tutto il resto, coralli morti, estinzione di animali, allagamenti, scomparsa di isole e di ecosistemi sono le risposte della natura alle nostre scelte, ogni giorno.

Nessuno puo' da solo cambiare le economie mondiali, fare leggi, o fermare il mare. Ma tutti possiamo fare piccoli passi, sensiblizzarci e sensibilizzare, mettere pressione ai politici, educare i piu' giovani al rispetto della natura.
 
Il problema l'abbiamo creato noi. Sta a noi risolverlo.
 
Speriamo solo che la barriera corallina, in qualche modo, sopravviva. 
 






Sunday, September 11, 2016

In venti anni perso il 30% della foresta amazzonica; il 10% delle aree naturalistiche nel mondo intero









Without immediate and serious reforms to international climate policy, there will be no way to reverse the threat of total loss and the devastating effects it will have on climate change and human civilization.

Globally important wilderness areas – despite being strongholds for endangered biodiversity, for buffering and regulating local climates, and for supporting many of the world’s most politically and economically marginalized communities – are completely ignored in environmental policy

Without any policies to protect these areas, they are falling victim to widespread development. 

We probably have one to two decades to turn this around.
 


Dal 1996 ad oggi abbiamo perso circa il 10% delle aree naturali selvagge nel mondo intero.

Primo in classifica l'Amazzonia: ne abbiamo perso il 30%.

Occorre fermarsi a pensare a cosa questo significhi.  Quasi un terzo dell'Amazzonia e' scomparsa in venti anni -- a causa nostra. Un terzo. E' qualcosa di strabiliante.

In Africa centrale invece e' andato perso il 14% delle aree allo stato selvaggio. 

Fanno un totale di 3.3 milioni di chilometri quadrati svaniti sotto cemento, urbanizzati, deforestati, o covertiti all'agricoltura intensiva come per le piantagioni per la produzione di olio di palma.  Altre cause sono le trivelle, miniere, strade, incendi.

E come la definiamo la natura selvaggia?  Sono queste zone mai toccate dall'uomo da un punto di vista biologico o ecologico: zone senza il disturbo dell'uomo a grande scala -- foreste prima di tutto.

In totale in 20 anni abbiamo perso un area il doppio dell'Alaska o la meta' dell'Amazzonia intera se le mettiamo tutte assieme.

A condurre questo studio e' James Watson della University of Queensland in Australia e della Wildlife Conservation Society a New York che nel suo articolo su Current Biology usa la parola "catastrofico". Ovviamente tutto questo e' triste e sbaolrditivo perche' se andiamo avanti cosi, secondo lui, fra 50 anni non rimarra' quasi niente.

Dice che abbiamo al massimo 2 decenni per cercare di invertire la rotta. 

Dice che queste aree incontaminate sono gli ultimi baluardi per la protezione di biodiversita', sono utili ad aiutare ad assorbire CO2 e a rallentare i cambiamenti climatici, e sono la casa di varie comunita' indigene con tutto il loro patrimonio di conoscenza e di tradizioni, sono in realta' completamente ignorate dalla politica a livello mondiale.

Cioe' - in una parola - non gliene importa niente a nessuno.  E quindi vai con lo "sviluppo", cioe' cemento, mattoni, trivelle, miniere e olio di palma.

Un ecosistema e' piu' grande di tutte le sue singoli compomenti. L'Amazzonia non e' soltanto una gigatesca foresta. E' il polmone del mondo, e la sua presenza -- la sua sopravvivenza -- riguarda noi tutti perche' gioca un ruolo importante nei delicati equilibri climatici planetari. Che ci piaccia o no, siamo tutti interconnessi.

Ogni ettaro che scompare e' una sconfitta per tutti: solo l'un per cento della vita vegetale dell'Amazzonia e' stata studiata. L' un percento!  E noi la stiamo distruggendo senza neanche sapere le ricchezze che offre.

Come siamo arrivati fin qui? Perche' si e' sempre pensato che le foreste africane o sudamericane fossero cosi lontane e difficili da raggiungere che non avessero bisogno di protezione.

Cosa c'e' da fare?

Secondo Watson occorre intervenire *adesso* laddove si puo' ancora con corridoi di collegamento fra aree protette, e compensare le nazioni che si impegnano a proteggere i vari ecosistemi, come utili al pianeta intero per generare acqua e per essere polmoni verdi per tutti.

In questo momento solo il 23% della parte terrestre del pianeta e' selvaggio. Di queste aree, l'80% e' in aree contingue sufficentemente estese da essere considerate "globalmente significanti", sebbene quasi tutte abbiano perso superficie. Nel 1990 erano 350, oggi ne sono 323.

E sebbene siano state create riserve e zone protette nuove, questo non e' stato sufficente a fermare la distruzione: 4 milioni di chilometri quadrati protetti,  cinque persi.

Ovviamente questo e' negativo per tanti motivi -- scomparsa di specie animali e vegetali, aumento delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

E poi c'e' un altro tasto dolente di cui nessuno vuol parlare: siamo troppi su questo pianeta. Secondo Peter Raven del National Geographic, ogni giorno che passa si questa terra ci sono 250,000 persone in piu'. Siamo oggi a 7.4 miliardi di esseri umani, ed entro il 2050 si stima che potremmo essere 10 miliardi.

Gia' adesso consumiamo risorse naturali una volta e mezzo cio' che effettivamente abbiamo. Come dire, ci vorrebbe un pianeta e mezzo per soddisfare i nostri consumi, energetici, di cibo, di risorse in generale, adesso. 

Il pianeta non ce la puo' fare -- non cosi tanti, non cosi in fretta. 

Ci si auspica l'intervento dell'ONU per evitare di perdere tutto cio' che di piu' prezioso la natura offre: non possiamo ripristinare la natura una volta che e' scomparsa. Quella ha i suoi ritmi e i suoi tempi, e un ecosistema intero non si puo' ne comprare ne ricreare artificialmente. Possiamo solo fare del nostro meglio per salvare quello che resta.

Forse quello che ci vorrebbe e' una consapevolezza maggiore da parte di tutti,  un consumo responsabile da parte degli occidentali, giustizia sociale, fine di ogni tipo di sfruttamento, e la coscienza di essere parte di un solo pianeta, di una sola famiglia.

Non e' successo ancora in 2000 anni di storia moderna, che si voglia un po piu bene a noi e a cio che ci circonda, ma forse il pianeta che collassa potrebbe essere un inizio.

Come sempre, parte tutto da ciascuno di noi.


Friday, December 4, 2015

La storia d'amore fra la Edison e Vega a Ragusa


La Vega A con la sua bella fiamma sputa H2S al largo di Ragusa


La ex-nave stoccaggio, finalmente rimpiazzata

Tutte le concessioni al largo della Sicilia meridionale 


La Vega A e costruenda B:


La Vega A e B

Notare che l'amore fra Edison e Vega si accompagna all'uso di sostanze tossiche che hanno contaminato il mare e i fondali marini: “metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE”.

Si impotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi”.

In 19 anni Vega A "ha prodotto circa cinquecentomila metri cubi di acque contaminate da rifiuti anche pericolosi, che sono state smaltite poi con modalità assolutamente non conformi alle disposizioni normative”.

Secondo l’Ispra “la natura particolare delle matrici ambientali danneggiate” non potrà essere riportata “alle condizioni originali”.

Il danno e' di almeno 70 milioni di euro.


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Mr. Edison amava profondamente donna Vega e avrebbe fatto di tutto per accontentarla. Qualsiasi azione, qualsiasi pensiero erano rivolte a Lei, la regina delle piattaforme petrolifere.

Quando donna Vega si ammalo', Mr. Edison era preoccupato, nervoso, non gli importava piu' nulla del mondo, degli altri, pensava solamente al suo “dolore”. Alla sua morte, quasi per dare un senso alla sua vita, ebbe l’idea che avrebbe costruito qualcosa di ….“grandioso” in onore di donna Vega.
Aveva saputo che qualche secolo prima l’imperatore Shah Jahan aveva edificato il Taj Mahal, a ricordo della moglie Arijumad Banu, considerato il mausoleo piu' bello del mondo in un posto esotico e lontano, l'India.

Alla notizia Mr. Edison fu come folgorato, letteralmente illuminato come mai dai tempi di suo nonno, da un pensiero. Non avrebbe costruito una sola opera a ricordo di donna Vega, bensi' due.

Fu cosi' che inizio' la lunga storia del progetto di costruzione delle due piattaforme: Vega A e Vega B.

Nei primi anni ottanta, Mr. Edison costrui Miss Vega A. Fu contento della sua creatura e sembro' quasi che si fosse totalmente dimenticato di costruire Miss Vega B.

Non era cosi'. Dopo più di trent’anni Mr. Edison penso' che i tempi fossero maturi per la seconda piattaforma. Era stanco di avere solo Miss Vega A e perche' accontentarsi di una quando ne puoi avere due?

Tuttavia, i tempi erano cambiati, c’erano delle regole a cui attenersi. Mr. Edison avrebbe dovuto costruire Miss Vega B rispettando i tempi originali dati dal testo del Decreto di Concessione. Ma dopo trent'anni i tempi erano scaduti e Miss Vega B non avrebbe potuto vedere la luce. Ci si doveva accontentare di Miss Vega A.

Mr. Edison era disperato, come avrebbe potuto onorare la sua donna visto che gli era impedito di realizzare Miss Vega B ? E’ mai possibile in questo mondo che queste “banali regole” possano schiacciare ed umiliare l’amore che un uomo ha per la sua donna ?

Quando tutto sembrava volgere per il peggio, ecco che per Mr. Edison si intravide la luce.

Era il decreto di compatibilità ambientale 0000068 dell’aprile 2015.  Mamma Chioccia Ministero dell’Ambiente decideva che l'amore non ha vincoli di tempo e che il cuore di Mr. Edison non poteva piu' soffrire cosi.  I giochi erano fatti e finalmente il “sogno di Mr. Edison" si poteva completare. Potra' realizzare Vega B.

La ``Forza del petrol-amore ” vince su tutto.

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In effetti, cara Maria Rita, solo pensando ad un romanzo rosa si può giustificare quanto sta succdendo nella concessione di coltivazione denominata C.C6.EO della Società Edison, ubicata nel Canale di Sicilia, circa 20 km offshore dalla costa Sud-Orientale della Sicilia.

Ma andiamo con ordine, la societa' petrolifera Edison e' titolare della concessione di coltivazione denominata C.C6.EO al 60%. Il socio di minoranza e' l'ENI al 40%.  Siamo al largo di Ragusa, Sicilia.

L’originario ``Programma di Sviluppo", approvato con Decreto Ministeriale MICA del 17 Febbraio 1984 prevedeva la realizzazione di due piattaforme, la Vega A e la Vega B.  A quel tempo chi decideva queste cose era il Ministro dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato, abbreviato in MICA. La ditta che invece avrebbe goduto di questa concessione si chiamava SELM. C'era tempo fino al 28 Dicembre 2012..

Di queste due piattaforme, contravvenendo agli obblighi imposti dal decreto di concessione, ne fu realizzata soltanto una: la Vega A.

Con successivo Decreto Ministeriale MICA 1040 del 15 Febbraio 1988 (Decreto 1040) si autorizzava l’esercizio definitivo del complesso Vega che veniva definito come composto da: piattaforma fissa di produzione “Vega A”, sea-lines, boa di ormeggio e serbatoio galleggiante “Vega Oil” (ora sostituita dalla nave stoccaggio FSO Leonis).

E la Vega B? Non si sa. Come per magia, a distanza di quattro anni fra i due decreti ministeriali, la Vega B scompare e in quello del 1988 non viene citato in alcun modo la piattaforma Vega B. Siccome e' scomparsa sulle carte, automaticamente sparisce anche l’obbligo di realizzarla. Anzi, nello stesso Decreto 1040 del 15 Febbraio 1988, viene richiamata una dichiarazione datata 18 Agosto 1987 con la quale, la SELM, nella persona di Giuseppe Testaverde, direttore per la realizzazione del Progetto Vega affermava che:

"Le opere relative alla piattaforma fissa VEGA, sealines e serbatoio galleggiante VEGA OIL sono conformi al progetto depositato presso la sezione U.N.N.I. e il Ministero della Marina Mercantil"

E' alquanto singolare che Giuseppe Testaverde si era “dimenticato” di far notare che non era mai stata realizzata la seconda piattaforma Vega B e che era tutto conforme. 

Intanto sorge la domanda: e’ possibile dichiarare che le opere sono “conformi” ad un progetto depositato senza accorgersi che di due piattaforme petrolifere ne manca una? Dopotutto mica si tratta di un bullone? E' una piattaforma intera!

Ad ogni modo, tutto questo accadeva trenta anni fa. E con o senza la seconda piattaforma Vega B, tutto il complesso veniva dichiarato ``conforme" al progetto originario.

Passano trent'anni. Il petrolio viene estratto, la Vega Oil ha i suoi piccoli e grandi guai ambientali, e ... solo adesso ci si ricorda che manca la Vega B e si decide di realizzarla. E per quale motivo ci si ricorda che si deve realizzare una seconda piattaforma solo adesso?

Dal Decreto 1040 del 1988 in poi, il programma dei lavori ha attraversato, una sorta di fase di letargo: le varie società che si sono succedute come titolari della concessione Vega non hanno minimamente pensato alla realizzazione della seconda piattaforma che avrebbe consentito di attuare pienamente il programma originario del 1984.

Il colpo di scena arriva il 26 Luglio 2012, quando la Edison, l'ultima titolare in ordine del tempo della concessione Vega,  sveglia tutti dal letargo e presenta domanda di pronuncia di compatibilita' ambientale presso il Ministero dell'Ambiente per lo ...  “Sviluppo del Campo Vega B – Concessione di Coltivazione C.C6.EO”.

Cioe' era arrivata la Bella Addorementata nel Mare --  della serie: meglio tardi che mai!  Ma perche' tutto questo ritardo?

Il motivo e' presto detto. Il sito scelto dalla Edison per trivellare Vega B dista un po piu di undici miglia da un sito protetto di interesse comunitario, il SIC ITA 080010 detto ``Fondali Foce del Fiume Irminio". Siamo quindi all'interno della fascia di protezione delle dodici miglia imposta dal decreto legislativo 128 del 2010, il cosiddetto decreto Prestigiacomo che fra l'altro aveva anche aiutato la prima bocciatura di Ombrina Mare.

All'inizio, la Edison scriveva nei suoi documenti depositati presso il Ministero dell'Ambiente, che la localita' scelta per Vega B si trovava al di fuori della fascia di rispetto.

Successivamente, si sono accorti che in realta' il sito scelto risultava essere all’interno delle dodici miglia. In questo caso, a causa del decreto Prestigiacomo, Vega B non avrebbe potuto essere realizzata se la si considerava un nuovo progetto.

E' qui che la Edison tira fuori la storia del completamento del programma lavori approvato trentuno anni prima! E infatti, se la Edison considera la costruenda piattaforma Vega B facente parte di un programma di sviluppo approvato trentuno anni fa dal Decreto di conferimento della Concessione del 1984, diventa tutto piu' facile costruirla. Cercano di farla passare come non nuova, ma parte di un decreto vecchio.

Ma i tempi stringevano, e secondo il primo decreto, quello del 1984, il programma andava completato entro il 28 Dicembre del 2012. E quindi, sullo scadere dei 28 anni, la Edison presenta “istanza di proroga decennale” il giorno 5 gennaio 2012.

Devono sbrigarsi dunque!

La proroga decennale infatti non viene ottenuta in modo automatico. Le societa' concessionarie devono dimostrare di aver adempiuto a tutti gli obblighi iniziali. E' il cane che si mangia la coda allora:

Non completano il primo piano di sviluppo perche' non trivellano Vega B, chiedono la proroga decennale per trivellare Vega B, ma la proroga possono averla solo se Vega B e' stata trivellata.

Solo in Italia!

Ora, a parte tutte le questioni ambientali: presenza di faglie sismogenetiche in zona, biodiversita' del mare,  mancanza di un adeguato piano si antinquinamento marino c'e' questa bellissima nota del 12 Dicembre 2014 dove il Ministero dello Sviluppo Economico ha: 
“confermato che la società istante ha ottemperato, nei termini di buona gestione del giacimento, agli obblighi del decreto di conferimento della concessione di cui è stata chiesta proroga e che il programma lavori proposto per il prossimo decennio risulta finalizzato all’ottimizzazione e al completamento del drenaggio delle risorse”

E poi:

“Vega B completa il programma di sviluppo e coltivazione del giacimento concesso, ottimizzando il drenaggio delle risorse di olio del giacimento su cui attualmente insiste la piattaforma Vega A secondo un programma condiviso nei tempi e nei modi”.

Ma possibile che in tutto questi si siano dimenticati una piattaforma intera? Come possono dire di avere adempiuto a tutti gli obblighi se una parte integrante del progetto non e' stata eseguita? Delle due una: o sono ciechi o non sanno leggere!

La domanda a questo punto sorge spontanea:

Se la societa' ha eseguito nei tempi e nei modi il programma di sviluppo approvato nell’originario Decreto MICA del 1984, per quale motivo il Ministero dello Sviluppo Economico non ha ancora rilasciato il Decreto di proroga decennale che attualmente risulta essere scaduta dal 28 dicembre 2012, quasi due anni e mezzo ?

In uno Stato normale certe storie neanche iniziano e sapremmo bene come andrebbero a finire. Purtroppo, lo Stivale Italico può essere accusato di tutto tranne che di normalità.

Mike il Cavaliere