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Friday, October 25, 2019

Zimbabwe: 55 elefanti morti di fame per colpa della siccita'




Almeno 55 elefanti sono morti nello Hwange National Park dello Zimbabwe negli scorsi due mesi a causa della siccita'. 

Gli elefanti sono tecnicamente morti di fame e di sete, ma la causa alla base e' la siccita' che ha danneggiato le coltivazioni e crescita di cibo nei loro habitat.

E non ci sono solo gli elefanti, secondo il World Food Programme report due milioni di persone nel paese vanno incontro a problemai di malnutrizione a causa dei danni all'agricoltura portati dal troppo caldo.

Cosa era sucesso agli elefanti? Erano in cerca d'acqua e di cibo, ed avevano viaggiato a lungo per trovare ristoro. La cosa triste e' che erano a trenta metri da laghetti che avrebbero potuto aiutarli.

Nello Zimbabwe ci sono varie decine di migliaia di elefanti, alcuni vivono nei parchi, altri no. A causa della siccita' intensa di questi ultimi mesi pero' molti di loro si sono spostati nel parco dello Hwange: da 15,000 che ne ospita abitualmente, ce ne sono ora 50,000. In totale ci sono circa 85,000 elefanti nel paese.

Ovviamente anche il parco ne risente e non ha le risorse per sfamare tutti, specie appunto in queste condizioni di stress, tanto piu' che i fondi statali per i parchi e per la ricerca di acqua sono pochissimi.
E ovviamente senza parlare delle condizioni economiche dello Zimbabwe: lo sfacelo.



E cosi qualche giorno fa sono stati trovati i corpi di 55 elefanti morti alla ricerca di acqua. Un altro problema e' il numero semore crescente di elefanti che non si riesce a gestire. Si parla di vendere gli elefanti in eccesso a zoo stranieri, per esempio in Cina e in Pakistan, ma questa non e' una soluzione, ovviamente.

Intanto, occorre dire che ci sono stati dei progressi nel corso dei decenni. Nel 1996, l'elefante della savana, l'African bush elephant era considerata a rischio estinzione.  Dal 2004 e' invece diventata specie vulnerabile, cioe' il rischio e' minore. Si stima che il tasso di crescita e del 4% l'anno. La popolazione mondiale e' di 415mila unita. Il numero maggiore di questi elefanti si trova in Botswana con 130mila esemplari.

Secondo in classifica appunto lo Zimbabwe, paese in condizioni economiche disastrose dopo la fine dell'era Mugabe, con corruzione e illegalita' che divampano, e dove tutto si puo' fare per racimolare denaro. 

Il presidente Emmerson Mnangagwa dice che gli elefanti devono essere venduti perche' sono troppi.
La vendita di animali selvaggi, elefanti e non, era gia' iniziata qualche anno fa. Lo Zimbabwe aveva gia' venduto 98 elefanti a Dubai e alla Cina fra il 2012 e il 2018 per la cifra record di ....2.7 milioni di dollari!

30mila dollari per esemplare.

Si parlava di trasferirne altri 35 in Cina e Pakistan, ma la resistenza si e' improvvisamente rafforzata: il gruppo Advocates4Earth si e' opposto e i tribunali si sono opposti con loro.


Perche' questo e' sbagliato, e perche' gli attivisti si oppongono? Perche' tali elefanti non dovrebbero essere portati fuori dai loro habitat naturali, nella fattispecie fuori dall'Africa. Questo e' stipulato dalla Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora, anche noto come
CITES. 
Il rischio e' che non sopravviveranno in habitat diversissimi da quelli a cui sono abitutati o negli zoo. O peggio che vengano uccisi per l'avorio. E infatti la domanda subdola e': che ci devono fare i cinesi con tutti questi elefanti? Li metteranno davvero negli zoo, nei circhi? O ci sono obiettivi piu' loschi?  
Dopotutto la Cina e' il piu' grande mercato mondiale di avorio, legale ed illegale.



Intanto, il Botswana, la Namibia e lo Zambia, stanno cercando di eliminare il divieto sul traffico internazionale di avorio. Di recente, l'amminstrazione Trump ha pure tolto il divieto di importare "trofei animali" dallo Zimbabwe e da altri paesi.

I cacciatori e i proponenti di tali esportazioni, di elefanti e trofei, dicono che sacrificare parte della popolazione selvaggia con la caccia puo' portare alla conservazione di tutti gli altri esemplari, e che potra' aumentare il turismo locale.
Sara'.  

Intanto, fra cambiamenti climatici, abbattimento alla ricerca di avorio, e distruzione di habitat, la popolazione di elefanti che vivono nelle savane d'Africa sono calate del 30% fra il 2007 e il 2014. 



Wednesday, May 22, 2019

Le tigri del Bengala in via di estinzione a causa dei cambiamenti climatici























Le tigri del Bengala vanno lentamente scomparendo. Paiono cosi ferocemente sicure di se, e invece zitti zitti, i cambiamenti climatici le stanne decimando.

E' quanto appare da uno studio guidato da Sharif A. Mukul e appena pubblicato su Science of The Total Environment.  Qui si mostra che la combinazione di cambiamenti climatici e di perdita "drammatica" di habitat ha portato i numeri delle tigri del Bengala a livelli cosi bassi da destare forti preoccupazioni per la preservazione della specie.

E le tigri del Bengala non solo sole:  altre 500,000 specie animali terrestri sono a rischio estinzione a causa di perdita di habitat, secondo le Nazioni Unite. Gia' la meta' dei mammiferi sulla terra ha avuto ripercussioni negative a causa dei cambiamenti climatici.

La Tigre del Bengala vive prevalentemente in una zona dell'Asia fra India e Bangladesh chiamata
Sundarbans, che significa "bellissima foresta" in bengali.  E' questa una zona paludosa che ospita la piu' grande mangrovia del mondo, e con se una grande biodiversita'. Le tigri della zona in questo momento formano il piu' grande nucleo di tigri allo stato selvaggio di qualsiasi specie di tigri del mondo. La zona e' stata dichiarata patrimonio UNESCO.

Ho cercato delle foto e le ho messe su, per mostrarne la incontenstabile bellezza.

Purtroppo pero' solo il 70% dei terreni e sopra il livello del mare il che significa che anche pochi cambiamenti agli equilibri climatici e ai livelli del mare potrebbero portare a conseguenze drammatiche per il Sundarbans e per tutte le specie che qui vivono. Gli scienziati danno pure una cifra e una stima: entro il 2070 non ci sara' piu' habitat per le tigri nella parte bangladeshi del Sundarbans.

Gia nel 2010, uno studio del WWF parlava di un possible aumento dei livelli del mare di 40 centimetri nei successivi decenni che avrebbe portato alla morte del 96% delle tigri. Ma non ci sono solo i cambiamenti climatici.  A partire dal 1900 la caccia e la perdita di habitat dovuta all'avanzamento dell'uoo hanno gia' portato ad un calo drastico di tigri nel mondo. Da 100mila esemplari stimati un secolo fa, siamo ora a soltanto 4,000 unita'. 

In futuro gli studiosi parlano anche di eventi estremi:  uragani, alluvioni, tempeste fuori stagione dovuti ai cambiamenti climatici che porteranno a mancanza di cibo per le tigri. Potrebbero anche esserci maggiori uccisioni di tigri da parte dell'uomo, visto che queste tenderanno a cercare altri posti per vivere, probabilmente piu' urbanizzati, e questo potrebbe portare a maggiori scontri fra tigri e persone.  In Bangladesh vivono gia' 160 milioni di persone, e temo che non andranno tanto per il sottile nel difendere le loro case dalle tigri.

Non sono da trascurare anche invasioni di insetti prima non tipici della zone e che potrebbero portare alla diffusione di malattie.

E' noto che la situazione in Bangladesh e' drammatica: i livelli del mare si innalzano qui molto piu' che in altre zone del mondo, a causa della sua conformazione geografica; in una baia nel delta del fiume Gange. 

Alcuni enti locali stanno pero' cercando di fare quel che possono per salvare le tigri. Zahir Uddin Ahmed, del dipartimento delle foreste del paese dice che si stanno sperimentando piantagioni che possono resistere la maggiore salinita' dell'acqua, e che sono stati costruite barriere di contenimento in mare. In alcune zone c'e' stata la "ridistribuzione dei sedimenti" che penso sia il ripascimento delle spiagge, il che, dice Ahmed, ha portato al rallentamento dell'erosione.

Ma tutti percepsciono che questi sono cerotti, discutibili in alcuni casi, e non cure.

Ma allora, qual'e' la cura?

Temo che non ci sia: non esistono habitat vergini, indisturbati dall'uomo dove mettere centinaia di tigri su questo pianeta.

Siamo troppi, io penso, e mentre i numeri degli umani continuano ad esplodere in molti paesi, quello degli animali e delle foreste, che rende il nostro pianeta diverso e speciale, continua a crollare, spazzando via tutta la bellezza del creato.

Monday, April 15, 2019

Il puma dell'est e' andato estinto: l'uomo gli ha distrutto l'habitat






L'ente per la protezione della vita selvatica degli USA, lo US Fish and Wildlife Service (USFWS) ha appena dichiarato che l'Eastern Puma e' ufficialmente estinto.

Causa dell'estinzione?

L'uomo.

L'ultima volta che un Eastern Puma e' stato avvistato in natura e' stato nel 1938, 80 anni fa. Nel 2011 lo USFWS ne fece un censimento ufficiale, secondo i dettami dello Endagered Species Act. Nel 2015 venne fuori che non esistevano esemplari noti, nei 21 stati analizzati. Hanno aspettato 3 anni, ed ora la dichiazione ufficiale. L'Eastern Puma e' ufficiamente estinto.

I motivi sono tanti, ma sono elencati come l'eccessiva caccia e la distruzione dell'habitat per mano dell'uomo. La natura e' un qualcosa di vivente e di completo, distruggi una specie, anche piccola e insignificante e possono esserci effetti a catena, anche dove meno te l'aspetti.

Questi Eastern Puma erano abbondanti negli USA fino a tutto l'800. Vivevano lungo il fiume Mississippi, in Quebec, in South Carolina, Illinois, Manitoba. Anzi, un tempo erano una delle specie animali piu' numerose in Nord e Sud America, dallo Yukon alla Patagonia. E poi la mattanza specie: uccisi in massa fra il 1700 e il 1800. L'ultimo avvistamento in Maine nel 1938 era anche l'ultimo ucciso dall'uomo.

La loro estinzione ha portato alla proliferazione di cervi, che non sono piu preda ne di puma ne di lupi o linci, tutti carnivori. Questi cervi mangiano ghainde e distruggono fusti di nuovi alberi, ed e' a loro che si attribuisce il declino della rigenerazione di foreste, e del declino del numero di uccelli che non trovano abbastanza spazi per la nidificazione.

I carnivori, come i puma sono importanti per garantire un sano equilibrio naturale. Si parla della reintroduzione di altre specie di puma in zone appropriate, per esempio i puma dell'ovest che potrebbero essere rilasciati nel New England, a nord dello stato di New York, nella regione dei grandi laghi nel midwest.

I puma dell'ovest sopravvivono, anche se in numeri modesti in North Dakota, South Dakota e Nebraska. Come loro la pantera della Florida che vive in Georgia, Arkansas e Texas. Spesso finiscono uccise dal traffico e dai cacciatori.

Insomma, sposti una virgola in natura, e ha cambiato tutti gli equilibri.



Saturday, March 30, 2019

Estinti (o quasi) i caribou, le renne americane: l'uomo gli ha distrutto l'habitat





La primavera e' ufficialmente arrivata e il per il prossimo inverno dovremmo aspettare un altro anno. 

L'ultimo branco noto di caribou che viveva fra il Canada, l'Idaho e lo stato di Washington e' rimasto al conto di ... uno. A Gennaio 2019 i rangers del British Columbia hanno catturato l'ultimo esemplare, una femmina, e l'hanno posta in cattivita', sperando di poter in qualche modo salvare la specie. 

Il branco di cui faceva parte si chiama South Selkirk, il nome della montagna dove viveva.

L'esistenza di un solo esemplare, secondo gli esperti significa che la specie e' gia' funzionalmente estinta. I caribou in questione sono parte di un gruppo di quindici sottogruppi diversi noti come caribou delle montagne meridionali. 

Non sono renne come quelle che vivono nella tundra vicino ai poli, ma piu' a sud, in climi piu' temperati. Tutte e 15 sono in via di estinzione a causa dell'attivita' umana che gli ho tolto habitat e che gli ha cambiato il clima. 

Questi animali vivono nelle foreste miti del nord-ovest degli USA d'estate, e d'inverno migrano verso zone piu' fredde, mangiano muschio e licheni e sono preda di lupi e leoni di montagna. Un tempo questi caribou popolavano anche gli stati ad est degli USA, il New England e il Minnesota. Addirittura venne creata una catena di caffe chiamata proprio Caribou.

Sono animali delicati, potremmo definirli poco maliziosi: non sanno scappare agilmente dai loro predatori, non sanno combattere bene, sono un po goffi, e spesso perdono nella lotta alla sopravvivenza animale. Hanno dunque bisogno di habitat che li proteggano. 

Nel 1983 si era arrivati a 30 membri del branco di South Selkirk, e la specie fu inserita in quelle a rischio di estinzione, che fece si che poterono essere applicate delle misure per la loro salvaguardia.
E infatti nel 2009 la specie era un po cresciuta, arrivando a 50 esemplari. 

Ma dopo quella data, in dieci anni, il tonfo. 

Nel 2018 c'erano tre esemplari.

Nel 2019, appunto uno.

Quale la causa di questo crollo? 

Semplice: strade, abbattimento di alberi, petrolio, pozzi, oleodotti e comunicazioni elettriche.

In tutti questi casi sono stati abbattuti alberi secolari ed e' scomparso il muschio che li rivestiva e che dava da mangiare ai caibou. Sono poi ricresciute foglie e arbusti piu' piccoli che pero' hanno attratto cervi ed altri animali, che a loro volta hanno attratto i predatori naturali dei caibou, lupi e leoni di montagna.


I lupi non andavano in queste foreste prima, ora si, a mangiare i cervi, attratti dalle foglie fresche, e visto che ci stanno mangiano pure i caribou che non sanno difendersi.

Oltre alla femmina di caribou appena catturata, in cattivita' ci sono altri tre esemplari: un cucciolo catturato dopo che la sua mamma e' morta allo stato brado, e altri due adulti, ma di un altra filiera di caribou. Non e' ben chiaro come si procedera', ma il governo del Canada, dopo appunto aver autorizzato ogni forma di trivella, decide di voler iniziare un programma di ripopolazione dei caribou. 

Una delle tribu' di nativi, detta Kalispel Tribe, che si nutre tradizionalemnte di carne di caribou e impegnata nel ripopolamento della specie, e intanto dal lato USA due organizzazioni ambientali, guidati dal Center for Biological Diversity ha portato in causa lo U.S. Fish and Wildlife Service for per non aver protetto l'habitat dei caribou in Idaho e Washington. 

Gia' nel 2011 questo U.S. Fish and Wildlife Service, una specie di ministero per gli animali selvatici aveva proposto di proteggere 150,000 di terra per i caribou.

Dopo le proteste di quelli che praticano snowmobile, e altri portatori di interessi speciali, l'area e' stata ridotta a solo 10,000 ettari, ben poca roba per la sopravvivenza dei caribou.

Vedremo come va a finire. Per ora questa e' un'altra storia di ecologia in cui l'uomo non si rende conto del tenue legame che tiene in piedi tutti i pezzi del creato e che non si rende conto che il suo egoismo, di snowmobile, trivelle, e strade inutili ha un prezzo e che a pagare sono sempre i piu deboli.

Thursday, February 21, 2019

USA: risoluzioni, cause in tribunale, ingiunzioni bipartian per vietare l'airgun in Atlantico





Il rappresentante repubblicano della Camera  John Rutherford che ha presentato una risoluzione 

Non passa giorno qui negli USA che un gruppo dopo l'altro, una citta' dopo l'altra, uno stato dopo l'altro non parlino di opporsi ai petrol-sogni arancioni del presidente arancione di questa nazione.

Siamo ormai ad 84 citta' lungo la costa pacifica che hanno mandato risoluzioni contro trivelle ed esplorazioni in oceano. Dall'altro lato dell'Atlantico, siamo a 330 citta', 2,100 politici. In totale abbiamo gli stati di Washington, Oregon, California, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, Delaware, Maryland, Virginia, North Carolina, New Hampshire, New York, New Jersey, South Carolina, Georgia e Florida, 46,000 attivita' commerciali, 500,000 famiglie che vivono di pesca che hanno espresso la propria contrarieta' all'airgun.

C'e' dunque dentro un po di tutto, giovani, vecchi, amanti del mare e surfisti, ma anche amanti dei soldi che porta il turismo. Sopratutto c'e' dentro gente di destra e gente di sinistra. Democratici e repubblicani.

Ed ecco qui dove tutto culmina: una proposta di legge bipartisan per vietare l'airgun in tutte le sue forme per almeno 10 anni. 

Arriva da dove meno te l'aspetti, ma forse un po si. E cioe' dal repubblicano John Rutherford, della Florida, che assieme al suo collega del New Jersey, Jeff Van Drew ha introdotto il cosidetto Atlantic Coastal Economies Protection Act,in risposta alla proposta di Trump di aprire le coste dell'Atlantico alle trivelle. 

I due sono rappresentanti della Camera, e la loro proposta e' pensata per fermare le cinque "Incidental Harassment Authorizations (IHAs)" rilasciate nel 2018 a cinque compagnie di petrolio che hanno cosi' il diritto di poter provare fastidio alla vita animale con l'airgun.

In poche parole: l'airgun causa danni (lo sanno tutti!) alla vita marina, con rumori assordanti che portano al disorientamento e a lesioni a delfini, balene, pesci e questo e' in teoria vietato, specie per le specie a rischio. Questa autorizzazione all'harrassment (disturbo) significa che le ditte in questione ne hanno il diritto, e cioe' sono esenti da qualsiasi tipo di punzione se qualcosa dovesse andar storto durante l'airgun.

Le Incidental Harassment Authorizations sono state rilasciate dal NOAA Fisheries ( e cioe' il reparto pesca del National Oceanic and Atmoshperic Administration), un ente che in realta' dovrebbe essere a favore della natura e del mare ma che e' stato totalmente snaturato sotto il presidente arancione.

A suo tempo Rutherford il senatore repubblicano, scrisse una lettera al segretario dell'interno Ryan Zinke cheidendogli di fermare l'airgun in Adriatico. La lettera venne firmata da 93 membri del congresso ma nessuno fece niente.

Ed ecco allora la mossa successiva:  questa proposta di legge, che vuole fermare l'airgun dal Maine alla Florida per almeno dieci anni. A sostenerala amientalisti, ma anche proprietari di business, associazioni di pesca e di turismo, albergatori.

Vediamo come procedera'.


Un altro consorzio di gruppi ambientali del South Carolina invece ha cheisto una ingiunzione per bloccare l'airgun in Atlantico, almeno finche' non ci sia un processo.  Siamo a Charleston, anche qui in zona repubblicana-conservatrice.  L'accusa e' che dando l'autorizzazione all'airgun, Trump ha violato il  Marine Mammal Protection Act, l'Endangered Species Act, and il National Environmental Policy Act. Tutte leggi per proteggere mammiferi marini, e specie a rischio di estinzione.  

Separatamente, 16 citta' del South Carolina hanno invece presentato una causa contro l'airgun in Atlantico.  Un altra causa ancora chiede la stessa cosa, ed e' portata da ben dieci attorney generals di altrettanti stati, e' cioe' la persona giuridica piu' alta di ciascuno stato. 

Le argomentazioni sono sempre le stesse, ma vale la pena qui ricordarle:  

Tutte le specie acquatiche, dal zooplankton ai delfini, dai tonni alle balene mal sopportano l'intensita' degli spari di airgun che veranno lanciati ogni 10-15 secondi per settimane o per mesi, senza sosta da molteplici sorgenti. I rumori da airgun sono fra i piu' forti nel mare. 

Vale la pena di ricordare che in Atlantico ci sono circa 411 balene rimaste della specie North Atlantic right whales; cioe' fare airgun significa mettere ancora piu' a rischio estinzione questa specie, il tutto in nome della sete di petrolio.


Tutti i governatori e il 90% dei comuni della costa atlantica ha dichiarato la propria contrarieta' all'airgun nei loro mari.

La causa ha il numero 18-3326 presso lo United States District Court, distretto del South Carolina. Il giudice che dovra' decidere si chiama Richard Gergel.

Contro l'airgun:  The South Carolina Coastal Conservation League, The Center for Biological Diversity, The Defenders of Wildlife, The Natural Resources Defense Council, The North Carolina Coastal Federation, Oceana, One Hundred Miles, The Sierra Club, the Surfrider Foundation, The Southern Environmental Law Center, the South Carolina Coastal Conservation League, Earthjustice.

E come detto, 10 attorney generals in rappresentanza degli stati di Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina, Massachusetts, Delaware, Connecticut, New Jersey, Georgia e New York, tutti i rispettivi governatori e il 90% dei comuni interessati.

Solo i petrolieri e il presidente arancione vogliono l'airgun.


Sunday, December 9, 2018

Anche le giraffe in via di estinzione







Kordofan giraffe --- Critically Endangered

Nubian giraffe --- Critically Endangered

Reticulated giraffe --- Endangered

Thornicroft’s giraffe --- Vulnerable

West African giraffe --- Vulnerable

Rothschild’s giraffe --- Near Threatened

Angolan giraffe --- Least Concern

Masai giraffe --- Not assessed

South African giraffe -- Not assessed

Non ci lasciamo niente, neanche le giraffe.

E' triste, vero?

Il numero di questi animali e' in rapido declino in tutto il mondo e di recente due specie diverse sono state inserite nella lista di animali a rischio "critico di estinzione". Un altra specie e' "solo" a rischio di estinzione. Varie altre sono solo "vulnerabili" o "a rischio".

 Le giraffe sono fra i piu' grandi mammiferi del pianeta a rischio di estinzione.

Le specie a rischio critico si chiamano giraffe di Kordofa e di Nubia e vivono entrambe in zone dell'Africa centrale; la giraffa reticulata invece vive nel corno d'Africa ed e' lei quella che e' a rischio di estinzione, ma non cosi critico come le altre due.

A compliare queste liste e' la International Union for Conservation of Nature (IUCN). La sua Red List of Threatened Species e quella che elenca le specie a rischio. Le tre specie di giraffe sono state inserite in questa lista nel 2016;  nel 2018 la loro situazione e' peggiorata tanto che le loro posizioni in questa triste classifica sono ora piu' gravi.

Dopo solo due anni.

Nel mondo ci sono nove specie di giraffe, divise per regioni e per tipologia di colori e di forme del loro manto.

Di queste sette sono state studiate in dettaglio dall'IUCN. Tre sono a rischio di estinzione, critico o meno critico, quelle elencate sopra; altre due sono vulnerabili, la giraffa di Thornicroft e quella del West Africa. E infine c'e' la giraffa di Rothschild che e' quasi a rischio.

L'unica delle specie studiate che non desta problemi (ancora!) e' la giraffa d'Angola che vive in Botswana, Namibia e Zimbabwe.

Fra le specie non studiate dall'IUCN, la giraffa del Sud Africa che pare sia ancora presente in numeri accettabili e la giraffa Masai che invece e' in forte declino e che pare sara' inserita nella lista rossa del'IUCN al prossimo giro quando avranno piu' dati.  

E' uno scenario non incoraggiante.

Il direttore della Special Survival Commission dell'IUCN, Julian Fennessy, nonche' direttore del Giraffe Conservation Foundation dice che le giraffe vanno incontro ad una estinzione silenziosa, e che anzi sono anni che nei circoli dei protettori degli animali di parla di questo fenomeno senza che nessuno abbia fatto granche'.

Perche' le giraffe sono a rischio? Perche' ci sono minacce da ogni parte: caccia illegale, perdita di habitat a causa di agricoltura e di attivita' estrattiva.

C'e' pero' una piccola finestra di speranza: le giraffe del West Africa e la giraffa Rothschild un tempo erano considerate specie a rischio ma che adesso lo sono un po meno, grazie all'intervento della Giraffe Conservation Foundation che ha lavorato con gruppi locali e con i governi africani per migliorare il fato di questi animali.

Nel 2008 la giraffa del West Africa era a rischio di estinzione, e nel 2010 lo era pure la giraffa di Rothschild. Oggi entrambe non lo sono piu'; i loro numeri sono migliorati, e anche se c'e' ancora molto da fare, almeno il pericolo non e' cosi piu' impellente come dieci anni fa.

Ovviamente il fatto che due specie di giraffe siano riuscite ad evitare l'estinzione e che questo sia successo in dieci anni grazie alla collaborazione di tutti, da coraggio e speranza per tutte le altre speciea e certo fa capire che che se ci si lavora prima che e' troppo tardi si possono salvare giraffe e biodiversita'.

Ecco, almeno che siamo coscienti di quello a cui il pianeta va incontro. Io intanto, continuo ad essere sempre piu' convinta che siamo in troppi su questa terra. 

Friday, December 7, 2018

Florida: il biologo marino che invece della pensione piantera' un milione di coralli nella barriera corallina














I’ve postponed my retirement until I see a million corals replanted back on the reef

Dave Vaughn, 

E' sempre bello raccontare storie belle.


Si chiama Dave Vaughn, e' un biologo marino della Florida ed era prossimo alla pensione. Ma le cose sono andate diversamente: un giorno nel suo laboratorio e' riuscito a trovare un metodo per crescere coralli in modo velocizzato.

Invece che 75 anni, i coralli crescono in tre.
E addio alla pensione.
 
La scoperta e' avvenuta quasi per caso, nel Coral Restoration Center presso il Mote Tropical Research Center dove il professor Vaughn lavora.  Lui ha una barbona, lo sguardo intelligente e avrebbe potuto essere un hippy negli anni settanta; anzi tutto il suo team e' fatto di avidi surfisti, lui incluso. Il loro laboratorio della Florida ha lo scopo di studiare e cercare di proteggere l'unica barriera corallina presente negli USA, lungo le isole meridionali delle Florida Keys, di cui forse Key West e' la piu' famosa.

La barriera corallina della Florida e' sotto attacco, come tutte, a causa dell'acidificazione degli oceani, dei cambiamenti climatici, della troppa popolazione e della troppa pesca. Negli scorsi decenni abbiamo perso fra il 25 e il 40% di tutte le barriere coralline del mondo.

Un giorno per sbaglio il professor Vaughn ha sparso dei coralli spezzettati in acqua. Pensava che sarebbero morti subito, essendo tutti cosi piccoli, e invece con il passare dei giorni, non solo i coralli non morivano ma crescevano piu' in fretta del normale. E cosi assieme ai suoi colleghi Christopher Page e Rudiger Bieler hanno messo su un vero esperimento per seguire la crescita di coralli con questa tecnica del "micro-fragmenting", ponendo le condizioni giuste in acqua per aiutare questa crescita.

I risultati sono stati strepitosi: di solito i coralli impiegano dai 25 ai 75 anni per raggiungere la maturita' e i coralli normali che si vedono in mare hanno una eta' che varia dai 500 ai 1000 anni.
E invece con questo "micro-fragmenting" si e' arrivato ad un corallo adulto in tre anni, quaranta volte piu veloce del normale, di modo che non dobbiamo aspettare mezzo secolo per cercare di aiutare la barriera morente.

Il principio e' veramente semplice: se le condizioni del mare sono giuste, se uno taglia i coralli in sottili filari, i coralli stessi cercano di "sanare" le proprie ferite, proprio come quando la pelle cresce piu' in fretta vicino alla ferita dopo che uno si taglia. Essenzialmente, il taglio stimola la crescita.
E' lo stesso principio applicato ai coralli.

Dopo la crescita in laboratorio i coralli sono impiantati su coralli morti in mare e montitorati.

Ma... se i coralli vecchi sono morti, quelli nuovi seppure cresciuti in modo veloce come faranno a sopravvivere? 

Ed e' qui che entra la mano dell'uomo. Tante sono le specie di coralli presenti: in laboratorio si cercano le specie che possono tollerare condizioni diverse di acidita' del mare che cambia e che si pensa possano sopravvivere ad un oceano che cambia.

E' la soluzione perfetta? No, perche' inevetabilmente le specie piu' deboli non saranno presenti nelle barriere nuove, ma l'idea e' che almeno c'e' un qualche tipo di vita sulle barriere devastate.
E chissa che a un certo punto i politici non troveranno soluzioni di modo che gli oceani tornino alla normalita'.

Dave Vaughn ha deciso di rimandare la pensione: dedichera' il suo tempo a seguire la crescita e a piantare in mare almeno un milione di questi nuovi coralli. 

Sono state piantate 150 colonie nuove nei mari attorno alle Florida Keys, di cui 134 sono ancora in vita dopo un anno.  Su diciotto coralli gia' morti sono stati piantati otto frammenti di corallo vivo,  geneticamente identico a quello morto, e tutto procede bene, nel senso che i frammenti sono cresciuti.

Parliamo troppo poco dell'oceano, ma i due terzi dell'ossigeno che respiriamo arriva dal mare, e il suo depauperamento, di pesci, di coralli, di vita e' qualcosa che riguarda tutti.

Da qualche parte dobbiamo pur incominciare.