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Saturday, October 12, 2019

Le isole Marshall morenti dichiarano crisi nazionale per i cambiamenti climatici





Nel 1946 diverse centinaia di residenti dell'atollo detto Bikini, nell'Oceano Pacifico, vennero trasferiti presso l'isola di Kili, anche queste nell'Oceano Pacifico.

Entrambe Bikini e Kili fanno parte delle isole Marshall; e l'atollo Bikini e' pure patrimonio mondiale dell'umanita' secondo l'UNESCO.

Perche' questo trasferimento? Perche' subito dopo la seconda guerra mondiale, e come preludio a quella fredda con la Russia, gli americani volevano fare dei testi con delle bombe appena costruite. In cambio gli USA avrebbero fornito fondi per la costruzione di case nuove su Kili.

E cosi fu. Su Bikini vennero eseguiti circa 23 test nucleari, inclusi quelli con la bomba all'idrogeno detta Bravo, a quel tempo la piu' potente mai esplosa. In totale in tutto l'insieme delle isole Marshall ci furono 67 test nucleari fra il 1946 e il 1958.

Circa un migliaio di persone, diretti interessati e i loro discendenti, arrivarono e sono ancora sulle  sull'isola Kili, in quanto non sono mai piu' potuti tornare a casa.

Presto pero' costoro dovranno lasciare anche Kili.

Perche'?  Perche', come per i residenti delle isole Kirbati e di alcuni isolotti della Louisiana, anche le isole Marshall piano piano vengono ingoiate dal mare.

E cosi gli ex-residenti di Bikini hanno richiesto di emigrare negli USA. Visto che la loro casa originaria e' stata bombardata, e visto che la loro casa secondaria e' ora semi inghiottita dal mare vogliono venire negli USA.

Una piccola parentesi: le isole Marshall fanno parte di un gruppo di nazioni minori del Pacifico che hanno accordi specifici con gli USA: in cambio di aiuti economici, difesa e speciale supporto della popolazione, gli USA possono usare le isole come basi militari e sono facilitati nel trasferimento negli USA.
Qui alle isole Marshall le maree si susseguono da anni; nel 2011 e nel 2016 sono state particolarmente forti, il sale viene su in superficie mescolandosi con l'acqua dolce, minacciando le sorgenti idriche e l'agricoltura. Spesso c'e' una enorme strato d'acqua.

Il dipartmento degli interni degli USA sta ancora valutando la proposta viste le condizioni di degrado sia a Kili che sulla vicina Ejit anche questa nelle Marshall Islands.

Ma il tempo passa, e cosi pure l'acqua. 

In questi giorni il presidente della Repubblica delle isole Marshall ha dichiarato l'emergenza climatica. Lei si chiama Hilda Heine, ed ha avuto parole molto dure con i paesi dell'occidente per avere creato il problema e per non avere fatto niente ancora per risolverlo, e perche' non c'e' davvero tutta questa volonta' politica come invece la situazione richiederebbe.

Le isole Marshall sono una delle quattro nazioni-atollo sul pianeta e soffrono piu' di tutte le altre le condizioni spaventosamente squilibrate del pianeta. Ovviamente dicono che non e' giusto. Le altre sono Kiribati e Tuvalu nel Pacifico e le Maldive nell'Oceano Pacifico.

Al tempo dei dialoghi di Parigi, nel 2015 la United Nations Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) riporto' che ci potrebbe essere un innalzamento della temperatura fra 1 e 3 gradi centigradi e del livello del mare fino ad un metro entro il 2100.

Ovviamente tutto questo accadra' in modo graduale, ma le isole e gli atolli saranno i primi a sentirne gli effetti.   L'intero complesso delle isole Marshall sara' non abitabile da qui al 2050.

Cioe' ci sono solo 30 anni.

In questo momento ci sono 29 atolli qui, con un totale di circa 1150 isole, tutte circa a soli due metri sopra il livello del mare, per una popolazione totale di 53,000 persone.

Il presidente e la sua risoluzione dicono che il mondo deve seguire la scienza e che i giovani hanno diritto ad un futuro fatto di certezze e di sicurezza ambientale.  Dicono che i cambiamenti climatici sono la prima priorita' delle isole Marshall e chiedono che la comunita' internazionale agisca.

A Febbraio intanto sono inizate le operazioni per trasferire il piu' possibile degli abitanti in zone piu' elevate per meglio affrontare i cambi in riva al mare.  Gli USA hanno stanziato 10 milioni di dollari a questo scopo.

Il presidente Heine dice che non ci sono alternative: spostare di nuovo la gente.

Ma mi sa che il mondo non ci sente e non ci vuole sentire per davvero.

E infatti, un terzo dei residenti si e' gia' trasferito negli USA.





Thursday, August 24, 2017

Vanuatu, Marshall, Samoa, Solomon, Yap: le nazioni dell'Oceano Pacifico a vietare bottiglie e buste di plastica















Non e' un mistero che siano le isole del Pacifico le piu' esposte ai danni dovuti ai cambiamenti climatici, all'erosione e all'innalzamento dei livelli del mare, nonche' all'inquinamento da plastica.

Si stima che il 97% dei pesci dell'area contiene un qualche tipo di pezzo di plastica in corpo.
Ed e' proprio da queste isole che arrivano forti segnali per cambiare la nostra societa' consumistica, petrolifera, da usa e getta.

E' notizia recente che le isole Vanuatu hanno deciso di vietare buste e bottiglie di plastica, in modo graduale ma sostenuto, come dice il primo ministro Charlot Salwai.

Sono sicura che ben pochi sanno dell'esistenza di questo arcipleago. Hanno acquisto l'indipendenza dalla Francia e dal Regno Unito il 30 Giugno 1980, nemmeno 40 anni fa. Hanno una popolazione di cica 280,000 persone e occupano 14 isole distinte.

Da oggi pero' spero che verranno ricordate anche perche' sono fra i primi paesi del mondo a compiere tale mossa, cioe' appunto a vietare sia buste che bottiglie di plastica.

La decisione e' stata presa dopo l'avvio della campagna 'No plastic bag, plis' lanciata a Maggio 2017 dal gruppo Alliance Française di Port Vila, la capitale delle isole Vanuatu. La petizione ha raggiunto circa 2600 firme.

Come faranno senza le buste di plastica? Le donne del gruppo Bulvanua Art and Handicrafts si sono offerte di realizzare cestini portatili a mano o sacchetti di stoffa.

Le isole Fiji hanno invece messo una sovratassa di dieci centesimi sulle buste di plastica per scoraggiarne l'uso.

Le isole Marianne propongono l'eliminazione completa delle buste di plastica con una legge ancora in via di approvazione definitiva, che ha superato la Camera e che e' ora approdata al Senato. Contiene la proposta di multare i negozianti che offrono buste di plastica con ammende che possono arrivare fino a 1,000 dollari. E' stata una decisione unanime della Camera e si pensa di poter arrivare alla conclusione senza grossi ostacoli.

Le isole Marshall sono un po piu avanti. Hanno vietato dal 1 Febbraio 2017 tutti i contenitori di polistirolo, bicchieri, buste e piatti di plastica.

Le isole dell'American Samoa invece hanno vietato i sacchetti di plastica dal 2010. 

Le isole Solomon hanno invece vietato le buste di plastica nel Maggio 2017 perche' rappresentavano una "epidemia"

L'isola di Yap della Micronesia ha vietato le buste di plastica nel 2014 con multe severe a chi le distribuisce.

Nei paesi in cui i divieti esitono da vari anni, la gente e' stata collaborativa: ci sono state campagne di informazione a tappeto spiegando alla gente che la plastica ammazzava il mare da cui dipedono, e come le donne delle isole Vanuatu, si sono ingegnati per trovare altre soluzioni.

La plastica usa e getta e' un grande problema perche' fotodegrada in pezzetti piccoli ma non biodegrada, il che vuol dire che la plastica resta, ma spezzettata dappertutto e spesso entra nei corpi dei pesci. Il tempo per la degradazione varia dai 500 ai 1000 anni. Cioe' praticamente l'eternita'.

Ogni passo e' utile, specie si pensa alla grande scala del problema: ogni anno produciamo 300 milioni di tonnellate di plastica di cui 9 milioni di tonnellate finiscono in mare.

A livello globale sono usate un trilione di buste di plastica ogni anno, 380 miliardi solo negli USA; 8 miliardi in Australia, Taiwan 20 miliardi. 

Ma se le isole del Pacifico hanno pesci con il 97% di plastica in corpo, non e' che negli altri mari si sta meglio. La media mondiale e' del 67%. Cioe' due pesci su tre.

Come sempre la risposta e' nella consapevolezza individuale e collettiva.

Non usiamo plastica usa e getta, piantiamo alberi, curiamo la collettivita'. Insegnamo queste cose ai nostri figli, agli immigrati, a chi non ci pensa. Ci guadagnamo tutti. 

Monday, July 3, 2017

Un milione di bottiglie di plastica al minuto



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Un milione di bottiglie di plastica al minuto.


E' questo il nostro consumo mondiale di bottigliette di acqua, Coca Cola, e tutto quello che beviamo-e-gettiamo.

Ogni giorno, in media, che sia estate, che sia inverno. I numeri sono in constante aumento e non se ne vede la fine, specie con l'avanzare della voglia di "moderno" in paesi in via di sviluppo e fra i nouveau riche, primi fra tutti in Cina.

Cosa vuol dire un milione al minuto?

Un miliardo e quattrocentoquaranta al giorno.

Mezzo trilione all'anno.

Per vederlo con tutti gli zeri sono

525,600,000,000.

Se le mettessimo tutte di fila sarebbero meta' della distanza dalla terra al sole.

Ogni tanto compaionio immagini di isole remote coperte dalla plastica, di uccelli con tappi nello stocamo, di delfini e balene e altre creature del mare soffocate dalla plastica.

Non va bene, e la colpa siamo tutti noi.

Ora uno dira' va bene, le recicliamo. E in effetti il PET delle bottigliette di plastica e' reciclabile. Si chiama polyethylene terephthalate, e non e difficile, in principio, trovare altri usi a bottigliette usate. Ma le percentuali di reciclaggio sono bassissime.

Nel 2016 meno della meta' delle bottigliette di plastica e' stata raccolta con lo scopo di essere reciclata, e alla fine solo il 7% e' finito veramente con l'essere trasformato in bottiglie nuove. Il resto e' finito in discarica, o peggio, in mare, o peggio ancora a pezzettini negli stomaci degli esseri marini. 

Ogni anno, fra bottiglie di plastica e altra roba fra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono direttamente nelle pancie di uccelli, pesci e altri organismi del mare.

Come si puo' non pensare che presto la plastica non arrivera' anche nei nostri corpi?

Siamo un ciclo chiuso. Non e' che plastica e pesci e mare tutti assieme, e l'uomo no.  Prima o poi succedera'.

E infatti alcuni ricercatori belgi dell'Universita' di Ghent hanno stimato che fra i consumatori di pesce, la media e' circa 11mila pezzettini di microplastica l'anno ingeriti.  Spesso non ce ne accorgiamo perche' sono piccolissimi.

Allo stesso modo, uno studio dell'Universita' di Plymouth riporta che di tutti i pesci catturati nel Regno Unito, un terzo hanno plastica in corpo, e questo include merluzzi, sgombri e altri pesci del mare del Nord. Sono pesci destinati al consumo umano.

Ancora, nel 2016, la European Food Safety Authority che si occupa di dare linee guida per il consumo di pesce in Europa riporta che esistono i rischi del consumo di microplastica da parte dell'uomo a causa del pesce contaminato da pezzetti di plastica e consiglia vivamente che ci siano studi adeguati e sensibilizzazione fra le persone.

Ovviamente la plastica non si puo' in nessun modo mangiare.

Cosa fare? Le risposte sono semplici, e urgenti in questi mesi estivi, cioe' usarne di meno di bottiglie di plastica, riutilizzarle, essere sicuri di sapere dove vanno a finire, una volta che non si usano piu',  e se si vede plastica in mare o in spiaggia non verognarsi a raccoglierla e a smaltirla correttamente. Magari mettere le tasse per il vuoto a rendere, come fanno gia' in alcune parti del mondo.

Si stima che il consumo di plastica raddoppiera' in 20 anni.

Gli sforzi per il riciclo e il riuso non sono in nessun modo adeguati su questo pianeta.

Le prime bottigliette di plastica sono comparse sulla scena mondiale ngli anni 1940. Quelle che sono finite in mare da allora, sono ancora pressoche' intatte.  E cosi pure tutte quelle successive.

La plastica e' cosi dappertutto nei nostri mari. A parte le enormi isole di monnezza nel Pacifico, i Great Garbage Patch, cumuli di plastica arrivati in Artico, alle Maldive, e in isole disabitate e  remote.

Di chi e' la colpa?

Beh, il principale tipo di plastica che finisce in mare e' proprio la bottiglietta di plastica per l'acqua. Dalla Cina ne arrivano sempre di piu: un quarto delle bottiglie consumate sul pianeta arriva da li.

Basti solo dire che nel 2015 sono stati usati 68 miliardi di bottiglie in Cina. Nel 2016 siamo arrivati a 74.  E questo perche fa chic, ma anche perche man mano che ci si sposta a vivere in zone sempre piu urbanizzate l'acqua di bottiglia e' percepita essere piu' sana dell'acqua di rubinetto, e forse lo e' realmente.

Grandi aumenti anche in India e in Indonesia.


Tuesday, April 11, 2017

Auckland, la citta' piu' grande della Nuova Zelanda diveste tutti i fondi pubblici da oil, gas e carbone








This has been a massive win for climate justice and environmental health. 
Fossil fuel divestment is essential to creating a livable, sustainable future.

 

Auckland. Un milione e mezzo di persone, la citta' piu' popolosa della Nuova Zelanda.

Il consiglio cittadino ha appena votato una risoluzione cittadina secondo la quale la citta' stessa ritirera' tutti i propri investimenti nell'industria fossile: petrolio, gas e carbone.

La decisione viene dal Finance and Performance Committee della citta'. Si tratta di 15 milioni di dollari. Pochi, tanti? Sono il 100% degli investimenti della citta' in quel tipo di industria.

Dietro questa decisione c'e' un grande lavoro di sensibilizzazione e di insistenza da parte degli attivisti, che hanno lavorato su questo tema per anni: divestire dalle fonti fossili.  E cosi, pian piano l'opinione pubblica ha messo pressione sui politici chiedendo loro di essere coerenti. Se parlano, come parlano, di fermare i cambiamenti climatici, e allora occorre non investire in oil and gas.

Un altro punto importante e' stata la vicinanza alle varie isole del Pacifico che sprofondano: il loro e' anche un segno di solidarieta' verso i residenti di Marshall Islands, Kiribati Islands e vari altri arcipelaghi che scompaiono per colpa dei cambiamenti climatici, dell'uso smisurato di petrolio e fonti fossili, e di noi, esseri umani.

Altre citta' che hanno deciso di divestire dalle fonti fossili?

Fra le piu grandi, Parigi, San Francisco, Melbourne, Seattle, Berlino, Copenhagen, Stoccolma, Sydney.

In totale sono piu di 700 enti e associazioni che hanno tolto 5.5 trillioni di dollari ai signori del petrolio, gas e carbone.

Dall'Italia?

Nessuna citta', nessun ente, eccetto che le suore salesiane di Don Bosco con sede a Milano a Napoli,
e la Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV) con sede a Roma
hanno deciso di rinunciare ai propri investimenti fossili. 

Onore a loro.

E ... il Vaticano che tanto ha predicato? 

E tutte le altre citta' d'Italia?

Milano? Roma? Trento? Padova? Torino? Lecce?

Nessuna.

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Ecco qui tutte le citta' del mondo che hanno deciso di divestire dalla fonti fossili, in modo totale o parziale. Non ce nemmeno una citta' italiana.

Nemmeno il Vaticano.


 
Cambridge City Council, UK

City of Albury, Australia

City of Amherst, Massachusetts USA

City of Ann Arbor, Michigan USA

City of Armadale, Australia

City of Ashland, Oregon, USA

City of Ballarat, Australia

City of Bayfield, Wisconsin USA

City of Belfast, Maine USA

City of Berkeley, California, USA

City of Berlin, Germania

City of Borås, Svezia

City of Boulder, Colorado USA

City of Boxtel, Olanda

City of Brisbane, California USA

City of Bristol, UK

City of Cambridge, Massachusetts

City of Christchurch, Nuova Zelanda

City of Concord, Massachusetts USA

City of Copenhagen, Danimarca

City of Corvallis, Oregon USA

City of Dunedin, Nuova Zelanda

City of Eugene, Oregon USA

City of Framingham, Massachusetts USA

City of Fremantle, Australia

City of Frouzins, Francia

City of Great Barrington, Massachusetts USA

City of Hellemes, Francia

City of Ithaca, New York USA

City of Leichhardt, Australia

City of Lille, Francia

City of Lismore, Australia

City of Madison, Wisconsin USA

City of Malmö, Svezia

City of Marrickville, Australia

City of Melbourne Australia

City of Melville Australia

City of Minneapolis, Minnesota USA

City of Moreland, Australia

City of Münster, Germania

City of New London, Connecticut USA

City of Newcastle, Australia

City of Northamption, Massachusetts USA

City of Oakland, California USA

City of Oxford, UK

City of Palo Alto, California USA

City of Paris, Francia

City of Portland, Oregon USA

City of Providence, Rhode Island USA

City of Provincetown, Massachusetts USA

City of Ravoire, Francia

City of Richmond,California USA

City of San Francisco, California USA

City of San Luis Obispo,California USA

City of Santa Fe,New Mexico USA

City of Santa Monica, California USA

City of Seattle,Washington USA

City of Stirling, Australia

City of Stockholm, Svezia

City of Strömstad, Svezia

City of Stuttgart, Germania

City of Sudbury, Massachusetts USA

City of Swan, Australia

City of Sydney, Australia

City of Truro, Massachusetts USA

City of Uppsala, Svezia 

City of Venissieux, Francia

City of Vincent, Australia

City of Wodonga, Australia 

City of la Rochelle, Francia

City of Örebro, Svezia

City of Savenay, Francia

Columbia University in the City of New York USA

Episcopal City Mission, Boston, Massachusetts USA

First Unitarian Church of Salt Lake City, Utah USA

First district of the city of Lyon, Francia

Kansas City, Missouri USA

Le Mans City, Francia

New York City Employees Retirement System

Odense, Danimarca

Randwick City Council, Australia

Stevns City Council, Danimarca

Teachers Retirement System of the City of New York, USA

Town of Fredericia, Danimarca

Tubmanburg City Coorperation, Liberia

Union Theological Seminary, New York USA

Saturday, April 8, 2017

Un milione di profughi del clima, dall'Alaska al Pacifico









Succede in Louisiana, Brasile, New York, Australia, Thailandia, Filippine, Alaska. Succede un po dappertutto per le comunita' di mare.

Gente che vive sulle coste e che deve abbandondare le proprie case per colpa di erosione, innalzamento dei livelli del mare, tempeste violente, perdita di terreno.

Secondo un recente articolo pubblicato su Nature Climate Change sono circa 1 milione le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.  Per la precisone 1 milione e 300mila. E mentre fino a pochi anni fa si cercava di proteggere quello che c'era, adesso l'atteggiamento prevalente e' di andare via.

Cosa fare infatti con l'arrivo di mareggiate senza precedenti, allagamenti e continuo innalzarsi del mare? Si possono innalzare le strade e le case, cercare di proteggere le lagune, migliorare i codici con cui si costruisce.

Ma si puo' anche decidere di lasciare perdere, visto che i costi sono elevati, ed e' certo che il clima e l'ambiente non torneranno quelli di prima.

Ed e' questo il dilemma delle comunita' costiere.

Storicamente, migrazioni di massa collegate alle condizioni climatiche sono molto ben documentate, e quello che viviamo adesso -- appunto il milione e trecentomila anime che hanno dovuto lasciare le proprie case -- e' la manfestazione dei nostri tempi del problema.
Durante il secolo 1900-2000 i livelli del mare si sono innalzati di ben 12 centimetri. Le previsioni sono di varie decine di centimetri in questo secolo. Secondo alcuni studi circa 470 milioni di persone perderanno la casa.
 
Alcuni ricorderanno l'uragano Sandy che colpi' le coste del New Jersey nel 2012 -- molte delle case sono state rasate al suolo e mai piu ricostruite.

Dopo il tifone Haiyan del 2013 Le Filippine hanno messo il divieto di costruire a 50 metri dalla costa e hanno forzato l'evacuazione di 80,000 persone.  Dopo lo tsunami del 2004, almeno 22,000 case sono state perse e non piu' ricostruite in zone costiere.

A volte la gente via via in modo preventivo, e cioe' prima che ci siano i disastri: le citta' evacuate perche' i cambiamenti climatici stanno piano piano portando via coste e case e non si vuole aspettare "il grande evento".

In Louisiana accade lo stesso: qui l'erosione dovuta alle estrazioni di petrolio e di gas ha fatto perdere case, terreni e coste.

Il caso piu' eclatante e' quello di Shishmaref in Alaska, citta' costruita sul ghiaccio e che e' destinata a morire.
 
Siamo a 160 miglia dalla Russia -- il ghiaccio scompare. Nevica sempre di meno, e sempre piu' tardi e il ghiaccio si scioglie prima o neanche si forma. L'erosione monta.  L"assenza di ghiaccio fa si che durante le tempeste pezzi interi di costa vengono triturati e finiscono in mare, senza protezione.
Una delle case e' gia' crollata in mare nel 2006. Norman era un ragazzino che nel 2007 cadde risucchiato dal ghiaccio di Shishmaref che si scioglieva e mori'.

Ogni secondo pompiamo in atmosfera 1200 metri cubi di CO2. 
Il pianeta si e' surriscaldato, in media di un grado centigrado dalla rivoluzione industriale ad oggi, una enormita'. L'Artico ha avuto livelli di aumento di temperatura doppi che il resto del pianeta.

In Alanska ci sono almeno 31 villaggi a rischio di scomparire, come Shishmaref. 12 di questi villaggi stanno cercando di capire dove e come evacuare, perche' sanno che non c'e' speranza.

Siamo noi a causare tutto cio', bruciando fonti fossili a ritmi allarmanti. Se l'obiettivo e' di contenere l'aumento della temperatura a due gradi centigradi, una sola cosa si deve fare: non pompare mai piu petrolio.

Dall'altra parte del mondo, le isole Kiribati, le isole Marshall, le isole Fiji. Lontanissme dall'Alaska ma tutte che rischiano di scomparire.  Isle di Jean Charles in Louisiana che pure sprofonda a causa dei cambiamenti climatici.

A Miami Beach, Florida, hanno dovuto installare pompe speciali per evitare allagamenti, collegati all'erosione. 

Non tutte le comunita' hanno i soldi per programmare la evacuazione e la risistemazione delle persone. E' costoso, la gente e' vulnerabile, e' una strada a senso unico.

A Shishmaref sanno che non hanno sclta, e cosi la citta' ha deciso di evacure prima che il mare porti via tutto.  Ma non hanno i soldi. E dove evacueranno? Non si sa, forse verso l'interno. Ma questo significa perdita di identita': la maggior parte delle persone qui vive di pesca e di caccia e di tradizioni Inupiat collegate al mare.

Saranno lo stesso popolo?

Perche' devono evacuare loro, se il loro stile di vita, di indigeni, e' molto meno impattante di quello di centinaia di milioni di persone che sprecano, bruciano, e generano molto piu' inquinamento e emettono molta piu CO2 di loro?


Wednesday, September 3, 2014

Angelo Pollutri: torniamo agli anni '60 - pane e petrolio

Oh Gesu - che mi tocca leggere, nel 2014!

Angelo Pollutri, ex sindaco di Cupello manda oggi un comunicato alla stampa dove dice varie assurdita', una dopo l'altra, facendo confusione fra parco e petrolio, passato e presente. Ma possibile che nel 2014 non si possa avere un politico sensato? Perche' si votano persone che non sanno neanche seguire un filo logico? Ma da dove escono questi?

Tutto quello che leggo e' vecchio, triste, stupido, infantile. E purtroppo di questa antichita' in Italia ce n'e' molta, include anche Renzi, che e' un esempio lampante del vecchio che goffamente cerca di farsi nuovo senza sostanza.

Secondo Pollutri, il decreto trivellante di Matteo Renzi - il decreto sblocca Italia - di fatto fa riemergere

"lo scontro tra il “no” deciso da parte di alcune componenti politiche, sindacali e sociali e il “sì” ragionato, meditato e di prospettiva di Confindustria e di altri singoli imprenditori."

Pollutri parla di "ultimatum circa il decidere che tipo di sviluppo avrà la nostra regione negli anni a venire".

Ma no, Angelo, non si scomponga e non arrivi a tanto: non si tratta di nessuno scontro, nessun ultimatum. Semmai sara' la prepotenza.

Come lei ben sa, il "no deciso da alcune componenti politiche, sindacali e sociali" e' un no diffuso, voluto da tutti i partiti, persone, amanti del mare e del commercio, e pure dentro Confindustria. Se lei va a ben vedere infatti ci sono industriali anche di Confindustria che si oppongono al petrolio - sono gli industriali del 2014 e non del 1964 che hanno puntato su sostenibilita' e rinnovabili e sviluppo vero e non sui buchi e monnezza.

E quindi il no alle trivelle e' un consenso, caro Pollutri. Solo i relitti del passato vogliono le trivelle, perche' hanno da guadagnarci sopra, e perche' non hanno ne idee, ne interesse, ne intelligenza, a guardare al mondo di oggi - quel mondo grande e nuovo e veloce che esiste fuori dalle sue quattro mura di Cupello e che ha lasciato il petrolio dietro di se da tanto tempo.

Lo so, certo, quando uno non riesce a produrre intellettualmente di meglio e' facile lanciarsi con i buchi. Basta una trivella, una multinazionale, e voila' - nessuno deve pensare a niente. Sediamoci e gongoliamoci con queste quattro lire di royalties. Che importa che tutto il resto e che sopratutto il futuro, vadano a rotoli.

E invece no, per competere nel mondo di oggi ci vuole l'intelligenza e il coraggio e il reinventarsi e il sapere piantare per il domani.

Siete solo senza idee, e poveri intellettualmente. Se lei e se Renzi e tutti i vostri compari trivellatori trionferete, non e' perche', come vorrebbe fare credere lei ci sono "ragioni mediate e di prospettiva" . No, a trionfare sara' una cosa sola: la stupidita' che porta a voler far cassa con il futuro di una nazione, la corsa disperata al vile denaro di una nazione che e' rimasta in ginocchio perche' non sapevate fare di meglio, la prepotenza di chi siede nei palazzi romani senza sapere, senza amare, senza pensare.

Ovviamente, non poteva mancare da parte di Pollutri il famoso compromesso. Il minestrone. Era una delle cose che sapevo dal primo giorno avrebbero provato a propinarci: un po di petrolio si, si puo' fare, possiamo convivere tutti assieme allegramente. E questo grazie a:

un percorso non estremistico, né per il no né per il sì, un percorso che possa nella circostanza dare un’opportunità di sviluppo ai nostri malcapitati territori in termini di infrastrutture e sostegno alle imprese e che possa, quindi, rimettere in moto un meccanismo virtuoso che generi lavoro.

E ancora:

ognuno potrebbe generare futuro lavorando in simbiosi mutualistica.

Ma che vuol dire ne per il no, ne per il si? Penso che neanche la democrazia cristiana arrivasse a tanto!

I nostri territori non sono malcapitati, caro Pollutri, e la simbiosi mutualistica non esiste. Non esiste un po di di cancro, o la simbiosi mutualistica fra cellule sane e malate. Prima o poi quelle malate prendono il sopravvento, perche' sono piu' potenti e in questo caso pure prepotenti. Capisce? Uno deve avere dei principi - fondati sull'intelligenza e sul pensare - e poi non accettare mezze misure quando si tratta di cose cosi' gravi ed importanti.

L'Italia ha avuto in dono qualcosa che nessun altro ha, un territorio splendido le cui ricchezze sarebbero sufficenti a campare tutti magnificamente se, come detto prima, ci fossero persone intelligenti ad argomentare, a pensare, a guardare avanti e non indietro come fa lei. Ma come puo' pensare che

Il Parco della Costa Teatina dovrà rappresentare l’elemento di armonia ecocompatibile di difesa della costa e del suo sviluppo, tramite risorse provenienti dalle compensazioni ambientali derivanti dalle coltivazioni di idrocarburi. Lo stesso progetto Ombrina Mare potrebbe portare 1 miliardo di euro di royalties in 20 anni.

Ma se con Ombrina il parco e' morto prima ancora di nascere! Di quale armonia parla? Ecocompatibile? E che in modo i veleni e i fanghi e i fumi di Ombrina saranno ecocompatibili? Ecocompatibili con cosa? Forse che i fumi di Ombrina le hanno dato alla testa gia' adesso? Chi vuole venire al mare a vedere una nave sputa fiamme in cielo per 24 ore su 24? Lo sa che per essere ecompatibili le spiagge californiane e di Florida hanno bloccato ogni nuova trivellazione da almeno trenta anni a questa parte?

E' di poche settimane fa la notizia che i mari d'Abruzzo sono in uno stato pietoso. Invece che sparlare a vanvera con questi paroloni di "eco" di qua ed "eco" di la, perche' invece non propone qualcosa per rendere questo mare piu' sano e "ecocompatibile" ma per davvero, invece che augurarsi l'arrivo di ultieriore monnezza che non potra' non esserci con Ombrina e compari?

E poi ancora, Pollutri prevede che la politica abruzzese può trarre chiarezza e opportunità di sviluppo compatibile copiando l’intelligenza degli anni ’60.

Vede, e' qui la stupidita' di tutti quelli che pensano al petrolio come la panacea a tutti i mali italiani. Ogni epoca ha la sua storia, e gli anni '60 sono stati per l'Italia un epoca d'oro per tanti motivi. Ma non e' tutto oro quello che luccica, e solo adesso ci rendiamo conto che alcune delle scelte di allora tanto intelligenti non furono.

Specie in reparto ambientale.

Cosa e' rimasto dell'industrializzazione selvaggia degli anni '60? Raffinerie e territori devastati. E' rimasta Gela, e' rimasta l'ILVA, e' rimasta Bussi.

E' questo che vogliamo per il 2050?

E infine, la balla e la assurdita' piu' colossale di tutte: lo sviluppo occupazionale della nostra regione è decollato grazie agli idrocarburi e la volontà di valorizzare le risorse ambientali è stata successiva a quella dello sviluppo industriale.

Non si puo' riscrivere cosi la storia. L'Italia ha avuto il suo boom del dopoguerra grazie a tante cose - i soldi degli americani (oh yes) e del piano Marshall, le flotte di immigrati che rimandavano i soldi a casa da Francia, Germania, USA, Canada, una classe politica piu' intelligente e amante della nazione, cittadini meno imbroglioni e piu onesti, e pochi impenditori intelligenti e lungimiranti, come Adriano Olivetti. Purtroppo quelli non li fanno piu'. Adesso ci rimangono solo le mezze cartuccie.

E poi, la logica del dire: c'erano prima le trivelle e poi l'ambiente. Si certo, c'erano prima il cannibalismo e il politeismo e la schiavitu' e poi sono arrivati i diritti umani e le leggi e il vivere civile. Pollutri, ma dove vive!  Gli anni sessanta sono finiti cinquanta anni fa!

Si, e' avvilente l'Italia. Governata da gente cosi poco intelligente, piccola, conservatrice, senza visione, senza idea di futuro. Sa tutto di stantio. Ogni volta che leggo queste cose sono ben felice di non esserci piu'. La cosa piu' brutta e' che sono proprio i meno preparati - culturalmente, eticamente - a guidarla.

Dove sono finiti gli statisti di un tempo?