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Tuesday, January 15, 2019

Israele: l'ENI accusata dello spiaggiamento di 46 tartarughe caretta-caretta, specie protetta e vulnerabile













Recupero di tartarughe caretta caretta morte e morenti in Israele.
Il dito e' puntato contro le ispezioni sismiche dell'ENI.

A investigation by the Nature and Parks Authority was able to determine that the cause of the mass killing was due to seismic surveying by the company from Italy.

Over a period of 24 hours, roughly 20 explosions were set off every nine seconds.

Proprio in questi giorni la stampa italiana va in fibrillazione sull'opportunita' di trivellare le nostre acque - chi non vuole petrolio in mare e' impegnato in lotte sbagliate, e' antipatriottico, o semplicemente scemo. 

Ci viene detto che Albania-Croazia-Montenegro, ma pure Turchia-Grecia-Israele-Egitto si lasciano bucare facilmente e che dovremmo

Ovviamente, dall'altro lato l'ENI, che a leggere la stampa italiana le manca solo l'aureola di santita' perche' tutte le nefandezza di questa ditta di morte scivolano via, anche se si tratta di tribunali, tangenti e tumori.


Sulle sue spiagge negli scorsi tre giorni ritrovate morte o morenti 46 tartarughe marine, della specie Caretta Caretta, che sono in via di estinzione e protette da ogni trattato possibile nel Mar Mediterraneo e in tutto il mondo.

Di queste 46 tartarughe, 31 sono poi morte davvero. Quindici invece sono sopravvissute ma sono malandate, e non si sa se ce la faranno.


E' stato il centro israeliano Sea Turtle Rescue Center a intervenire dopo il mega-spiaggiamento, con loro dozzine di volontari. Le tartarughe avevano danni agli organi interni - polmoni e stomaco. Alcune avevano accumuli di fluidi e sangue nei polmoni.

Tutte.

Le tartarughe caretta caretta pesano circa 200 chilogrammi ciascuna, e non e' stato facile prendere tutte quelle povere bestie, e portarle in centri specializzati. Alcune sono arrivate morte, altre sono state invece operate d'urgenza. Alla fine, come detto ne sono rimaste in quindici, che dovranno sottostare a terapia di recupero lunga fra i sei e i dodici mesi.

Cosa e' successo?

Anche se e' troppo presto per conclusioni finali, tutti puntano al dito all'ENI e alle sue operazioni di airgun nell'area. Questa non e' solo la tesi di residenti, volontari o della D'Orsogna.

Questa e' la tesi della Nature and Parks Authority che attribuisce la moria di tartarughe alle ispezioni sismiche dell'ENI eseguite una settimana fa. Hanno mandato esplosioni di airgun ogni nove secondi, da una batteria di venti punti di emissione, per un giorno intero.

La moltiplicazione e' presto fatta:

24 ore * 60 secondi / 9 secondi * 20 = 3200 spari al giorno

Occorrerebbe mandare tutti i sostenitori dell'airgun e dei pozzi di petorlio in Italia sotto una raffica di 3200 spari al giorno, ad intensita' del tutto innturali e impossibili da sopportare per la vita marina.

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Poco si parla di tartarughe caretta caretta. 

Si trovano in vari oceani - Pacifico, Atlantico, Indiano e pure nel nostro Mar Mediterraneo.  Le femmine vanno a riva raramente per depositare (poche) uova: quattro circa ogni due o tre anni.  Ci vogliono dai 17 ai 30 anni per raggiungere la maturita', e la speranza di vita per queste tartarughe e' al massimo di una settantina di anni.

Sono una specie vulnerabile, e qui negli USA sotto la protezione per le specie in pericolo di estinzione, l' Endangered Species Act del 1973.

Ma perche' sono importanti? Perche' sono un elemento essenziale per l'equilbrio dei mari. Spesso ci si riferisce a loro come di una specie centrale per una ecologia sana.
Si cibano di crostacei e invertebrati, e spezzettandoli aiutano a fornire calcio per altre specie; aiutano a tenere i fondali marini sani, e la circolazione di nutrienti con il loro movimento. Spesso le loro uova sono anche cibo per altre specie. Perdipiu' sulla sua carapace ci sono colonie di piante e di animali che formano altri micro-habitat: in alcuni casi ci possono essere finoa a 100 specie animali e vegetali!

Thursday, December 4, 2014

Israle: l'oleodotto, la riserva, il petrolio, il deserto













“This disaster was expected. That's how it is when the government insists on managing the oil issue based on an out-of-date law from 1952, which was written before they thought about environmental problems. Regulating the oil industry, including its transport, requires modern and professional legislation.” 

MK Dov Khenin membro della Knesset di Israele


C'e' qualcosa da aggiungere?

E' solo che qui oggi era spettacolare, ma queste sono storie di tutti i giorni.

Giovedi 4 Dicembre sono stati riversati un non meglio specificato numero di milioni di litri di petrolio da un oleodotto difettoso. Guy Samet, dell' Environmental Protection Ministry di Israele lo ha chiamato uno dei piu gravi disastr ambientali del paese.

In questo momento c'e' un fiume di circa sette chilometri che attraversa la Evrona Nature Reserve nei pressi della citta' di Eilat. La riserva ospita cervi una specie particolare di alberi di palma e si estende per oltre 4000 acri. Ci vorranno anni per ripulire il tutto.

Se ne sono accorti mentre durante i lavori alla costruzione di un nuovo aereoporto nei pressi della riserva: sono riusciti a chiudere le valvole, ma non a fermare il petrolio. Non ci sono origini dolose, ma solo malfunzionamenti.

L'oleodotto collega la citta' di Eilat al porto Ashkelon, piu' a nord, ed apri' nel 1960 per facilitare il trasporto di petrolio dall'Iran all'Europa. Ma a causa dei tesi rapporti fra Iran e Israele e' adesso usato principalmente per smistare petrolio dentro Israele. 

E come ogni storia petrolifera non puo' mancare il nostro amico l'idrogeno solforato. Infatti, da Aqaba, Giordania vicino al confine con Israele, si registrano puzze sulfuree. Circa 80 persone sono finite all'ospedale a causa di problemi respiratori dai fumi del petrolio.


MK Dov Khenin (Hadash), the chairman of the Social-Environmental Lobby in the Knesset and sponsor of an amendment to the Oil Law, said, “This disaster was expected. That's how it is when the government insists on managing the oil issue based on an out-of-date law from 1952, which was written before they thought about environmental problems. Regulating the oil industry, including its transport, requires modern and professional legislation.”





Monday, October 20, 2008

Il modello danese


Nel 1973, a causa delle tensioni fra Egitto ed Israele, i paesi arabi produttori di petrolio decisero di non vendere piu' oro nero agli Stati Uniti, al Giappone e all'Europa. I forti aumenti di prezzi causarono una recessione in tutto il mondo, e l'embargo ebbe gravissime conseguenze all'economia globale.

Molti paesi iniziarono a sviluppare programmi per contenere l'uso energetico, e anzi molte tecnologie dell'epoca furono davvero rivoluzionarie: vennero create le prime macchine elettriche e i primi pannelli solari vennero addirittura montati sulla Casa Bianca dal presidente Jimmy Carter.

Passata la crisi pero' molti paesi, fra cui gli USA, tornarono ai loro vecchi modelli di sviluppo, con Ronald Reagan che decise che non si poteva negare energia al popolo americano "because a life of plenty is the American way". Reagan fece togliere i pannelli dalla casa Bianca. Dopo trenta anni, eccoci qui che annaspiamo per "raschiare il fondo del barile" come dice l'ENI ad Ortona.

La Danimarca pero' si comporto' diversamente. Nel 1976 i danesi DECISERO che non sarebbero stati mai piu' alla merce' del mercato patrolifero e dei ricatti degli Arabi. A quel tempo il paese non aveva risorse petrolfiere fatte in casa e cosi si decise di fare le seguenti cose:

1) Rendere tutti gli edifici energeticamente efficienti

2) Tassare macchine e benzina, usando i soldi delle tasse per sviluppare per davvero le energie alternative e non le chiacchere.

3) Creare "distretti di riscaldamento" grazie ai quali l'energia di scarto delle centrali elettriche, che altrimenti sarebbe stata dispersa, poteva essere usata per riscaldare le case.

4) Investire massicciamente, a livello governativo, nell'energia eolica. Questa mossa fu AZZECCATISSIMA: oggi il 20% dell'energia della Danimarca viene dal vento. I danesi hanno cosi bene imparato l'arte delle turbine a vento da esportare il loro sapere e i loro prodotti al resto del mondo. L'industria del vento ha crato VENTIMILA posti di lavoro nell'ultimo decennio.

5) Promuovere elettrodomestici efficienti, speigando al consumatore danese che sebbene modello X costa meno che modello Y, modello X consuma molta piu' energia, per cui e' piu' conveniente comprare modello Y.

6) Promuovere energia solare. Nel 2005 il governo ha stanziato MILLE MILIARDI di euro per lo sviluppo, promozione e l'integrazione di tecnologia fotovoltaica.

Ironia della sorte, negli anni settanta i danesi decisero di cercare petrolio fra i loro mari e nel proprio sottosuolo. Lo trovarono e di ottima qualita' pure. Il loro petrolio e' a basso contenuto di zolfo, quindi molto migliore di quello Abruzzese. Anche se in parte questo petrolio e' stato estratto in mare aperto, c'e' stata molta oppozione della popolazione che ne ha impedito il pieno utilizzo. I punti da uno a sei li hanno implementati e mantenuti negli anni *nonostante* il petrolio.

I risultati sono stati fenomenali. La Danimarca in trenta anni oggi e' energeticamente indipendente ed e' l'unico paese d'Europa che vende energia ai suoi vicini. La popolazione e' cresciuta del 7% in questi anni, e cosi' pure l'armamentario teconoglico di ciascuno (telefonini, computer, ipod etc etc che prima non c'erano), eppure i consumi energetici sono rimasti gli stessi. In Danimarca lo standard di vita e' fra i piu' alti del mondo occidentale. La disoccupazione e' al 1.6%. I danesi dicono di essere di essere disposti a pagare ancora piu tasse se questo significasse restare liberi dalla dipendenza dal petrolio.

Nel 2007 la Danimarca, che ha gia' ampiamente rispettato e superato Kyoto, si e' data un nuovo obiettivo: quello di generare il 75% dell'energia del paese dal vento. La data prevista e' il 2025 e cioe' a soli 17 anni da adesso. Tutto questo anche se hanno il petrolio in casa. Vogliono usare l'energia eolica per il movimento delle automobili. Nel 2007 i danesi hanno abbassato le emissioni di CO2 nel loro paese dell'8%.



Non siamo la Danimarca e non possiamo semplicemente prendere ed importare il loro modello in Italia a scatola chiusa. Dovremmo pero' predere esempio che progettare,
pensare e prevedere sia la strada giusta piuttosto che ciecamente distruggere una intera economia per poche goccie di petrolio.


Fonte: The New York Times