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Wednesday, July 8, 2015

Exxon Valdez: dopo 25 anni tutti i lavoratori delle operazioni di pulizia sono morti o malati

 Alaska, operazioni di pulizia Exxon Valdez, 1989

Sono passati cinque anni dallo scoppio nel golfo del Messico. Mi ricordo dove ero quel 20 Aprile - era mattina ed ero a casa e mi chiamo' il mio amico Tom Chou, lo stesso con cui scrissi l'articolo dell'idrogeno solforato, per dirmi di questo disastro in Louisiana.

In questi cinque anni, articoli di stampa, articoli scientifici, leggi, decisioni di corti di vario livello, miliardi di dollari pagati e richiesti - con l'ultimo pagamento di 18.7 miliardi che la BP dovra' versare al governo federale per i danni causati e che vanno ad aggiungersi agli altri 30 gia' pagati.

Dopo cinque anni delle tante cose che si possono dire, quella piu' vera e' che siamo solo all'inizio e che ci vorranno anni ed anni per arrivare ad una qualche semblanza di normalita' per chi ha perso salute, sitle di vita e a volte anche lavoro.

Una delle lezioni piu interessanti arrivano dall'incidente della Exxon Valdez, nel 1989. Dopo neanche 30 anni, quasi tutti coloro che hanno lavorato alle operazioni di pulizia sono tutti morti o malati.

La vita media per chi ha lavorato in Alaska dopo lo scoppio e' stata di 51 anni.

I pochi rimasti in vita soffrono di tossi persistenti, lacrimazione agli occhi, nausea, vomito e dolori in tutto il corpo. La persona tipica che si rese disponibile ad aiutare nelle operazioni di pulizia in Alaska era economicamente in difficolta' (e chi senno' andrebbe di sua spontanea volonta' in mezzo al petrolio?) che per sei settimane ha spruzzato acqua bollente in mare e lungo la sabbia con evaporazione di petrolio in atmosfera. Che ha ovviamente inalato.

Al tempo dello scoppio, la ditta e i lavoratori la chiamavano "Exxon crud". Era una specie di tosse petrolifera, visto che era diffusissima fra gli addetti. E siccome era consierata una specie di influenza, nessuno ci penso' troppo. La Exxon ha eseguito nel corso degli anni ogni tipo di studio su ogni tipo di animali ed esseri viventi entrati a contatto con il petrolio: granchi, cozze, pesci, papere, aquile e pure cervi ed orsi, ma mai persone.

Fra chi e' rimasto in vita Roy Dalthorp, a suo tempo disoccupato e che dopo le sue seti settimane ha sviluppato problemi di respiro e di lacrimazione che durano tuttoggi. Nessuno della Exxon l'ha mai esaminato, ne durante ne dopo le operazioni di pulizia. Lui dice di essere stato lentamente avvelenato.  "I had no choices, because I was behind on my house payments, and no health insurance".

Entra in scena Dennis Mestas, avvocato che inizia a indagare le cartelle cliniche dei lavoratori della Exxon a Houston. Su 11,000 lavoratori della Exxon con sede in Alaska, 6,722 si sono ammalati. Decide che uno dei casi piu' lampanti era quello di Gary Stubblefield, con la stessa storia di Roy Dalthorp: problemi di respiro e di generale cedimento fisico. La Exxon lo paga 2 milioni di dollari, pur di non andare a processo.  Pochi altri ex lavoratori hanno avuto la stessa "fortuna" di essere risarciti.

D'altro canto, la Exxon ribadisce che non puo' commentare o confermare le cifre dei lavoratori ammalati perche' questi erano temporanei e non si sa che malattie avessero sviluppato prima o dopo. E aggiungono che nessuno si e' lamentato con loro.  E quindi... tuttapposto.
 
E per le operazioni di pulizia della BP? I lavoratori della BP hanno respirato metano, benzene, idrogeno solforato e il dispersante Corexit e secondo il tossicologo Ricki Ott, fra i lavoratori della Louisiana ci sono stati gli stessi esatti sintomi che in Alaska nel 1989. Ci si lamenta di mal di testa, fatica, problemi intestinali e di concentrazione e memoria, irritazione alla gola e agli occhi, mancanza di respiro, tosse e nausea. Esiste pure una nuova malattia: TILT, toxicant-induced loss of tolerance., per descrivere i malati delle operazioni di pulizia petrolifera.

Fra i lavoratori della BP almeno in 160 si sono ammalati e in venti sono finiti all'ospedale. 

Ma la BP specifica: "per poco tempo".

Non abbiamo imparato niente. Evviva.




Tuesday, April 8, 2014

Exxon Valdez - oil spills are forever






















Ventisei anni e undici milioni di galloni di petrolio dopo, ecco il risultato. Le killer whales - in italiano orche assassine sono quasi scomparse dai mari dell'Alaska, per colpa del riversamento del 1989.

Subito dopo l'incidente vennero scoperte due branchi di orche colpite dal petrolio, o direttamente o perche' risiedevano in posti vicino alle perdite della Exxon Valdez.  Vivono normalmente fra i 50 e i 100 anni. Di questi due branchi, una aveva 36 membri - 14 morirono subito. L'altro ne aveva 22. Nove di queste orche morirono subito, altre sei scomparvero e non si sono piu' ritrovate. Ne sono rimaste solo sette.

Le orche di questo secondo branco furono monitorate e studiate da allora e per tutti questi anni. Di loro, essuna si e' riprodotta, e siccome le femmine sono troppo vecchie, il branco e' destinato alla morte.

Perche' le orche del secondo gruppo non si sono riprodotte? Secondo gli studi scientifici della zona e' stato a causa degli scombussolamenti sociali nel gruppo e a causa della gran moria di foche, il cibo primario delle orche, in seguito al petrolio riversato in mare dalla Exxon Valdez.  Qualcuno parla anche di pesticidi e di inquinanti dalla Cina visto che le carcasse delle orche morte avevano DDT,  PCB ed altre sostanze chimiche in corpo.

Ma e' inevitabile che il petorlio abbia avuto il suo ruolo: perche' e' ancora li, che piaccia o no e pesci e crostacei, ventisei anni dopo ci sguazzano ancora dentro. Anche se le orche non mangiano tutte queste specie e' la catena alimentare che e' contaminata, e che alla fine arriva pure alle orche.

Secondo il governo centrale americano solo la meta' della vita selvatica attorno a Prince William Sound e' tornata ai livelli pre-1989. Per tutti gli altri si e' trattato di una decimazione. 



This Exxon Valdez oil is decreasing at a 
rate of 0 - 4 percent per year. 
At this rate, the remaining oil will take decades 
and possibly centuries to disappear entirely.

Il petrolio della Exxon Valdez cala ad un tasso
 compreso fra lo 0 ed il 4 percento annuo. 
A questi ritmi ci vorranno decenni e 
possibilmente secoli per farlo scomparire del tutto.





You pretty much lived there, you got your clams and crabs and fish. 
And then somebody came and dumped oil all over it.

Cordova, Alaska



Erano poco piu di 25 anni fa. 

Poco dopo la mezzanotte del 24 marzo 1989, la petroliera Exxon Valdez colpi' Bligh Reef nei pressi di Prince William Sound, in Alaska. La petroliera riverso' in mare almeno 11 milioni di galloni di petrolio grezzo che sommersero 1.300 miglia di costa dell'Alaska.  

I danni ai pesci, agli uccelli, alle comunita locali furono incalcolabili. Fu tutto devastato.  Uno dei residenti dice

"You could smell the oil before you ever saw it. There was no fish, no birds chasing fish. You could sit there and it'd just be dead quiet. So everybody called it the dead zone.

Dopo 25 anni e 2,1 miliardi dollari in costi di pulizia, le tracce del petrolio e della monnezza persistono ancora sulle spiagge dell'Alaska e sulla psiche di chi vive li.

Ci sono ancora cause in corso per determinare l'esatto ammontare delle ricompense da offrire ai residenti e allo stato dell'Alaska, molti sono andati via e non sono piu' tornati. Il petrolio e' arrivato a distanze di 700 chilometri dal punto di impatto.

Inizialmente i giudici decisero che fra danni all'ecosistema e danni puntivi - cioe' per dare l'esempio - la 
Exxon dovesse pagare 5 miliardi di dollari. Dopo vari tira e molla legali, la cifra si ridusse di $250 milioni per compensare i danni piu' $507 milioni in danni punitivi piu' $470 milioni in interesse. La Exxon dice di avere speso 4 miliardi e 300 milioni di dollari per il ripristino.

Morirono circa 250,000 uccelli, 2,800 lontre e 300 foche morirono. In totale il 40% delle lontre perse la vita a causa del petrolio dell'Alaska. Per le lontre ci sono voluti esattamente 25 anni per il ritorno alla normalita', che e' stato annunciato dall' US Geological Survey -- l'USGS -- a Marzo 2014.

Il motivo di questa lentezza?

“Chronic exposure to hydrocarbons” secondo la Exxon Valdez Oil Spill Trustee Council, creata per gestire il riprisino ambientale in Alaska. Durante questi decenni,  le foche avevano tassi di mortalita' elevati e abnormalita' genetiche consistenti con la presenza di idrocarburi nell'ambiente.

Per altre specie il ritorno allo stato pre-petrolio non e' ancora arrivato.

Cinque anni fa, in occasione del ventesimo anniversario del disastro, lo stesso Counsil scrisse che


"Exxon Valdez oil persists in the environment and, in places, is nearly as toxic as it was the first few weeks after the spill."

Il petrolio della Exxon Valdez persiste nell'ambiente e, in alcuni casi, e' tossico tanto quanto lo era durante le prima settimane dallo scoppio.

Non credo che che le cose siano molto migliorate in questi cinque anni.

E gli umani? La storia piu' triste e' forse quella di Cordova, Alaska, dove la pesca scomparve del tutto, e con essa il modo di vivere di una intera citta': crollo della pesca, crollo dell'economia locale, aumento di consumo di droga, malattie e suicidi.

Ancora adesso pescano petrolio dai mari di Cordova.

In Italia ci continuano a dire che gli incidenti non ci saranno o che in merito a possibili perdite "il progetto esclude tali eventualità". Ma nessuno ha la sfera di cristallo, e come sempre basta un solo incidente per rovinare l'ecosistema per sempre, o quasi.

Oil spills are forever.



Monday, January 14, 2013

Exxon hates your children

Update: oggi 3 Settembre 2014 e' uscito il seguito: "Exxon hates the world"





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E qui "Exxon hates America":




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Il giorno 11 Gennaio 2013 e' iniziata una nuova campagna pubblicitaria qui negli USA. Dura 30 secondi e si chiama "Exxon hates your children" - "La Exxon odia i tuoi figli". Eccolo:


Semplice, chiaro, diretto. Senza giri di parole.

Dopo essersi fusa con la Mobil, la Exxon e' diventata la piu grande ditta petrolifera del mondo, nonche' l'azienda che fa piu' profitti sul pianeta, piu' della Apple, piu di Walmart, a causa della nostra insaziabile sete di petrolio. Nonostante tutto cio', grazie ai milioni di dollari che spende in attivita' di lobby a Washington e a livello locale, riceve ancora sussidi governativi e sconti sulle tasse.  E non sono bazzeccole. Nel solo 2011, i petrolieri - Exxon inclusa - hanno ricevuto ben 10 miliardi di dollari, dritti dritti dalle nostre tasse di cittadini, sottoforma di sussidi.

Secondo l'Agenzia Internazionale dell' Energia  se vogliamo che la temperatura del pianeta aumenti di soli due gradi centigradi, i due terzi delle riserve petrolifere note devono restare sottoterra. L'aumento della temperatura di oltre 2 gradi centigradi e' considerata pericolosa e sovvertira' tutti gli ordini naturali ed ecologici del pianeta cosi come lo conosciamo. Alla base dei cambiamenti climatici c'e' l'attivita' umana, prima fra tutte, l'uso di fonti di energia fossile.

Alla Exxon - e a tutte le altre - tutto questo non importa. Loro hanno un solo scopo: trivellare e lucrare, e non importa se quel che ne risulta sono rifiuti tossici, incidenti, cambiamenti climatici.

Per anni la Exxon e tutte le altre hanno cercato di sabotare la scienza vera sponsorizzando "studi" in cui si promuoveva lo scetticismo e i vari distinguo sui cambiamenti climatici. Era una operazione studiata bene a tavolino, in cui non si sono risparmiati niente per seminare dubbi, per far confusione, per trovare il pelo nell'uovo dove peli non ce n'erano, in modo da potersi crogiolare nel "non si sa'" e restare allo status quo. E cioe' ad arricchirsi.

Prezzo dell'operazione-negazionismo? 16 milioni di dollari, spesi dal 1998 al 2005.

La saga della Exxon per negare i cambiamenti climatici e' illustrata in un eccellente documentario del 2007 della PBS, la TV pubblica americana - che non ha niente a che vedere con la RAI - e che si chiama "Hot Politics".

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi ed il tentativo della Exxon - e delle altre - e' fallito.

Abbiamo perso 15 anni, ma ad oggi c'e' il consenso di tutti gli istituti di scienza del mondo, secondo i quali i cambiamenti climatici esistono e sono dovuti principalmente all'uso di combustibili fossili e alla deforestazione. Gli ultimi ad accettarlo sono stati - guarda caso! - quelli dell'American Association of Petroleum Geologists, che nel 2007 hanno modificato la loro posizione. Da negazionisti, sono passati a "neutrali" sul tema.

E cosa fanno adesso quelli della Exxon? Non possono piu' negare, e allora il CEO del gruppo, Rex Tillerson - stipendio 25 milioni di dollari nel 2011 - nel giugno del 2012 dice, che si, i cambiamenti climatici ci sono, ma che "ci adatteremo".

Ah si, ci adatteremo - umani e flora e fauna - a cose come l'uragano Sandy? Agli incendi, alle siccita', alle alluvioni? In quella occasione Rex Tillerson se l'era presa con giornalisti, attivisti e con il pubblico, secondo lui tutti "ignoranti" di matematica e di scienza e che propagandano paure infondate sull'industria del gas e del petrolio.  Come se non avessimo niente di meglio da fare.

Ma non c'e' solo la Exxon in questa spirale del petrolio in ci si promette lavoro, ricchezza, sicurezza energetica, rispetto dell'ambiente e gioia per tutti. Operano tutte allo stesso modo, perche' il modello che promuovono, in Italiacome negli USA, e' lo stesso. Trivellare per le tasche di pochi, lasciando  briciole e guai alle comunita' locali e alla collettivita'.

Ovviamente chi pagera' le conseguenze di queste scelte saranno le generazioni future, ed e' per questo che la pubblicita' si chiama "Exxon hates your children".

E chi e' che mette su questa coraggiosa pubblicita' contro la Exxon?

Sono cittadini normali sotto un logo dal nome "The other 98%" che hanno raccolto donazioni online per poterlo dire a tutti che la democrazia e' nostra, e non dei petrolieri.

Dicono:

Why? Because we want to live in a world where we can tell the plain truth about the richest companies in the world, right on television - and it's no big deal. Because Exxon keeps getting away with destroying any chance of a future for your children and ours. Because we live in a time where politicians discuss eviscerating the New Deal while handing Big Oil a free $10 Billion in taxpayer subsidies a year for no good reason, and no one ever calls it out.

E in Italia? In Italia siamo anni luce lontano da tutto questo. Ve l'immaginate la gente normale che manda in TV una pubblicita' che dice "L'ENI odia i vostri figli"? Invece qui, la liberta' di parola e' cosi tutelata che mandare questa pubblicita' e' legale e nemmeno la Exxon, con tutti i suoi soldi,  puo' vietarlo.

Exxon hates your children e noi abbiamo il diritto di poterlo dire.

Sunday, August 12, 2012

I dispersanti nel golfo del messico, 2 anni dopo.


Dispersanti sul golfo del Messico, 2010


Gamberetti anneriti dal petrolio, Dauphin Island, Alabama, Agosto 2012


Tartaruga morta, Mississippi, Maggio 2012


Micheal Crosby, 
Mote Marine Laboratory, Sarasota, FL

Dei danni del golfo del Messico, due anni dopo, si parla poco. Eppure ogni tanto vengono fuoi studi fatti proprio sull'esperienza del golfo che dovrebbe far riflettere tutti, da Passera e Clini, che hanno abilmente risuscitato le trivelle bocciate dalla Prestigiacomo, fino ai sindaci di comunita' trivellate e trivellande.

La BP ha usato circa 1.8 milioni di galloni di dispersanti, fra cui il Corexit, bannato per la sua pericolosita' in alcune nazioni. E anche quando il governo USA gli ha intimidato di non usarlo piu, alla BP non e' importato molto, ed hanno continuato a spruzzarlo imperterriti, di notte, di giorno, a casaccio.

1.8 milioni di galloni sono circa 7 milioni di litri. Il Corexit spezzetta il petrolio disperdendolo nell'acqua, ma spezzetta anche le membrane degli esseri viventi, causando malattie e deformita'.

Ne abbiamo gia' parlato qui nell'anniversario, qui sui pesci, qui sui coralli.

Adesso, c'e' uno studio condotto da Alice Ortman della University of South Alabama, che mostra in maniera scientifica che in un esperimento controllato in laboratorio, la presenza di dispersanti porta alla morte del plankton, ma all'aumento di batteri, capovolgendo tutto il delicato equilibrio della catena alimentare.



There were lots of bacteria left but no bigger things.  
It's like the middle part of the food web is taken away.

C'erano molti batteri, ma niente di piu' grande.
E' come se la parte centrale della catena alimentare fosse stata portata via. 

I pesci non mangiano batteri. E' il plankton che mangia batteri, che poi vengono mangiati dai pesci e se togli quello che c'e' in mezzo - appunto il plankton - la catena alimentare viene interrotta.

Questo e' un risultato inaspettato, nuovo, e dalle profonde implicazioni. 

Il professor Brian Crother, del dipartimento di biologia della Southeastern Louisiana University infatti dice che il tutto e' spaventoso perche l'esperimento condotto in taniche, riproducendo al meglio che si poteva le condizioni in mare, e' durato solo cinque giorni. E se queste sono le conseguenze dopo 5 giorni, figuriamoci dopo 3 mesi!

Micheal Crosby, del Mote Marine Laboratory a Sarasota, in Florida, dice che questo significa che non abbiamo ancora visto tutto quello che c'e' da vedere nel golfo, perche' per vedere l'impatto pieno di questi stravolgimenti sulla catena alimentare occorrera' aspettare anni ancora.

Ad esempio, lo scoppio della Exxon Valdez, nel 1989 non ebbe conseguenze immediate sulla popolazione di pesci. Ci vollero quattro anni, e nel 1993 si inizio' ad asssitere ad un graduale declino della popolazione di aringhe, fino a che le aringhe sono scomparse del tutto e con queste, i pesci piu' grandi che li mangiavano.

Cordova, Alaska era un paese di pesca.

Dopo lo scoppio e la fine delle aringhe, la pesca non esiste piu.
Esistono le ditte fallite, i suicidi, la miseria e la disperazione. 

The worst is yet to come.


Aringa - un tipo di pesce azzurro




Thursday, April 7, 2011

La BP e delfini morti nel golfo del Messico



Ci si e' chiesti fin dal primo giorno se la BP dicesse la verita' sui danni ambientali causati dallo scoppio del suo pozzo un anno fa. Diversi reporter hanno parlato della BP che voleva impedire che venissero fatte foto di animali morti, moribondi o sfigurati dal petrolio o che la BP non volesse gli scienziati indipendenti "fra i piedi".

Hanno trattato male le persone, figuriamoci come trattano gli animali.

Un articolo pubblicato in data 30 Marzo 2011 nella rivista "Conservation Letters" afferma ora che il numero di cetacei morti a causa dello scoppio del pozzo di petrolio della BP potrebbe essere molto maggiore di quanto finora ritenuto.

Gli autori, provenienti da varie universita' americane e canadesi, sono tutti noti ricercatori sulla vita dei cetacei e uno di loro ha anche realizzato dei documentari.

In generale la dannosita' di scoppi petrolieri e' misurata dal numero di animali marini e di uccelli uccisi.

Nel caso dello scoppio del pozzo BP sono stati ritrovati "solo" 101 mammiferi marini uccisi dal giorno dello scoppio fino al 7 Novembre 2010, in maggior parte delfini e balene.

Potrebbro sembrare pochi, ma questi sono solo quelli ritrovati. E' importante avere cifre esatte di quanti esemplari siano morti per tanti motivi, non da ultimo per presentare il conto alla BP quando sara' l'ora.

Nello studio si analizzano le mortalita' precenti nella zona e si arriva alla conclusione che per il golfo del Messico il numero di cadaveri recuperati e' del 2% del numero attuale di animali morti. Recuperati 100 cadaveri dunque, si giunge alla stima che i mammiferi uccisi potrebbero essere stati circa cinquemila.

Aggiungono che balene e delfini sono altamente sociali e che le sostanze chimiche e i dispersanti usati per "pulire" il golfo hanno potuto causare danni ad intere colonie e continuare ad avere effetti nefasti a lungo termine.

Per fare un esempio, dopo lo scoppio della petroliera Exxon-Valdez del 1989 il numero di balene e' diminuto del 40% nella zona e quelle che sono rimaste sono sterili.

Nessuna di quelle balene d'Alaska si e' piu' riprodotta dopo l'incidente di 22 anni fa.

Intanto i delfini continuano a morire nel golfo del Messico.

Proprio oggi viene confermato che altri otto delfini ritrovati morti lungo le coste del golfo del Messico erano pieni di petrolio targato BP.

Altri ventiquattro feti di delfini morti sono stati ritrovati lungo le spiaggie dell'Alabama e del Mississipi nel solo mese di Febbraio. E se si includono Louisiana e Florida il numero giunge a 60 nei soli mesi di Gennaio e Febbraio 2011.

E' il numero piu' grande di delfini abortiti o morti subito dopo la nascita negli scorsi 20 anni.

Moby Solangi, direttore di un istituto per gli studi di mammfieri marini afferma che sono numeri non normali. Di solito gliene capitano uno o due all'anno. Dice che molto probabilmente il tutto e' dovuto allo scoppio petroliferi dell'anno scorso, che i delfini hanno mangiato pesci contaminati e che questo ha potuto causare problemi riproduttivi.

Dice che se muoiono i delfini, c'e' da preoccuparsi anche per tutto il resto della catena alimentare.

La cosa triste e' che la maggior parte dei delfini morti sono appena nati o feti, concepiti proprio all'epoca dello scoppio, visto che il periodo di gestazione dei delfini e' di circa 11 mesi.

Le mamme all'inizio non sanno che i loro piccoli sono morti, e cosi continuano a danzare e a coccolorare i loro figli gia' cadaveri, in uno spettacolo spezzacuore.

Anche a Vasto ci sono i delfini.

Lasciamoli vivere.



Carcassa di delfino BP.

Sunday, June 13, 2010

Louisiana: 50 giorni dopo



Il pozzo della Louisiana non e' ancora stato tappato e oggi dovrebbe essere l'ultimatum che il presidente Obama ha dato alla British Petroleum - soprannominata qui British Polluters - per farlo.

La BP dice che non ha le capacita' per raccogliere tutto il petrolio in giro almeno fino alla fine di giugno - inizio luglio.

Il petrolio e' arrivato in Louisiana e in Alabama. Obama ha detto che se fosse per lui avrebbe licenziato il capo della BP - Tony Hayward. Si parla di sospendere il pagamento dei dividendi della BP e si usare quei soldi per i risarcimenti alle persone affette dall'inquinamento. I danni eccedono il miliardo di dollari.

Il primo ministro inglese Cameron dice che la BP e' importante per l'economia inglese, mentre il sindaco di Londra, Boris Johnson, dice che e' "preoccupante" che una cosi' importante ditta inglese venga cosi' ripetutamente schernita in ambito internazionale.

Lo vada a dire a quelli che vivono laggiu'.

Intanto un po di cifre, come le riporta il Los Angeles Times:

1) Sono stati riversati in mare fra 1 e 2 milioni barili di petrolio. Cioe' fra 160 e 320 milioni di litri di petrolio. E' il diciannovesimo piu' grande disastro petrolifero del mondo e di tutti i tempi, e il piu' grande della storia d'America. Quello della Exxon-Valdez fu di circa 40 milioni litri di petrolio.

2) Secondo le muove stime, ogni giorno escono circa dai 320 mila ai 640 mila litri di petrolio. Dopo gli interventi del 3 giugno 2010, quando i robot della BP hanno accidentalmente danneggiato l'oleodotto sotterrraneo, il flusso di petrolio e' aumentato.

3) Di tutto quel petrolio, solo una piccola parte e' stato catturato o bruciato: 125 mila barili sono stati inceneriti e 100 mila catturati. Tutto il resto e' finito in mare, sulle spiaggie, sui corpi degli animali.

4) La BP e' stata criticata per avere usato dispersanti tossici, che hanno solo il compito di spezzettare il petrolio farlo sommergere un pochino - cosi' non si vede. Infatti ci sono varie bolle estese di petrolio semisommerso.

5) Non si sa dove andra' tutto a finire. Se il flusso non si ferma, e se le condizioni climatiche sono "giuste" il flusso di petrolio potrebbe anche fare il giro della Florida e finire nell'Atlantico.

Ma a noi in Italia nulla di tutto questo succedera' mai. La Petroceltic, l'ENI, la MOG, la Vega Oil, la Northern Petroleum, la Cygam Gas e tutti i loro amici, sanno quel che fanno e noi siamo tutti al sicuro con i pozzi a 5km da riva.

Ancora di piu' ne e' certo l'immobile Gianni Chiodi che non succedera' niente.

Thursday, May 21, 2009

L'affondamento della Prestige: nunca mais










La petroliera Prestige si inabisso' lungo le coste spagnole della Galizia nel 2002.

Fu il peggior disastro ambientale della storia della Spagna. Migliaia e migliaia di chilometri di costa e di spiagge spagnole e francesi furono devastate. Furono contaminate anche l'isola di Wight, e le isole Canarie.

L'incidente fu a causa di una tempesta che causo' il distacco di un pezzo di nave e da cui vennero riversati in mare 20 milioni di galloni di petrolio, circa 80 milioni di litri.

La nave peregrino' per vari porti perche' nessuno voleva accoglierla, e alla fine si inabisso' nel mare.

Il comandate della nave fu arrestato per non avere collaborato nell'opera di salvataggio e per distruzione ambientale.

Il rilascio del carico di petrolio della Prestige duro' per mesi, riversando 500 litri al giorno senza sosta.

Il risultato e' che ci furono morie di coralli, squali, pesci e di uccelli. L'industria della pesca soffri' moltissimo e tutta l'attivita' fu fermata per sei mesi a causa del grave inquinamento. Il governo spagnolo fu accusato di voler minimizzare la portata dell´incidente per non creare danni di immagine.

Nonostante l'opera di pulizia, portata avanti soprattutto dai volontari della Galizia e nonostante le premure di tenere tutto a tacere, l'inquinamento persistette, anche se non in modo visibile come le macchie nere del petrolio. Dopo un anno dall'incidente infatti, ci furono studi dell'Universita' de La Coruna a mostrare che a causa del petrolio della Prestige, pesci, crostacei e polipi avevano alti livelli di idrocarburi aromatici policiclici (il benzene), che sono cancerogeni.

Si calcolo' che la vita marina sarebbe stata impattata dagli scarichi per almeno 10 anni e che tutta la catena alimentare ne avrebbe risentito, dal plankton all'uomo. Il fermo dei sei mesi, secondo vari ricercatori non e' stato sufficiente a garantire l'assoluta sicurezza dei prodotti marini, infatti si consiglia ancora di non mangiare pesce della Galizia.

Alla fine dell'operazione pulizia i cittadini formarono un gruppo detto "Nunca mais" per vigilare sul loro mare e per chiedere risarcimenti. Il costo sia economico che ambientale, fu paragonabile a quello della petroliera americana che si inabisso nell'Alaska, la Exxon Valdez: entrambi gli incidenti costarono attorno ai 2 mila miliardi di euro.

Il porto di Ortona continua ad ingrandirsi, nel silenzio generale. Nonostante le parole di Scaroni all´Aquila, quel porto e' li per commerciare petrolio, che arrivera' da Ombrina, Pineto, Miglianico, Vasto, Teramo e da altre localita' dell´entroterra pronte ad essere trivellate a partire dal primo gennaio 2010. Come ho ripetuto all'inverosimile, gli incidenti petroliferi sono frequenti, gravi, e riversibili solo su scale molto molto lunghe ed il porto in quella posizione cosi centrale per la costa teatina e per questo infelice ne aumentera' le possibilita'.

Ad Ortona, cittadini e amministratori avevano una scelta: turismo o petrolio. A parte qualche eroico gruppo di persone, la maggior parte degli Ortonesi, per silenzio, ignavia o menefreghismo ha effettivamente scelto il petrolio per la propria citta.

E' triste ma e' cosi.



Fonti:New Scientist, Wikipedia

Friday, April 25, 2008

Che ne sara' di noi?


Mentre i politici discutono su cose futili e pensano a come attaccare il popolo onesto, ecco una delle tante storie del petrolio nel mondo. Visto che siamo una regione a "basso rischio politico" e visto che invece di proteggerci chi comanda pensa a come arricchirsi sulla nostra salute, impariamo da altre nazioni che hanno gia' affrontato il problema petrolio tanti anni fa.

Nel 1967 la Texaco, una ditta petrolifera americana, trovo' il petrolio nella regione nord-est dell'Ecuador, detta Sucimbios. La zona, ironia della sorte, venne ribattezzata Lago Agrio che vuol dire Lago Amaro. Per 20 anni la Texaco ci estrasse il petrolio che fini' per la maggior parte negli Stati Uniti. L'attivita' estrattiva e' ora terminata perche' i pozzi si sono esauriti, ma i danni ambientali restano.

Durante il corso di quei venti anni infatti si stima che vi siano stati 16 milioni di galloni di petrolio dispersi: quasi 50,000,000 - il doppio di quanto non fuoriusci' dalla Exxon Valdez dell'Alaska nel 1989. La compagnia scavo' centinaia di pozzi dove riversare gli scarti delle operazioni di estrazione, fra cui i fluidi e i liquidi perforanti. Fra le sostanze di risulta 50 milioni di litri di acqua che successive analisi chimiche hanno mostrato essere contaminate da sostanze ad alto potenziale cancerogeno fra cui il benzene. Le popolazioni non vennero istruite sui pericoli e quell'acqua fini' per per essere usata dagli indigeni per bere, cucinare, lavarsi ed irrigare le terre.

Negli scorsi trenta anni i livelli di tumore nei pressi del Lago Amaro sono aumentati del 150%.

Gli indigeni dell'Ecuador, a suo tempo, fecero quello che ora stanno facendo quelli del Peru': cercano di portare i petrolieri americani in causa sul suolo americano dove le leggi sono molto piu' severe e chiare che in Ecuador. Era il 1993. Le ditte petrolifere fecero un'enorme sforzo mediatico, portarono avanti appelli e ricorsi vari, e alla fine vinsero. Nel 2001 la corte degli appelli di New York decise che la causa non poteva essere intentata sul suolo americano, ma visto che i danni erano stati fatti in Ecuador, era li che la causa doveva essere portata avanti.

La Texaco, nel frattempo acquisita da Chevron, penso' di avere terminato il suo lavoro: erano convinti che gli indigeni, stanchi, si sarebbero arresi. Invece no,
gli ecuadoregni, aiutati da avvocati pro-bono e associazioni di supporto americane, continuarono la lotta, e nel 2003 riaprirono la causa in Ecuador.

Il 1 Aprile 2008, dopo anni di indagini, verifiche e interviste, l'esperto indipendente nominato dalla corte dell'Ecuador, stimo' che l'inquinamento c'era e che la Texaco-Chevron era responsabile per danni quantificabili fra gli 8 e i 16 miliardi di dollari. Una cifra enorme.

Di solito le ditte petrolifere, davanti a queste multe cosi' elevate e in questo caso di gran lunga superiori al volume di affari attuale della Texaco-Chevron in Ecuador, prefersicono lasciare il paese piuttosto che pagare. Qui per' non possono. Una clausola ben precisa nel processo e' che la Chevron deve sottostare a qualsiasi decisione presa dal giudice prima di lasciare il paese. Il giudice deve ancora pronunciarsi sulla sentenza finale, ma si pensa che la parola dell'esperto ambientale avra' un forte peso sulla decisione.

Intanto i capi dell'Ecuador, Pablo Fajardo Mendoza e Luis Yanza, che hanno lottato 14 anni per avere giustizia hanno vinto un premio di $150,000 da una fondazione di San Francisco per l'ambiente, il Goldman Environmental Prize.


Cosa significa questo per noi? Se guardiamo i dettagli, la loro esperienza non si allontana molto da quello che potrebbe succedere da noi. L'estrazione del petrolio in Ecuador duro' per venti anni, piu' o meno quello che si stima per i nostri pozzi abruzzesi. L'ENI dice che le acque di risulta (l'ho visto coi miei occhi sul loro progetto) verranno reiniettate nel suolo senza trattamenti, proprio come in Ecuador. I limiti legali italiani dicono che per legge, possono emettere H2S anche fino a 30ppm, mentre l'organizzazione mondiale della sanita' dice che il limite massimo dovrebbe essere 0.005ppm. Ci ammaleremo anche noi? A Gela e' successo proprio questo.

Faremo la fine dell'Ecuador? La nostra storia, se non facciamo niente, e' gia' scritta, e non da questa "sedicente scienziata" ma dalla storia del petrolio in qualsiasi altra parte del mondo dove esso sia stato estratto vicino a zone abitate. Non mi invento niente, leggo, e al massimo traduco.

La nostra salute, cari amministratori perditempo, vale molto di piu' dei 6 milioni di euro che l'ENI vuole dare alle "case comunali" di Ortona per i danni ambientali. Se sono disposti a darci sei milioni di euro, vuol dire che lo sanno anche loro che il petrolio fara' disastri da noi.

Ortonesi, mi raccomando il 30 Aprile. La protesta, civile e pacifica, non deve finire: questi Don Rodrighi di manzoniana memoria devono fare la fine che si meritano.

Fonti: Los Angeles Times , Los Angeles Times 2

Tuesday, March 25, 2008

Trivellazioni marine


Non facciamo a tempo ad imparare i danni provocati dalle raffinierie, che gia' dobbiamo preoccuparci di altri guai. La centrale a turbogas di Gissi di cui parla Danilo qui e ora le trivellazioni esplorative in mare. Non so come siano queste piattaforme che hanno installato in acqua a San Vito e all'Acquabella di Ortona (ne fate delle foto?) ma questo e' quello che leggo sulle trivellazioni marine:

La maggiore fonte di inquinamento causato dalle trivellazioni marine e' a causa degli scarti operativi. Per potere trivellare nel mare, ed altrove, le compagnie petrolifere hanno bisogno di
speciali "fluidi e fanghi perforanti", drilling fluids and muds in inglese (e che potrebbero sembrare anche queste altre arme di Mazinga Zeta). Queste sostanze servono per guidare il processo di perforamento.

Ad esempio, come si fa a riportare in superficie le particelle di roccia tagliata mentre si fanno i buchi? La gravita' tenderebbe a farli restare sottoterra, ma il fluido perforante immesso nel pozzo riporta in superficie il materiale roccioso. E' come se ci fosse una sorta di forte getto di acqua che trascina con se dei sassolini se la velocita' e la densita' del fluido sono sufficientemente forti. A volte questi fanghi e fluidi vengono usati per pulire i pozzi, per lubrificarli, per controllarne la pressione e la forma, per facilitare la cementificazione, o per sigillare formazioni porose indesiderate mentre si trivella.

Di questi fanghi e fluidi non si conosce la composizione chimica esatta, ogni compagnia ha la propria ed e' un po' come una ricetta che viene modificata nel tempo e a seconda delle diverse
esigenze di ciascun pozzo. Le compagnie petrolifere tengono segrete le proprie formule di morte, quello che pero' si sa e' che questi fanghi sono TOSSICI, e difficili da smaltire in modo sano. Lasciano traccie di cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame, e molte di queste sostanze sono nocive e finiscono nei corpi dei pesci, e di quelli che li mangiano.

I fluidi perforanti infatti, quando usati offshore, sono spesso riversati nel mare dopo l'uso, lo fa di routine non solo l'ENI ma tutta l'industria petrolifera. Anche nella loro varieta' meno inquinante contengono sostanze nocive e possono disperdersi nel mare per molti chilometri. In Canada un pozzo esplorativo marino emise bario che pote' essere registrato in forti dosi a 65 km ad est e a 35 km a ovest (la differenza e' dovuta alle correnti marine). Le acque di risulta delle trivellazioni marine, rigettate in mare, sono stimate essere la causa del 30% dell'inquinamento petrolifero del Mare del Nord. Da alcuni studi preliminari, le sostanze tossiche rilasciate dai pozzi marini hanno cambiato il ciclo riproduttivo dei pesci della Norvegia, un po come a Cordoba, in Alaska.

Durante le fasi di esplorazione marine, siccome il mare non ha diritti, spesso vengono effettuati dei test che non si farebbero sulla terraferma e che coinvolgono bruciamenti di gas. A volte il gas viene bruciato se ci sono dei malfunzionamenti o per separarlo dal petrolio. Questi bruciamenti emettono solfati (fra cui H2S e SO2 causando danni alla respirazione), benzene (cancerogeno), toluene (problemi riproduttivi). Dalle piattaforme petrolifere queste sostanze possono viaggiare nell'aria fino a 300 km in condizione di vento favorevole.

Incidenti durante le perforazioni sono possibilissimi. L'ENI stessa ne ha causato uno in Alaska nel 2007, quando circa diecimila litri di questi fanghi perforanti vennero rilasciati nell'ambiente. La fotografia di cui sopra ne e' appunto il risultato.


Non c'e' niente piu' da dire, mentre scrivo mi si inumidiscono gli occhi. Chiunque abbia preso queste decisioni di morte ha solo da vergognarsi. E non mi si venga a dire il progresso, il petrolio. Questo tempo e' passato. Dov'e' il progresso alternativo? Perche' dobbiamo essere sempre gli ultimi? Perche' in California il mare e' dei surfisti e non dei pozzi? Ma e' cosi' difficile capire che l'ENI e' come un lento cancro che si insinua dove puo' se gli si da corda? Cosa credete che succedera' se il petrolio c'e' nel nostro mare? Pensate che l'ENI lo tenga li per abbellimento o che le petroliere sono la stessa cosa delle navi crociera? Ora siccome devono prendersi una tregua elettorale sulla terraferma e a causa della legge regionale del 4 Marzo, passano ad attaccare il mare. Io spero solo che non ci trovino niente, perche' se il petrolio c'e' la vita da noi cambiera' per davvero.

Fonti:

Oil Free Coast, Stato dell'Alaska,Wikipedia