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Monday, February 11, 2019

L'anno 2018 - il vento record in tutto il mondo









Visto che in Italia continuano a moltiplicarsi gli articoli del Corriere della Sera sul tutt-e'-meglio del petrolio,  volevo un po' vedere quali sono le statistiche per l'erogazione di energia dal vento a livello mondiale.

Semplicmente inserendo in Google le parole "wind energy 2018" esce tutta una lista di record in ogni anno del pianeta. E cioe' non siamo in qualche isola remota di Svezia, o in Costa Rica, ma proprio in tutto il mondo, con i prezzi dell'eolico in continua discesa.

E se il vento e il sole aumentano a livello globale, se la Germania pure abbandona carbone e nucleare, se tutti sappiamo i danni a persone e pianeta delle trivelle, a che pro voler continuare a rilasciare permessi petroliferi e a decantare le virtu' delle trivelle? 

Matteo Salvini ci senti?

Marco Marisilio ci senti? 

Petrol-giornalisti del Corriere della Sera ci leggete?

Oscar Giannino ci senti?

Iniziamo dagli USA,

Nel 2018 dall'eolico sono state generate piu' di 96 GW di energia in totale, di cui quasi 8 GW nuovi di zecca. Ci sono 56,800 turbine nel paese in 41 stati.  La domanda arriva principalmente da citta', grandi corporazioni ed unversita che, per amore o per calcolo non importa, vogliono energia pulita.

I prezzi sono contenuti, la richiesta e' elevata e si prevede che la produzone di energia eolica continuera' a crescere.

La cosa ridicola e' che fra i piu' grandi utilizzatori di energia eolica siano... ATT, Walmart e... ExxonMobil e Shell Energy! Cioe' i petrolieri stessi chiedono energia green :)

Per di piu' altri petrolieri, i norvegesi della ex Statoil, ora Equinor, Orsted e Shell sono in gara per bucare gli oceani della East Coast cercando stavolta per piazzarci pale eoliche.

Interessante no? Pure i petrolieri seguono il vento, figurativamente e nella realta'. 

Passiamo al Canada, sotto molti aspetti un petrolstato visto che molta della sua economia dipende dalla vendita di petrolio dalle Tar Sands del Canada agli USA. Anche qui l'industria del vento ha aumentato impianti e produttivita'; nel frattempo l'eolico e' diventata la fonte energetica meno costosa del paese.

Occorre rifletterci: il Canada, il paese delle Tar Sands, dove il vento fornisce energia a minor costo delle trivelle!

E cosi' c'e' una corsa all'aumento di capacita' energetica eolica. Nel 2018 siamo arrivati a 13GW in tutto il paese grazie ad Eolo, e grazie a 299 campi eolici e 6,600 turbine nel paese. Questo significa energia elettrica green per circa 3 milioni e mezzo di persone.  Tutto punta all'aumento dell'eolico anche per il 2019.

Anche nel Sud America la crescita e' notevole, tanto che per tutto il 2018 la crescita' e' stata di quasi 12 GW, di cui 2GW nuovi dal Brasile e 1GW dal Messico.

In Europa invece sono stati installati nuovi impianti eolici per 2.6GW di energia, con l'85% delle strutture in UK (700 MW)  e in Germania (1.3 GW) ; i prezzi calano ed ora in Europa ci sono 105 impianti offshore con una capacita' totale di 18.5 GW in mare. A terra siamo invece a 160 GW.
Si prevede crescita per i prossimi cinque anni almeno. 

Nel Regno Unito intanto e' stato appena varato il piu' grande campo eolico marino del mondo. 

Si chiama Hornsea One e si trova lungo le coste dello Yorkshire. A svilupparlo la danese Ørsted, con 174 turbine a fornire ben 1.2GM di energia con lo scopo di riempire il vuoto lasciato dai falliti tentativi di estendere il nucleare da parte della Hitachi e della Toshiba. Dara' elettricita' a un milione di famiglie; ed e' in gia' in programma la fase due del progetto.

E dunque, perche' insistere e diabolicamente persistere a propinarci che il futuro e' scavando nella melma petrolifera sotto i nostri piedi, fra le falde acquifere, le faglie sismiche e avvelando l'aria dei residenti?












Saturday, January 19, 2019

Oleodotto esplode in Messico: 66 morti, 85 dispersi




Siamo a Tlahuelilpan, cento chilometri a nord di Citta' del Messico. Una esplosione di un oleodotto PEMEX ha portato alla morte di almeno 66 persone, 76 feriti e 85 dispersi, venerdi 18 Gennaio.

L'incendio ancora arde.

L'oleodotto portava petrolio dal golfo del Messico alla citta' di Tula, piu' a nord di Citta' del Messico e di Tlahuelilpan.
 
A sentire i rapporti di PEMEX, Petroleos Mexicanos, la ditta statatle di petrolio messicano, l'esplosione e' dovuta a fessure create illegalmente lungo il suo percorso da ladri di petrolio.  
Inzialmente c'e' stata la rottura dell'oleodotto, con petrolio sparato in cielo, poi si e' creata una folla festiva attorno allo scoppio per assistere alla pioggia nera che scendeva giu'. Cosi' quando l'oleodotto e' scoppiato, due ore dopo, tanti e troppi sono stati i morti, i feriti, i dispersi.  

In 21 sono morti sull'istante, altri sono invece morti successivamente.

Il Messico ha da poco un nuovo presidente, Andres Manuel Obrador in carica dal 1 Dicembre 2018, che si e' rivolto alle persone chiedendo loro di non infierire e di non cercare di prendere altro petrolio dall'oleodotto esploso.

Si parla di circa 12,581 buchi negli oleodotti del paese nei soli primi dieci mesi del 2018, creati per portare via petrolio e benzina con secchi, bottiglie di plastica e bidoni. Si tratta di una perdita economica per il Messico di circa 3 miliardi di dollari l'anno, e contro il quale Obrador ha dispiegato 3200 marines per monitorare la faccenda.

E infatti questi scoppi non sono rari: un altro ci fu una settimana fa nel vicino stato di Queretaro, presso la citta' di San Juan del Rio, ma li non ci furono vittime perche' non si formarono folle festeggianti.

Il caos pero' continua: la gente povera continua l'assalto agli oleodotti, il governo ne chiude alcuni per controlli e ripari o per monitorare lo stato dei furti, le file diventano lunghe, la gente si arrabbia, le gang dei furti del petrolio riesce a farsi voler bene, regalando il petrolio e usando le persone come senitnelle.

Insomma, tipiche scene di poverta e disperazione, con un contorno di petrolio; succede anche in Nigeria.

Ora uno dira': se la sono cercati perche' lo scoppio e' stato a causa del contrabbando di petrolio. Certo e' vero. Ma e' anche vero che occorre che le ditte di petrolio siano vigili sulla loro infrastruttura, e che questo tipo di attivita' in cui il petrolio-denaro scorre in un paese senza niente in cambio per i residenti favorisce l'illegalita', specie nei territori poveri.

La PEMEX quanto ha investito negli anni per la sicurezza? Per la manutenzione? Per i territori? Per l'istruzione alle persone che, come minimo, giocare con gli oleodotti e' pericoloso? 

Quante fessure ci sono causate dall'uso e dal logorio?

E' questa un'altra manifestazione del paradigma: profitti per pochi, briciole e morte per gli altri.
Meglio il sole, che non si puo' bucare. 




Saturday, October 6, 2018

Golfo del Messico: la piattaforma che perde petrolio da 14 anni senza sosta














Ormai sono passati 14 anni ed i pozzi della Taylor Energy, ditta ormai defunta, continuano a sputare petrolio in mare, al ritmo di 10,000 - 30,000 galloni al giorno.

Era infatti il 2004 quando l'uragano Ivan rovescio' una piattaforma danneggiando vari pozzi collegati alla piattaforma; fra questi il pozzo 23051 che perde da appunto 14 anni.

Assieme a 23051 altri pozzi secondari, che, secondo le stime piu' recenti perdono ogni giorno la bellezza di 37,000 - 110,000 litri.

Questi numeri arrivano da studi da satellite eseguiti da Oscar Pineda-Garcia, professore alla Florida State University e titolare di una ditta che studia perdite petrolifere in mare.

La Taylor Energy, o quel che resta di questa ditta, dice che sono al massimo 2 o 3 galloni al giorno, provenienti dai fondali marini.

Ci vuole un bel coraggio eh? Tra 3 e 30,000 galloni c'e' di mezzo un fattore diecimila!

Ma gia' nel 2015 il governo centrale aveva trovato che le stime di petrolio rilasciate in mare da 23051 e dalle sue sorelle erano di molto superiori a quelle fornite dalla Taylor Energy; il tutto grazie a degli studi fatti dai giornalisti della Associated Press. 

Molti di questi pozzi sono circa 100 metri sotto il livello del mare, a volte anche coperti da melma, questo e' il risultato dell'uragano Ivan che innesco' una frana marina che porto' alla distruzione di piu' di dieci pozzi di petrolio, molti dei quali ancorati alla stessa piattaforma.

Nel 2011 la Taylor Energy cerco' di rispristinare l'area, e blocco' nove dei vari pozzi distrutti da Ivan, ma tutto questo non ha impedito all'infrastruttura petrolifera attorno a 23051 di perdere la bellezza di  circa 4 milioni di galloni di petrolio -- 16 milioni di litri -- dal 2004 fino al 2017. 

Secondo Garcia il petrolio e' cosi abbondante che occorre indossare maschere per non sentirsi male, e che oltre al petrolio arriva in superficie anche il gas.

Dal canto suo la Taylor ha ... portato in causa il governo nel 2016 perche' avevano in precedenza depositato $666 milioni di dollari per la sicurezza, e che ora ne rivogliono indietro $423 milioni, visto che il loro lavoro e' completo. Ma il governo si oppone perche' secondo loro (giustamente!) il lavoro non e' finito nientaffatto.

Intanto il petrolio continua a scorrere.
Da 14 anni.

Saturday, August 4, 2018

Il neo-presidente del Messico vietera' il fracking in tutta la nazione




Si chiama Andrés Manuel López Obrador e si fa chiamare AMLO, come le sue inziali.
E' appena stato eletto presidente del Messico, e sara' in carica a partire dal 1 Dicembre 2018.

AMLO ha appena annunciato che la sua amministrazione imporra' la fine del fracking in tutto il paese.

Dice che non useranno piu' questi metodi per estrarre petrolio visto la pericolosita' associata.

Ovviamente i petrol-investitori non sono felici, non solo per il fracking svanito ma anche perche il Messico ha rimandato i termini per la cessione di nuove concessioni di shale gas ai investitori e petrolieri privati.

L'asta era prevista per Settembre 2018, ci sara' invece a Febbraio 2019. E' ovviamente un bene, visto che ogni minuto di ritardo nella macchina del petrolio e' un minuto di maggior salute del pianeta.

Quello che il governo avrebbe offerto in questa asta era un blocco di nove concessioni nel cosiddetto Burgos Basin, uno dei piu' grandi depositi di Shale gas in Messico che si teorizza possa competere con il gas da fracking estratto in Texas.

L'apertura del Burgos Basin alle trivelle e' stata decisa un anno fa ed e' anche una delle prime aste promosse in Messico dalla Comisión Nacional de Hidrocarburos (CNH) dopo le riforme del 2013 che hanno liberalizzato il mercato energetico in Messico.

Ma c'e' fracking in Messico?  In realta' Pemex, la ditta di stato petrolifera messicana ha gia' sperimentato con vari pozzi, ma il fracking non e' ancora molto utilizzato nel paese.  E' dunque una mossa simbolica o preventiva, fatta nel momento giusto, cioe' prima che posssano arrivare interessi e tele di affaristi, speculatori e petrolieri. Dall'inizio dicono no, che ci siano riserve grandi o piccole di shale gas non importa, AMLO ha detto no.

Arriva in ballo anche l'ENI che ha invece proposto di trivellare in tre concessioni in mare presso la
Campeche Bay del Messico. I tre campi petroliferi sono Amoca, Miztón and Tecoalli, ci sara' anche qui una FPSO e il tutto portera' ad un totale di $1.9 miliardi di profitto.

Trivellano qui gia' nel bacino del Sureste dove hanno sotto controllo l'Area 7, l'Area 10, l'Area 14, l'Area 24 e l' Area 28.  E' come il prezzemolo, sempre in mezzo. Solo che invece che portare il profumo dell'Italia, porta il peggio che questa nazione possa offrire.

Sunday, May 14, 2017

Nigeria: in sette anni 2400 riversamenti di petrolio ENI -- gli Ikebiri li portano in tribunale









 “Our community cannot wait any longer. 
We have had ENI’s pollution for too long, 
damaging our fishing, 
our farming and our lives. 
We are now looking to the Italian courts for justice for our people.”




 “For far too long the communities of the Niger Delta 
have had to live with the pollution of their land, 
their water, and their air by oil companies 
who’ve put profit before their lives.
ENI should now live up to its responsibility 
and clean up the mess it has made and compensate 
the community for having to live with their destruction.”

Colin Roche, Friends of the Earth Europe



Fra il 2010 e il 2016 in Nigeria ci sono stati 2,418 riversamenti di petrolio da impianti ENI.
Uno al giorno.

Lo dice il ministro delle risorse petrolifere del paese, 
Mordecai Ladan, in un rapporto che si chiama, guarda che bel nome,
“Despoliation of the Niger Delta and Activities of Nigeria Agip Oil Company”

2010: 10 incidenti;
2011: 10 incidenti;
2012: 575 incidenti;
2014: 788 incidenti; 
2015: 498 incidenti;
2016: 332 incidenti;

Anche se alcuni di questi incidenti sono dovuti a ribelli e alle loro opere di sabotaggio, *e' responsabilita'* dell'ENI assicurarsi che i loro impianti siano sicuri.


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I guai per Claudio Descalzi e compari continuano. Gli Ikebiri di Nigeria hanno portato in causa l'ENI per i riversamenti nell'ambiente che hanno contaminato il Niger Delta.

Con l'aiuto di Friends of the Earth Europe, Environmental Rights Action, e Friends of the Earth Nigeria, gli Ikebiri chiedono risarcimenti, pulizia e che tutto sia retroattivo, fino al 2010, anno in cui l'immondezzaio e' incominciato, a causa di fallimenti dei macchinari ENI.

Godwin Ojo, di Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria, Godwin Ojo dice che questa e' la prima volta che l'ENI viene portata in causa dopo decenni di sfruttamento del Niger Delta, fatto di negligenza e di nonchanance.

La causa arriva a Milano. Gli Ikebiri chiedono 2 milioni di euro per l'esplosione di un oleodotto nel 2010. Vogliono anche la totalte pulizia dell'area, di circa 17 ettari. L'avvocato italiano che segue la causa per conto degli Ikebiri si chiama Luca Saltalamacchia e dice che l'esplosione ha causato un disastro ambientale, contaminando acqua e terra.

Nel 2010 ci fuorono perdite ma l'ENI diceva che era tuttapposto e tutto era stato ripulito. E invece il petrolio continuava a fuoriuscire. L'ENI intanto cercava di bruciare il petrolio all'insaputa dei residenti.

Da allora fino ad adesso non ci sono state ricompense ai cittadini.
La pima udienza ci sara' il giorno 11 Dicembre 2017 a Milano.

L'ENI produce qui 117mil barili di petrolio ogni santo giorno.

Sono accusati di aver pagato almeno 1.1 milioni di euro in tangenti per i diritti sulla mega concessione OPL245 assieme alla Shell.

Possibile che non abbiano potuto pulire il disastro che hanno causato loro stessi?

Non si vergognano?

Fino a quanto pensao di poterla fare franca?

E questo e' solo uno dei tanti casi di monnezza petrolifera in Nigeria, per mano dell'ENI. Ce ne sono a bizzeffe nel pianeta -- in Ecuador, in Brasile, in Nigeria, in Venezuela, in Russia -- in per mano dell'ENI, della Shell, della Exxon, della Chevron, di petrolditte nazionali.

Ce le abbiamo pure in Italia, in Basilicata.

O pensiamo che le 400 tonnellate di petrolio riversate a Viggiano siano una una tantum? Non e' cosi. E quello che vediamo, ma in realta' le operazioni di oil and gas sono cosi complicate e intrinisicamente inquinanti che pure nella migliore delle ipotesi e' impossibile che non ci siano guai.
E considerato che quasi sempre c'e' pure la malafede....

L'ENI opera in Nigeria dal 1962.

Dall'inizio delle operazioni petrolifere in Nigeria, sono finite in mare circa 11 milioni di barili di petrolio, il doppio di quanto finito in mare nel Golfo del Messico,

Da un lato, mezzo mondo si fermo' a guardare.

Da quest'altro non gliene importa niente a nessuno.


Sunday, March 12, 2017

I delfini nel Golfo del Messico: 40 anni per tornare alla normalita' dopo lo scoppio




Ci vorranno 40 anni affinche' le popolazioni dei delfini dal naso a bottiglia, i bottlenose dolphins, torneranno alla normalita' dopo lo scoppio del golfo del Messico e il rilascio di litri e litri di petrolio in mare. 

Questa e' la conclusione di un rapporto su Endagered Species Research dove i ricercatori hanno studiato le popolazioni dei delfini per cinque anni. Ancora oggi hanno problemi polmonari gravi, squilibri ormonali, e infertilita'.

Uno studio in particolare analizza i tempi di recupero per i delfini in Louisiana, Mississippi e Alabama: ci vorranno almeno 40 anni per il ritorno alla normalita' a causa dell'esposizione a petrolio e sostanza dispersanti tossiche secondo Lori Schwacke, della National Marine Mammal Foundation e autrice dello studio in questione.

I delfini sono particolarmente vulnerabili, perche' abbisognano di tempi lunghi per crescere e per riprodursi e quindi il ciclo vitale e' piu' lungo; e in piu hanno legami interpersonali complessi e duraturi, di modo che la morte di un genitore e' particolarmente sentita negli esemplari piu giovani.  Lori ricorda che non e' solo chi muore a causa del petrolio, ma anche gli effetti sulle generazioni successive, che perdura per decenni.

Oltre all'altra mortalita' fra i delfini sono state riscontrati alti tassi di danni ai polmoni. Circa il 15% dei delfini aveva tale tipo di disturbo, sebbene malattie polmonari siano rarisissme altrove fra i delfini. Altri esemplari sono indeboliti,  soggetti a stress, con anomalie nei corpi e nei cervelli.

La colpa di tutto questo e' lo squilibrio ormonale che si e' instaurato nei delfini in seguito allo scoppio, che ha indebolito il loro sistema immunitario e abbassato la loro fertilita'.  Dopo lo scoppio, gli esemplari femmina sono riuscite a portare a termine le gravidanze solo nel 19 percento delle volte, contro il 65% in zone senza petrolio. 

Ci sono stati molti casi di mamme che portavano accanto a se i cadaveri dei propri piccoli, un segno di lutto fra i delfini.

Le cose sotto Trump non sembrano prendere una buona virata intanto. Trump parla di espandere le trivelle a mare, incluse in aree gia' protette da Obama, come i mari dell'Alaska detti di Chukchi e nell'Atlantico che Obama aveva cercato di salvare. L'unica cosa buona e' che se veramente si decidesse di trivellare queste aree ci vorrebero tanti anni per disfare del tutto i divieti di Obama.

Intanto quello che possiamo fare e' di imparare le lezioni dal passato. Ovunque sia mai arrivato oil and gas la litania di morte e distruzione e' stata ovunque. Dalle carpe del Pertusillo ai delfini del golfo del Messico.

Monday, March 6, 2017

The United States of Exxon

Tuapse, dove la Exxon vorrebbe trivellare, nonostante
le sanzioni contro la Russia da parte degli USA.

Serve avere un ex CEO per segretario di stato, neh?






La Exxon vuole continuare la sua partnership con la russa PAO Rosneft per operazioni nel Mar Nero. Ci provarono sotto Obama, nel 2015, ma il governo disse no. Adesso chissa' che l'amministrazione Trump non sia piu' benevola con la Exxon!

E questo nonostante il Congresso chieda ancora maggiori sanzioni alla Russia a causa dei supposti cyber-attacchi durante le elezioni del 2016.

L'area trivellanda si chiama Tuapse e la Exxon aveva firmato accordi qui con la russa Rosneft nel 2012: oltre a trivellare nel Mar Nero con una tecnologia nuova, la Exxon avrebbe potuto accedere anche ad altre zone on ed offshore di Russia, in Artico e in Siberia. La Exxon avrebbe speso 500 miliardi di dollari nel corso di tutta la partnership. Si, 500 miliardi di dollari. Immaginiamoci quanto avrebbe reso tutto questo alla Exxon se ci volevano spendere 500 milardi di investimenti!

E' per questo investimento, che poi nel 2014, a Rex Tillerson, il CEO della Exxon all'epoca, Vladimir Putin diede il titolo di "amico della Russia". 

Il segretario Tillerson dice che non partecipera' ad alcuna discussione in merito, ma e' chiaro che la sua influenza, anche se non dovesse pronunciare parola, e' lampante.   Prima di diventare segretario di stato, da CEO Exxon, diceva che la Exxon stessa e' contraria alle sanzioni "se non vengono applicate in modo uniforme". Ha anche detto che non ha mai chiesto personalmente al governo di eliminare sanzioni sulla Russia.

La Russia e' super appetible per i petrolieri: 100 miliardi di barili di riserve sono stimate essere ancora nel paese, ma sono enormi i rischi geopolitici, incluse le sanzioni. Queste vietano a ditte USA di trivellare nelle zone russe dell'Artico, Siberia e nel Mar Nero.

Vennero istituite all'indomani dell'annessione della Crimea dall'Ucraina alla Russia stessa. Oltre al divieto di trivellare, le sanzioni vietano agli americani di fare affari con il capo della Rosneft, Igor Sechin,  per la sua forte lealta' a Vladimir Putin.

A suo tempo, l'unica concessione che fu data alla Exxon fu di completare uno dei pozzi proposti in Artico, che era a meta' dell'opera. La richiesta di finire il pozzo venne accrodata, perche' secondo la Exxon sarebbe stato pericoloso lasciarlo a meta'.  E cosi' fu. Una volta finito il pozzo, tutto il personale USA venne mandato via.

La richiesta di questi giorni e' molto inusuale perche' e' basata su business. Di solito le richieste di violare le sanzioni sono su base umanitaria, o per scambi culturali. Ma qui non e' la politica "di solito", qui siamo di fronte a un brodino di petrolieri-politici che non sanno quel che fanno, con a capo Donald.

Basta solo dire che John Mccain ha twittato:

"Are they crazy?"

Il Congresso ha mostrato segni di non volere accordare questa richiesta, almeno finche' la Russia non lascia la Crimea, affari o non affari.

Invece, sorpresa delle sorprese chi ha lasciato alle proprie ditte di evitare le sanzioni?

L'Europa!

Si, la Statoil di Norvegia ha ricevuto una esenzione per trivellare in Artico,  e la nostra beneamata  Eni ha pure lei ricevuto il permesso di trivellare nel mare di Barents in Artico e nel Mar Nero.

Anzi, la Exxon e' preoccupata di perdere terreno in Russia proprio ai danni dell'ENI secondo alcuni dirigenti dell'Exxon stessa e come riferito al Wall Street Journal.

Perche' la richiesta arriva adesso? Perche' secondo l'accordo fatto con la Rosneft prima della faccenda invasione-Ucraina, la Exxon deve dimostrare che ci sono delle buone possbilita' di sviluppare il campo Tuapse entro la fine del 2017, altrimenti l'accordo scade. E quindi, se non trivellano tutto l'affare potrebbe saltare.

Vediamo come va a finire. La Exxon da un lato, le sanzioni internazionali dall'altro e il segretario di stato della nazione piu potente del mondo, Rex Tillerson in mezzo. Potrebbe essere che alla fine ci vince l'ENI, anche se, in realta' a trivellare tutto il trivellabile in questo pianeta, alla fine non vince nessuno.

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 6 Marzo 2017

Ecco dove siamo arrivati.

Che i comunicati stampa della Casa Bianca e della Exxon siano esattamente gli stessi. Fra i due comunicati di oggi infatti, ci sono dei pezzi in cui non c'e' quasi alcuna differenza.

La Exxon Mobil dice che stanno espandendo come non mai e che investiranno 20 miliardi di dollari in dieci anni nel Golfo del Messico.

Parlano di una "rivoluzione energetica americana", di 11 raffinerie che saranno o costruite da zero o ammodernate.  Arriveranno 45mila posti di lavoro, che in media daranno stipendi di circa 110mila dollari l'anno con gioia e felicitia' per tutti. Aggiungono che gli USA sono un produttore naturale di energia - petrolio e gas - e che l'uso di energia domestica prodotta internamente sara' capace di dare al mondo prodotti migliori e a costo inferiore. Dicono che ci sara' un "rinascimento del lavoro nel manifatturiero" grazie al petrolio e al gas.

Anvedi.

E poi arriva il paragrafo poi ricopiato dalla Casa Bianca:


ExxonMobil is strategically investing in new refining and chemical-manufacturing projects in the U.S. Gulf Coast region to expand its manufacturing and export capacity. The company’s Growing the Gulf expansion program, consists of 11 major chemical, refining, lubricant and liquefied natural gas projects at proposed new and existing facilities along the Texas and Louisiana coasts. Investments began in 2013 and are expected to continue through at least 2022. 


Dopo un ora che questo comunicato e' stato reso pubblico arriva la Casa Bianca che invece scrive
un articolo al titolo " President Trump Congratulates Exxon Mobil for Job-Creating Investment Program" per congratulare i passi in avanti della Exxon.

Il pezzo era uguale identico!


ExxonMobil is strategically investing in new refining and chemical-manufacturing projects in the United States Gulf Coast region to expand its manufacturing and export capacity. The company’s Growing the Gulf expansion program consists of 11 major chemical, refining, lubricant and liquefied natural gas projects at proposed new and existing facilities along the Texas and Louisiana coasts. Investments began in 2013 and are expected to continue through at least 2022.


Come mai succede questo? Beh, perche' il nostro segretario di stato, Rex Tillerson, e' stato per 40 anni un impiegato della Exxon,  e alla fine anche il suo CEO.

E cosi mentre il mondo cerca di essere sempre piu' green, mentre 190 nazioni firmano gli accordi di Parigi, eccoci qui che la nazione piu potente del mondo ritorna sottoterra e incapace di generare pensieri propri deve tirare fuori e ricopiare quelli dei petrolieri.

Come dimenticare il discorso di Melania, quasi identico a quello di Michelle Obama?

Mi sa che ci aspettano quattro anni di tragedie ambientali, di petrol-politici fusi in una sola persona. Peccato solo che a differenza di tutto il resto, i cambiamenti sull'ambiente sono irreversibili.







Monday, November 28, 2016

Golfo del Messico: 320 milioni di litri di petrolio sono ancora li



Esce oggi su PNAS -- Proceedings of the National Academy of Sciences -- un nuovo articolo secondo cui dei 4.1 milioni di barili di petrolio rilasciati in mare (cioe' circa 650 milioni di litri di petrolio) la meta' e' stata raccolta, e/o e' evaporata. L'altra meta' e' rimasta nel mare, in un area di 3200 chilometri quadrati a 1500 metri di profondita'.

In all, approximately half of the oil ascended to the ocean surface where it was skimmed or flared by response teams, trapped in sinking particles by marine oil snow sedimentation and flocculent accumulation washed ashore, or left exposed to the canonical weathering processes of evaporation, biodegradation, and photooxidation  

The rest remained in the deep ocean. 

Fanno 325 milioni di litri di petrolio finiti nell'oceano, e di certo nella catena alimentare, in un odo o nell'altro.

Qui un un po di articoli divugativi sul tema

PNAS 1

PNAS 2



Ewan Howington che ha ripreso i suoi capi mentre rilasciavano monnezza petrolifera in mare per un ora e mezza. Era il suo primo giorno di lavoro sulle piattaforme.




Perdite di petrolio ed altra monnezza nel Golfo del Messico.
Storie di tutti i giorni.

Dal video di Ewan


Pensavamo noi tutti che con l'uscita di scena del pozzo Macondo nel Golfo del Messico ci fosse un enorme tuttapposto.

Tutto pulito, tutto scintillante, tutto blu e profumato.

Neanche per sogno.

Macondo e' arrivato alle cronache per la sua enormita', per i due mesi e mezzo di gettito senza sosta nei mari di Louisiana. Ma, anche se un piu' piccoli e piu' brevi di Macondo di pozzi che hanno avuto problemi dal 2010 ad oggi ce ne sono stati.... 11,700.

Esattamente. Piu' di undicimila!

Molti di questi "problemi" sono casi di rilasci illegale in mare, perdite mai registrate, navi che rilasciano accidentalmente o volontariamente monnezza in mare, e altri tipi di sversamenti mentre chi e' preposto alla supervisione chiude un occhio e pure due e si tappa pure il naso.

Il ritmo dei rilasci e degli incidenti cambia da annata ad annata. Nel 2012 erano ben 245 al mese - cioe' un po meno di dieci al giorno! fino ad arrivare a 80 problemi ad Ottobre 2016. "Solo" tre al giorno.

Di tutti questi incidenti, uno e' veramente importante perche' un coraggioso lavoratore delle piattaforme nel 2014 registro' sul telefonino il video con i suoi capi che aprivavano una valvola e rilasciavano a mare monnezza per circa un ora e mezza.

Fra di loro ridevano e parlottavano sul come nascondere il tutto a possibili ispettori.

Il lavoratore si chiama Evan Howington. Era il suo primo giorno di lavoro. Era giovane ed entusiasta. Quando vide che iniziavano a scaricare fluidi di perforazione in mare, espresse le sue perplessita' ma nessuno dei suoi capi gli diede retta. Alla fine era sono un novizio. E quinid non sapendo che altro fare, si mise sulle gambe il telefonino senza che nessuno se ne accorgesse e filmo' la scena.

Un ora e mezza di monnezza che veniva gettata in mare, mentre i supervisori ridevano.

Alla fine consegno' il video alle autorita' e la ditta Walter Oil and Gas e' stata condannata di un crimine grave, un "felony", come si dice qui, e al pagamento di almenpo 400mila dollari.

Perche' questo video e' importante?

Perche' mostra che le perdite sono *volontarie*, che i signori del petrolio sanno benissimo di poter evitare rilasci a mare, ma lo fanno lo stesso perche' e' la cosa piu' facile da fare!

Intanto sulla scia di questo evento che ha causato un bel po di scalpore in Louisiana, i petrolieri e i loro avvocati si mostrano cauti e specialisti del "tuttapposto".

Dopo che il servizio su Ewan Howington e' andato in onda alla TV si sono affrettati a rilasciare dichiarazioni secondo le quali  "anche loro vivono nella zona" e "amano il mare tanto quanto gli altri".

Dicono che sono episodi rari e che pure se ci sono stati undicimila casi di riversamenti in totale, sono certi che gli effetti sull'ambiente sono ... nulli e trascurabili, per dirla con gli scrittori di petrol-osservazioni in Italia.

E come potrebbe essere altrimenti.. e' sempre tutto nullo e trascurabile!

Finche' non lo e' piu'. Ma poi chi sono questi per dire che gli effetti di tutte quelle perdite, 3 o 10 al giorno che siano, sono nulli e trascurabili?

Secondo SkyTruth tutte quelle perdite hanno portato ad un gran totale di 1 milione di galloni di petrolio in mare *ogni anno*!

Quattro milioni di litri, dopo lo scoppio nel golfo!

L'avvocato dei petrolieri, Mr. Gifford Briggs della Louisiana Oil and Gas Association dice che pure se e' una cifra che puo' sembrare grande, in realta' non lo e' specie se si considera che ogni anno l'industria del petrolio estrae in "totale sicurezza"
20 miliardi di galloni di petrolio.

Cioe' ogni 20mila galloni uno viene perso a mare.

Sa un punto di vista di percentuali, certo e' una buona cifra, ma dal punto di vista assoluto no!

Che sia una buona percentuale o no, il punto che immettiamo in mare enormi volumi di monnezza che non dovrebbero esserci, che non fanno bene al mare. La cifra giusta dovrebbe essere ZERO e non un milioni di galloni.

Specie perche' una volta gettati in mare e' difficilissimo ripristinare e tutto cio' che si puo' fare e' di sperare che il tutto si nasconda  con le correnti oceaniche. 

Ma siccome e' innegabile che perdite di siano, secondo questo Briggs, i riversamento in mare di petrolio sono come le "perdite naturali" che ogni tanto escono dai fondali marini. Anzi, secondo lui queste perdite naturali di petrolio e le perdite dei pozzi non hanno fatto altro che beneficiare gli ecosistemi. Secondo lui questo petrolio in mare fa bene in particolare al plankton che e' alla base della catena alimentare.

Non sanno piu' che inventare, eh?

Ovviamente qualsiasi altro vero esperto non collegato all'industria del petrolio e del gas non puo' che ridere (o piangere!) davanti a tali affermazioni.  Fra questi Jonathan Henderson che studia le perdite da petrolio nel golfo e che conclude una sola cosa:

Queste perdite che continuano ad aumentare in quantita' e in durata sono un indicatore che l'infrastruttura invecchia e che, peggio ancora, non c'e' nessuno a controllare. Secondo sia Henderson che Sky Truth -- tutti volontari! -- mancano i mezzi per assorbire il petrolio quando ci sono queste perdite, mancano i mezzi di sorveglianza e di intervento, e quando ci sono non sono efficenti o non sono sufficenti a far fronte alle emergenze che aumentano.

Come si fa a sapere quanto petrolio finisce in mare? Chi controlla?

Nessuno. Il numero delle perdite e' dichiarato dai petrolieri stessi. Cioe' anche qui, il controllore ed il controllato sono la stessa persona!

Il caso piu' eclatante e' quello del petrolio della Taylor Energy che viene rilasciato in mare dal 2004 senza che nessuno sappia o voglia fare qualsiasi cosa.  In alcuni giorni la scia di petrolio e' lunga 30 miglia! E spesso le cifre ufficiali sono diverse da quelle vere, che appunto riportano enti terzi, spesso fatti di volontari o di giornalisti indipendenti fra cui l'Associated Press.

Le cose non migliorano. Oltre alle prassi di inquinamento da petrolio "normale" c'e' anche il rischio da inquinamento di monnezza che viene su dalle operazioni di fracking, pratica che adesso inizia anche nel Golfo del Messico. Anche qui sparano nel sottosuolo miscele perforanti e tossiche ad alta pressione -- i cosiddetti frac-pack -- che servono per spaccare la roccia ed aumentare il flusso di petrolio che sgorga in superficie.

Dove finische la monnezza del fracking?

E dove puo' finire se non in mare aperto?

E' infatti una prassi *normale* che i petrolieri fanno per le trivelle tradizionali e che fanno per il fracking. Non cambia niente. I fluidi di perforazione, ad alta o a bassa pressione, vengono spesso rigettati a mare mescolati alle acque di scarto estratte dal sottosuolo.

Fra il 2010 ed il 2014 circa 600 pozzi del Golfo del Messico sono stati "fraccati", alcuni anche piu' di una volta, portando il totale di operazioni di fracking a circa 1200 in quattro anni.


Briggs, l'avvocato dei petrolieri dice che e' solo acqua.
Dal suo punto di vista, ovviamente, e' tuttapposto.


E' sempre tuttapposto.

E il giorno in cui ci accorgeremo che non e' tuttapposto niente, perche' l'evidenza sara' incontrovertibile, sara' troppo tardi.


Noialtri possiamo solo avere voglia di sapere queste cose e di usarle per far tesoro di come proteggere i nostri mari e le nostre coste dai signori Briggs di turno.