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Saturday, October 6, 2018

Golfo del Messico: la piattaforma che perde petrolio da 14 anni senza sosta














Ormai sono passati 14 anni ed i pozzi della Taylor Energy, ditta ormai defunta, continuano a sputare petrolio in mare, al ritmo di 10,000 - 30,000 galloni al giorno.

Era infatti il 2004 quando l'uragano Ivan rovescio' una piattaforma danneggiando vari pozzi collegati alla piattaforma; fra questi il pozzo 23051 che perde da appunto 14 anni.

Assieme a 23051 altri pozzi secondari, che, secondo le stime piu' recenti perdono ogni giorno la bellezza di 37,000 - 110,000 litri.

Questi numeri arrivano da studi da satellite eseguiti da Oscar Pineda-Garcia, professore alla Florida State University e titolare di una ditta che studia perdite petrolifere in mare.

La Taylor Energy, o quel che resta di questa ditta, dice che sono al massimo 2 o 3 galloni al giorno, provenienti dai fondali marini.

Ci vuole un bel coraggio eh? Tra 3 e 30,000 galloni c'e' di mezzo un fattore diecimila!

Ma gia' nel 2015 il governo centrale aveva trovato che le stime di petrolio rilasciate in mare da 23051 e dalle sue sorelle erano di molto superiori a quelle fornite dalla Taylor Energy; il tutto grazie a degli studi fatti dai giornalisti della Associated Press. 

Molti di questi pozzi sono circa 100 metri sotto il livello del mare, a volte anche coperti da melma, questo e' il risultato dell'uragano Ivan che innesco' una frana marina che porto' alla distruzione di piu' di dieci pozzi di petrolio, molti dei quali ancorati alla stessa piattaforma.

Nel 2011 la Taylor Energy cerco' di rispristinare l'area, e blocco' nove dei vari pozzi distrutti da Ivan, ma tutto questo non ha impedito all'infrastruttura petrolifera attorno a 23051 di perdere la bellezza di  circa 4 milioni di galloni di petrolio -- 16 milioni di litri -- dal 2004 fino al 2017. 

Secondo Garcia il petrolio e' cosi abbondante che occorre indossare maschere per non sentirsi male, e che oltre al petrolio arriva in superficie anche il gas.

Dal canto suo la Taylor ha ... portato in causa il governo nel 2016 perche' avevano in precedenza depositato $666 milioni di dollari per la sicurezza, e che ora ne rivogliono indietro $423 milioni, visto che il loro lavoro e' completo. Ma il governo si oppone perche' secondo loro (giustamente!) il lavoro non e' finito nientaffatto.

Intanto il petrolio continua a scorrere.
Da 14 anni.

Sunday, March 12, 2017

I delfini nel Golfo del Messico: 40 anni per tornare alla normalita' dopo lo scoppio




Ci vorranno 40 anni affinche' le popolazioni dei delfini dal naso a bottiglia, i bottlenose dolphins, torneranno alla normalita' dopo lo scoppio del golfo del Messico e il rilascio di litri e litri di petrolio in mare. 

Questa e' la conclusione di un rapporto su Endagered Species Research dove i ricercatori hanno studiato le popolazioni dei delfini per cinque anni. Ancora oggi hanno problemi polmonari gravi, squilibri ormonali, e infertilita'.

Uno studio in particolare analizza i tempi di recupero per i delfini in Louisiana, Mississippi e Alabama: ci vorranno almeno 40 anni per il ritorno alla normalita' a causa dell'esposizione a petrolio e sostanza dispersanti tossiche secondo Lori Schwacke, della National Marine Mammal Foundation e autrice dello studio in questione.

I delfini sono particolarmente vulnerabili, perche' abbisognano di tempi lunghi per crescere e per riprodursi e quindi il ciclo vitale e' piu' lungo; e in piu hanno legami interpersonali complessi e duraturi, di modo che la morte di un genitore e' particolarmente sentita negli esemplari piu giovani.  Lori ricorda che non e' solo chi muore a causa del petrolio, ma anche gli effetti sulle generazioni successive, che perdura per decenni.

Oltre all'altra mortalita' fra i delfini sono state riscontrati alti tassi di danni ai polmoni. Circa il 15% dei delfini aveva tale tipo di disturbo, sebbene malattie polmonari siano rarisissme altrove fra i delfini. Altri esemplari sono indeboliti,  soggetti a stress, con anomalie nei corpi e nei cervelli.

La colpa di tutto questo e' lo squilibrio ormonale che si e' instaurato nei delfini in seguito allo scoppio, che ha indebolito il loro sistema immunitario e abbassato la loro fertilita'.  Dopo lo scoppio, gli esemplari femmina sono riuscite a portare a termine le gravidanze solo nel 19 percento delle volte, contro il 65% in zone senza petrolio. 

Ci sono stati molti casi di mamme che portavano accanto a se i cadaveri dei propri piccoli, un segno di lutto fra i delfini.

Le cose sotto Trump non sembrano prendere una buona virata intanto. Trump parla di espandere le trivelle a mare, incluse in aree gia' protette da Obama, come i mari dell'Alaska detti di Chukchi e nell'Atlantico che Obama aveva cercato di salvare. L'unica cosa buona e' che se veramente si decidesse di trivellare queste aree ci vorrebero tanti anni per disfare del tutto i divieti di Obama.

Intanto quello che possiamo fare e' di imparare le lezioni dal passato. Ovunque sia mai arrivato oil and gas la litania di morte e distruzione e' stata ovunque. Dalle carpe del Pertusillo ai delfini del golfo del Messico.

Monday, March 6, 2017

The United States of Exxon

Tuapse, dove la Exxon vorrebbe trivellare, nonostante
le sanzioni contro la Russia da parte degli USA.

Serve avere un ex CEO per segretario di stato, neh?






La Exxon vuole continuare la sua partnership con la russa PAO Rosneft per operazioni nel Mar Nero. Ci provarono sotto Obama, nel 2015, ma il governo disse no. Adesso chissa' che l'amministrazione Trump non sia piu' benevola con la Exxon!

E questo nonostante il Congresso chieda ancora maggiori sanzioni alla Russia a causa dei supposti cyber-attacchi durante le elezioni del 2016.

L'area trivellanda si chiama Tuapse e la Exxon aveva firmato accordi qui con la russa Rosneft nel 2012: oltre a trivellare nel Mar Nero con una tecnologia nuova, la Exxon avrebbe potuto accedere anche ad altre zone on ed offshore di Russia, in Artico e in Siberia. La Exxon avrebbe speso 500 miliardi di dollari nel corso di tutta la partnership. Si, 500 miliardi di dollari. Immaginiamoci quanto avrebbe reso tutto questo alla Exxon se ci volevano spendere 500 milardi di investimenti!

E' per questo investimento, che poi nel 2014, a Rex Tillerson, il CEO della Exxon all'epoca, Vladimir Putin diede il titolo di "amico della Russia". 

Il segretario Tillerson dice che non partecipera' ad alcuna discussione in merito, ma e' chiaro che la sua influenza, anche se non dovesse pronunciare parola, e' lampante.   Prima di diventare segretario di stato, da CEO Exxon, diceva che la Exxon stessa e' contraria alle sanzioni "se non vengono applicate in modo uniforme". Ha anche detto che non ha mai chiesto personalmente al governo di eliminare sanzioni sulla Russia.

La Russia e' super appetible per i petrolieri: 100 miliardi di barili di riserve sono stimate essere ancora nel paese, ma sono enormi i rischi geopolitici, incluse le sanzioni. Queste vietano a ditte USA di trivellare nelle zone russe dell'Artico, Siberia e nel Mar Nero.

Vennero istituite all'indomani dell'annessione della Crimea dall'Ucraina alla Russia stessa. Oltre al divieto di trivellare, le sanzioni vietano agli americani di fare affari con il capo della Rosneft, Igor Sechin,  per la sua forte lealta' a Vladimir Putin.

A suo tempo, l'unica concessione che fu data alla Exxon fu di completare uno dei pozzi proposti in Artico, che era a meta' dell'opera. La richiesta di finire il pozzo venne accrodata, perche' secondo la Exxon sarebbe stato pericoloso lasciarlo a meta'.  E cosi' fu. Una volta finito il pozzo, tutto il personale USA venne mandato via.

La richiesta di questi giorni e' molto inusuale perche' e' basata su business. Di solito le richieste di violare le sanzioni sono su base umanitaria, o per scambi culturali. Ma qui non e' la politica "di solito", qui siamo di fronte a un brodino di petrolieri-politici che non sanno quel che fanno, con a capo Donald.

Basta solo dire che John Mccain ha twittato:

"Are they crazy?"

Il Congresso ha mostrato segni di non volere accordare questa richiesta, almeno finche' la Russia non lascia la Crimea, affari o non affari.

Invece, sorpresa delle sorprese chi ha lasciato alle proprie ditte di evitare le sanzioni?

L'Europa!

Si, la Statoil di Norvegia ha ricevuto una esenzione per trivellare in Artico,  e la nostra beneamata  Eni ha pure lei ricevuto il permesso di trivellare nel mare di Barents in Artico e nel Mar Nero.

Anzi, la Exxon e' preoccupata di perdere terreno in Russia proprio ai danni dell'ENI secondo alcuni dirigenti dell'Exxon stessa e come riferito al Wall Street Journal.

Perche' la richiesta arriva adesso? Perche' secondo l'accordo fatto con la Rosneft prima della faccenda invasione-Ucraina, la Exxon deve dimostrare che ci sono delle buone possbilita' di sviluppare il campo Tuapse entro la fine del 2017, altrimenti l'accordo scade. E quindi, se non trivellano tutto l'affare potrebbe saltare.

Vediamo come va a finire. La Exxon da un lato, le sanzioni internazionali dall'altro e il segretario di stato della nazione piu potente del mondo, Rex Tillerson in mezzo. Potrebbe essere che alla fine ci vince l'ENI, anche se, in realta' a trivellare tutto il trivellabile in questo pianeta, alla fine non vince nessuno.

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 6 Marzo 2017

Ecco dove siamo arrivati.

Che i comunicati stampa della Casa Bianca e della Exxon siano esattamente gli stessi. Fra i due comunicati di oggi infatti, ci sono dei pezzi in cui non c'e' quasi alcuna differenza.

La Exxon Mobil dice che stanno espandendo come non mai e che investiranno 20 miliardi di dollari in dieci anni nel Golfo del Messico.

Parlano di una "rivoluzione energetica americana", di 11 raffinerie che saranno o costruite da zero o ammodernate.  Arriveranno 45mila posti di lavoro, che in media daranno stipendi di circa 110mila dollari l'anno con gioia e felicitia' per tutti. Aggiungono che gli USA sono un produttore naturale di energia - petrolio e gas - e che l'uso di energia domestica prodotta internamente sara' capace di dare al mondo prodotti migliori e a costo inferiore. Dicono che ci sara' un "rinascimento del lavoro nel manifatturiero" grazie al petrolio e al gas.

Anvedi.

E poi arriva il paragrafo poi ricopiato dalla Casa Bianca:


ExxonMobil is strategically investing in new refining and chemical-manufacturing projects in the U.S. Gulf Coast region to expand its manufacturing and export capacity. The company’s Growing the Gulf expansion program, consists of 11 major chemical, refining, lubricant and liquefied natural gas projects at proposed new and existing facilities along the Texas and Louisiana coasts. Investments began in 2013 and are expected to continue through at least 2022. 


Dopo un ora che questo comunicato e' stato reso pubblico arriva la Casa Bianca che invece scrive
un articolo al titolo " President Trump Congratulates Exxon Mobil for Job-Creating Investment Program" per congratulare i passi in avanti della Exxon.

Il pezzo era uguale identico!


ExxonMobil is strategically investing in new refining and chemical-manufacturing projects in the United States Gulf Coast region to expand its manufacturing and export capacity. The company’s Growing the Gulf expansion program consists of 11 major chemical, refining, lubricant and liquefied natural gas projects at proposed new and existing facilities along the Texas and Louisiana coasts. Investments began in 2013 and are expected to continue through at least 2022.


Come mai succede questo? Beh, perche' il nostro segretario di stato, Rex Tillerson, e' stato per 40 anni un impiegato della Exxon,  e alla fine anche il suo CEO.

E cosi mentre il mondo cerca di essere sempre piu' green, mentre 190 nazioni firmano gli accordi di Parigi, eccoci qui che la nazione piu potente del mondo ritorna sottoterra e incapace di generare pensieri propri deve tirare fuori e ricopiare quelli dei petrolieri.

Come dimenticare il discorso di Melania, quasi identico a quello di Michelle Obama?

Mi sa che ci aspettano quattro anni di tragedie ambientali, di petrol-politici fusi in una sola persona. Peccato solo che a differenza di tutto il resto, i cambiamenti sull'ambiente sono irreversibili.







Monday, November 28, 2016

Golfo del Messico: 320 milioni di litri di petrolio sono ancora li



Esce oggi su PNAS -- Proceedings of the National Academy of Sciences -- un nuovo articolo secondo cui dei 4.1 milioni di barili di petrolio rilasciati in mare (cioe' circa 650 milioni di litri di petrolio) la meta' e' stata raccolta, e/o e' evaporata. L'altra meta' e' rimasta nel mare, in un area di 3200 chilometri quadrati a 1500 metri di profondita'.

In all, approximately half of the oil ascended to the ocean surface where it was skimmed or flared by response teams, trapped in sinking particles by marine oil snow sedimentation and flocculent accumulation washed ashore, or left exposed to the canonical weathering processes of evaporation, biodegradation, and photooxidation  

The rest remained in the deep ocean. 

Fanno 325 milioni di litri di petrolio finiti nell'oceano, e di certo nella catena alimentare, in un odo o nell'altro.

Qui un un po di articoli divugativi sul tema

PNAS 1

PNAS 2



Ewan Howington che ha ripreso i suoi capi mentre rilasciavano monnezza petrolifera in mare per un ora e mezza. Era il suo primo giorno di lavoro sulle piattaforme.




Perdite di petrolio ed altra monnezza nel Golfo del Messico.
Storie di tutti i giorni.

Dal video di Ewan


Pensavamo noi tutti che con l'uscita di scena del pozzo Macondo nel Golfo del Messico ci fosse un enorme tuttapposto.

Tutto pulito, tutto scintillante, tutto blu e profumato.

Neanche per sogno.

Macondo e' arrivato alle cronache per la sua enormita', per i due mesi e mezzo di gettito senza sosta nei mari di Louisiana. Ma, anche se un piu' piccoli e piu' brevi di Macondo di pozzi che hanno avuto problemi dal 2010 ad oggi ce ne sono stati.... 11,700.

Esattamente. Piu' di undicimila!

Molti di questi "problemi" sono casi di rilasci illegale in mare, perdite mai registrate, navi che rilasciano accidentalmente o volontariamente monnezza in mare, e altri tipi di sversamenti mentre chi e' preposto alla supervisione chiude un occhio e pure due e si tappa pure il naso.

Il ritmo dei rilasci e degli incidenti cambia da annata ad annata. Nel 2012 erano ben 245 al mese - cioe' un po meno di dieci al giorno! fino ad arrivare a 80 problemi ad Ottobre 2016. "Solo" tre al giorno.

Di tutti questi incidenti, uno e' veramente importante perche' un coraggioso lavoratore delle piattaforme nel 2014 registro' sul telefonino il video con i suoi capi che aprivavano una valvola e rilasciavano a mare monnezza per circa un ora e mezza.

Fra di loro ridevano e parlottavano sul come nascondere il tutto a possibili ispettori.

Il lavoratore si chiama Evan Howington. Era il suo primo giorno di lavoro. Era giovane ed entusiasta. Quando vide che iniziavano a scaricare fluidi di perforazione in mare, espresse le sue perplessita' ma nessuno dei suoi capi gli diede retta. Alla fine era sono un novizio. E quinid non sapendo che altro fare, si mise sulle gambe il telefonino senza che nessuno se ne accorgesse e filmo' la scena.

Un ora e mezza di monnezza che veniva gettata in mare, mentre i supervisori ridevano.

Alla fine consegno' il video alle autorita' e la ditta Walter Oil and Gas e' stata condannata di un crimine grave, un "felony", come si dice qui, e al pagamento di almenpo 400mila dollari.

Perche' questo video e' importante?

Perche' mostra che le perdite sono *volontarie*, che i signori del petrolio sanno benissimo di poter evitare rilasci a mare, ma lo fanno lo stesso perche' e' la cosa piu' facile da fare!

Intanto sulla scia di questo evento che ha causato un bel po di scalpore in Louisiana, i petrolieri e i loro avvocati si mostrano cauti e specialisti del "tuttapposto".

Dopo che il servizio su Ewan Howington e' andato in onda alla TV si sono affrettati a rilasciare dichiarazioni secondo le quali  "anche loro vivono nella zona" e "amano il mare tanto quanto gli altri".

Dicono che sono episodi rari e che pure se ci sono stati undicimila casi di riversamenti in totale, sono certi che gli effetti sull'ambiente sono ... nulli e trascurabili, per dirla con gli scrittori di petrol-osservazioni in Italia.

E come potrebbe essere altrimenti.. e' sempre tutto nullo e trascurabile!

Finche' non lo e' piu'. Ma poi chi sono questi per dire che gli effetti di tutte quelle perdite, 3 o 10 al giorno che siano, sono nulli e trascurabili?

Secondo SkyTruth tutte quelle perdite hanno portato ad un gran totale di 1 milione di galloni di petrolio in mare *ogni anno*!

Quattro milioni di litri, dopo lo scoppio nel golfo!

L'avvocato dei petrolieri, Mr. Gifford Briggs della Louisiana Oil and Gas Association dice che pure se e' una cifra che puo' sembrare grande, in realta' non lo e' specie se si considera che ogni anno l'industria del petrolio estrae in "totale sicurezza"
20 miliardi di galloni di petrolio.

Cioe' ogni 20mila galloni uno viene perso a mare.

Sa un punto di vista di percentuali, certo e' una buona cifra, ma dal punto di vista assoluto no!

Che sia una buona percentuale o no, il punto che immettiamo in mare enormi volumi di monnezza che non dovrebbero esserci, che non fanno bene al mare. La cifra giusta dovrebbe essere ZERO e non un milioni di galloni.

Specie perche' una volta gettati in mare e' difficilissimo ripristinare e tutto cio' che si puo' fare e' di sperare che il tutto si nasconda  con le correnti oceaniche. 

Ma siccome e' innegabile che perdite di siano, secondo questo Briggs, i riversamento in mare di petrolio sono come le "perdite naturali" che ogni tanto escono dai fondali marini. Anzi, secondo lui queste perdite naturali di petrolio e le perdite dei pozzi non hanno fatto altro che beneficiare gli ecosistemi. Secondo lui questo petrolio in mare fa bene in particolare al plankton che e' alla base della catena alimentare.

Non sanno piu' che inventare, eh?

Ovviamente qualsiasi altro vero esperto non collegato all'industria del petrolio e del gas non puo' che ridere (o piangere!) davanti a tali affermazioni.  Fra questi Jonathan Henderson che studia le perdite da petrolio nel golfo e che conclude una sola cosa:

Queste perdite che continuano ad aumentare in quantita' e in durata sono un indicatore che l'infrastruttura invecchia e che, peggio ancora, non c'e' nessuno a controllare. Secondo sia Henderson che Sky Truth -- tutti volontari! -- mancano i mezzi per assorbire il petrolio quando ci sono queste perdite, mancano i mezzi di sorveglianza e di intervento, e quando ci sono non sono efficenti o non sono sufficenti a far fronte alle emergenze che aumentano.

Come si fa a sapere quanto petrolio finisce in mare? Chi controlla?

Nessuno. Il numero delle perdite e' dichiarato dai petrolieri stessi. Cioe' anche qui, il controllore ed il controllato sono la stessa persona!

Il caso piu' eclatante e' quello del petrolio della Taylor Energy che viene rilasciato in mare dal 2004 senza che nessuno sappia o voglia fare qualsiasi cosa.  In alcuni giorni la scia di petrolio e' lunga 30 miglia! E spesso le cifre ufficiali sono diverse da quelle vere, che appunto riportano enti terzi, spesso fatti di volontari o di giornalisti indipendenti fra cui l'Associated Press.

Le cose non migliorano. Oltre alle prassi di inquinamento da petrolio "normale" c'e' anche il rischio da inquinamento di monnezza che viene su dalle operazioni di fracking, pratica che adesso inizia anche nel Golfo del Messico. Anche qui sparano nel sottosuolo miscele perforanti e tossiche ad alta pressione -- i cosiddetti frac-pack -- che servono per spaccare la roccia ed aumentare il flusso di petrolio che sgorga in superficie.

Dove finische la monnezza del fracking?

E dove puo' finire se non in mare aperto?

E' infatti una prassi *normale* che i petrolieri fanno per le trivelle tradizionali e che fanno per il fracking. Non cambia niente. I fluidi di perforazione, ad alta o a bassa pressione, vengono spesso rigettati a mare mescolati alle acque di scarto estratte dal sottosuolo.

Fra il 2010 ed il 2014 circa 600 pozzi del Golfo del Messico sono stati "fraccati", alcuni anche piu' di una volta, portando il totale di operazioni di fracking a circa 1200 in quattro anni.


Briggs, l'avvocato dei petrolieri dice che e' solo acqua.
Dal suo punto di vista, ovviamente, e' tuttapposto.


E' sempre tuttapposto.

E il giorno in cui ci accorgeremo che non e' tuttapposto niente, perche' l'evidenza sara' incontrovertibile, sara' troppo tardi.


Noialtri possiamo solo avere voglia di sapere queste cose e di usarle per far tesoro di come proteggere i nostri mari e le nostre coste dai signori Briggs di turno.

Sunday, July 10, 2016

I bulloni corrosi e pericolanti dei pozzi golfo del Messico e di Norvegia








Il golfo del Messico, questo enorme laboratorio di trivelle, fanghi di perforazione, e petrolio estratto ha un piccolo grande problema.

Il problema sono i bulloni che vengono usati sottacqua per connettere i vari oleodotti, per ancorare le strutture al fondo marino, e per mille altre operazioni di logistica petrolifera acquatica. Questi bulloni, prodotti dalla General Electric, continuano a fallire: sono corrosi, si allentano, spesso non reggono.

Ma non e' ben chiaro cosa esattamente porti a questi malfunzionamenti: potrebbero esserci problemi durante la produzione da un punto di vista di metallurgia, o forse le condizioni estreme sottomarine fanno si che i logorii siano piu' impattanti di quanto previsto, o forse ancora i rivestimenti non sono sufficentemente isolanti, o ancora potrebbe essere "over torquing" cioe' li si stringe troppo forte quando li si avvita e questo porta a condizioni di stress deteriorante al lungo termine.

Oppure e' semplicemente il ciclo naturale di un bullone che dopo un certo numero di anni .... parte.

Ma c'e' un altro possibile problema: i bulloni della General Electric non sono fatti negli USA, ma sono mandati in outsourcing altrove. La General Electric non rivela dove sono fatti. In Cina?  Potrebbe essere che dovunque vengano fatti tali bulloni gli standard siano inferiori? Potrebbe essere che invece di usare materiale eccellente e a prova di corrosione, abbiano deciso di risparmiare usando materiale un tantino piu scadente?

Non lo sappiamo.

E' evidentemente pero' che questo non e' un piccolo problema. I bulloni certo sono fisicamente piccoli. Ma diventa un enorme problema per la sicurezza, se si pensa alle conseguenze dei fallimenti, e a quanti milioni di bulloni esistono sottacqua.

Basta solo dire nel golfo del Messico ci sono circa 3000 pozzi attivi e 27,000 pozzi abbandonati.

Sono preoccupati in molti - dalla General Electric che manifattura questi bulloni petroliferi, ai petrolieri stessi, alle entita' ambienatali.

Secondo il Wall Street Journal, le indagini sui bulloni sono iniziate nel 2013, quando il dipartmento dell'interno rispose ad un allarme da parte della Generale Electric secondo la quale alcuni dei suoi bulloni potevano essere difettosi.

Partono le indagini sulla corrosione di bulloni vecchi e nuovi e viene fuori che non si tratta solo di bulloni quanto di interi sistemi sub-acquatici per la prevenzione di scoppi durante le emergenze che non sono sicuri al 100%. I problemi, dai bulloni in su, non sono solo della General Electric ma anche della National Oilwell Varco  e della Schlumberger che producono entrambi blowout preventers.

Secondo il direttore associato del Bureau of Safety and Environmental Enforcement presso il dipartimento dell'interno, Allyson Anderson Book, i bulloni difettosi sono un problema molto grave, perche' sebbene siano componenti semplici, sono alla base di tutti i sistemi di controllo e di estrazione.

Questi difetti ai bulloni sono stati riscontrati almeno dal 2003. Cioe' sono 13 anni di bulloni difettosi. Si stima che siano coinvolte direttamente almeno 2400 strutture, anche se come detto, ci sono circa 30,000 pozzi nuovi e vecchi nel Golfo del Messico.

La stessa Anderson Book dice che e' un problema sistematico e profondo che richiedera' enormi controlli e cambiamenti. I bulloni difettosi e corrosi dovranno essere cercati e sostituiti entro il 2017. 
Ovviamente questo comportera' spese non indifferenti. Il costo varia dai $600,000 agli $800,000 dollari al giorno durante le ispezioni e le riparazioni per pozzo. Occorre infatti fermare il flusso di petrolio e portare in superficie ferraglia varia per esaminarne le condizioni. Il lavoro su ogni singola piatatforma puo' durare anche un paio di settimane.  E' evidente che sono costi astronomici.

Uno dira' -- e vabbe' i norvegesi lo fanno meglio. E invece no, viene fuori che in Norvegia, secondo gli utlimi studi del 2013 ogni tre settimane c'e' un incidente in mare dovuto a qualche tipo di fallimento dei bulloni.
Come detto mille volte, nessuna struttura umana e' esente dall'uso continuo, dal logorio. E qui siamo a varie centinaia di metri sotto il livello del mare con strutture delicate e con chissa quanti bulloni. Ne vale la pena?

E in Italia? C'e' qualcuno che controlla lo stato dei bulloni nei pozzi esistenti nel paese? In mare, in terraferma? O come sempre, tuttapposto?


Friday, May 13, 2016

Brutus, piattaforma Shell rilascia 350mila litri di petrolio nel Golfo del Messico. E' tuttapposto

 La piattaforma Brutus










It's unacceptable that oil spills have been permitted to become the status quo in the Gulf,
We have allowed the region to be perpetually treated as a sacrifice zone,
a place where we tolerate pollution and disasters to continue our dependence on fossil fuels.

Michael Brune, Sierra Club

You sit down for dinner and you watch the news and you see another spill with tens of thousands of gallons of oil and reports that no one is hurt or the leak has stopped and you know, just from experience, that that’s probably not true. Who is really going to be hit? It’s going to be our Native American communities that live on, and depend on, the coast. It’s going to be the poorest people on the coast that depend on the ecosystem to be healthy.

Collette Pichon Battle,
Gulf Coast Center for Law and Policy 

Eccoci qui, di nuovo nel martoriato Golfo del Messico. Siamo a duecento chilometri al largo di New Orleans, e cento chilometri da Timbalier Island, comunita' di indiani d'America che ancora praticano la pesca tradizionale. Questa volta e' la Shell. Il giorno 11 Maggio 2016 attorno alla piattaforma Brutus, di nome e di fatto, sono stati rilasciati in mare circa 350,000 litri di petrolio. Da allora e' comparsa una scia lunga venti chilometri e larga tre che continua a disperdersi nell'oceano.

L'incidente e' considerato "medio".

Kimberly Windon, una rappresentante della Shell, dice che da Brutus non si estrae petrolio, ma che e' un punto di raccordo di altri pozzi.  E le  autorita' confermano: non e' Brutus che perde, quanto la complessa rete di infrastruttura sottomarina che collega quattro pozzi del campo Glider Field della Shell gli uni agli altri. I quattro pozzi, assieme a vari altri, fanno tutti capo a Brutus.

Intanto la Shell ha fermato le operazioni nei quattro pozzi in questione. Si trivella qui dal 2001 e fino a quasi 900 metri sotto il livello del mare per un totale di 100mila barili al giorno di petrolio. 


Intanto sono stati messi in moto tutti i meccanismi per contenere le perdite. All'azione l'United States Coast Guard e il National Oceanic Atmospheric Association che assicurano che l'area inquinata e' stata circoscritta. Ma i residenti, abituati a convivere con incidenti piccoli, grandi, catastrofici, non ci credono e temono il peggio. 

E un copione che non cambia e di cui abbiamo esperienza anche in Italia, ogni volta che c'e' qualche "anomalia di funzionamento" in Basilicata. I residenti temono che i quantitativi di petrolio perso sono stati sottostimati, e che si sia corso subito a dire che va tutto bene anche se non e' cosi.

Secondo Colette Pichon Battle, direttore del Gulf Coast Center for Law and Policy “You sit down for dinner and you watch the news and you see another spill with tens of thousands of gallons of oil and reports that no one is hurt or the leak has stopped and you know, just from experience, that that’s probably not true. Who is really going to be hit? It’s going to be our Native American communities that live on, and depend on, the coast. It’s going to be the poorest people on the coast that depend on the ecosystem to be healthy.”

La verita' e' che nel golfo del Messico gli incidenti continuano senza sosta: dal 2012 ci sono stati ben 147 perdite, circa 30 l'anno -- uno ogni due settimane, per un totale di 2 milioni di litri di petrolio finiti in mare. E questo senza contare l'incidente catrastrofico della BP nel 2010. Queste cifre non le invento io, le da il Bureau of Safety and Environmental Enforcement, l'ente federale che gestisce la sicurezza offshore del Golfo del Messico.

E' bene ricordare queste cose anche se sono passati gli scandali amorosi di Federica Guidi ed e'  passato il referendum. I pozzi,  le raffinerie, i cavi sottomarini continueranno a perdere, perche' nonostante il tentativo di lavaggio del cervello da parte di politici e petrolieri, ambiente sano e petrolio non si puo', non si e' mai potuto e mai si potra'. 

Faremmo bene a tenerci il mare di Sardegna, e di Sicilia, l'Adriatico e lo Ionio cosi come sono, noi, la Croazia, il Montenegro.  E cioe' trivelle-free se non vogliamo diventare un nuovo golfo del Messico.