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Friday, February 22, 2019

L'Australia a piantare 1 miliardo di alberi









Trees are our most powerful weapon in the fight against climate change.



Il primo ministro d'Australia, Scott Morrison ha appena annunciato che il suo paese piantera' un miliardo di alberi da qui al 2030 in nove foreste secondo il National Forest Industries Plan.

La prima fase delle operazioni di riforestazione durera' per 11 anni e terminera' nel 2030. Copriranno 400 mila ettari e nel corso di undici anni, verranno spesi l'equivalente di circa 9 miliardi di dollari americani. E alla fine, verrranno rimossi 18 milioni di gas serra in piu' ogni anno, grazie agli alberi.

L'idea dietro questa iniziativa e' di adiempiere agli obiettivi di Parigi, firmati nel 2015 e piantare alberi certo aiutera'.  Ma non ci sono solo i minor quantitativi di CO2 che finiranno in atmosfera, verranno creati circa 10mila nuovi posti di lavoro per creare e mantenere le foreste, ci sara' bisogno di infrastruttura e di personale di mantenimento. In piu' il legno, le fibre e potenziali frutti derivati dalle foreste verranno usati nell'edilizia, nell'industria alimentare, per creare materiale biodegradabile per applicazioni medica.

Gia' nel 2016, l'Australia aveva annunciato che avrebbe piantato 20 milioni di alberi entro il 2020. 

In questo momento circa 52,000 australiani lavorano per il corpo forestale, e si stima che fra turismo e produttivita' , le foreste d'Australia contribuiscano gia' adesso a circa 20 miliardi di dollari all'economia del paese.

Gli alberi saranno pinatati in New South Wales, Tasmania, Western Australia, nel South Australia e in Victoria border.  Altre cinque aree verranno aperte nel 2020.
Ci piacerebbe pensare che tutto questo e' fatto per amore. In realta' l'Australia non e' proprio cosi' virtuosa quando si tratta di ambiente - trivelle, miniere, deforestazione in altre aree sono in atto anche qui. La decisione di riforestare viene invece presa perche' l'Organization for Economic Co-operation and Development (OECD) rivela che il paese si trova indietro sugli obiettivi di Parigi e che vuole, come promesso arrivare al calo delle sue emissioni di CO2 fra il 26-28% entro 2030 rispetto ai valori del 1990 occorre agire un po piu in fretta.
Ogni anno l'Australia immette in atmosfera circa 500 milioni di tonnellate di CO2. Se non fanno niente, le emissioni continueranno a crescere, ed addio Parigi!

Ed ecco qui l'iniziativa degli alberi, e l'obiettivo finale del 2030. 

Vedremo allora come finisce, e se la vergogna di non mantenere poi quanto promesso allor, sara' cosi forte da fargli fare ancora di piu' la cosa giusta.

Per ora il pianeta ha l'impegno, e si spera, la concretezza di un miliardo di alberi in piu'. 


Tuesday, January 29, 2019

La Germania chiudera' tutte le sue 84 centrali a carbone, e usera' solo energia rinnovabile



It's also an important signal for the world that Germany 
is again getting serious about climate change:
 a very big industrial nation that depends so much on coal is switching it off

Claudia Kemfert, 


Neanche questa notizia arrivera' sul fossilizzato Corriere della Sera o sara' oggetto dei petrol-editoriali di Stefano Agnoli.

Si e' spesso sentito dire che il 100% rinnovabile si puo' fare solo in Costa Rica o in Uruguay, paesi piccoli. Ecco allora un altro esempio virtuoso che arriva dalla Germania, uno dei principali paesi del mondo per il consumo di carbone e che ci mostra che volere e' potere.

Il governo tedesco ha infatti deciso che nei prossimi 19 anni chiuderanno tutte le centrali a carbone - tutte e 84 - per soddisfare i requisiti dettati dagli accordi di Parigi

Ottantaquattro centrali a carbone!

24 saranno chiuse entro il 2022, cioe' entro tre anni, e 76 entro il 2030.
Cioe' fra circa dieci anni in Germania ci saranno solo 8 centrali a carbone.

E' un cambiamento fondamentale, per questa che e' la quarta o la quinta economia del mondo, a seconda di varie classifiche perche' il carbone ha dominato per anni lo scenario energetico del paese. Le miniere della Ruhr le studiavamo a scuola!

Lo sappiamo tutti che e' da tanto che il paese lotta contro le emissioni di CO2 e che tanto hanno fatto per favorire sole e vento, e questo e' un altro tassello nel loro cammino verso un paese piu' verde e per l'attuazione della Energiewende. In realta' il carbone era una sorta di macchia alla coscienza ecologica del paese, ed e' proprio a causa del carbone che la Germania rischiava di non potere arrivare ai limiti imposti da Parigi,

Cosi hanno deciso di osare, e di continuare con piu' coraggio,  programmandone l'eliminazione.

Il carbone contribuisce per il 40% all'elettricita' del paese, nonostante tutti gli sforzi rinnovabili fatti, ma c'era una volta in cui era la sorgente energetica dominante in Deutschland. Basti solo pensare che sole e vento solo nel 2018 sono diventati la sorgente elettrica principale del paese, e solo al 41%. Cioe' essenzialmente, oggi, il carbone e' importante tanto quanto le rinnovabili in Germania. In piu' e' abbondante, l'infrastruttura c'e' gia' e costa poco. Quindi e' questo davvero un cambiamento epocale.

Per solo capire l'importanza del passo: ci sono voluti sette mesi per arrivare qui con negoziati che sono andati avanti a volte fino per 21 ore di fila. Sono stati approvati pacchetti per mitigare le conseguenze della chiusura delle centrali a carbone per un totale di circa 40 milardi di euro: si stima che 20mila lavoratori diretti e 40mila incluso l'indotto perderanno il lavoro e dovranno essere riqualificati.

Ad ogni modo, entro il 2038 niente piu carbone.

Questa decisone si accompagna al quella del 2011 in cui si programmava di chiudere tutte le centrali nucleari in Germania dopo l'incidente nucleare di Fukushima. La data che si sono dati e' stato il 2022.

A suo tempo, quella decisione venne fortemente criticata in Germania e all'estero: come faremo? I prezzi sicuramente aumenteranno! Ci sara' perdita di competitivita'! Solo noi le togliamo mentre la Francia le ha ancora!

Ma invece nulla di cosi grave e' successo.

Siamo a 12 su 19 che sono state chiuse, e non c'e' stato alcun cataclisma. Anzi, l'economia tedesca continua a crescere e a correre.

Ma ora che non ci sara' piu' nucleare, e carbone ... come teniamo accese le lampadine?

Elementare: con l'energia rinnovabile!

L'idea e' che si aumentera' la quota di energia rinnovabile fino all'80% entro il 2040.

La storia tedesca e' interessante: ci fu un grande crollo delle emissioni di CO2 negli anni 1990 a causa della caduta del muro di Berlino: quando tutte le fabbriche vecchie e inquinanti della Germania comunista sono state chiuse o modernizzate. Poi ci furono gli anni dei forti investimenti nel sole e nel vento. Negli scorsi anni pero' il carbone ha impedito alla nazione di proseguire la sua de-carbonizzazione a passi sostenuti ed eccoci qui.

E i tedeschi come l'hanno presa?

La TC tedesca ZDF dice che il 73% dei tedeschi e' favorevole a misure ancora piu' drastiche per uscire dal carbone entro il 2030 - piu' in fretta dunque di quanto deciso.

Solo quattro stati piu' carboniferi, hanno manfestato disappunto e non per l'idea di chiudere: semplicemente volevano piu' soldi: 64 miliardi di euro e non 40.

Sono tutti d'accordo pero' nel discutere di progressi e problemi ogni tre anni, e se possible arrivare alla chiusura entro il 2035.

Per cui: non crediamo a quei gufatori che dicono che non si puo e che dobbiamo trivellare-trivellare-trivellare con la testa sottoterra come ostriche.

Basta solo volerlo, e uscire dal fossilmondo verso il sole e le stelle si puo'.


Thursday, January 10, 2019

Scriviamo a Vannia Gava: l'Italia resti libera dalle trivelle una volta per tutte



Non posso approvare una impostazione tutta volta a dire 'No' come quella che sta alla base dell'emendamento dei 5 stelle sul tema delle trivelle. È sbagliato bloccare le autorizzazioni: non possiamo consentire che la paura blocchi lo sviluppo 


Scriviamole:
gava_v@camera.it 

----

Cara Vannia, le trivelle sono il regresso piu' buio del pianeta.
Il progresso si chiama sole, si chiama risparmio energetico,
significa automobili elettriche.

Il petrolio e' fossile, e' morte, e' malattie, e' disoccupazione,
e' subsidenza, e' rischio sismico, e' falde inquinate,
e' speculare sulla pelle dei deboli.

Lo chieda a quelli di Gela, Viggiano, Marghera, Porto Torres, 
Manfredonia, Sarroch, Ravenna, Augusta.

La risposta sara' univoca: le trivelle non portano a niente 
di buono mai a chi ci abita vicino.

Voti l'emendamento M5S.

Le generazioni future, e la maggior parte degli italiani
 le saranno grata.

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Proviamo cosi, allora.

Io non so e non voglio sapere cosa ciascuno dei miei lettori abbia votato; so pero' che le cose non cambiano e non cambieranno mai in Italia se continuiamo a fare il tifo per il partito del cuore, o a gufare contro i partiti dei nostri nemici. Occorre invece lavorare con quel che si ha, tenendo l'obiettivo a mente, lavorando con tutti, restando indipendenti e svegli. Le elezioni sono solo il punto di partenza, e' il dopo che richiede il nostro impegno costante.

PD, PDL, M5S, Fratelli d'Itali, Verdi, IDV, DC o qualsiasi altro partito: quando si entra li dentro, tutto diventa un calcolo, un compromesso, un prepararsi alle prossime elezioni.

Sta allora a noi mettere pressione affinche' siano prese le decisioni giuste, e questo si fa con l'unica arma che abbiamo: i nostri numeri, la nostra voce, in modo coordinato ed intelligente.  Altrimenti, se aspettiamo i politici vince quello che e' piu' facile fare, che spesso e' l'interesse del piu' forte. Dobbiamo allora fargli vedere e sentire cosa vogliamo, perche' hanno tutti paura di perdere la poltrona, e della rabbia popolare. Incanaliamo la nostra voce per le cose buone.

Volli fortissimamente volli, no?

In questo momento, io credo, fra dritte e storte, il M5S ha giocato una carta che potrebbe essere importante, quella dell'emendamento che bloccherebbe per 3 anni 36 pozzi. Se tutto questo e' realta' o fantasia non lo so;

Pero' dobbiamo far si che passi, e che gli amici della Lega stiano a sentire.

Mi imbatto oggi in un articolo in cui il sottosegretario leghista all'ambiente, Vannia Gava dice:

 "Non posso approvare una impostazione tutta volta a dire 'No' come quella che sta alla base dell'emendamento dei 5 stelle sul tema delle trivelle. È sbagliato bloccare le autorizzazioni: non possiamo consentire che la paura blocchi lo sviluppo".

Che questo sia detto in buona o cattiva fede non lo so.

Ma di certo e' una affermazione che non corrisponde a verita'.

E allora, facciamo l'unica cosa che possiamo fare: scriviamole direttamente. 
Il suo indirizzo e'  gava_v@camera.it

Cara Vannia,

Chi si oppone alle trivelle non ha paura, e' solo informato. La paura presuppone che ci sia una incognita, che non si sa cosa verra' fuori. Ma con il petrolio non c'e' incognita alcuna. E' una certezza che le trivelle non portano niente di buon o a nessuno. Mai e' successo e mai succedera', ne in Italia ne da nessuna altra parte.

Il petrolio non e' sviluppo - il petrolio e' il medioevo dello sviluppo, e' l'essere ancorati al passato, al voler perpetuare la lunga lista di malattie, incidenti, fiammate, agricoltura morta, spopolamento, subisdenza, rischio sismico, spiaggiamenti, e aria malata che abbiamo gia' documentato in ogni angolo del pianeta.

Ci sono passati gia' in tanti, dalla Nigeria alla Louisiana, dal Venezuela alla Basilicata, dall'Ecuador all'Albania, dal Texas all'Alberta. Tutti riportano la stessa storia: il petrolio e' stata una maledizione per chi di deve vivere vicino. Occorre allora prendere esempio, ed imparare dagli altri affinche' il loro dolore sia un monito per noi che possiamo ancora scegliere.

Se l'hanno messa all'Ambiente, voglio sperare che lei ci tenga all'Ambiente. Legga, si documenti, ma da fonti vere, non dalle pappardelle che spara l'ENI. Si chieda perche' ci sono movimenti di resistenza popolare in tutto il mondo contro il petrolio e i petrolieri, perche' in California non abbiamo piantato un solo pozzo nei nostri mari dal 1969 ad oggi, perche' la stragrande maggioranza degli italiani svincolati dall'ENI e' contraria ad altri buchi nei nostri paesi, nei nostri campi, nei nostri mari.

L'Italia ha votato gli accordi di Parigi del 2015, tutti sappiamo che il nostro clima cambia, e che la colpa di tutto e' del petrolio. Che li abbiamo firmati a fare quegli accordi? Non e' folle continuare su questa strada? Perche' insistere, e diaboliocamente persistere?

Voti l'emendamento, e' un regalo che lei fara' a tutti quei cittadini che non ci hanno dormito la notte per salvare le loro cittadine da Mr. Petrolio. E' un chiedere scusa a tutti quelli che invece le trivelle e le raffinerie ce le hanno da anni dietro casa.

Voti l'emendamento. Ci guadagna il mare, ci guadagna il paese, ci guadagna la nostra immagine all'estero: l'Italia sara' vista come una nazione all'avanguardia. Ci guadagnera' lei personalmente in affetto popolare.  

Sopratutto ci guadagneranno le generazioni future a cui lei avra' regalato un futuro migliore.

Grazie
MR









Thursday, June 15, 2017

We are still in -- Mille duecento sindaci, universita', aziende USA rispetteranno gli accordi di Parigi



Continua la resistenza americana contro le folli scelte ambientali di Donald Trump.

Martedi 6 Giugno 2017 oltre milleduecento ditte, citta', universita' e stati americani in barba alle decisioni anacronistiche di Donald Trump, hanno firmato un documento dal titolo We Are Still In.


Per la prima volta, all'unisono, questo gruppo cosi eterogeneo, di uomini d'affari e di accademici, promette al mondo intero che per loro, per noi, gli accordi sul clima di Parigi sono ancora un impegno sacrosanto, e che collaboreranno per la giusta implementazione di misure per mitigare i cambiamenti climatici, anche senza la guida del governo centrale. 


Ci sono gli stati di California, New York, Hawaii, Oregon, Washington, Hawaii, North Carolina, Connecticut e della Virginia, alcuni sotto il governo repubblicano, altri sotto quello democratico.


Ci sono oltre duecento citta', New York e San Francisco, Austin e Miami, Los Angeles e Houston, Little Rock e Philadelphia.


Ci sono Disney, Apple, eBay, Tesla, Mars, Microsoft, Evian, Gap, Google, Nike, Estee' Lauder, Patagonia, Tiffany, Campbell Soup, Ikea, Danone, Levi's e Timberland. 


Assieme rappresentano 120 milioni di persone. Producono 6.2 trillioni di dollari dell'economia USA.
Il totale e' di 18 trillioni. Quindi siamo un terzo della nazione. Anzi, se tutti questi gruppi fossero una nazione, tutti insieme saremmo la terza economia piu' grande del mondo.


Ricordano a tutti che la lotta ai cambiamenti climatici porta vantaggi per l'ambiente e per la salute, ma anche per il business, la competitivita', lo sviluppo di idee nuove. Non hanno mezze parole per Trump: la sua decisone di uscire dagli accordi di Parigi e' dannosa, fuori dalla realta' americana. Che Trump lo voglia o no, il mondo ha deciso da quale parte andare, e non e' verso il fossile.


E intanto, Micheal Bloomberg, ex sindaco di New York, devolve 15 milioni di dollari al fondo per l'ambiente delle Nazioni Unite che Trump ha rifiutato di finanziare; l'ambasciatore di Cina si dimette perche' non e' d'accordo con le decisioni del presidente, Elon Musk della Teska e Robert Iger di Disney lasciano il proprio ruolo di consiglieri alla casa bianca.

E ancora, come atto di sfida una dozzina di citta' americane hanno ripostato sui loro siti ufficiali tutti i dati che l'EPA (l'ente di protezione ambientale degli USA) aveva raccolto nell'arco di decenni sui cambiamenti climatici e che Donald Trump ha fatto togliere dai siti governativi di Washington. 
Ha iniziato Chicago a Maggio, e a seguire sono state altre grandi citta' come Atlanta, San Francisco, Seattle, Boston, Philadelphia, e Houston.

Ci riusciranno scuole e sindaci? E' presto per dirlo, ma grandi passi in avanti sono stati fatti negli USA per diminuire le emissioni di CO2 e sono quasi tutti stati grazie all'implementazione di leggi locali, e di ricoversioni dell'industria stessa, che ha visto dimiuire i costi dell'energia passando al solare e all'eolico.

Continueranno a farlo. Nelle loro parole: "Il futuro non aspetta, e nemmeno noi."

Tuesday, June 6, 2017

Crolla il petrol-prezzo, crolla la valuta norvegese. Ma le petrol-riserve di Oslo sono a 960 miliardi di USD





Melkøya, Statoil, Norvegia







Le mille contraddizioni della Norvegia sono affascinanti, tristi e sorprendenti allo stesso tempo.
Sanno un po di real politik, di accordi con il diavolo, di qualcuno che vuole fare il virtuoso, e forse lo e' in tanti modi, ma ha enormi segreti nell'armadio. 

Per quanto avanzati i norvegesi possano essere in tema di ambiente, e' un dato di fatto che la loro economia dipenda, per poco o per tanto, ancora non si sa', sul petrolio.

Sono stati e sono tuttora un grande produttore di greggio, ed e' per questo, fra l'altro, che non sono mai entrati nell'UE.

E quindi, con il crollo il prezzo del petrolio, non potevano non esserci problemi per la moneta nazionale, la corona norvegese.

Il petrolio e' sotto i $50 al barile, e la corona e' ai suoi minimi da Agosto 2016. Da gennaio 2017 finora e' calata del 4% rispetto all'euro.

La nazione e' anche andata in recessione -- brevemente -- e anzi, quando se ne sono accorti era gia' passato il peggio.

Tutto questo per dire, che anche nella civile e ricca Norvegia, il petrolio non e' sempre rose e fiori. 

Intanto c'e' il timore che ditte non norvegesi, e non europee comprino quel che resta dell'industria petrolifera del paese, ed Oslo e' particolarmente preoccupata dei russi, e che il capitale di Mosca possa subentrare nell'economia nazionale.

Dopo il crollo dei prezzi infatti, le grandi del petrolio -- BP e Exxon -- hanno abbandonato il paese, e sono subentate ditte piccole, alcune finanziate da capitale privato. E dunque si teme che ditte piu' grandi possano comprarle. Esempio? La Gazprom di Russia.

E' gia' arrivato qui un tale Mikhail Fridman, uber miliardario russo che nel 2015 ha acquistato percentuali di investimento in 43 concessioni di Norvegia, per un totale di 1.6 miliardi di dollari, in partenership con la Statoil e rilevando vecchie quote BP.

E poi ci sono accordi fra Russia e Norvegia per esplorare assieme l'Artico, con la Statoil che collabora con Rosneft e Lukoil.

Tutto questo e' un troppo per la Norvegia, che cosi' decide di cambiare le regole: sara' piu' difficile per stranieri comprare e sfruttare riserve petrolifere per questioni di sicurezza nazionale e la protezione dei "segreti" logistici del petrolio di Norvegia.

Pero' intanto vanno avanti con i russi a fare ispezioni sismiche in Artico!
Ultimo appunto sulle contraddizioni del paese. La Norvegia, con tutte le sue contraddizioni, grazie al petrolio e' riuscita a creare un fondo pensioni di 960 *miliardi* di dollari.  I proventi vengono qui versati dal 1998, e l'investimento e' del 3.79%. 


Fanno 185,000 dollari per ogni persona che vive in Norvegia.
Viene gestito dalla Norges Bank Investment Management e risponde alla banca centrale e al governo di Norvegia.

Investono in azioni e obbigazioni ma solo stranieri.

Si calcola che l'1.3% delle obbligazioni a livello mondiale sia nelle mani dei norvegesi. Le principali obbligazioni sono di USA, Giappone e Germania.

Ogni anno si puo' usare solo il 3% del fondo, in modo da preservarlo per la posterita'.

Non si puo' investire in armi e tabacco. 

Gli investimenti principali sono in Apple, Nestle e Shell. 

Si, proprio cosi. Non si puo' investire in tabacco ed armi, ma nel petrolio si. 
Alla fine, sempre petrol-dollari sono. 

Thursday, June 1, 2017

Cento-ottantasette sindaci USA manterranno Parigi, con o senza Trump


Update 3 Giugno 2017: Siamo arrivati a 187 sindaci
in rappresentanza di 52 milioni di persone

in rappresentanza di 47 milioni di persone

Sono queste cose che fanno questa nazione grande. Non ci si arrende, e si continua a fare le cose giuste, senza paura.

Il giorno primo giugno, appena Trump ha annunciato il suo nefasto progetto di uscire da Parigi, 68 sindaci hanno promesso di restarci dentro. Sono repubblicani e sono democratici.

Fanno parte dei sessantotto i sindaci di New York, Chicago, Seattle, Boston, Los Angeles, San Francisco, Miami. Ma anche Houston, Palm Beach, Little Rock, citta' in stati tradizionalmente repubblicani, e a volte anche culla del petrolio.

La lista si allunga.

Eccoli tutti. A loro grazie.

La lettera integrale e' qui:

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As 68 Mayors representing 38 million Americans, we will adopt, honor, and uphold the commitments to the goals enshrined in the Paris Agreement. 

We will intensify efforts to meet each of our cities’ current climate goals, push for new action to meet the 1.5 degrees Celsius target, and work together to create a 21st century clean energy economy.

We will continue to lead. 

We are increasing investments in renewable energy and energy efficiency. 

We will buy and create more demand for electric cars and trucks. 

We will increase our efforts to cut greenhouse gas emissions, create a clean energy economy, and stand for environmental justice. 

And if the President wants to break the promises made to our allies enshrined in the historic Paris Agreement, we’ll build and strengthen relationships around the world to protect the planet from devastating climate risks.

The world cannot wait — and neither will we.

Signed,

Mayor Eric Garcetti
City of Los Angeles, CA

Mayor Martin J Walsh
City of Boston, MA

Mayor Bill de Blasio
New York City, NY

Mayor Sylvester Turner
City of Houston, TX

Mayor Madeline Rogero 
City of Knoxville, TN

Mayor Rahm Emanuel
City of Chicago, IL

Mayor Ed Murray
City of Seattle, WA

Mayor Jim Kenney
City of Philadelphia, PA

Mayor Kasim Reed
City of Atlanta, GA

Mayor Lioneld Jordan
City of Fayetteville, AR

Mayor Kathy Sheehan
City of Albany, NY

Mayor Christopher Taylor
City of Ann Arbor, MI

Mayor Susan Ornelas
City of Arcata, CA

Mayor Esther Manheimer
City of Asheville, NC

Mayor Steve Skadron
City of Aspen, CO

Mayor Steve Adler
City of Austin, TX

Mayor Jesse Arreguin
City of Berkeley, CA

Mayor John Hamilton
City of Bloomington, IN

Mayor Suzanne Jones
City of Boulder, CO

Mayor Miro Weinberger
City of Burlington, VT

Mayor Jennifer Roberts
City of Charlotte, NC

Mayor Mary Casillas Salas
City of Chula Vista, CA

Mayor Stephen K Benjamin
City of Columbia, SC

Mayor Jeffrey Cooper
Culver City, CA

Mayor Michael Hancock
City of Denver, CO

Mayor Roy D Buol
City of Dubuque, IA

Mayor William V Bell
City of Durham, NC

Mayor David Kaptain
City of Elgin, IL

Mayor Lucy Vinis
City of Eugene, OR

Mayor Karen Freeman-Wilson
City of Gary, IN

Mayor Sly James
Kansas City, MO

Mayor Adam Paul
City of Lakewood, CO

Mayor Mark Stodola
City of Little Rock, AR

Mayor Robert Garcia
City of Long Beach, CA

Mayor Dennis Coombs
City of Longmont, CO

Mayor Philip Levine
City of Miami Beach, FL

Mayor Tom Barrett
City of Milwaukee, WI

Mayor Mark Gamba
City of Milwaukie, OR

Mayor Betsy Hodges
City of Minneapolis, MN

Mayor Jon Mitchell
City of New Bedford, MA

Mayor Mitch Landrieu
City of New Orleans, LA

Mayor Libby Schaaf
City of Oakland, CA

Mayor Buddy Dyer
City of Orlando, FL

Mayor Greg Scharff
City of Palo Alto, CA

Mayor Jack Thomas
Park City, UT

Mayor Greg Stanton
City of Phoenix, AZ

Mayor William Peduto
City of Pittsburgh, PA

Mayor Ted Wheeler
City of Portland, OR

Mayor Jorge O Elorza
City of Providence, RI

Mayor Hillary Schieve
City of Reno, NV

Mayor Darrell Steinberg
City of Sacramento, CA

Mayor Christopher Coleman
City of Saint Paul, MN

Mayor Jackie Biskupski
Salt Lake City, UT

Mayor Ed Lee
City of San Francisco, CA

Mayor Sam Liccardo
City of San Jose, CA

Mayor Helene Schneider
City of Santa Barbara, CA

Mayor Javier M Gonzales
City of Santa Fe, NM

Mayor Ted Winterer
City of Santa Monica, CA

Mayor Joe Curtatone
City of Somerville, MA

Mayor Scott A Saunders
City of Smithville, TX

Mayor Rick Kriseman
City of St Petersburg, FL

Mayor Stephanie A Miner
City of Syracuse, NY

Mayor Andrew Gillum
City of Tallahassee, FL

Mayor Jonathan Rothschild
City of Tucson, AZ

Mayor Muriel Bowser
City of Washington, D.C.

Mayor Jeri Muoio
City of West Palm Beach, FL

Mayor Christopher Cabaldon
City of West Sacramento, CA

Mayor Allen Joines
City of Winston Salem, NC

Updated signatories as of 4pm PT on June 1st, 2017

Wednesday, May 31, 2017

Siria e Nicaragua firmano gli accordi di Parigi. Restano fuori solo gli USA di Donald Trump



Update:  Oggi 7 Novembre 2017 anche la Siria decide di aderire agli accordi di Parigi contro i cambiamenti climatici.

 Lo ha annunciato una delegazione siriana a Bonn, dove si svolgera' il nuovo summit sull'ambiente.

Il 24 Ottobre 2017 anche il Nicaragua ha detto si.

In questo momento l'unica nazione del mondo a non farne parte sono gli USA.

Grazie a Donald Trump. 

 

 

La prima telefonata al sole avvenne grazie a questo pannello solare, il "Bell Solar Battery" Americus, Georgia, 4 Ottobre 1955.

La prima cella fotovoltaica venne creata nel 1954 presso i Bell Labs del New Jersey.

 



La prima turbina generatrice di energia, Ohio 1888


Siria, 2017. Pure la Corea del Nord ha firmato Parigi. 
Solo la Siria e il Nicaragua ne sono fuori. E ors forse, gli USA. 
Succede lo stesso giorno in cui la Exxon decide di votare per misure piu stringenti contro i cambiamenti climatici.

Succede il giorno dopo che i dati ufficiali parlano del 10% di rinnovabili -- sole e vento -- a generare l'energia di questa nazione. 

Secondo fonti interne alla Casa Bianca, il presidente Trump avrebbe deciso di uscire dagli accordi di Parigi, anche se lui stamattina ha twittato che non ne e' ancora sicuro al 100% e che presto annuncera' il da farsi.

Di tutte le nazioni del mondo, solo due non fanno parte degli accodi di Parigi: la Siria (sull'orlo del collasso) e il Nicaragua. Quest'ultima non ha firmato perche' voleva obiettivi piu ambiziosi, e se li e' posti da sola. Il paese infatti ha l'obiettivo di arrivare al 90% di rinnovabili entro il 2020.

Quindi siamo gli USA con la Siria!

E' questo qualcosa di vergognoso sotto ogni profilo -- per l'ambiente certo, ma anche per il ruolo degli USA nel mondo, il suo rapporto con i supposti alleati. Tutto qusto per la stupidita' di un uomo solo.

Il papa gli ha regalato l'enciclica, la Merkel e gli altri gli hano ricordato quanto importante fosse restare parte di questi accordi, ma nada.

Addirittura i capi della Shell e della Exxon gli hanno detto che sarebbe stato controproducente uscirne. Rex Tillerson, ex CEO della Exxon e ora segretario di stato, e' della stessa opinione. Pure Ivanka e suo marito Jared Kushner a quanto pare hanno cercato di convincerlo del'utilita' di restare in questi accordi.  Al Gore ha fatto un ultimo tentativo qualche settimana fa.

Ma niente, Trump non ci sente e non ci vede. 

Sebbene limitati, gli accordi di Parigi sono stati il patto piu' ampio mai firmato nella storia per fare almento qualcosa contro i cambiamenti climatici.

Perche' Trump vuolo uscirne? Perche' intanto e' circondato da persone ancora piu stupide di lui che lo consigliano, perche' non ascolta gli scienziati veri, perche' e' presuntuoso, e perche' pensa davvero di stare ancora agli anni settanta!

E' la prima volta che accade tutto questo?

No.

Kyoto fu esattamente la stessa cosa.

Clinton accetto' e firmo' gli accordi nel 1997. Poi arrivo' George Bush presidente che decise che non erano nell'interesse degli USA e .. adios.  Tutto questo non ha fatto altro che far vergognare gli americani, oltre che farci passare per retrogradi, e perdere tempo prezioso con le rinnovabili.

Se c'e' qualcosa di positivo in tutto cio' e' che se veramente Trump esce da questi accordi, ci vorranno anni, per veramente mettere in atto la fuoriuscita ufficiale degli USA.  Pero' manda un segnale agli altri paesi.

In questo momento il principale emettitore di CO2 e' la Cina. Gli USA sono secondi. Se gli USA escono, cosa fara' la Cina? E l'India?  Anche se Cina ed India hanno detto di voler restare parte di Parigi, certo se volessero anche loro ritirarsi con la scusa che gli altri hanno avuto decenni e secoli per industrializzarsi emettendo CO2 e loro no, chi potrebbe dargli torto?

Escono gli USA, perche' Cina ed India dovrebbero restare?

Che vergogna per questa nazione. Davvero. Pensare che Jimmy Carter installo pannelli solari sulla casa bianca 40anni fa.

I pannelli solari e le turbine eoliche sono stati inventati qui, in the USA.

E guarda dova siamo fniti. Assieme alla Siria devastata dalla guerra. 

Tuesday, November 22, 2016

Le isole Fiji a Trump: venga da noi a vedere i cambiamenti climatici dal vivo








“I again appeal to the president-elect of the United States, Donald Trump, 
to show leadership on this issue by abandoning his current position
that man-made climate change is a hoax” 



Gli incontri sul clima di Marrakech del COP 22 sono finiti con un appello a Trump di fare tutto il possibile per fermare i cambiamenti climatici.

Viene dal primo ministro delle isole Fiji, Frank Bainimarama, che ha invitato Donald Trump a visitare le isole Fiji per vedere dal vivo gli effetti dei cambiamenti climatici nelle sue isole devastate dall'erosione e dalle modifiche al clima.

Le isole Fiji sono anche state la prima nazione del mondo a ratificare gli accordi sui cambiamenti climatici dopo l'incontro di Parigi nel 2015. 

Bainimarama ricorda a Trump che i cambiamenti climatici sono veri e non una invenzione dei cinesi, come il presidente eletto ha piu' volte detto durante la sua campagna elettorale. Ha anche ricordato l'impegno generoso degli americani durante la seconda guerra mondiale -- gli alleati usarono le Fiji come base contro i giapponesi dopo l'attacco di Pearl Harbor -- e ha chiesto agli USA di salvare le isole Fiji questa volta dai cambiamenti climatici.

“I say to the American people: you came to save us then and it is time for you to help save us now"

Ha applaudito anche la delegazione americana - ancora sotto Obama.

Un simile appello e' venuto da Mattlan Zackhras, delegato delle isole Marshall, anche loro colpite dagli eggetti dei cambiamenti climatici.

Sono tutti d'accordo che e' imperativo contenere i cambiamenti climatici, specie per le isole del Pacifico che gia' adesso perdono terreni, sofforno di inondazioni, e cambi della salinita' nel terreno.

Facciamo un passo indietro: nel Dicembre del 2015 si decise che si doveva fare tutto il possibile per limitare l'aumento di temperatura media sul globo a meno di due gradi centigradi. L'obiettivo sperato adesso e' che si resti a 1.5 gradi centigradi, mezzo grado in meno.

Pare niente, ma quel mezzo grado fa tutta la differenza del mondo per le nazioni piu' deboli. E infatti, gia' con 1.5 gradi in piu' ci sara' la sommersione di intere zone costiere delle Maldive, delle isole Marshall, e di Bangladesh, Vietnam ed Egitto. Gia' con mezzo grado in piu' scompariranno molte delle barriere coralline negli oceani, aumenteranno i periodi di siccita' e potrebbero esserci problemi di carestie in Africa e in Centro America. Le cose sarebbero ancora piu' catastrofiche con due gradi. Questo lo dice il cosiddetto Low Carbon Monitor delle Nazioni Unite. 

Le isole Fiji hanno molto da perdere in questa faccenda dei cambiamenti climatici, ed e' per questo che sono fra le nazioni piu' agguerrite nel tenere vivi gli accordi di Parigi. Lo sanno che i cambiamenti climatici sono veri e che sono devastanti. Sanno anche che non e' colpa loro, quanto delle nostre economie occidentali, e che loro sono solo sfortunati a doverle vivere sulla loro pelle a causa della loro posizione geografica.

Nel 2017 ci sara' un nuovo incontro sul clima, questa volta a Bonn, in Germania. Le isole Fiji saranno alla presidenza del COP 23.  Saranno sicuramente agguerriti come sempre. Non si sa cosa faranno gli americani, sotto Trump.

Una piccola nota positiva con l'elezione di Trump pero'e' che tutto il mondo si e' sentito unito e galvanizzato nel ribarire l'urgenza di agire. Che siano 1.5 gradi o 2 gradi, li obiettivi di Parigi sono limitati perche' sul lungo, lunghissimo termine, ma se non riusciamo ad arrivare neanche a quelli, allora siamo proprio sulla strada sbagliata.

Obama non e' stato, secondo me almeno, il paladino dell'ambiente che avrebbe potuto essere, ma certo qualche importante passo l'ha fatto, e la delegazione USA ha avuto un ruolo importante negli accordi di Parigi. E' importante che l'America resti parte della lotta ai cambiamenti climatici se non altro perche' e la piu' grande potenza del mondo (per ora almeno!) nonche' uno dei piu' grandi emettitori di CO2 del pianeta.

Intanto e' stato proprio durante l'incontro del Marocco che 11 governi hanno ratificano gli accordi di Parigi, fra questi anche l'Italia, assieme a Australia, Botswana, Burkina Faso, Djibouti, Finlandia, Gambia, Giappone, Malesia, Pakistan e il Regno Unito.  Il totale delle nazioni che hanno ratificato gli accordi e' ora a 111.  L'obiettivo necessario affinche' questi accordi diventassero legge e' di 55 nazioni che rappresentino il 55% delle emissioni a livello globale.

L'obiettivo e' stato raggiunto - con o senza Trump.

Sta a lui ora dimostrare di essere un vero leader, di accettare cio' che la scienza e il senso comune ci dicono da anni ormai e di tirare fuori quello che di presidenziale ha dentro.

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Dopo avere scritto questo pezzo, mi imbatto in articoli del NYTimes e di CNN dove Trump dice che "potrebbe" esserci una connessione fra l'azione dell'uomo e i cambaimenti del clima, che lui e i suoi consiglieri stanno studiando a fondo la questione e che lui ha una "mente aperta" al riguardo.

Durante la campagna elettorale diceva che era una invenzione dei cinesi per ostacolare il business degli americani e che avrebbe ritirato gli USA dagli accordi di Parigi e smesso di dare soldi ai programmi ONU che sono impegnati per fermare i cambiamenti climatici. Adesso e' quasi neutrale, ed appunto ammette una possible "connessione". Sue parole testuali:
"I think there is some connectivity. Some, something. It depends on how much"

 Un uomo, un mistero.

Thursday, February 18, 2016

La Francia dice no a tutti i nuovi permessi di ricerca petrolifera



Eccoci qui: il governo francese ha appena annunciato che da adesso in poi vietera' tutte le operazioni di ricerca petrolifera sul proprio territorio, sia con metodi non-convenzionali (il fracking) sia con metodi convenzionali.

Questo provvedimento e' stato fortemente voluto dal ministro dell'ecologia e dell'energia di Francia, Segolene Royal (notare che in Francia gli interessi ambientali ed energetici sono curati dalla stessa persona) che afferma che bloccare la ricerca di petrolio e' una risposta naturale al bisogno di diminuirne l'uso.  La decisione verra' inglobata nell' Energy Transition Act, varata nel 2015 dalla Francia e che impone per il 2050 la riduzione dell'uso di energia del 50% rispetto ai livelli del 2012, e di un taglio del 30% dell'uso di fonti fossili entro il 2030.

In questo momento in Francia ci sono circa 54 permessi esplorativi e circa 130 domande di ricerca di petrolio. Andranno tutte nel dimenticatoio. Segolene Royal ha anche ricordato che spera che il diniego di nuovi permessi esplorativi portera' a nuovi investimenti nelle rinnovabili e nell'efficenza energetica del paese.

Tutto questo non nasce nel vuoto: a gennaio di quest'anno Segolene Royal, era stata in visita in California, ad incontrare i leader dell'industria anche verde di questo stato, e poi all'ONU per discutere con il segreatrio generale Ban Ki Moon come fare per implementare al meglio le decisioni prese durante il summit del clima di Parigi. Qualche giorno fa la Royal e' stata anche nominata come presidente del COP21, il ramo delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici.

A New York, Segolene Royal disse che "Ogni nazione deve adesso trasformare i propri impegni in azioni concrete" e che l'Europa deve rimanere di esempio per altri paesi sulla transizione rapida verso l'energia pulita.
 

E' questa la prima nazione d'Europa a vietare la ricerca petrolifera nei propri confini nazionali. Nel 2011 la Francia aveva gia' vietato il fracking, prima di tutte, dando l'esempio a Bulgaria, Germania ed Olanda che hanno adottato anche provvedimenti simili o comunque molto restrittivi.

E Matteo Renzi? E Federica Guidi? Dove sono i provvedimenti grandi e coraggiosi dell'Italia per l'Italia fossil-fuel free?


Saturday, December 12, 2015

Parigi: l'80% delle fonti fossili deve restare nel sottosuolo





I now invite the COP to adopt the decision entitled Paris Agreement
outlined in the document.


Il ministro degli esteri francese Laurent
Fabius alla chiusura della Climate Conference of the Parties di Parigi.


Tutti approvano. Un enorme applauso. Tweet da tutto il mondo. E’ un giorno storico — il 12 Dicembre 2015. Il giorno in cui decine di migliaia di persone hanno riempito le strade di Parigi mentre i politici firmavano gli ultimi accordi sul clima. E’ la prima volta in cui tutti i paesi sono concordi nel tagliare le emissioni di CO2. Per alcuni l’impegno è volontario, per altri è legalmente vincolante.

L’obiettivo che ci si è posti è di tenere il riscaldamento del pianeta a meno di 2 gradi Celsius, con il target specifico a 1.5 gradi. Ai paesi in via di sviluppo saranno dati in totale 100 miliardi di dollari, con l’impegno di ricevere altri fondi per continuare a combattere i cambiamenti climatici. Ogni 5 anni gli impegni devono essere rivisti e si possono scegliere anche nuovi obiettivi più ambiziosi.

Ci si impegna anche ad iniziare a lavorare per raggiungere la “neutralità del clima”a partire dalla metà del secolo e cioè a bilanciare le emissioni di gas ad effetto serra con possibili riassorbimenti. E’ tanto, è poco? E’ sicuramente un passo avanti, e grande. Certo, l’urgenza del momento è tale che iniziare a lavorare per la neutralità del clima nel 2050 pare poco incisivo, un rimandare a data da destinarsi in cui le generazioni protagoniste saranno altre. Nel frattempo per alcuni sarà già troppo tardi con eventi catastrofici e irreversibili specie per atolli ed arcipelaghi.

Ma comunque Parigi manda un segnale forte: c’è un solo modo per arrivare alla neutralità del clima: lasciare le fonti fossili nel sottosuolo già da adesso eliminando sussidi e investimenti. E quindi i petrolieri farebbero bene a non dormire sonni tranquilli: l’obiettivo dei 2 gradi centigradi significa che l’80% delle fonti fossili dovrebbe restare sottoterra. Ovviamente se si scende a 1.5 gradi, ancora più petrolio dovrebbe restare dove madre natura l’ha messo.

Per di più, quello che emerge da due settimane di incontri è che i nemici in tutto questo sono sempre loro: i petrolieri che continuano a negare l’evidenza e a ostacolare impegni e programmi comuni anche qui, a Parigi, all’ultima ora. Ma le loro parole e i loro sforzi sono ormai cembali che tintinnano. Se siamo arrivati fin qui è anche grazie alla pressione che noi cittadini ordinari abbiamo messo a politici e ai petrolieri stessi. I governi senza di noi non sarebbero mai arrivati fin qui. Ora c’è solo da mettergli ancora più pressione affinché tengano fede agli impegni, con coraggio e determinazione.

Cosa pensa di tutto questo Matteo Renzi? Se limitare l’aumento del clima di soli 2 gradi centigradi significa lasciare l’80% del petrolio sottoterra, da dove vogliamo iniziare a salvare l’Italia petrolizzanda? Non è difficile, anzi c’è solo l’imbarazzo della scelta con progetti di trivelle in tutto il paese. Decidiamo che per onorare Parigi fermiamo Ombrina Mare? Le trivelle a Carpignano Sesia? A Zibido? In Basilicata? Nei mari della Puglia? La Vega B di Ragusa? L’airgun di Sardegna? Coraggio, caro presidente del Consiglio, scelga lei. Le lasciamo questo onore.