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Saturday, April 6, 2019

Lago Erie: la piu' grande centrale a carbone del Nord America diventa un enorme centrale solare con 200mila pannelli


Prima e dopo 







Si chiama Nanticoke Generating Station e si trova sul lato canadese del Lago Erie, al confine fra USA e Canada, nella citta' di Port Dover.  Dopo un anno di lavoro ha cambiato missione. Da centrale a carbone e' rinata come centrale di 44 megawatt di energia solare con 192,431 pannelli solari sparsi su 100 ettari di terra.

Il progetto e' stato appena completato dalla ditta PCL Construction, per conto della Ontario Power Generation, il gestore elettrico dell'Ontario, nel Canada, la pronvincia che ospita la citta' principale del paese, Toronto. Altri fondi sono arrivati dalla Six Nations of the Grand River Development Corporation e dal Mississauga Credit First Nation, enti e banche con lo scopo di promuovere e migliorare la qualita' di vita degli indigeni del Canada. 

Un anno fa l'avvio ai lavori: sorgevano qui canne fumarie di 200 metri di altezza che sono stati tutti demoliti per metterci i pannelli solari. L'ultimo pezzo di carbone e' stato bruciato qui cinque anni fa,
il 31 Dicembre 2013. 

Al tempo del suo maggior splendore, la Nanticoke Generating Station era la piu grande centrale a carbone di tutto il Nord America, e forniva il 15% di tutta l'elettricita' dello stato canadese dell' Ontario, con circa 4 GigaWatt di energia.

E' stata in funzione per 40 anni, dal 1973 al 2013, l'anno della sua fine. La maggior parte dell'infrastruttura carbonifera e' stata demolita, ma sono rimasti altri edifici per il completamento dei lavori. Ma i pannelli sono gia' tutti in azione.

L'ente Ontario Power Generation ha cosi smesso di usare carbone, portando alla diminuzione di anidride carbonica equivalente a sette milioni di autovetture sulle strade in meno. Il cemento della demolizione e' stato invece usato per creare strade di accesso lungo il sito.



Tuesday, November 22, 2016

Le isole Fiji a Trump: venga da noi a vedere i cambiamenti climatici dal vivo








“I again appeal to the president-elect of the United States, Donald Trump, 
to show leadership on this issue by abandoning his current position
that man-made climate change is a hoax” 



Gli incontri sul clima di Marrakech del COP 22 sono finiti con un appello a Trump di fare tutto il possibile per fermare i cambiamenti climatici.

Viene dal primo ministro delle isole Fiji, Frank Bainimarama, che ha invitato Donald Trump a visitare le isole Fiji per vedere dal vivo gli effetti dei cambiamenti climatici nelle sue isole devastate dall'erosione e dalle modifiche al clima.

Le isole Fiji sono anche state la prima nazione del mondo a ratificare gli accordi sui cambiamenti climatici dopo l'incontro di Parigi nel 2015. 

Bainimarama ricorda a Trump che i cambiamenti climatici sono veri e non una invenzione dei cinesi, come il presidente eletto ha piu' volte detto durante la sua campagna elettorale. Ha anche ricordato l'impegno generoso degli americani durante la seconda guerra mondiale -- gli alleati usarono le Fiji come base contro i giapponesi dopo l'attacco di Pearl Harbor -- e ha chiesto agli USA di salvare le isole Fiji questa volta dai cambiamenti climatici.

“I say to the American people: you came to save us then and it is time for you to help save us now"

Ha applaudito anche la delegazione americana - ancora sotto Obama.

Un simile appello e' venuto da Mattlan Zackhras, delegato delle isole Marshall, anche loro colpite dagli eggetti dei cambiamenti climatici.

Sono tutti d'accordo che e' imperativo contenere i cambiamenti climatici, specie per le isole del Pacifico che gia' adesso perdono terreni, sofforno di inondazioni, e cambi della salinita' nel terreno.

Facciamo un passo indietro: nel Dicembre del 2015 si decise che si doveva fare tutto il possibile per limitare l'aumento di temperatura media sul globo a meno di due gradi centigradi. L'obiettivo sperato adesso e' che si resti a 1.5 gradi centigradi, mezzo grado in meno.

Pare niente, ma quel mezzo grado fa tutta la differenza del mondo per le nazioni piu' deboli. E infatti, gia' con 1.5 gradi in piu' ci sara' la sommersione di intere zone costiere delle Maldive, delle isole Marshall, e di Bangladesh, Vietnam ed Egitto. Gia' con mezzo grado in piu' scompariranno molte delle barriere coralline negli oceani, aumenteranno i periodi di siccita' e potrebbero esserci problemi di carestie in Africa e in Centro America. Le cose sarebbero ancora piu' catastrofiche con due gradi. Questo lo dice il cosiddetto Low Carbon Monitor delle Nazioni Unite. 

Le isole Fiji hanno molto da perdere in questa faccenda dei cambiamenti climatici, ed e' per questo che sono fra le nazioni piu' agguerrite nel tenere vivi gli accordi di Parigi. Lo sanno che i cambiamenti climatici sono veri e che sono devastanti. Sanno anche che non e' colpa loro, quanto delle nostre economie occidentali, e che loro sono solo sfortunati a doverle vivere sulla loro pelle a causa della loro posizione geografica.

Nel 2017 ci sara' un nuovo incontro sul clima, questa volta a Bonn, in Germania. Le isole Fiji saranno alla presidenza del COP 23.  Saranno sicuramente agguerriti come sempre. Non si sa cosa faranno gli americani, sotto Trump.

Una piccola nota positiva con l'elezione di Trump pero'e' che tutto il mondo si e' sentito unito e galvanizzato nel ribarire l'urgenza di agire. Che siano 1.5 gradi o 2 gradi, li obiettivi di Parigi sono limitati perche' sul lungo, lunghissimo termine, ma se non riusciamo ad arrivare neanche a quelli, allora siamo proprio sulla strada sbagliata.

Obama non e' stato, secondo me almeno, il paladino dell'ambiente che avrebbe potuto essere, ma certo qualche importante passo l'ha fatto, e la delegazione USA ha avuto un ruolo importante negli accordi di Parigi. E' importante che l'America resti parte della lotta ai cambiamenti climatici se non altro perche' e la piu' grande potenza del mondo (per ora almeno!) nonche' uno dei piu' grandi emettitori di CO2 del pianeta.

Intanto e' stato proprio durante l'incontro del Marocco che 11 governi hanno ratificano gli accordi di Parigi, fra questi anche l'Italia, assieme a Australia, Botswana, Burkina Faso, Djibouti, Finlandia, Gambia, Giappone, Malesia, Pakistan e il Regno Unito.  Il totale delle nazioni che hanno ratificato gli accordi e' ora a 111.  L'obiettivo necessario affinche' questi accordi diventassero legge e' di 55 nazioni che rappresentino il 55% delle emissioni a livello globale.

L'obiettivo e' stato raggiunto - con o senza Trump.

Sta a lui ora dimostrare di essere un vero leader, di accettare cio' che la scienza e il senso comune ci dicono da anni ormai e di tirare fuori quello che di presidenziale ha dentro.

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Dopo avere scritto questo pezzo, mi imbatto in articoli del NYTimes e di CNN dove Trump dice che "potrebbe" esserci una connessione fra l'azione dell'uomo e i cambaimenti del clima, che lui e i suoi consiglieri stanno studiando a fondo la questione e che lui ha una "mente aperta" al riguardo.

Durante la campagna elettorale diceva che era una invenzione dei cinesi per ostacolare il business degli americani e che avrebbe ritirato gli USA dagli accordi di Parigi e smesso di dare soldi ai programmi ONU che sono impegnati per fermare i cambiamenti climatici. Adesso e' quasi neutrale, ed appunto ammette una possible "connessione". Sue parole testuali:
"I think there is some connectivity. Some, something. It depends on how much"

 Un uomo, un mistero.

Thursday, July 9, 2015

Trivelle: terremoti in tutta America, danni a neonati e falde




Arriva da Science un nuovo studio sulla sismicita' indotta -- che in Italia non esiste.

Matthew Weingarten, dell'Universita' del Colorado, il principale ricercatore dello studio riassume cosi' il suo lavoro:

“Questo e' il primo studio che misura le correlazioni fra pozzi di reiniezione e terremoti su scala nazionale. Abbiamo documentato un enorme aumento della sismicita' indotta, dal 2009 in poi e crediamo che l'evidenza sia schiacciante: i terremoti vicino ai pozzi di reiniezione sono indotti dalle operazioni di petrolio e di gas."

In totale il numero di terremoti associati con i pozzi di reiniezione e' aumentato da una dozzina l'anno negli anni settanta a piu di 650 nel 2014, alcuni anche di intensita' fra i 4.7 e 5.6 -- a Prague in  Oklahoma, a Trinidad in Colorado, a Timpson in Texas e a Guy in Arkansas.

I principali colpevoli sono i pozzi ad "alto tasso di reinizione" che pompano piu' di 300,000 barili di monnezza nel sottsuolo al mese. A volte invece che la monnezza viene immessa acqua con altre sostanze chimiche per stimolare la produzione di idrocarburi nei pozzi vicini. L'idea e' di aumentare la pressione nei pozzi attivi immettendo materiale nelle vicinanze in modo da "spingere" il petrolio o il gas verso il pozzo d'interesse. La tecnica si usa da molto tempo e non e' necessariamente collegata al fracking, dove invece la roccia viene fratturata. In ambo i casi -- che sia monnezza o stimolazione -
la pressione sotterranea cambia.

Assieme a Matthew Weingarten, i professori Shemin Ge, Jonathan Godt, Barbara Bekins e Justin Rubinstein dell'Universita' del Colorado e del U.S. Geological Survey (USGS) hanno esaminato circa 180,000 pozzi di renizione e di stimolazione dal Colorado alla East Coast. Di questi, piu' di 18,000 erano associati a terremoti (il 10%!) principalmente in Oklahoma e in Texas. La maggior parte dei pozzi problematici e' ancora attiva.

Fra i pozzi di reinizione e di stimolazione, quelli di reinizione di rifiui sono piu' problematici perche' i quantitativi immessi sono meno regolamentati e semplicemente arrivano in grandi volumi, modificando tutte le pressioni sotterranee senza che il sottosuolo possa adattarsi. Quelli di stimolazioni sono piu' gestibili, nel senso che l'arrivo dei fluidi e' piu' graduale e direzionato. La probabilita' che si sia un terremoto da pozzo di reinizione di rifiuti e' 1.5 piu' alta che ce ne sia uno da un pozzo di stimolazione.

Come se non bastasse uno studio indipendente condotto dall' Universita' del Texas, Arlington, rivela la presenza massiccia di sostanze tossiche in uno dei piu' grandi acquiferi della nazione, e che giace sotto il Barnett Shale. Sono state esaminati 550 campioni di acqua.

Cosa hanno trovato? Methanolo,  ethanolo, composti organici volatili, i BTEX (benzene, toluene, ethyl benzene and xylenes) composti clorinati. Molte di queste sostanze sono collegate con i fluidi di perforazione usati dall'industria petrolifera.

E poi, uno studio dell'sui neonati condotto dall'Universita' di Pittsburgh il cui titolo dice tutto: Lower Birth Weight Associated with Proximity of Mother’s Home to Gas Wells.

Qui i recercatori hanno studiato 15,500 neonati di tre contee dal 2007 al 2010 scoprendo che piu' vicino si viveva vicino ai pozzi da gas, piu' alto era il rischio per i neonati di nascere sottopeso - e del 34%!

“Mothers whose homes fell in the top group for proximity to a high density of such wells were 34 percent more likely to have babies who were ‘small for gestational age’ than mothers whose homes fell in the bottom 25 percent. Small for gestational age refers to babies whose birth weight ranks them below the smallest 10 percent when compared to their peers.”

Ovviamente i petrolieri sono andati in fibrillazione ed hanno attaccato come hanno potuto. Ma intanto questo studio si aggiunge ad altri che mostrano la stessa cosa.  Nel 2012 una pubblicazione della Cornell University mostrava la correlazione fra basso peso alla nascata e la presenza di pozzi da fracking nelle vicinanze.

In questo caso:

“The introduction of drilling increased low birth weight and decreased term birth weight on average among mothers 2.5 kilometers of a well compared to mothers 2.5 kilometers of a future well. Adverse effects were also detected using measures such as small for gestational age and APGAR scores, while no effects on gestation periods were found.”

“These findings suggest that shale gas development poses significant risks to human health and have policy implications for regulation of shale gas development.”

Ed ancora nel 2013 un altro studio mostava il calo del peso alla nascita condotto da studiosi di Princeton, Columbia and the Massachusetts Institute Technology.

Ma niente paura, e' sempre tuttapposto.





Sunday, October 6, 2013

Tutti i numeri del fracking made in the USA, 2012

 “The numbers don't lie.  
Fracking has taken a dirty and 
destructive toll on our environment".
John Rumpler, Environment America 

Il giorno 3 ottobre 2013 the Environment America Research and Policy Center ha pubblicato un rapporto dal titolo "Fracking by the Numbers,"che raccoglie tutti i dati sul fracking negli USA.
Eccoli:
 280 miliardi di galloni di acqua di scarto generata nel solo 2012, 
fanno 1000 miliardi di litri di monnezza tossica
450,000 tonnellate di inquinanti dispersi in atmosferanel 2012

250 miliardi di galloni di acqua potabile usata dal 2005
fanno 1000 miliardi di acqua che non torneranno piu' potabili
360,000 acri di terreno inquinato dal 2005

100 millioni di metri cubi di materiale che 
causa cambiamenti climatici emessi in atmosfera

Sono numeri da capogiro.

Tutto questo ha conseguenze gravi sui residenti, che si ammalano di vari problemi di salute, sulla contaminazione di acqua potabile da ogni genere di monnezza, sugli animali, sulle strade rovinate dal passaggio ripetuto di mezzi pesanti.
Le conslusioni del rapporto sono disarmanti.

Given the scale and severity of fracking’s myriad impacts, constructing a regulatory regime sufficient to protect the environment and public health from dirty drilling seems implausible. In states where fracking is already underway, an immediate moratorium is in order. In all other states, banning fracking is the prudent and necessary course to protect the environment and public health.

Data la portata e la gravita' della miriade di problemi collegati al fracking, la realizzazione di un regime di regolamentazioni che possa proteggere l'ambiente e la salute pubblica dalle trivelle appare non plausibile. Negli stati dove il fracking e' gia' in atto, una moratoria immediata e' necessaria. Negli altri, il divieto totale e' la scelta prudente e necessaria per proteggere l'ambiente e la salute pubblica.

E Obama?

Obama che e' pur sempre un politico, sta ancora considerando la possibilita' di aprire terreni federali pubblici alle trivelle.  Fra questi posti il White River National Forest in Colorado e il Delaware River basin, che danno da bere a 15 milioni di persone.

Ci sono stati oltre UN MILIONE di commenti e di osservazioni di contrarieta' e ci si auspica che Obama ascolti la voce della ragione e del buon senso.

Un milione di commenti.

Il documento si conclude cosi:

The numbers on fracking add up to an environmental nightmare. For our environment and for public health, we need to put a stop to fracking. It’s time for our federal officials to step up; they can start by keeping fracking out of our forests and away from our parks, and closing the loophole exempting toxic fracking waste from our nation’s hazardous waste law.

I numeri sul fracking sono un incubo ambientale. Per il nostro ambiente e per la salute pubblica, occorre fermare il fracking. E' ora che i nostri pubblici ufficiali si diano una mossa. Possono iniziare con il tenere fuori il fracking dalle nostre foreste e dai nostri parchi e nel chiudere le scappatoie che esenzionano la monnezza tossica del fracking dalle leggi sui rifiuti speciali e nocivi.


Thursday, April 11, 2013

Marzo-Aprile 2013: un incidente petrolifero ogni due giorni



Al clamore mediatico arrivano solo gli incidenti maggiori - il golfo del Messico di tre anni fa, o la Exxon Valdez nel 1989. Tutti gli altri, di portata minore restano nelle cronache locali, che sia Rospo Mare in Abruzzo o Mayflower in Arkansas.

Ma se uno li mette tutto assieme viene fuori qualcosa di sconcertante - ogni due giorni, da qualche parte del pianeta, c'e' un qualche tipo di incidente petrolifero, grande o piccolo che sia.

Il gruppo Infographic ha messo su una immagine che parla da se: nella finestra che va dall'11 Marzo 2013 all'11 Aprile 2013 ci sono stati 13 incidenti su tre continenti.  Nelle sole Americhe ci sono stati un milione di galloni di petrolio e rifiuti tossici petroliferi finiti in mare - quattro milioni di litri.

Ecco qui



Wednesday, June 29, 2011

Il fracking sulla pelle della gente


Il sottosegretario allo sviluppo economico Stefano Saglia ha piu' volte auspicato che anche in Italia si possano sfruttare le riserve di shale-gas, con la tecnica del fracking.

Ecco qui, allora l'ennesimo report da Vanity Fair della situazione nelle zone d'America dove il fracking e' gia' realta'.

Inziamo con la costa est, Pennsylvania e New York. La zona e' attraversata dal fiume Delaware , uno dei piu' importanti d'America perche' oltre 15 milioni di persone, inclusi i residenti di New York e di Philadelphia ne bevono l'acqua. E' lungo circa 500 chilometri. Proprio per questo suo fondamentale ruolo, dovrebbe essere protetto dagli effetti dell'inquinamento industriale. Invece no.

Lungo tutto il fiume Delaware ci sono concessioni per l'estrazione di shale gas con la tecnica del fracking. I primi in classifica sono quelli della Exxon-Mobil che vogliono usarne 1 milione di litri al giorno per il fracking, tramite la loro sussidiaria XTO.

Come gia' detto, questo fracking e' una tecnica relativamente nuova con cui si iniettano milioni di litri di acqua nel sottosuolo ad alta pressione, mista a sostanze chimiche tossiche, si scatenano dei microterremoti, e il gas viene tirato fuori dalla roccia porosa. Dell'esistenza di questo gas gia' si sapeva 100 anni fa, ma era troppo difficle tirarlo fuori, fino all'arrivo del fracking.

In Pennsylvania il fracking e' legale da diversi anni, prima che si sapesse tutto quello che avrebbe comportato. Nello stato di New York non ancora. C'e' una moratoria in quello stato che probabilmente verra' estesa al giugno del 2012. Non si sa bene cosa succedera' dopo, anche se i cittadini sono agguerritissimi.

E' cosi che a Dimock, Pennsylvania il fracking e' realta', anche se anche loro hanno una moratoria cittadina temporanea, visto gli enormi problemi che il fracking gli ha causato.

Durante gli scorsi anni infatti la gente ha scoperto di avere l'acqua marrone in casa, si sentivano male, i pozzi di acqua artesiana sono scoppiati e i cavalli hanno perso la peluria. La gente si lamentava dei tremori del terreno, di piatti corrosi dal ciclo della lavastoviglie, e di bucato puzzolente, di svenimenti dopo la doccia, di macchie alla pelle, di emicranie e di giramenti di testa.

C'era troppo metano, ferro ed alluminio nell'acqua.

La ditta trivellante manda ora l'acqua nelle case delle persone. Il valore delle case e' decimato, nessuno piu' fa la doccia a casa, i tumori aumentano, e vogliono tutti andare via.

A Clearville, Pennsylvania hanno trovato arsenico negli animali. In un'altra citta, Avella, Pennsylvania un pozzo di reiniezione delle sostanze di scarto e' esploso con fiammate di cento metri durate 6 ore e visibili fino a 15 chilometri di distanza.

Alcuni terreni hanno mostrato livelli di arsenico di ben 6430 volte il limite legale - seimila!.

La storia si ripete in Colorado, New Mexico, Wyoming.

In Colorado hanno avuto 206 riversamenti di liquidi perforanti in un solo anno, 48 pozzi di acqua avvelenata. In New Mexico 800 sono stati di pozzi inquinati. Come a Dimock, i dottori parlano di gente con troppi mal di testa, vertigini, problemi neurologici, ascessi ai denti, emoraggie, problemi di coordinamento linguistico e ambulatorio.

E non ci sono solo problemi di acqua inquinata o di perdite, ma anche di problemi all'aria, a causa delle enormi vasche di monnezza tossica che evaporano rilasicando composti cancerogeni nell'atmosfera.

Ogni pozzo "fracked" richiede fra i 10 e i 30 milioni di litri di acqua. Occorrono centinaia di viaggi di camion che trasportano il fluido perforante in loco. Fatti i conti, un professore di ecologia di Cornell, Robert Howart, afferma che fare fracking e' piu' impattante che estrarre petrolio e carbone.

Nel 2008 prima che tutto questo disastro diventasse di dominio pubblico, i politici della Pennsylvania dicevano che non sarebbe successo niente, che erano solo "acqua e sabbia" calate nella terra, che ci sarebbero stati posti di lavoro e soldi a palate, nonche' la fine della dipendenza dal petrolio estero.

Fracking era una cosa patriottica, futuristica.

L'accoppiata Bush e Cheney a suo tempo hanno fatto di tutto per favorire il fracking in tutta l'America. Nel 2005 si chiusero in consiglio con i capi dell'industria del petrolio e del gas e passarono il cosiddetto "Energy Policy Act" con il quale chi fa fracking e' esente da tutte le maggiori leggi di protezione ambientale americane, chiamate semplicemente:

1. il Safe Drinking Water Act,
2. il Clean Air Act,
3. il Clean Water Act

Tutte queste leggi sono state passate negli anni '70 per proteggere aria e acqua. In poche parole,
grazie a questa legge Cheney-Bush, detta anche "Halliburton Loophole" se io riverso monnezza tossica nei laghetti posso essere citata in giudizio, se lo fa la Halliburton, con la monnezza del fracking no. Loophole significa scappatoia.

Forti di tutte queste leggi in loro favore, e visto che l'amministrazione Obama non ci sente da quell'orecchio, i petrolieri contano di trivellare almeno 40 mila pozzi lungo il fiume Delaware e i suoi tributari, lungo quella che viene chiamata Marcellus Shale Gas Reservoir.

I cittadini si sono riuniti in una associazione chiamata Damascus Citizens, per protestare, per convincere pescatori, cacciatori, residenti, e la comunita' tutta a fermare questo scempio annuciato.

Ma e' tutto il mondo che e' coinvolto. Ci sono progetti di fracking in Cina, in Australia, in Francia, in Polonia. Dalle pagine di Vanity Fair, quelli Damascus Citiziens, i primi a vivere il fracking, dicono che la colossale distruzione dell'ambiente portata dal fracking non ne vale la pena.

Tuesday, March 10, 2009

America Oggi -- intervista



Finalmente questa storia del petrolio in Abruzzo arriva anche dall'altra parte del pianeta, qui in America. La cosa che in assoluto i petrolieri temono di piu' e' il ritorcersi dell'opinione pubblica. E mentre quella italiana ed abruzzese sono spesso alla camomilla (parole del giornalista Paolo Rumiz), quella di oltre oceano non perdona. So bene che il cammino e' ancora lungo, ma io non me ne vado e spero che questo articolo, in italiano ma scritto negli USA, sia l'inizio di una maggiore diffusione del problema per un pubblico americano.

America Oggi e' il quotidiano per la comunita' italiana negli USA. Nel numero di domenica 8 Marzo ha dedicato un servizio di varie pagine al tema dell'Abruzzo petrolizzato. Mi hanno gia' chiamato un altro giornalista di New York ed uno di Beverly Hills per saperne di piu'.
America Oggi vende 60,000 copie al giorno alla domenica.

Ieri Irene nei commenti scriveva che il popolo abruzzese e' un po molle. Forse e' vero, ma e' anche vero che forse non ci si crede piu', troppe delusioni, troppi raggiri sottobanco, troppe volte la fiducia e' stata tradita: vedi le balle di Chiodi e di Febbo mentre i petrolieri si fregano le mani, tutti contenti. Io dico di far sentire la propria voce sempre e comunque, e di riprenderci la nostra regione dalle mani dei petrolieri e dei loro amici alle nostre. Ma bisogna crederci e non avere paura.

La paura di fallire non porta da nessuna parte. Credete che abbia iniziato tutto questo lavoro ad Ottobre del 2007 pensando di essere io la persona giusta per essere in prima linea nel movimento contro il petrolio? Credete che io fossi pronta quando il 18 gennaio del 2008 incontrai 5 signori incravattati dell'ENI a Pescara e praticamente fu lasciato a me da sola il compito di difendere il popolo e controbbattere le sciocchezze dell'ENI? Credete che non abbia fatto male sentirsi dire "lei e' una terrorista" oppure "per colpa sua l'Abruzzo restera' al freddo al gelo". Credete che io non avessi paura a Pescara all'Universita' con l'ENI presente il 20 Luglio 2008? Credete che fosse tutto perfetto durante le feste di settembre quando mi hanno fatto parlare nella piazza principale di Lanciano? Credete che quando sono stata in TV fossi sempre pronta e sicura di me stessa? Credete che io non abbia avuto paura quando ho incontrato Fratino o Caramanico e gli ho detto in maniera chiara che erano persone indegne delle cariche che ricoprono? Credete che io abbia sempre le argomentazioni pronte?

La risposta e' no. So pero' che la paura paralizza, e che c'e molta piu' dignita' nel fare e nel fallire piuttosto che stare alla finestra ad aspettare di convincere politici o che sia tutto perfetto. Non avrei mai pensato di essere capace di fare tutto quello che ho fatto. Si impara facendo. Qualche volta ci si azzecca, qualche volta si sbaglia.

Quando pero' c'e' l' amore, la passione, quando i calcoli del "poi" o del "ma se" vanno a farsi friggere, ci si azzecca quasi sempre.

Dobbiamo essere noi i migliori abruzzesi che siano mai esistiti - my favorite quote - Angelo

Ecco qui l'intervista ad America Oggi dell' 8 Marzo 2009, intervista di Marcello Cristo

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PRIMO PIANO/AMBIENTE/Salvare l’Abruzzo dall’Olio nero

Marcello Cristo
Sin dai tempi della scuola, siamo stati abituati a pensare all’Italia come and un paese ricco di bellezze naturali ma povero di materie prime: le risorse economiche del Belpaese sono tradizionalmente concentrate in superficie piuttosto che nel sottosuolo.
Tuttavia negli ultimi anni, nella zona centrale della penisola, dall’Abruzzo alla Basilicata, sono state scoperte riserve petrolifere che, per quanto non paragonabili ai giacimenti esistenti in altri angoli del globo, hanno suscitato l’interesse (e gli appetiti…) di molte amministrazioni locali e compagnie estrattive, prima tra tutte l’ENI.
Visti i potenziali e sostanziosi interessi economici in ballo, non c’è da stupirsi se anche qui, come dappertutto, siano iniziate subite le polemiche sull’opportunità di sfruttare o meno questi pozzi facendo poi i conti con l’inevitabile impatto ambientale che ne deriverebbe.
Dopo lo "petrolizzazione" della Basilicata già iniziata alcuni anni fa e che ha provocato numerosi danni ecologici, l’epicentro della "battaglia" tra interessi economici ed ambientali si è ora spostata in Abruzzo dove l’Eni, assieme ad altre compagnie italiane e straniere, ha in programma la costruzione di pozzi e raffinerie che mal si adattano alla tradizione turistica, agricola, e vitivinicola della regione.
A dar filo da torcere al gigante Eni tuttavia, ci ha pensato un fisico, professore di matematica applicata alla California State University di Northridge, in California.
Maria Rita D’Orsogna, nata e cresciuta a New York, nel Bronx, da genitori abruzzesi, si è trasferita a Lanciano (CH) all’età di sette anni; a ventitre anni si è laureata in Fisica all’Università di Padova e, dopo aver vissuto per un po’ tra l’Europa e l’America ha accettato nel 2007 il prestigioso incarico accademico a Los Angeles dove risiede attualmente.
La residenza californiana tuttavia non le ha fatto dimenticare l’Italia e l’Abruzzo in particolare, una terra che ama al punto da indurla ad intraprendere un battaglia tutta "americana" per la salvaguardia di un pezzo d’Italia.

Prof. D’Orsogna, come e quando ha cominciato ad interessarti a questa vicenda?
«Me ne parlò un amico nell’Ottobre del 2007, quando iniziò a diffondersi la notizia della creazione di un "Centro Oli" dell’ENI ad Ortona. La disinformazione subdola fu subito evidente: l’espressione "Centro Oli" creò confusione fra la popolazione perché fa pensare ad un frantoio, invece che ad una raffineria. Poi indagando e leggendo documenti delle ditte petrolifere, si capì che si trattava non solo di sfruttare giacimenti petroliferi ad Ortona, ma in tutto l’Abruzzo: una prospettiva che cambierebbe per sempre il volto della regione».

In quali aree si trovano questi giacimenti e che cosa si conosce della loro entità?
«Modesti giacimenti sono ad Ortona, Pineto,Vasto, San Vito Marina, Silvi e Alba. Ci sono permessi estrattivi, in fase di approvazione o già accordati, sulla metà del territorio abruzzese incluso il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Majella. A causa della particolare conformazione geografica questi giacimenti sono molto difficili da sfruttare: sono profondi, non molto consistenti. Per di più sono carichi di impurità, come lo zolfo, che rendono il petrolio abruzzese di scarsa qualità, che significa tonnellate di sostanze tossiche emesse nell’aria nel processo di lavorazione».

Quali sono state le reazioni delle varie amministrazioni locali?
«Grazie all’impegno di varie associazioni, le comunità costiere sono informate, specie il Pescarese ed il Chietino. I Teramani si stanno mostrando abbastanza attivi ed agguerriti, presentando risoluzioni e promuovendo conferenze informative. Le loro economie sono molto centrate sul turismo e la prospettiva di una piattaforma petrolifera con fiammella desolforizzante visibile dalla costa non piace a nessuno.
Poi ci sono sindaci e consiglieri che, in palese conflitto di interessi, minimizzano i problemi cercando di trarne vantaggi personali. Ad esempio, Nicola Fratino, il sindaco di Ortona, gestisce in esclusiva le attività portuali della città e fa parte di un consorzio di aziende locali sorto appositamente per fornire servizi petroliferi all’ENI. Da un lato dunque c’è il potere della sua giunta di dare approvazioni di vario genere (come le modifiche al piano regolatore), dall’altro gli enormi interessi privati suoi e di pochi altri soci. Fratino è l’unico sindaco favorevole alla petrolizzazione dell’Abruzzo.
L’opinione pubblica è preoccupata per gli effetti sulla salute. Proprio in questo periodo i media, nazionali e internazionali, iniziano ad occuparsi delle conseguenze delle estrazioni in Basilicata. Dopo 15 anni di petrolio, la Lucania si ritrova con agricoltura e turismo distrutti, emigrazione, corruzione e tumori in aumento. Per gli abruzzesi è come vedere in anteprima ciò che potrebbe accadere da noi.
Non è che la gente sia necessariamente contraria alle estrazioni petrolifere: il fatto è che petrolio ed agricoltura, raffinerie e riserve naturali, non si sposano. E poiché l’Abruzzo ha già una sua vocazione, sarebbe come estirpare tutto quello che già esiste sul territorio in favore di un tipo di attività totalmente aliena e dai dubbi vantaggi economici.
Il Chietino è la seconda provincia italiana per numero di operatori vitivinicoli, e per quantità di uva prodotta. L’enorme danno ambientale della Basilicata, è anche un danno economico e non a caso le cantine del Montepulciano d’Abruzzo sono fra i più agguerriti oppositori del petrolio in Abruzzo. Nonostante il vuoto informativo istituzionale, secondo un sondaggio realizzato nel dicembre del 2008, il 75% degli Abruzzesi è contrario alla petrolizzazione, il 10% è favorevole, il restante 15% dice di non sapere».
A che punto si trova attualmente lo sviluppo di questa vicenda?
«I primi permessi estrattivi sono stati concessi all’ENI nel 2001 e per anni la burocrazia è andata avanti, rilasciando tutti i permessi in sede regionale e provinciale con superficialità e con pochissima riflessione. Solo quando questa vicenda è diventata di dominio pubblico le cose lentamente hanno iniziato a cambiare.
In seguito a forti pressioni popolari, nel marzo del 2008, venne presentato in consiglio regionale una proposta di legge per una moratoria temporanea sull’attività petrolifera in Abruzzo. La moratoria è valida fino al 2010. Venne approvata contro il volere dell’allora presidente della regione, Ottaviano del Turco (poi arrestato per avere, secondo l’accusa, presumibilmente intascato 6 milioni di euro in tangenti sulla sanità abruzzese) e quasi all’unanimità perché fuori c’erano seimila manifestanti che assediavano il palazzo del consiglio regionale a l’Aquila.
Ora c’è un nuovo consiglio regionale, guidato da Gianni Chiodi che, purtroppo, non ha ancora capito la gravità del problema, ed è piuttosto timido nel pronunciarsi».
Può dirci nulla sul valore e sulla rilevanza economica di queste risorse?
«La valenza economica di queste risorse non è molto chiara, nel senso che l’ENI non ha mai rilasciato cifre ufficiali. Qualsiasi sia la loro rilevanza economica però i benefici per il cittadino abruzzese saranno minimi.
In Italia le royalties versate allo stato sono pari al 4% se si estrae in mare, e al 7% per la terraferma. Di questo 7%, se passa la legge proposta dal governo Chiodi, solo il 15% arriverà alla regione, cioé lo 1.05% di tutto il valore del petrolio estratto. Per di più, se l’estrazione dovesse essere al di sotto di una certa quantità, le royalties non ci sono. In Norvegia le royalties sono dell’80%.
In Basilicata la la popolazione non ha tratto alcun vantaggio e a tutt’oggi le emissioni di agenti tossici non vengono monitorati correttamente, ne tantomeno spiegati alla popolazione.
L’ENI ha dichiarato in più occasioni che la raffineria di Ortona occuperà al massimo trenta operai ai quali andrà ad aggiungersi il personale per la costruzione dell’impianto stesso: un centinaio di muratori e tecnici temporanei. Nessuna agenzia governativa, che io sappia, ha elaborato proiezioni occupazionali, né tantomeno messo a confronto i posti di lavoro guadagnati con quelli persi, dovuti all’inevitabile crollo dell’agricoltura, come è successo in Basilicata. Gli impianti sono ad elevatissima automazione dove serve poca manodopera».

Quale impatto ambientale ci si potrebbe aspettare?
«L’impatto ambientale sarebbe molto grave per la regione Abruzzo. Come testimoniano migliaia di articoli scientifici sulle estrazioni petrolifere fatte cosi vicino ai centri abitati.
Spinta dalle pressioni popolari, la provincia di Chieti ha incaricato l’istituto di ricerca Mario Negri di stilare un rapporto sulle conseguenze della presenza della raffineria nel comprensorio di Ortona. Il rapporto è stato reso noto nel dicembre del 2007 e parla di una tonnellata e mezza di sostanze inquinanti emesse ogni giorno, fra cui provati cancerogeni, che andrebbero a spargersi su un territorio dove vivono circa centomila persone. Occorre anche notare che le leggi ambientali italiane sono molto tolleranti sulle emissioni di sostanze tossiche, per nulla paragonabili a quelle che si fissano negli USA per esempio. Per l’idrogeno solforato i limiti italiani sono di oltre 10,000 volte più alti di quelli del Massachusetts; per la diossina mille volte più alti che in Germania. Per quanto riguarda gli impianti marini, le precauzioni che si prenderebbero altrove, in Abruzzo e in Italia in generale non esistono. Negli USA la scorsa estate ci furono molte discussioni quando Bush propose di permettere l’estrazione del petrolio a 50 miglia dalla costa, 80 chilometri. In Italia non esiste alcun limite, ed oggi ci sono permessi estrattivi accordati a Vasto per esempio, dove i pozzi potrebbero sorgere a due chilometri dalla costa. L’Adriatico è poi un mare chiuso, dai fondali bassi, per cui gli inquinanti tenderanno a restare localizzati e in caso di incidente il danno ambientale sarà particolarmente devastante».

Quali gruppi pubblici e privati italiani hanno risposto alla sua iniziativa e come?
«Una volta che la problamatica è nota, che i danni alla salute vengono spiegati alla popolazione mostrando le testimonianze dalla Basilicata, le reazioni sono sempre di rabbia e di sgomento.
Il coinvolgimento pubblico, delle istituzioni invece è stato finora troppo blando. Ci sono state iniziative locali di sindaci, ma la regione è totalmente assente, sia nel prevenire che nell’informare. L’attuale assessore all’ambiente, Daniela Stati, a quasi due mesi dal suo insediamento deve ancora pronunciare una sola parola sul tema petrolio in Abruzzo».

Questa che sta conducendo è una "battaglia" puramente italiana o è riuscita in qualche modo a suscitare alcun interesse qui negli Stati Uniti?
«L’unico modo in cui vinceremo questa sfida è informando tutte le persone che amano l’Abruzzo, i suoi prodotti e la sua natura. L’Italia è troppo corrotta per sperare che prevalga il buonsenso davanti agli interessi economici di pochi potenti. Sto cercando anche di coinvolgere gli Americani, ma occorrerà pazienza e tenacia. Spererei in una maggiore presa di posizione anche di colossi industriali legati all’Abruzzo e al suo territorio, come la Pasta de Cecco e Del Verde».

Ma qual è il suo obiettivo principale al momento?
«Che venga approvata al più presto una moratoria a lungo termine che vieti le operazioni petrolifere. Nel contempo vorrei che si sviluppasse negli Abruzzesi una maggior coscienza civica, di rispetto e di amore per la loro terra e che si capisse che il benessere economico passa anche per la salvaguardia ambientale e non certo rincorrendo le ultime e sporche goccie di petrolio del pianeta»

Tuesday, November 4, 2008

Obama!



Now this is where I learned that change only happens when ordinary people get involved, and they get engaged, and they come together to demand it.

E' questo il sale della democrazia 


It falls to each of us to be those anxious, jealous guardians of our democracy. Embrace the joyous task we have been given to continually try to improve this great nation of ours because, for all our outward differences, we in fact all share the same proud type, the most important office in a democracy, citizen.

Citizen. So, you see, that’s what our democracy demands. It needs you. Not just when there’s an election, not just when you own narrow interest is at stake, but over the full span of a lifetime. If you’re tired of arguing with strangers on the Internet, try talking with one of them in real life.


If something needs fixing, then lace up your shoes and do some organizing.

If you’re disappointed by your elected officials, grab a clip board, get some signatures, and run for office yourself.

Show up, dive in, stay at it. Sometimes you’ll win, sometimes you’ll lose. Presuming a reservoir in goodness, that can be a risk. And there will be times when the process will disappoint you. But for those of us fortunate enough to have been part of this one and to see it up close, let me tell you, it can energize and inspire. And more often than not, your faith in America and in Americans will be confirmed. Mine sure has been.


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Le parole in calce le scrissi esattamente otto anni fa, quando Obama vinse le sue prime elezioni.

Con tutte le delusioni e le promesse che non e' riuscito a mantenere, e' stato un presidente che sapeva di futuro, e di speranza, e di cose costruttive. Un presidente amato, specie alla fine, anche da me che non pensavo di volergli cosi bene.

La sala era piena - in 20mila a sentirlo a Chicago.

Qualcuno urlava "4 more years!" E lui ha detto "Non posso".

Parlava come sempre, nel suo stile normale ed eloquente allo stesso tempo. Ha detto anche cose che non condivido, ma sempre c'era nelle sue parole rispetto e un profondo amore per questa nazione. La cosa piu' bella che ha detto e': se non ti piace il sistema invece di commentare su internet, prendi carta e penna, raccogli un po di firme, e diventa tu politico, per cambiare il sistema.

Ha ricordato le sue origini, le cose fatte durante la sua amministrazione, e che essere presidente l'ha reso una persona migliore, grazie al contatto con la gente normale. Ha parlato della democrazia, che e' faticoso averla e mantenerla e che si va avanti con la partecipazione di tutti.

Ecco mi ha fatto pensare al petrolio: non ti piace? Fai qualcosa per cambiarle queste cose.

Sarebbe bello che anche in Italia qualcuno parlasse cosi alla gente, e che ci credesse mentre che lo dice. Ho letto un po gli articoli di CorSera e di Repubblica, ma non hanno saputo raccontare il sentimento della serata, il senso di benevolenza verso quest'uomo e le lacrime agli occhi che tutti avevamo mentre Obama parlava. Anche lui stesso.

L'ho visto Renzi, ci ha provato a scopiazzarne lo stile, ma Obama e' un altra cosa. Un gentelman, un class act in tutto il tempo della sua presidenza - otto anni. E non importa se quello che si e' visto dalla TV stasera e' stata un illusione, lo stesso Obama ha portato il sogno di un futuro migliore nelle nostre case.

Infine, si vede proprio che lui e Michelle si vogliono bene, e si vedeva anche la stima e l'amicizia profonda con Joe Biden, il vicepresidente.

E alla fine, "Yes we can".

Ciao Obama! You made us proud.

Il suo speech per intero come trascritto dal NYTimes e' qui



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Stamattina si capiva gia' nell'aria che stava succedendo qualcosa di straordinario in questo paese.

Mai mi era capitato di dover fare la fila cosi a lungo per votare, e mai mi e' successo di vedere in giro e alla tv una folla cosi felice, unita e sinceramente commossa per la vittoria di Obama.

C'era Jesse Jackson che a stento tratteneva le lacrime e con lui una schiera di ragazzi, mamme, signori di mezza eta', tutti sorridenti, come se avessimo vinto i mondiali di calcio.

L'ottimismo e' stato contagioso. Quasi tutti hanno parlato di altri tempi in cui tutto questo sarebbe stato solo un sogno. E' stato davvero commovente e tutti ci siamo sentiti parte di una pagina bella di storia.

Domani si torna al lavoro normale, ma stanotte e' tutto ancora un po magico.

I discorsi di Obama e di Mc Cain sono stati signorili, nessuno dei due ha attacato l'altro. Il vinto ha detto che era pronto a lavorare per il bene comune e il vincitore ha detto di avere bisogno dei vinti per risollevare le sorti di questo paese. Sembravano sinceri: due avversari dalle idee opposte ma uniti dall'amore per la propria patria.

Obama ha anche rifiutato i fuochi d'artificio perche' in questo tempo di crisi, non gli e' sembrato opportuno e mi e' parso un bel gesto.

Questo paese ha tanti guai, ma e' l'esempio piu bello di democrazia e di meritocrazia che io conosca.

Il figlio di un immigrato del Kenya che diventa l'uomo piu' potente del mondo solo perche' ci ha creduto e si e' impegnato anche quando sembrava tutto in salita. Obama non lo conosceva nessuno fino a quattro anni fa. Ha finanziato la sua campagna elettorale anche con i soldi dei contribuenti comuni, con le donazioni via internet di gente che gli mandava dieci o venti dollari. Ha riunito quasi due milioni di volontari che si sono impegnati a spargere il suo messaggio, a telefonare, a stampare volantini, a parlare nelle scuole.

Spero che dopo otto anni di politiche disatrose di Bush, il futuro presidente Obama riporti affetto per l'America, e che l'elezione di un candidato cosi atipico dia speranza alle migliaia di cittadini che si sentono di serie B non solo in America, ma anche in altre parti del mondo e nella nostra tormentata Italia.

Cosa altro posso aggiungere? Mi sono promessa di non abbracciare la politica, e sebbene mi sono arrivate varie proposte su questo filone, come ho detto fin dal primo giorno, tutte le cose che cerco di fare e' solo perche' e' giusto cosi e perche' ci credo davvero che la democrazia sia una responsabilita' di noi cittadini. Se vediamo le cose storte ci dobbiamo dar da fare da soli, senza aspettare il mago zurli' che scenda dal cielo e perche' la vita e' piu bella quando si hanno degli ideali.

Intanto, in Abruzzo ci sono due candidati alla presidenza. Entrambi pare che abbiano scoperto il tema petrolio solo da poco. Costantini pero' ha speso qualche parola di piu' contro questo progetto, sia dal suo blog che nei suoi discorsi e stasera voglio credergli che se votato davvero si impegnera' a darci una moratoria ventennale e a evitare le trivelle nell'Adriatico. Chiodi, a quanto leggo almeno, pensa ancora che petrolio significhi progresso. So che gli ho scritto soli pochi giorni fa, e che forse non ha avuto tempo di rispondermi. Ma i tempi stringono e non e' colpa mia se i nomi dei candidati sono venuti fuori solo un mese prima delle elezioni.

Sulla base del materiale che ho, a me la scelta fra i due sembra chiara. Per quel poco che possa contare il mio "endorsement", parola che non so come si possa tradurre in italiano, ma che per me vuol dire appoggio ad una persona non per l'ideologia ma perche' ho valutato al meglio cosa ciascuno propone, va al gruppo di Carlo Costantini.

Dico questo da persona libera, e non accecata di ideologie. A me interessa che l'Abruzzo rimanga pulito e lontano dalle trivelle, e mi pare che Costantini dia maggiori garanzie in questo senso. Saro' bel lieta di ascoltare le opinioni di Chiodi se volesse spiegarci meglio cosa intende fare e magari anche di cambiare idea.

Obama ad un certo punto ha ringraziato la gente normale che attivamente ha lavorato per lui. Io sogno il momento in cui l'impegno di ciascuno noi, bloggers, mamme, cantanti, contadini e studenti, si traduca in un netto e nero su bianco no alle trivelle d'Abruzzo.

La strada e' ancora lunga, ma stanotte tutto pare possibile.

Friday, September 26, 2008

Domani a piazza Salotto


Le informazioni sono tutte nella locandina. Non ci sono sigle di alcun tipo, questa manifestazione e' aperta a tutti, e' di tutti ed e' dovere di tutti fare il possible per esserci. La mia speranza e' che proprio come le mamme dell'Argentina possiamo farlo tutte le settimane, senza stancarci. All'inizio le mamme di plaza de Mayo erano tre. Oggi lo sa tutto il mondo che hanno sfidato a modo loro una delle dittature piu' cruente del Sud America. Se lo facciamo tutte le settimane, e ognuno va quando puo', senza stancarsi secodno me dovranno accorgersi di noi. Un segno di riconoscimento sara' un gruppo di persone con delle fescette nere al braccio. Grazie Fabrizia. Pochi o tanti che ci saranno domani, c'e' tutto il mio appoggio e la mia voglia di combattere ancora.

Le uniche battaglie che si perdono sono quelle che si abbandonano - mamme di plaza de Mayo.