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Wednesday, May 27, 2015

Kaye Kilburn, 1931-2014

Gli scrivevo ogni tanto per aggiornarlo sulla questione petrolio d'Abruzzo e ogni anni gli mandavo una cartolina di auguri natalizi.

Gli ultimi contatti erano rimasti senza risposta e cosi cercando un po su internet, scopro che il Prof. Kaye Kilbrurn e' morto, il 7 Agosto 2014. Aveva 82 anni.






A chi arriva alla questione petrolio da poco questo nome non significhera' molto, ma per me, e per tutti quella della prima ora, quando combattevamo contro il Centro Oli e Nicola Fratino e Ottaviano del Turco,  si, significa molto.

Gli scrissi per la prima volta nel 2007, quando scrivevo il rapporto sull'idrogeno solforato. Avevo trovato il suo nome su vari siti, in qualita' di esperto sul tema e avevo letto i suoi scritti, seguito i suoi studi e avevo cercato di capire. Prese a cuore la questione, ci siamo scritti diverse volte e sono andata a casa sua a Pasadena prima e poi nel suo studio a vedere tutti i macchinari che usava per studiare le risposte neurologiche delle persone quando esposte a sostanze tossiche. Mi spiego' come mai si era interessato alla tossicologia.

Mi disse che all'inizio della sua carriera aveva scoperto quasi per caso che una sostanza chimica (non ricordo quale!) era nociva al sistema neurologico, scrisse alla casa produttrice che lo ascolto' e cambio' la formulazione. Mi disse che gli era sembrato cosi utile il suo operato, che decise li che la sua carriera sarebbe stata tutta in ambito tossicologico. Aggiunse pero' che dopo quel primo episodio, la strada si mostro essere tutta in salita e che era stata solo un gran fortuna che la prima volta l'avevano ascoltato. Troppo forti gli interessi in gioco. 

Per qualche strano motivo mi voleva bene. C'era dell'affetto reciproco.

Caso volle che nel 2008 Kilburn fosse presente ad un convegno a Carpi, e cosi organizzai una intervista con lui a Firenze. Adesso chi ando' a farla quella intervista parla di "intervista esclusiva". In realta' gliel'ho organizzata tutta io, dal contatto iniziale alle domande scritte. Dicono che si trattasse di Bruxelles. Invece e' Firenze. Neanche sapevano chi fosse Kilburn, e adesso strumentalizzano la sua persona per costruirsi improbabili carriere politiche. Contenti loro.

Il Prof. Kilburn aveva preso la laurea in medicina presso la University of Utah College of Medicine nel 1954. Seguirono periodi di perfezionamento presso la Western Reserve University, la University of Utah Hospitals dove si specializzo' in medicina interna e patologia e poi presso la Duke University dove si specializzo' ulteriormente in malattie cardio-polmonari. Nel 1958 mette su il suo centro di ricerca presso la U.S. Army Medical Research and Nutritional Laboratory at Fitzsimmons Army Hospital.

Seguono incarichi di vario genere - Director, Cardiopulmonary Division, Washington University School of Medicine, 1960-62. Chief, Medical Service, Veterans Administration Hospital, Durham, North Carolina 1963-68. Director, Division of Environmental Medicine, Department of Medicine, Medical Center, 1968-73. Professor of Medicine, Associate Professor of Anatomy, University of Missouri-Columbia 1973-77. Director, Division of Pulmonary and Environmental Medicine, 1973-77. Professor of Medicine and Professor of Community Medicine, Environmental Sciences Lab, Mt. Sinai School of Medicine, 1977-80. Professor of Medicine, University of Southern California, 1980-Present. Director, Barlow Occupational Health Center, 1982-1984. Chief, Pulmonary and Environmental Medicine Section LAC-USC Medical Center, 1982-1984.

Durante questa lunga carriera, ha pubblicato 235 articoli di cui 43 ed un libro intero che hanno a che fare con problemi di tossicologia neurologica. Fino alla pensione nel 1994 anno in cui mise su una ditta propria chiamata Neuro-Test, di cui e' stato direttore.

Ciao, Prof. Kilburn and thank you, sir.



 





Monday, September 5, 2011

Dal blog di Sicilia

Questa intervista con Guido Picchetti e' stata originariamente pubblicata qui.

5 settembre 2011 - Ho conosciuto Maria Rita D’Orsogna (nella foto) solo di recente, dopo quello che in inglese viene definito un “misunderstanding”, un fraintendimento in italiano, ma che possiamo anche definire una “gaffe”, da parte mia naturalmente.

La racconto in breve in quanto da l’idea immediatamente del carattere del personaggio che ho avuto oggi l’onore di intervistare (a distanza, in questo momento Maria Rita è a Santa Monica in Califormia, nei pressi dell’Università dove insegna fisica), e della quale riporto con estremo piacere le dichiarazioni in questo articolo che mi auguro possa chiarire le idee sul problema delle trivellazioni petrolifere nel Mediterraneo a chi avrà modo di leggerlo.


La nostra conoscenza risale a qualche settimana fa, quando la rassegna stampa di “Google” mi segnalò un articolo sulle trivellazioni in Italia pubblicato in un blog dedicato a tali temi, riferendosi particolarmente a quanto da qualche tempo stava accadendo in Abruzzo e davanti alle sue coste. In esso si parlava anche del problema delle trivellazioni nello Stretto di Sicilia intorno a Pantelleria, e notai che erano riportate in proposito alcune inesattezze.

L’articolo era postato da una “certa Maria Rita“, e, facendo rilevare la cosa in un successivo mio articolo sull’argomento che pubblicai in rete, così apostrofai l’autrice, in un modo certamente poco elegante e di cui ancora adesso mi scuso…

La sera stessa ricevetti una richiesta di amicizia su FB da una “certa” Maria Rita D’Orsogna. E fu facile per me fare “quattro” con “due più due”, e accettarla come “amica” senza ancora saper bene chi fosse, ma solo per il carattere della persona che la richiesta di “amicizia” testimoniava, a dimostrazione di come non se la fosse minimamente presa per le mie osservazioni critiche.

Scopri solo dopo chi fosse realmente quella Maria Rita, il suo curriculum, le sue esperienze, lo spessore del personaggio, e l’impegno che da alcuni anni in questo campo andava manifestando in difesa del territorio dei suoi genitori, confrontandosi e battagliando con politici e scienziati della materia… E a questo punto, è facile capirlo, fui io a dover arrossire per questa mia ignoranza … Ma fui anche lieto di averla potuto conoscere, e sono certo che questo piacere sarà condiviso anche da altri. È una di quelle persone che all’estero fa onore all’Italia, ma che non ha certamente dimenticato il suo Paese d’origine, ma anzi si batte per esso e perché possa esserci per tutti noi un futuro migliore…

Chi è Maria Rita D’Orsogna ? Cenni biografici …

Sono figlia di genitori abruzzesi emigrati negli USA prima che io nascessi. Per tutta la vita ho vissuto fra due mondi diversi – il Bronx e i campi d’Abruzzo – che fanno ugualmente parte di me e che in un modo o nell’altro si complementano nella mia vita.

Ho studiato fisica all’Università di Padova e poi sono venuta negli USA a fare il dottorato, a Los Angeles. È una città che agli europei può sembrare difficile – con spazi enormi, la necessità di una macchina, la mancanza di un vero centro cittadino – ma che io amo particolarmente. È una città dove la maggior parte degli abitanti non è bianca e in cui nessuno si sente diverso, perché veniamo tutti da paesi, e culture distinte. C’è molta ricchezza umana e culturale qui, e una volta arrivata non sono voluta più andare via. È la mia casa. Professionalmente sono un fisico, professore associato presso il dipartimento di matematica della California State University at Northridge, a Los Angeles.

Com’è nato il suo impegno in fatto di tutela ambientale in Abruzzo e in Italia (Adriatico, Basilicata, Pantelleria, etc.) ?

Nell’ottobre del 2007 mi telefonò un amico da Lanciano, in Abruzzo, dove vivono i miei genitori e in conversazione menzionò questo misterioso “centro oli” di Ortona. Non c’erano molte informazioni all’epoca su quella che poi scoprimmo essere una raffineria proposta dall’ENI fra i campi del Montepulciano per trattare petrolio di scarsa qualità e fortemente inquinante. Capii subito però che estrarre petrolio scadente e raffinarlo fra i vigneti era qualcosa di nefasto che non avrebbe portato niente di buono all’Abruzzo. Così, anche se da lontano, anche se tutti mi dicevano che era una battaglia persa, mi misi all’opera.

Presi dei libri dall’università e studiai meglio la situazione, parlai con colleghi americani, con persone di Ortona. Una volta che il quadro mi divenne chiaro – sui limiti emissivi di sostanze inquinanti in Italia, sull’idrogeno solforato, sugli effetti degli scarti petroliferi nella vita delle persone e sul ciclo agricolo e ambientale – ho cercato di diffondere il messaggio ai cittadini. Pian piano la battaglia si è allargata alle concessioni marine d’Abruzzo e in altre parte d’Italia: con inviti di coinvolgimenti in altre realtà locali come Savona, la Brianza, la Murgia, il Polesine. Chioggia, le isole Tremiti, la Basilicata, il Salento, Pantelleria. Come dire di no?

Alla fine siamo un Paese solo e salvare l’Abruzzo non serve a niente se poi invece i pozzi li fanno in altre regioni. Ovviamente il tempo è sempre tiranno, ma cerco di fare il meglio che posso, anche con qualche sacrificio personale in termini di tempo libero.

Il coinvolgimento del nostro Paese a favore della difesa dei suoi tesori. Come riuscire ad ottenerlo ?

Sicuramente con l’informazione, con un maggior attivismo da parte dei cittadini, e con la pressione sui nostri politici. I progetti petroliferi riguardano tutta la dorsale adriatica e si snodano dal Piemonte alla Sicilia. Occorre che l’Italia decida che tipo di nazione vuole essere – un campo di petrolio, o quello che a suo tempo era il giardino del mondo? Non possiamo essere tutto allo stesso tempo. Non possiamo pensare di attrarre turisti in Salento o a Pantelleria ed accoglierli con raffinerie e pozzi di petrolio. Abbiamo l’esempio lampante di Taormina e di Gela. La prima tanti anni fa rifiutò di diventare sede di impianti petrolchimici, la seconda disse si. A distanza di 50 anni, e’ evidente quale sia stata la scelta più oculata e chi ha ora una qualità di vita migliore.

Pasquale de Vita, il presidente dell’Unione Italiana Petroliera afferma che l’Italia è in “competizione sbilanciata” con l’Arabia Saudita per la produzione di petrolio perchè nel nostro paese la protezione dell’ambiente pone maggiori vincoli che in Arabia Saudita. Ci si deve rendere conto che non siamo e non saremo mai l’Arabia Saudita! Affermazioni come questa possono essere fatte perché, almeno sul tema petrolio, in Italia veramente manca l’informazione di base, diffusa. Molte persone pensano che il petrolio li farà arricchire e che è tutto necessario per i nostri stili di vita del 21esimo secolo. Invece non è così: intanto ad arricchirsi saranno gli investitori stranieri e non certo i cittadini, visto che le royalties, e in generale le percentuali che restano sul territorio in Italia, sono bassissime.

Il più grande giacimento europeo è in Basilicata e produce solo il 6% del fabbisogno nazionale. Questo vuol dire che volenti o nolenti, continueremo a importare petrolio dall’estero a lungo. La Basilicata è un ottimo esempio della mancanza di informazione: quando i petrolieri – ENI e Total – arrivarono circa 15-20 anni fa promisero mari e monti. Oggi la Basilicata è la regione più povera d’Italia, trovano petrolio nel miele, le dighe sono inquinate da idrocarburi, con morie di pesci, alcune sorgenti idriche sono state chiuse, seppelliscono immondizia tossica petrolifera nei campi e trivellano nei parchi. Vigneti, meleti e campi di fagioli che sorgono vicino a pozzi e raffinerie sono rovinati. I tumori aumentano e così pure la disoccupazione e l’emigrazione. È questo che vogliamo per l’Italia? Per il 6% del fabbisogno nazionale di petrolio? Non sarebbe più intelligente invece incentivare seriamente l’industria del fotovoltaico obbligando edifici e fabbriche ad installare pannelli solari o obbligando i costruttori a costruire edifici eco-sostenibili e a risparmio energetico?

Il governo centrale fa poco per diffondere informazione, e anche per monitorare che tutte le attività petrolifere siano condotte nel rispetto delle regole. A fronte di tutti questi disastri ambientali in Basilicata non ho mai sentito il Ministero dell’Ambiente pretendere maggiori controlli, fare multe salate o aprire cause contro l’ENI e a difesa dei cittadini. Mai. Spesso gli investitori stranieri sanno ciò che accade in Italia prima e meglio degli italiani stessi. Io stessa prendo la maggior parte delle informazioni dai siti stranieri. Com’è possibile tutto questo? Come mai il governo norvegese spiega ai suoi cittadini sulle sue pagine web e in inglese, in modo che tutti capiscano, che le estrazioni di petrolio “causano inquinamento all’aria, all’acqua e ai fondali marini”, mentre il governo italiano non dice niente?

Abbiamo limiti legali spesso migliaia di volte più alti che in altri paesi – per la diossina, per l’idrogeno solforato ad esempio – oppure dei limiti in mare per le trivelle che sono veramente ridicoli. Fino al 2010 si potevano costruire piattaforme dove si voleva. Nel 2010 arriva il decreto Prestigiacomo che impone il limite a circa 9km da riva. In California, per contro, è dal 1969 che non si costruiscono più impianti petroliferi in mare, e la zona di interdizione alle trivelle off-shore è di circa 160 chilometri per proteggere turismo e pesca. Il raffronto non regge: 9km contro 160. Che protezione può offrire un pozzo a 9.5 chilometri da riva?

Qui in Italia molto spesso il cittadino comune queste cose non le sa. Ma anche quando le sa, l’attivismo degli italiani è spesso deludente. Ci sono cittadini eroici, ma la persona media crede che ci sarà qualcun altro che li salverà oppure, accetta tutto fatalisticamente, ritenendo che è inutile perderci tempo perchè tanto è tutto già deciso. Questo è un atteggiamento sbagliato perchè non si cresce – e che esempio diamo ai giovani se ci arrendiamo prima ancora di cominciare? O se lasciamo credere loro che l’idealismo non porta da nessuna parte? Vincere invece è possibile, se ci si crede davvero e se si è tutti uniti.

Basta solo guardare com’è finita la storia del “Centro Oli” di Ortona: l’ENI lo considerava un progetto di punta, aveva tutti i permessi pronti, il presidente della regione Abruzzo all’epoca Ottaviano del Turco e il sindaco di Ortona Nicola Fratino erano favorevoli; l’assessore all’ambiente Franco Caramanico aveva detto che si trattava di una occasione che l’Abruzzo non poteva perdere, e le trivelle erano pronte per partire. Avevano detto sì anche Bersani, Di Pietro e Pecoraro Scanio. Invece grazie all’informazione, e all’attivismo intelligente dei cittadini siamo riusciti a scongiurare la costruzione di questa raffineria. Abbiamo martellato la classe politica per mesi ed anni, facendo diventare il tema del petrolio uno dei più importanti della campagna elettorale del 2008-2009. Siamo riusciti anche a sconfiggere alcuni pozzi a mare d’Abruzzo – della Petroceltic e della Mediterranean Oil and Gas – sebbene l’attuale presidente della regione Gianni Chiodi non si mostri particolarmente interessato alla faccenda. Il tutto perchè noi cittadini l’abbiamo fortemente voluto, e voluto più dei petrolieri e di alcuni politici corrotti.

Il pericolo delle piattaforme off-shore nei mari italiani sta crescendo con un ritmo esponenziale. Come affrontarlo?

Come sopra: con l’informazione, l’attivismo, la pressione incessante sui politici.

Per i pozzi già trivellati purtroppo c’è poco da fare, e si può solo esigere che il tutto venga fatto il più possibile nel rispetto dell’ambiente. Ma per quelli ancora non autorizzati c’è molto che si può fare. A livello civico, l’Europa impone che il parere dei cittadini per tutti gli impianti di forte impatto ambientale sia ascoltato e rispettato. Il Ministero dell’ambiente e delle attività produttive lascia un periodo di circa 60 giorni in cui si possono valutare i progetti petroliferi (ma anche di inceneritori, cave e discariche) e in cui i cittadini possono dire la loro in modo ufficiale o “scrivere osservazioni”.

La scrittura di testi al Ministero è uno strumento importante che la gente però non conosce o in cui non ripone troppa fiducia, proprio per mancanza di informazione. In Abruzzo a suo tempo abbiamo messo su una forte campagna di coinvolgimento dei cittadini per i pozzi descritti sopra, e abbiamo mandato oltre 200 lettere di opposizione da parte di cittadini, associazioni e anche da parte della chiesa cattolica direttamente al Ministero dell’Ambiente.

Il Ministero ha poi bocciato il pozzo “Ombrina Mare” citando anche le nostre osservazioni fra le motivazioni del diniego. E una cosa simile sta avvenendo alle isole Tremiti, dove gli avvocati stanno facendo ricorso al TAR contro le trivelle Petrocelitc nei mari del Gargano – una follia -, usando proprio le nostre osservazioni come una delle argomentazioni contro le piattaforme, in quanto manifestazione della volontà popolare nel rispetto delle leggi europee.

Una iniziativa simile è in corso anche per le trivelle a Pantelleria: e se si vuole manifestare la propria contrarietà al governo, basta solo seguire le istruzioni qui riportate.

Tutto questo deve essere accompagnato da un attivismo costante: in una parola occorre rompere le scatole ai politici il più possibile e ricordare loro che o si adoperano per il bene comune oppure non saranno più votati, a prescindere dal colore politico.

La situazione delle trivellazioni petrolifere off-shore riguarda l’intero Mediterraneo. Oltre all’Italia sono coinvolte molte altre Nazioni che lambiscono le sue sponde (Malta, Tunisia, Libia, Grecia, Cipro, Israele…). Come rispondere alla corsa all’oro nero nel “Mare Nostrum”?

È un discorso molto importante, che dovrebbe portare ad un rapido accordo di tutte le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo con una politica comune di difesa del mare di fronte a un tale problema. Le basi politiche per poter operare ci sono già da tempo. Basti pensare alla Convenzione di Barcellona, ai protocolli sottoscritti da tutti i Paesi Membri, Unione Europea compresa, e all’UNEP-MAP (Units Nations Environment Program-Mediterranean Plan Action), l’organismo istituito dalla Convenzione sotto l’ombrello della Nazioni Unite per realizzare il “Piano di Azione per la Tutela Ambientale del Mediterraneo”.

L’Italia dovrebbe giocare un ruolo fondamentale in tutto questo. Ad esempio, un buon punto di partenza sarebbe un accordo con le nazioni dell’ex Yugoslavia per vietare le trivelle in Adriatico. Si potrebbe poi sperare in una azione allargata che riguardi i paesi di tutto il bacino Mediterraneo. Ma è sempre dal piccolo che si parte: ad esempio, sono stupita che dopo 20 anni ancora non si riesca a trovare la parola fine per l’instaurazione dell’area marina protetta di Pantelleria. Venti anni sono davvero troppi. Decidersi su quest’area protetta sarebbe un ottimo punto di partenza, anche per sensibilizzare i cittadini a quanto importante sia la difesa del mare, per poi mirare a cose più grandi.

Come vedono negli USA la situazione della corsa all’oro nero nel Mediterraneo?

Non se ne parla molto perché non ne parla nemmeno più di tanto la stampa italiana.

Quando però ne parlo ai miei colleghi e amici americani, ad esempio del fatto che si voglia trivellare a 10 chilometri da Venezia, restano tutti allibiti, e non riescono a capacitarsi di come una nazione possa essere così cieca da non volere proteggere una delle città più belle del mondo. La laguna veneta è fragile ed estrarre petrolio o metano porterà a casi di subsidenza e di abbassamento ulteriore dei fondali marini. E qui negli USA sono ancora più sconvolti quando spiego loro che fino al 2010 non c’erano regole per il petrolio in mare. Ma gli americani sono anche un popolo pratico, e la prima cosa che dicono è: cosa posso fare in prima persona per aiutare ? Sarebbe bello se anche in Italia potessimo essere un po’ così, capaci di mostrare solidarietà nazionale in un problema che ci accomuna tutti.

“Moving Planet”, vale a dire “da una smossa al tuo pianeta”… Così è denominata l‘iniziativa promossa dal gruppo “350 org” per il 24 settembre p.v. in tutto il mondo. Qual è la partecipazione italiana ?

Secondo gli scienziati, per avere un pianeta sano occorrerebbe che l’aria che respiriamo avesse una concentrazione di anidride carbonica non superiore a 350 parti per milione (350 ppm). Attualmente siamo a 390 ppm ed bisogna abbassare evidentemente questo valore di circa 40 punti. Diversi anni fa, un gruppo di attivisti da tutto il mondo si è riunito per sensibilizzare i cittadini sul problema del riscaldamento globale, sulla necessità di ridurre l’uso di fonti fossili e in generale di vivere una vita più sostenibile. Il loro nome è proprio “350.org” e periodicamente organizzano eventi e manifestazioni a livello mondiale.

Per Sabato 24 settembre 2011 “350.org” ha lanciato l’iniziativa di organizzare in tutte le nazioni della Terra eventi legati al tema della sostenibilità. In Italia, a Catania e Siracusa si celebrerà “A day of natural blue sea”, finalizzato alla sensibilizzazione contro le trivelle nei mari della Sicilia.

Ma altri eventi ci saranno anche a Milano, Brindisi, Napoli Roma e Pontinia (Latina) per incoraggiare l’uso della bicicletta in città, e altri ancora ad Ancona e Torino per incentivare il consumo di cibo prodotto localmente.

Maggiori informazioni si possono ottenere qui.

Perché lei fa tutto questo?

Perché personalmente non posso accettare che delle ditte straniere vengano a fare in Italia delle cose che altrove non sarebbe lecito, e ciò a causa, principalmente, dell’ignavia di chi ci governa. E non è solo una questione di ambiente, è una questione di giustizia sociale. Chi soffrirà gli effetti delle trivelle selvagge?

Il contadino, il pescatore, l’operatore turistico, il cittadino che vive vicino all’impianto petrolifero, e soprattutto un domani i nostri figli. Non certo il Ministro Prestigiacomo. No, non lo posso tollerare, perchè non è giusto. E spero veramente che tutti si rendano conto di quanto importante sia il coinvolgimento del cittadino medio nelle battaglie alla difesa dei beni comuni, perchè alla fine si vince veramente se siamo tutti informati, intelligenti, attivi e sappiamo cosa vogliamo.

L’Abruzzo, Pantelleria, la Basilicata, il Salento, sono nostri e dovremmo essere noi come collettività a difendere il nostro vero unico patrimonio con le unghie e con i denti, da Nord a Sud, e tutti i santi giorni della nostra vita.


Tuesday, March 10, 2009

America Oggi -- intervista



Finalmente questa storia del petrolio in Abruzzo arriva anche dall'altra parte del pianeta, qui in America. La cosa che in assoluto i petrolieri temono di piu' e' il ritorcersi dell'opinione pubblica. E mentre quella italiana ed abruzzese sono spesso alla camomilla (parole del giornalista Paolo Rumiz), quella di oltre oceano non perdona. So bene che il cammino e' ancora lungo, ma io non me ne vado e spero che questo articolo, in italiano ma scritto negli USA, sia l'inizio di una maggiore diffusione del problema per un pubblico americano.

America Oggi e' il quotidiano per la comunita' italiana negli USA. Nel numero di domenica 8 Marzo ha dedicato un servizio di varie pagine al tema dell'Abruzzo petrolizzato. Mi hanno gia' chiamato un altro giornalista di New York ed uno di Beverly Hills per saperne di piu'.
America Oggi vende 60,000 copie al giorno alla domenica.

Ieri Irene nei commenti scriveva che il popolo abruzzese e' un po molle. Forse e' vero, ma e' anche vero che forse non ci si crede piu', troppe delusioni, troppi raggiri sottobanco, troppe volte la fiducia e' stata tradita: vedi le balle di Chiodi e di Febbo mentre i petrolieri si fregano le mani, tutti contenti. Io dico di far sentire la propria voce sempre e comunque, e di riprenderci la nostra regione dalle mani dei petrolieri e dei loro amici alle nostre. Ma bisogna crederci e non avere paura.

La paura di fallire non porta da nessuna parte. Credete che abbia iniziato tutto questo lavoro ad Ottobre del 2007 pensando di essere io la persona giusta per essere in prima linea nel movimento contro il petrolio? Credete che io fossi pronta quando il 18 gennaio del 2008 incontrai 5 signori incravattati dell'ENI a Pescara e praticamente fu lasciato a me da sola il compito di difendere il popolo e controbbattere le sciocchezze dell'ENI? Credete che non abbia fatto male sentirsi dire "lei e' una terrorista" oppure "per colpa sua l'Abruzzo restera' al freddo al gelo". Credete che io non avessi paura a Pescara all'Universita' con l'ENI presente il 20 Luglio 2008? Credete che fosse tutto perfetto durante le feste di settembre quando mi hanno fatto parlare nella piazza principale di Lanciano? Credete che quando sono stata in TV fossi sempre pronta e sicura di me stessa? Credete che io non abbia avuto paura quando ho incontrato Fratino o Caramanico e gli ho detto in maniera chiara che erano persone indegne delle cariche che ricoprono? Credete che io abbia sempre le argomentazioni pronte?

La risposta e' no. So pero' che la paura paralizza, e che c'e molta piu' dignita' nel fare e nel fallire piuttosto che stare alla finestra ad aspettare di convincere politici o che sia tutto perfetto. Non avrei mai pensato di essere capace di fare tutto quello che ho fatto. Si impara facendo. Qualche volta ci si azzecca, qualche volta si sbaglia.

Quando pero' c'e' l' amore, la passione, quando i calcoli del "poi" o del "ma se" vanno a farsi friggere, ci si azzecca quasi sempre.

Dobbiamo essere noi i migliori abruzzesi che siano mai esistiti - my favorite quote - Angelo

Ecco qui l'intervista ad America Oggi dell' 8 Marzo 2009, intervista di Marcello Cristo

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PRIMO PIANO/AMBIENTE/Salvare l’Abruzzo dall’Olio nero

Marcello Cristo
Sin dai tempi della scuola, siamo stati abituati a pensare all’Italia come and un paese ricco di bellezze naturali ma povero di materie prime: le risorse economiche del Belpaese sono tradizionalmente concentrate in superficie piuttosto che nel sottosuolo.
Tuttavia negli ultimi anni, nella zona centrale della penisola, dall’Abruzzo alla Basilicata, sono state scoperte riserve petrolifere che, per quanto non paragonabili ai giacimenti esistenti in altri angoli del globo, hanno suscitato l’interesse (e gli appetiti…) di molte amministrazioni locali e compagnie estrattive, prima tra tutte l’ENI.
Visti i potenziali e sostanziosi interessi economici in ballo, non c’è da stupirsi se anche qui, come dappertutto, siano iniziate subite le polemiche sull’opportunità di sfruttare o meno questi pozzi facendo poi i conti con l’inevitabile impatto ambientale che ne deriverebbe.
Dopo lo "petrolizzazione" della Basilicata già iniziata alcuni anni fa e che ha provocato numerosi danni ecologici, l’epicentro della "battaglia" tra interessi economici ed ambientali si è ora spostata in Abruzzo dove l’Eni, assieme ad altre compagnie italiane e straniere, ha in programma la costruzione di pozzi e raffinerie che mal si adattano alla tradizione turistica, agricola, e vitivinicola della regione.
A dar filo da torcere al gigante Eni tuttavia, ci ha pensato un fisico, professore di matematica applicata alla California State University di Northridge, in California.
Maria Rita D’Orsogna, nata e cresciuta a New York, nel Bronx, da genitori abruzzesi, si è trasferita a Lanciano (CH) all’età di sette anni; a ventitre anni si è laureata in Fisica all’Università di Padova e, dopo aver vissuto per un po’ tra l’Europa e l’America ha accettato nel 2007 il prestigioso incarico accademico a Los Angeles dove risiede attualmente.
La residenza californiana tuttavia non le ha fatto dimenticare l’Italia e l’Abruzzo in particolare, una terra che ama al punto da indurla ad intraprendere un battaglia tutta "americana" per la salvaguardia di un pezzo d’Italia.

Prof. D’Orsogna, come e quando ha cominciato ad interessarti a questa vicenda?
«Me ne parlò un amico nell’Ottobre del 2007, quando iniziò a diffondersi la notizia della creazione di un "Centro Oli" dell’ENI ad Ortona. La disinformazione subdola fu subito evidente: l’espressione "Centro Oli" creò confusione fra la popolazione perché fa pensare ad un frantoio, invece che ad una raffineria. Poi indagando e leggendo documenti delle ditte petrolifere, si capì che si trattava non solo di sfruttare giacimenti petroliferi ad Ortona, ma in tutto l’Abruzzo: una prospettiva che cambierebbe per sempre il volto della regione».

In quali aree si trovano questi giacimenti e che cosa si conosce della loro entità?
«Modesti giacimenti sono ad Ortona, Pineto,Vasto, San Vito Marina, Silvi e Alba. Ci sono permessi estrattivi, in fase di approvazione o già accordati, sulla metà del territorio abruzzese incluso il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Majella. A causa della particolare conformazione geografica questi giacimenti sono molto difficili da sfruttare: sono profondi, non molto consistenti. Per di più sono carichi di impurità, come lo zolfo, che rendono il petrolio abruzzese di scarsa qualità, che significa tonnellate di sostanze tossiche emesse nell’aria nel processo di lavorazione».

Quali sono state le reazioni delle varie amministrazioni locali?
«Grazie all’impegno di varie associazioni, le comunità costiere sono informate, specie il Pescarese ed il Chietino. I Teramani si stanno mostrando abbastanza attivi ed agguerriti, presentando risoluzioni e promuovendo conferenze informative. Le loro economie sono molto centrate sul turismo e la prospettiva di una piattaforma petrolifera con fiammella desolforizzante visibile dalla costa non piace a nessuno.
Poi ci sono sindaci e consiglieri che, in palese conflitto di interessi, minimizzano i problemi cercando di trarne vantaggi personali. Ad esempio, Nicola Fratino, il sindaco di Ortona, gestisce in esclusiva le attività portuali della città e fa parte di un consorzio di aziende locali sorto appositamente per fornire servizi petroliferi all’ENI. Da un lato dunque c’è il potere della sua giunta di dare approvazioni di vario genere (come le modifiche al piano regolatore), dall’altro gli enormi interessi privati suoi e di pochi altri soci. Fratino è l’unico sindaco favorevole alla petrolizzazione dell’Abruzzo.
L’opinione pubblica è preoccupata per gli effetti sulla salute. Proprio in questo periodo i media, nazionali e internazionali, iniziano ad occuparsi delle conseguenze delle estrazioni in Basilicata. Dopo 15 anni di petrolio, la Lucania si ritrova con agricoltura e turismo distrutti, emigrazione, corruzione e tumori in aumento. Per gli abruzzesi è come vedere in anteprima ciò che potrebbe accadere da noi.
Non è che la gente sia necessariamente contraria alle estrazioni petrolifere: il fatto è che petrolio ed agricoltura, raffinerie e riserve naturali, non si sposano. E poiché l’Abruzzo ha già una sua vocazione, sarebbe come estirpare tutto quello che già esiste sul territorio in favore di un tipo di attività totalmente aliena e dai dubbi vantaggi economici.
Il Chietino è la seconda provincia italiana per numero di operatori vitivinicoli, e per quantità di uva prodotta. L’enorme danno ambientale della Basilicata, è anche un danno economico e non a caso le cantine del Montepulciano d’Abruzzo sono fra i più agguerriti oppositori del petrolio in Abruzzo. Nonostante il vuoto informativo istituzionale, secondo un sondaggio realizzato nel dicembre del 2008, il 75% degli Abruzzesi è contrario alla petrolizzazione, il 10% è favorevole, il restante 15% dice di non sapere».
A che punto si trova attualmente lo sviluppo di questa vicenda?
«I primi permessi estrattivi sono stati concessi all’ENI nel 2001 e per anni la burocrazia è andata avanti, rilasciando tutti i permessi in sede regionale e provinciale con superficialità e con pochissima riflessione. Solo quando questa vicenda è diventata di dominio pubblico le cose lentamente hanno iniziato a cambiare.
In seguito a forti pressioni popolari, nel marzo del 2008, venne presentato in consiglio regionale una proposta di legge per una moratoria temporanea sull’attività petrolifera in Abruzzo. La moratoria è valida fino al 2010. Venne approvata contro il volere dell’allora presidente della regione, Ottaviano del Turco (poi arrestato per avere, secondo l’accusa, presumibilmente intascato 6 milioni di euro in tangenti sulla sanità abruzzese) e quasi all’unanimità perché fuori c’erano seimila manifestanti che assediavano il palazzo del consiglio regionale a l’Aquila.
Ora c’è un nuovo consiglio regionale, guidato da Gianni Chiodi che, purtroppo, non ha ancora capito la gravità del problema, ed è piuttosto timido nel pronunciarsi».
Può dirci nulla sul valore e sulla rilevanza economica di queste risorse?
«La valenza economica di queste risorse non è molto chiara, nel senso che l’ENI non ha mai rilasciato cifre ufficiali. Qualsiasi sia la loro rilevanza economica però i benefici per il cittadino abruzzese saranno minimi.
In Italia le royalties versate allo stato sono pari al 4% se si estrae in mare, e al 7% per la terraferma. Di questo 7%, se passa la legge proposta dal governo Chiodi, solo il 15% arriverà alla regione, cioé lo 1.05% di tutto il valore del petrolio estratto. Per di più, se l’estrazione dovesse essere al di sotto di una certa quantità, le royalties non ci sono. In Norvegia le royalties sono dell’80%.
In Basilicata la la popolazione non ha tratto alcun vantaggio e a tutt’oggi le emissioni di agenti tossici non vengono monitorati correttamente, ne tantomeno spiegati alla popolazione.
L’ENI ha dichiarato in più occasioni che la raffineria di Ortona occuperà al massimo trenta operai ai quali andrà ad aggiungersi il personale per la costruzione dell’impianto stesso: un centinaio di muratori e tecnici temporanei. Nessuna agenzia governativa, che io sappia, ha elaborato proiezioni occupazionali, né tantomeno messo a confronto i posti di lavoro guadagnati con quelli persi, dovuti all’inevitabile crollo dell’agricoltura, come è successo in Basilicata. Gli impianti sono ad elevatissima automazione dove serve poca manodopera».

Quale impatto ambientale ci si potrebbe aspettare?
«L’impatto ambientale sarebbe molto grave per la regione Abruzzo. Come testimoniano migliaia di articoli scientifici sulle estrazioni petrolifere fatte cosi vicino ai centri abitati.
Spinta dalle pressioni popolari, la provincia di Chieti ha incaricato l’istituto di ricerca Mario Negri di stilare un rapporto sulle conseguenze della presenza della raffineria nel comprensorio di Ortona. Il rapporto è stato reso noto nel dicembre del 2007 e parla di una tonnellata e mezza di sostanze inquinanti emesse ogni giorno, fra cui provati cancerogeni, che andrebbero a spargersi su un territorio dove vivono circa centomila persone. Occorre anche notare che le leggi ambientali italiane sono molto tolleranti sulle emissioni di sostanze tossiche, per nulla paragonabili a quelle che si fissano negli USA per esempio. Per l’idrogeno solforato i limiti italiani sono di oltre 10,000 volte più alti di quelli del Massachusetts; per la diossina mille volte più alti che in Germania. Per quanto riguarda gli impianti marini, le precauzioni che si prenderebbero altrove, in Abruzzo e in Italia in generale non esistono. Negli USA la scorsa estate ci furono molte discussioni quando Bush propose di permettere l’estrazione del petrolio a 50 miglia dalla costa, 80 chilometri. In Italia non esiste alcun limite, ed oggi ci sono permessi estrattivi accordati a Vasto per esempio, dove i pozzi potrebbero sorgere a due chilometri dalla costa. L’Adriatico è poi un mare chiuso, dai fondali bassi, per cui gli inquinanti tenderanno a restare localizzati e in caso di incidente il danno ambientale sarà particolarmente devastante».

Quali gruppi pubblici e privati italiani hanno risposto alla sua iniziativa e come?
«Una volta che la problamatica è nota, che i danni alla salute vengono spiegati alla popolazione mostrando le testimonianze dalla Basilicata, le reazioni sono sempre di rabbia e di sgomento.
Il coinvolgimento pubblico, delle istituzioni invece è stato finora troppo blando. Ci sono state iniziative locali di sindaci, ma la regione è totalmente assente, sia nel prevenire che nell’informare. L’attuale assessore all’ambiente, Daniela Stati, a quasi due mesi dal suo insediamento deve ancora pronunciare una sola parola sul tema petrolio in Abruzzo».

Questa che sta conducendo è una "battaglia" puramente italiana o è riuscita in qualche modo a suscitare alcun interesse qui negli Stati Uniti?
«L’unico modo in cui vinceremo questa sfida è informando tutte le persone che amano l’Abruzzo, i suoi prodotti e la sua natura. L’Italia è troppo corrotta per sperare che prevalga il buonsenso davanti agli interessi economici di pochi potenti. Sto cercando anche di coinvolgere gli Americani, ma occorrerà pazienza e tenacia. Spererei in una maggiore presa di posizione anche di colossi industriali legati all’Abruzzo e al suo territorio, come la Pasta de Cecco e Del Verde».

Ma qual è il suo obiettivo principale al momento?
«Che venga approvata al più presto una moratoria a lungo termine che vieti le operazioni petrolifere. Nel contempo vorrei che si sviluppasse negli Abruzzesi una maggior coscienza civica, di rispetto e di amore per la loro terra e che si capisse che il benessere economico passa anche per la salvaguardia ambientale e non certo rincorrendo le ultime e sporche goccie di petrolio del pianeta»