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Tuesday, October 29, 2019

Egitto: Benban, il piu' grande campo solare del mondo







L'Egitto che cerca di cambiare.

Siamo nella provincia di Aswan 650 a sud della capitale Il Cairo: e' qui che sorge Benban Solar Park, costo 4 miliardi di dollari, e nel bel mezzo del deserto.

L'opera e' faraonica, e qui ci sta proprio il termine, perche' quando sara' completata coprira' 37 chilometri quadrati con sette milioni di pannelli fotovoltaici. Quando la costruzione sara' terminata sara'  il primo impianto solare a grande scala del paese, con la capacita' di generare 1.8 GW di elettricita'.

Sara' pure il piu' grande impianto solare del mondo.
E anzi e' cosi grande che e' visibile dallo spazio.

La prima apertura parziale e' avvenuta nel Giugno 2018, ad Ottobre del 2019 era in azione quasi l'80% del progetto.

Cinque anni fa la richiesta di energia del paese era di 28 gigawatt, ed un'approvvigionamento di soli 24. E questo portava a molti black out.


Il Benban Solar Park e' parte di questa soluzione: il lotto su cui e' stato costruito e' stato diviso in 41 sub-divisioni assegnati a 30 ditte diverse che costruiranno i loro impianti e che poi venderanno elettricita' al governo a prezzi competitivi.  Gran parte dell'infrastruttura, rete elettrica, strade e comunicazioni e' stata costruita dall'ente governativo per l'elettricita',  la Egyptian Electricity Holding Company, e altri investimenti sono arrivati da enti internazionale.

Ovviamente non e' tutto facilissimo: le temperature elevate nel deserto possono causare problemi alle comunicazioni, e cosi pure polveri e tempeste di sabbia che possono ridurre l'irraggiamento. Ci vogliono dunque speciali accorgimenti affinche' tutto funzioni al meglio.

Ma anche qui c'e' l'elefante di cui nessuno vuole parlare: l'Egitto ha in questo momento 97 milioni di persone,  e le stime sono che dovra' raddoppiare la propria produzione di energia nel giro di pochi anni per soddisfare le esigenze di tutti.  Si stima che l'aumento della popolazione arrivera' a 120 milioni entro il 2030, e poi a 150 milioni nel 2050.

Erano solo 27 milioni nel 1960.
La popolazione sara' quintuplicata in meno di cento anni, e finora e' piu che triplicata in 60 anni.

Ovviamente questo non si ferma all'elettricita'.

La poverta' aumenta, la disponibilita' di acqua e' limitata, il Nilo e' uno dei fiumi piu inquinati del mondo.  Il cibo scarseggia e l'agricoltura e' in declino a causa di perdita di campi all'urbanizzazione, cambiamenti climatici e desertificazione. Le opportunita' lavorative sono poche. Il rischio di instabilita' sociale aumenta.

Di fronte ad una quintuplicata popolazione non ci potra' essere Benban che tenga.


Wednesday, January 16, 2019

Il patriottismo che manca ad Oscar Giannino








Leggo un articolo di Oscar Giannino, che scrive, parlando delle “trivelle che opporsi alle estrazioni petrolifere e’ una “battaglia sbagliata”.

Chi e'  Oscar Giannino?  Non ne avevo mai sentito parlare prima, ma viene fuori che e' un giornalista politico - l'unico riferimento a cui che esiste sulla stampa anglosassone e' questo: che tale Oscar Giannino ha "fabricated" il suo CV sotto elezioni.

Ma restiamo a tema.

L’attacco che fa nel suo articolo sul Messaggero e’ contro il M5S che ha affrontato la questione un po come l’armata Brancaleone (e’ vero), contro le convolute leggi italiane che danno alle regioni l’opportunita’ di esprimere pareri non vincolanti (e’ vero) e noi cittadini che non ce le vogliamo proprio le trivelle nelle nostre vite.

Ed e' qui che dissento e che occorre solo ricordarsi di quel famoso "fai agli altri come vorresti fosse fatto a te" di cristiana memoria.

Giannino dice che siamo avvolti in un “involto farraginoso” di “diritti di veto” e “competenze incrociate e sovrapposte” che fa si che la regolamentazione ambientale in Italia non riesce a tutelare ne la sicuezza dell’ambiente, ne lo sviluppo economico.

Vorrei intanto sapere non solo quale sia la sua competenza non incrociata in merito alle estrazioni petrolifere in Italia. Perche’ a mio modesto parere, uno che come Giannino pensa che lo sviluppo passi per il fossile, sta di 50 anni indietro.

Si dice che l’ENI e la Shell hanno abbandonato “i grandi giacimenti di gas dei nostri mari” e che per questo noi paghiamo soldi a Russia, Algeria, Iran, Arabia Saudita.

Intanto in Italia non esiste nessun “grande giacimento di gas” che ci permetterebbe di essere autosufficenti da un punto di vista energetico, se pure volessimo puntare il tutto per tutto sugli idrocarburi. E' stato tutto ciucciato negli anni sessanta, e cio' che resta sono giacimenti piccoli, scadenti, che servono solo per speculazione.

Non siamo e non potremmo mai essere l’Arabia Saudita in quanto a petrolio e gas, e paragonarci a loro e’ un insulto alla storia di questo paese. Siamo invece (o eravamo!) il giardino del mondo e dovremmo fare di tutto per preservare la nostra bellezza, la nostra storia senza distruggere l’ambiente. Perche’ se volessimo essere l’Arabia Saudita dovremmo trasformarci in un deserto, con pozzi, raffinerie, tubi, aria fetida; o a essere piu’ generosi nella Louisiana dove la costa e’ essenzialmente un colabrodo e dove la petrol-corruzione ha ingoiato tutto.

Ha mai sentito Giannino del ridente turismo costiero di Galveston? Ma non e' necessario andare cosi lontano: ha mai visitato Gela, sentito la puzza di Viggiano, vista la subsidenza di Ravenna, ascoltato i resident di Sarroch, o intervistato quelli di Augusta?

Non credo, altrimenti appunto l'empatia per queste persone lo obbligherebbe a un sentimento di misericordia, e di volere evitare la stessa fine alle altre citta' petrolizzande d'Italia.

Caro Oscar, non so se lei abbia figli, ma non c’e’ niente di patriottico nel continuare a trivellare in paese come l'Italia.

E la sfido io a proporre il suo mare, il suo comune, il suo orto, ad ospitare trivelle e trivellatori.

Sa cosa e’ patriottico?

Usare quel che si e’ e che si ha per rendere le cose migliori. Per far si che in Italia uno non debba piu’vedere scempi petroliferi come quelli di cui sopra. Perche' dire si a trivelle nuove significa dire si alla crocifissione di un altra comunita' che non ha fatto niente di male.

Ma poi, la Nuova Zelanda che vieta nuovi pozzi nel paese e’ poco patrittica?

La California che non trivella da 50 anni in mare e’ poco patriottica?

La Francia che ha approvato anche lei il divieto a nuovi permessi trivellanti e' poco patriottica?

E’ invece patriottica l’ENI?

A me non pare – inquina in Italia tanto quanto in Nigeria!

Condannare le generazione future ad un mondo capovolto dai cambiamenti climatici, inquinamento e corruzione non solo e' patriottico patriottico neanche po'.

E' invece criminale ai miei occhi.

Tuesday, July 31, 2018

Egitto: nasce nel deserto il campo solare piu' grande del mondo









Nasce in Egitto il piu' grande campo solare del mondo, nel deserto di Nubia.

L'Egitto non e' nuovo a questi record. Gia' nel 1913, nei pressi del Cairo un inventore di Philadelphia creo' la prima usando il sole d'Egitto per pompare acqua da mandare dal Nilo ai campi di cotone. Si chiamava Frank Shuman e il suo sogno era di alimentare il mondo con il sole.

Poi arrivo' la prima guerra mondiale, e tutti si convinsero che chi aveva il petrolio aveva il mondo. Il sogno di Mr. Shuman resto' tale.

Passano 100 anni e ci siamo.  L'Egitto aprira' Benban nel 2019, il piu' grande campo solare del mondo al costo di 2.8 miliardi di dollari. Siamo nel deserto di Nubia a 650 chilometri dal Cairo nella provincia di Aswan e su un sito di 37 chilometri quadrati.

E' un grande passo in avanti per la nazione, visto che in questo momento il 90% della sua energia arriva dal petrolio e dal gas.

Ma tutto cambia anche qui in Egitto. Durante i disordini del 2011 ci furono molti casi di perdita di elettricita' e di fornitura di energia e si pensa che sia meglio puntare su produzione diversificata e pulita.

Anche perche' il Cairo' la seconda citta' capitale piu' inquinata del mondo, dopo New Dehli. Senza contare che la popolazione continua ad aumentare in modo vertiginoso. Siamo ora a 96 milioni di persone, con la richiesta di energia destinata a raddoppiare da qui al 2030.

Il governo con i fondi del Fondo Monetario Internazionale (chissa', magari e' la volta buona che quelli del FMI fanno qualcosa di buono!) ha deciso di investire nel sole, complici anche i prezzi sempre piu' bassi.

L'obiettivo e' di arrivare al 2025 con il 42% dell'elettricita' dal sole. Benban offrira' 1.8 Gigawatt, con 30 impianti separati.

Il primo di questi impianti e' gia' in azione, ha 200mila pannelli, 780 sensori che seguono il sole durante il giorno e che fanno ruotare i pannelli in modo che l'irradiazione sia ottimale. Impiega 4000 persone e occupa un'area di 95 ettari. Da energia gia' a 20,000 case.

Sono nate anche delle scuole per insegnare il mestiere ai ragazzi

Il presidente Abdel Fattah Sisi ha inaugurato anche altri progetti al vento nel golfo di Suez e nel Mar Rosso. Nel 2017 gli investimenti nel solare e nell'eolico sono aumentati del 500%, grazie ad una miriade di progetti a scala minore e grazie a piccoli e grandi imprenditori che hanno iniziato in piccolo e sono cresciuti.

E cosi campi agricoli un tempo annaffiati con l'acqua del Nilo tramite pompe a diesel, sono ora annaffiati da pompe solari, e cosi pure stabilimenti di bestiame e villaggi eco-turistici immersi in alberi di ulivo e di datteri.

La cosa interessante e' che un tempo l'Egitto era un esportatore di gas, mentre oggi deve fare affidamento sui rigassificatori, con acquisti all'estero di fonti fossili da un lato e sovvenzioni alla gente dall'altro. Ma ora annunciano di volere tagliare i sussidi energetici fossili, dando un altra spinta alle rinnovabili.

Tutto cambia, in Egitto, come nel resto del mondo. Tutti questi passi in avanti sono certo bellissimi. E' solo che mi chiedo se non arrivi tutto troppo lentamente, troppo poco, mentre il mondo continua la sua corsa verso un futuro mai visto prima.

Perche' queste cose non sono state fatte cento anni fa?
Perche' non abbiamo seguito le idee di Mr. Shuman?
Possiamo davvero recuperare cosi in extremis?

Voglio sperare di si, ma temo che troppo sia stato gia' sacrificato.
 

















Sunday, August 30, 2015

L'ENI, il giacimento di gas e lo scoppio di Temsah del 2004






L'ENI ha appena annunciato la scoperta di uno dei piu grandi giacimenti al mondo di gas naturale. Si chiama Zohr e si trova al largo dell'Egitto. Giace a circa 500 metri di profondita' per un area di circa 100 chilometri quadrati.

La notizia e' comparsa sui giornali di mezzo mondo. Le stime sono di circa 850 miliardi di metri cubi, l'equivalente di circa dodici anni di fabbisogno nazionale italiano.

Tutti esultano.  Il CEO Claudio Descalzi: "Scoperta storica, trasforma lo scenario energetico". Il primo ministro Matteo Renzi: "Risultato straordinario". 

E va bene. Sapranno gli egiziani se vogliono le trivelle nei loro mari o no. Mi sovviene pero' quest'altra storia, sempre in Egitto, sempre con l'ENI fra i protagonisti, sempre di gas. Risale al 2004. La stampa italiana non ne parlo' tanto allora ed e' passata al dimenticatoio.

La storia si chiama Temsah ed e' una piattaforma che sorge in Adriatico -- sorgeva! -- a 60 chilometri
dalle coste di Port Said in Egitto, non lontano dal canale di Suez. Era di proprieta' della Petrobel, un consorzio misto ENI, BP e General Petroleum of Egypt.
A suo tempo era uno dei piu' grandi giacimenti di gas d'Egitto, pompando tra i 4 e i 5 milioni di metri cubi di gas al giorno. 

A un certo punto, fermano le produzioni per un mesetto ed arriva una trivella di tipo jack-up, con le gambe mobili, chiamata Global Santa Fe Adriatic IV.  Non e' ben chiaro cosa succede, ma pare che durante le attivita' di perforazione fughe di fluidi e/o di gas abbiano provocato un incendio. Il jack up affonda. Lo staff viene evaculato e non si fa male nessuno.

L'ENI il giorno 10 Agosto 2004 manda un comunicato stampa dal titolo: Situation is under control. Tutto sotto controllo. E cioe' il tuttapposto ufficiale. Passano non uno, non due, ma la bellezza di tredici giorni, e ci si rende conto che non molto era sotto controllo -- le fiamme erano giunte a piu' di venti metri di altezza e nessuno sapeva cosa fare.

La situazione era talmente disperata che il 23 Agosto 2004, appunto quasi due settimane dopo il "Situation is under control" dell'ENI, il ministro del petrolio egiziano Sameh Fahmy ordina la distruzione di Temsah.

Il 24 Settembre 2004 il sito petrolifero Upstream riporta che stanno ancora lavorando per domare le fiamme.

Come detto, se la vedranno gli Egiziani se vogliono queste trivelle nei loro mari o no. Oltre Temsah, pero' ricordo anche l'ultima volta che l'ENI parlo' di uno dei piu' grandi giacimenti petroliferi onshore d'Europa. Si chiamava Basilicata.

Ai lucani con l'ENI in casa non e' andata poi cosi' tanto bene. Speriamo vada meglio in Egitto.

Wednesday, July 31, 2013

Temsah, Egitto e Vega B, Ragusa




Temsah, Egitto, ENI 2004







Vega, Pozzallo, Ragusa, Edison


Gentilissima Prof. D’Orsogna,

Lei si è permessa di ricordare una storia già sepolta dal tempo.

Si rende conto che sono passati quasi dieci anni dall’incendio della Piattaforma Temsah in Egitto, un’eternità.

Si vabbè il pozzo è bruciato per trenta giorni ed ha distrutto la piattaforma.

Ma deve riconoscere che tutto, poi, è andato sotto controllo.

Le ricordo che non c’è stato neanche un morto.

Ma come può inficiare la gloriosa storia dell’ENI e compagni?

Le nostre piattaforme hanno superato i maggiori controlli relativi alla sicurezza. I nostri standard professionali sono stati ampiamente riconosciuti nel mondo.

Grazie alla nostra esperienza, al nostro know-how il governo egiziano nel 2010 ha ritenuto opportuno dirci direttamente: RITENTA SARAI PIU’ FORTUNATO.

In virtù di questo prinicipio l’ENI ha avviato la produzione di gas nel giacimento off-shore Tuna all’’interno della Concessione Temsah. Tutto come prima dunque. 

Se lo hanno anche capito in Egitto delle nostre buone intenzioni perché non lo vuol capire Lei ?

Si, lo so, Lei dirà ma la piattaforma Temsah era distante oltre 60 km ? Qui in Italia le vogliono fare vicinissime ? Certo, da noi le piattaforme sono molto più vicine alla costa.

Non si preoccupi. Stia tranquilla. In Italia abbiamo una normativa straordinaria in tema di sicurezza degli impianti petroliferi. Pensi è talmente bella che ha quasi vent’anni e non abbiamo alcuna intenzione di cambiarla.

Ora cercherò di tranquillizzarla.

La piattaforma che è bruciata nelle coste egiziane era costituita da un jacket a quattro gambe non era presidiata ed il controllo dei parametri di produzione avveniva per mezzo telemetria con un sistema collegato a terra.

In buona sostanza, era tecnologicamente avanzata.

Si, …poi ha preso a fuoco, per un piccolo…. inconveniente tecnico, ma…… tralasciamo.

Ora, attualmente in Italia ci prepariamo a fare qualcosa di simile: speriamo di realizzare Vega B. Vega B (60% Edison 40 % Eni) è anch’essa una piattaforma a quattro zampe, non sarà presidiata e allo stesso modo sarà telecontrollata.

Simile ma non uguale una tirava gas, l’altra tirerà petrolio.

Gentile Prof., lei è un fisico e sicuramente avrà dimestichezza con la matematica ed in particolare col calcolo delle probabilità. Rifletta, se la Piattaforma Temsah è già saltata può mai ritenere che Vega B possa farlo ?

La sfiga di distruggere due piattaforme simili nello spazio di pochi anni è capitata davvero poche volte. Al posto suo farei sogni tranquilli.

Lettera firmata








Monday, March 18, 2013

La piattaforma Temsah d'ENI e d'Egitto



Temsah, ENI 2004


Ai politici italiani piace sempre ricordare che in Italia non ci sono incidenti, che siamo piu' bravi di tutti, e che le piattaforme in Italia sono e saranno tutte sicure.

Ecco allora una meraviglia ENI in Egitto.

Il giorno 10 Agosto 2004 la GlobalSantaFe's Adriatic IV, un jack-up temporaneo  che stava trivellando nei mari d'Egitto per conto dell'ENI, della BP e della General Petroleum Corporation d'Egitto, riunite in un consorzio detto Petrobel, si incendia ed affonda a sessanta chilometri dal canale di Suez.

Sembrava tutto sotto controllo, e invece ... dopo qualche giorno anche la piattaforma Temsah -  non troppo distante dalla Adriatic IV - divampo' in un enorme incendio, con riversamenti incontrollati di fanghi ed idrocarburi nel mare.

L'ENI subito' rilascio' un comunicato stampa dove diceva che la situazione era sotto controllo e che non c'erano stati morti fra i 150 addetti: il comunicato e' qui.

Ebbene, dopo la bellezza di dodici giorni, la situazione era tutt'altro che sotto controllo - le fiamme erano giunte a piu' di venti metri di altezza, e la situazione
era talmente disperata che si decise di distruggere la piattaforma Temsah.

Alla fine, c'e' voluto UN MESE per i vigili del fuoco della citta' di Port Said con l'aiuto di navi spagnole per domare l'incendio.

In totale questa meraviglia dell'ENI, la piattaforma Temsah ha funzionato per 58 giorni.



Sunday, June 19, 2011

Il "Ministro" Paolo Romani e i buchi


“Stiamo facendo dei buchi per terra per aumentare
la produzione di altri 90 mila barili al giorno”

"
Senza energia si torna al Medioevo"

"A est delle Isole Tremiti ci sono dei meccanismi locali per cui sarà complicatissimo."


Paolo Romani, ministro dello Sviluppo Economico
lo stesso che ha firmato il decreto ammazza-rinnovabili


Caro ministro, non siamo un meccanismo.
Siamo cittadini, siamo liberi, siamo intelligenti.
Piu' di lei.


Paolo Romani e' il Ministro dello sviluppo economico per la repubblica italiana, che secondo Wikipedia almeno, non e' neanche laureato e possiede solo un diploma di maturita' classica.

Ottima formazione culturale per fare il ministro dello sviluppo economico di una nazione con l'acqua alla gola.

Nel suo palmares c'e' pure, sempre secondo Wikipedia, il fatto di essere stato indagato per bancarotta preferenziale nel 1999. Il tutto e' stato archiviato e lui deve "solo" risarcire 400,000 euro al curatore fallimentare. Nella sua carriera piu' recente ci sono molte cose interessanti, fra cui la supposta parzialita' nei confronti di Mediaset.

Per esempio da sottosegretario alle comunicazioni si e' adoperato in mille modi per autorizzare l'assegnazione di canali digitali a Mediaset in maniera preferenziale, non indicendo gare d'asta, e soprattutto per impedire a Sky di andare in onda, negandogli le concessioni per tempo. Il tutto scateno' la seguente dichiarazione del Financial Times di Londra: "il governo italiano usa trucchi per condizionare la UE".

Paolo Romani e' lo stesso del "decreto Romani" che tagliava le pubblicita' solo per le pay TV e non per chi va in chiaro, sempre al probabile scopo di favorire Mediaset su Sky, e che imponeva il bavaglio al web. L'ambasciatore USA, David Thorne disse in merito che la legge "sembra essere stata scritta per garantire al governo abbastanza libertà da bloccare e censurare ogni contenuto web".

Paolo Romani e' lo stesso che ha firmato il decreto "ammazza rinnovabili", eliminando gli incentivi per l'uso di energia sostenibile, causando molte proteste da parte degli addetti al fotovoltaico.

Ecco, questo e' il nostro ministro dello sviluppo economico.

Qualche giorno fa, lo stesso Paolo Romani va a parlare all'Unione Petrolifera Italiana di quell'altro gentiluomo di Pasquale de Vita ed afferma che l'Italia ha bisogno di

un significativo contributo dalle produzioni nazionali di idrocarburi già a partire da quest’anno

Forza allora, facciamo i buchi in Basilicata - proprio come dice il ministro! - e senza rispetto per nessuno. Dice che quest'anno si deve arrivare al 7% della produzione nazionale dalla Basilicata. Tanto mica ci abita lui in Basilicata. Chissa' pure se c'e' mai andato.

Ma facciamolo a casa sua a Milano un bel buco!

Poi dice che l'offshore italiano "vanta" un primato mondiale per la sicurezza. E di grazia, quale sarebbe questo primato mondiale? La Piattaforma Paguro? Il relitto della Haven di Genova con tutto l'inquinamento ancora presente? La piattaforma Temsah ENI scoppiata in Egitto che siccome non e' in mare italiano va bene? O la Castalia che non ha i soldi per piangere e che dunque non riesce a pulire il mare dagli idrocarburi sversati di qua e di la dalle navi che solcano i nostri mari?

Poi aggiunge:

mentre sul Mar Ionio probabilmente riusciremo a trovare una soluzione, a est delle Isole Tremiti ci sono dei meccanismi locali per cui sarà complicatissimo. Se queste persone si rendono conto di cosa significa: senza energia si torna al Medioevo

Questo mi fa veramente arrabbiare perche' offende la mia, la nostra intelligenza. Non siamo un meccanismo. Meccanismo sara' lui. Siamo persone con un cervello che ci tengono al proprio mare e alla propria nazione. Capisce signor ministro? E se qui c'e' uno fermo al medioevo, nella mia opinione, signor ministro quello e' lei.

E' lei che prima ammazza le rinnovabili e poi le vuole rimpiazzare con le trivelle. E lei che parla di tutto queste belle cose dimenticando che quei "meccanismi locali" ci abitano in Basilicata, alle Tremiti, in Abruzzo, in Veneto, in Polonia e in Algeria.

Ancora Romani parla di aumentare le nostre produzioni di gas.

Da dove? Dalla laguna veneta? Dal polesine? Sprofondiamo tutti? O facciamo fracking in Emilia Romagna? Infatti, manco a dirsi, parla proprio di interessanti "prospettive nello sfruttamento dello shale gas“, con le società italiane che “potranno giocare un ruolo importante all’estero, ad esempio in Polonia e in Algeria”.

Alla fine il ministro dice che è indispensabile costituire l’Organismo centrale di stoccaggio italiano, che

”dovrebbe operare come struttura di servizio senza scopo di lucro, finalizzato all’acquisto, detenzione e vendita di scorte petrolifere nel territorio italiano, con un ruolo esclusivo per l’acquisizione, il mantenimento e la vendita delle scorte specifiche”.

Wednesday, June 30, 2010

Stefania Prestigiacomo e lo scoppio in Egitto




Secondo calcoli informali sia Ombrina che Elsa ricadono

nelle 5 miglia di Ms. Prestigiacomo e dovrebbero finire
all'aceto. Attendiamo di sentire dalle compagnie
cosa hanno da dire in merito

Da quando e' scoppiata la piattaforma BP nel golfo del Messico, giornali e televisioni sono piu' interessati del solito ai problemi di perdite, scoppi, incendi e disastri petroliferi, in mare e su terraferma.

In queste settimane abbiamo sentito delle perdite dalla nave di Singapore, dello scoppio in Pennsylvania, in Venezuela e da un po di giorni in Egitto, anche se si e' il governo del Cairo ha tentato di tenere quest'ultima notizia un po in silenzio per proteggere il suo turismo.

Ma gli incidenti petroliferi a frequenza regolare, ci sono sempre stati e, purtroppo, ci saranno ancora dopo che il petrolio, si spera presto, verra' fermato nel golfo del Messico.

Prendiamo ad esempio l'Egitto. Viene fuori oggi che una zona del Mar Rosso, detta British Hurghada, molto amata dai turisti, e' stata duramente colpita dal petrolio disperso in mare a seguito delle perdite di una piattaforma di proprieta' del governo egiziano in localita' Jebel al-Zayt. Il pozzo era a circa 100 km dalla riva. Si parla di circa 160km di costa inquinata. Sono morti pesci e tartarughe. Gia' dal 19 giugno si sapeva di perdite dal pozzo, ma solo in questi ultimi giorni e' venuto fuori che le operazioni di contenimento e si estendono su un raggio di 50 km. All'inizio il governo egizio ha cercato di passare il messaggio che si trattasse di lavaggio a mare di cisterne e non di falle sotterranee.

Questo nel 2010.

Nel 2008 ci fu un altro scoppio in mare di una piattaforma niente di meno di proprieta' di ENI-Saipem. Era l'8 Marzo. L'incendio blocco' nove pozzi collegati l'uno all'altro, costo' al governo 78 milioni di dollari, e mandarono in mare ben 120,000 barili di petrolio, cioe' circa
20 milioni di litri.

Nel 2004 invece scoppio' la piattaforma Adriatic IV, relativa ad una piattaforma di estrazione di gas in localita' Port Said. Dopo lo scoppio, un violento incendio durato una settimana di tempo.
Nessuno e' morto ma hanno dovuto evaucare 150 lavoratori. La piattaforma scoppio' e si e' inabissata nel mare. Era di ENI, BP e del governo egizio. La piattaforma e' stata poi ricostruita.

Sempre nel 2004 un altro incidente ha riguardato un'altra piattaforma semi sommergibile chiamata Jim Cunningham nei mari egiziani, questa volta operata dalla Transocean, la stessa ch egestiva la piattaforma BP in Louisiana.

Un altro grave incidente riguarda il 1996, quando in tre sono morti per lo scoppio di una piattaforma in mare nel golfo del Suez, in una concessione petrolifera dal nome Morgan.

Secondo Business today in Egitto c'e' un incendio grave all'anno sulle piattaforme nei suoi mari, questo da almeno 25 anni a questa parte. Ieri c'e' anche stato un attacco terroristico su un oleodotto, con bombe lanciate sui tubi e con ingenti perdite di petrolio. Ma questa e' un altro tipo di cattiveria e di avidita' umana.

Intanto, il ministro del petrolio egizio, Sameh Fahmy ha detto che siccome in Egitto l'industria del turismo e' molto importante, vorrebbe ridurre il numero dei pozzi a mare, attualmente 188 e portarli ad un numero minore.

La piattaforma scoppiata in questi giorni era a 50 miglia nautiche dalla costa, CIRCA CENTO CHILOMETRI e ha causato tutti quei danni per una perdita sotterranea. Gli egizi temono per il loro turismo.

In Italia invece la nostra Stefania Prestigiacomo dice proprio oggi che per proteggere il turismo italiano basta vietare le piattaforme a 5 miglia dalla costa, circa 9 km. Metterle al sesto miglio va bene. I gioielli invece, cioe' le aree protette, meritano ben 12 miglia, cioe' 22km. Dice che occorrera' la VIA per tutte le concessioni petrolifere d'Italia.

Io ne ho lette quattro di VIA da cima a fondo, fanno piangere per come sono scritte con i piedi, e soprattutto, non si capisce bene se i ministeri vari tengano davvero in considerazione cio' che noi cittadini gli diciamo oppure se sia tutta una operazione di facciata. Vedremo cosa ci dicono per Ombrina Mare e se le 5 miglia si applicano qui per davvero e se l'aver detto (in centinaia!) al ministro che quella VIA faceva pieta' serva a qualcosa.

Intanto in California non si possono mettere piattaforme nuove a 100 miglia dalla costa da 40 anni a questa parte. Senza VIA, senza se e senza ma. E ogni volta che ci provano o ci hanno provato a sfondare questo limite, la gente gli ha democraticamente risposto: no, grazie.
Fatevele a casa vostra.


Fonti: Peace Reporter, Business Today Egypt

Monday, October 20, 2008

Il modello danese


Nel 1973, a causa delle tensioni fra Egitto ed Israele, i paesi arabi produttori di petrolio decisero di non vendere piu' oro nero agli Stati Uniti, al Giappone e all'Europa. I forti aumenti di prezzi causarono una recessione in tutto il mondo, e l'embargo ebbe gravissime conseguenze all'economia globale.

Molti paesi iniziarono a sviluppare programmi per contenere l'uso energetico, e anzi molte tecnologie dell'epoca furono davvero rivoluzionarie: vennero create le prime macchine elettriche e i primi pannelli solari vennero addirittura montati sulla Casa Bianca dal presidente Jimmy Carter.

Passata la crisi pero' molti paesi, fra cui gli USA, tornarono ai loro vecchi modelli di sviluppo, con Ronald Reagan che decise che non si poteva negare energia al popolo americano "because a life of plenty is the American way". Reagan fece togliere i pannelli dalla casa Bianca. Dopo trenta anni, eccoci qui che annaspiamo per "raschiare il fondo del barile" come dice l'ENI ad Ortona.

La Danimarca pero' si comporto' diversamente. Nel 1976 i danesi DECISERO che non sarebbero stati mai piu' alla merce' del mercato patrolifero e dei ricatti degli Arabi. A quel tempo il paese non aveva risorse petrolfiere fatte in casa e cosi si decise di fare le seguenti cose:

1) Rendere tutti gli edifici energeticamente efficienti

2) Tassare macchine e benzina, usando i soldi delle tasse per sviluppare per davvero le energie alternative e non le chiacchere.

3) Creare "distretti di riscaldamento" grazie ai quali l'energia di scarto delle centrali elettriche, che altrimenti sarebbe stata dispersa, poteva essere usata per riscaldare le case.

4) Investire massicciamente, a livello governativo, nell'energia eolica. Questa mossa fu AZZECCATISSIMA: oggi il 20% dell'energia della Danimarca viene dal vento. I danesi hanno cosi bene imparato l'arte delle turbine a vento da esportare il loro sapere e i loro prodotti al resto del mondo. L'industria del vento ha crato VENTIMILA posti di lavoro nell'ultimo decennio.

5) Promuovere elettrodomestici efficienti, speigando al consumatore danese che sebbene modello X costa meno che modello Y, modello X consuma molta piu' energia, per cui e' piu' conveniente comprare modello Y.

6) Promuovere energia solare. Nel 2005 il governo ha stanziato MILLE MILIARDI di euro per lo sviluppo, promozione e l'integrazione di tecnologia fotovoltaica.

Ironia della sorte, negli anni settanta i danesi decisero di cercare petrolio fra i loro mari e nel proprio sottosuolo. Lo trovarono e di ottima qualita' pure. Il loro petrolio e' a basso contenuto di zolfo, quindi molto migliore di quello Abruzzese. Anche se in parte questo petrolio e' stato estratto in mare aperto, c'e' stata molta oppozione della popolazione che ne ha impedito il pieno utilizzo. I punti da uno a sei li hanno implementati e mantenuti negli anni *nonostante* il petrolio.

I risultati sono stati fenomenali. La Danimarca in trenta anni oggi e' energeticamente indipendente ed e' l'unico paese d'Europa che vende energia ai suoi vicini. La popolazione e' cresciuta del 7% in questi anni, e cosi' pure l'armamentario teconoglico di ciascuno (telefonini, computer, ipod etc etc che prima non c'erano), eppure i consumi energetici sono rimasti gli stessi. In Danimarca lo standard di vita e' fra i piu' alti del mondo occidentale. La disoccupazione e' al 1.6%. I danesi dicono di essere di essere disposti a pagare ancora piu tasse se questo significasse restare liberi dalla dipendenza dal petrolio.

Nel 2007 la Danimarca, che ha gia' ampiamente rispettato e superato Kyoto, si e' data un nuovo obiettivo: quello di generare il 75% dell'energia del paese dal vento. La data prevista e' il 2025 e cioe' a soli 17 anni da adesso. Tutto questo anche se hanno il petrolio in casa. Vogliono usare l'energia eolica per il movimento delle automobili. Nel 2007 i danesi hanno abbassato le emissioni di CO2 nel loro paese dell'8%.



Non siamo la Danimarca e non possiamo semplicemente prendere ed importare il loro modello in Italia a scatola chiusa. Dovremmo pero' predere esempio che progettare,
pensare e prevedere sia la strada giusta piuttosto che ciecamente distruggere una intera economia per poche goccie di petrolio.


Fonte: The New York Times

Friday, June 13, 2008

L'Eni nei mari d'Egitto


Nello scorso post, Nino mi manda un breve resoconto dell'incontro tenuto all'hotel Mara del Riccio di Ortona in cui vari rappresentanti delle compagnie petrolifere cercavano di convincere gli Ortonesi che le piattaforme in mare sono sicure, belle e salutari.

Addirittura Sergio Morandi, uno dei direttori della Mediterranean Oil and Gas, spinoff dell'ENI, cercava di convincere i sindaci della zona che il turismo aumentera' e che correranno da tutta l'Europa ad ammirare le nostre piattaforme. Gia me lo immagino. Rocco Catenaro che invece di correre dietro alla bandiera blu, cerca di farsi dare il bollino nero dalla MOG per avere le piattaforme piu' chic del Mediterraneo.

Le crociere che partono da Ortona con tappa ad Ombrina2, non per vedere i fondali dell'acquabella, ma per tuffarsi nelle sostanze di risulta delle piattaforme.

L'Abruzzo che cambia: il turismo petrolifero. Eccezionale idea. Manco fossimo agli anni sessanta. Chissa' perche' non ha funzionato in nessuna altra parte del mondo.

Intanto, ecco cosa succede sulle piattaforme dell'ENI. Questo e' un incidente recente, in Egitto, accaduto nel 2004 su una piattaforma del Mediterraneo chiamata Temsah. A causa del riversamento accidentale di fluidi infiammabili, e' scoppiato un forte incendio. Tutti gli operai, per fortuna, sono stati evacuati, ma per UN MESE i vigili del fuoco della citta' di Port Said hanno cercato di spegnere l'incendio. Gia' un altra piattaforma era esplosa in precendenza e il ministro del petrolio ha deciso la chiusura di entrambe. Queste esplosioni, come tutte, sono caratterizzate dal forte rilascio in mare ed in aria di sostanze inquinanti - in questo caso per un mese intero, giorno e notte. Tra le cose piu' raccapriccianti dell'esplosione egiziana e' che questa funzionava solo da 58 giorni. La loro piattaforma era a 60 km dalla costa, le nostre sono a sei.

Le piattaforme inquinano anche in condizioni normali e i paesi piu' civili le costruiscono lontano dalle spiaggie dove va la gente al mare. Gli incidenti sono frequenti e spesso causati dalla disattenzione o dalla superficialita' degli addetti.

Intanto il sindaco di San Vito invece di indagare su questi fatti, e di preoccuparsi, ha deciso di fare l'eccentrico. Per coerenza con se stesso, avrebbe dovuto denunciare la MOG per avere "sparso timori nella popolazione e nei turisti" a causa del rilascio di catrame e di idrocarburi dalle loro piattaforme, invece ci e' andato a pranzo con quelli della MOG, come se fossero tutti una gran famigliola allegra. Il tutto con il beneplacito dell'hotel Mara che invece di essere preoccupato per i suoi affari turistici invita in nemico in casa sua. Chissa', forse ha altri amici e non si deve preoccupare che il suo hotel sia pieno o vuoto. Intanto, e' arrivata l'estate. Boicottiamo l'hotel Mara. A loro non interessa la nostra salute, non diamogli i nostri euro. Non se li merita.


PS: Non vorrei scrivere questa cosa perche' mi dispiace veramente che la gente continui a morire in Italia perche' non vengono seguite nemmeno le piu basilari forme di sicurezza, ma le morti istantanee di sei persone a Catania sono dovuti all'idrogeno solforato (il Corriere lo chiama idrogeno solforoso, ma sono la stessa cosa H2S). Nel solo 2008 finora abbiamo avuto 10 morti che sono finiti sui giornali per questo gas, se contiamo oltre Catania anche Molfetta. Fratino, Di Martino, Andreussi, Morandi, Del Turco, come potete credere che il rilascio in aria di dosi "legali" all'italiana ma di oltre mille volte piu alti di quelli raccomandati dall'organizzazione mondiale della sanita', possano farci bene? C'e' solo da vergognarsi.

Fonti: Business Today Egypt
Quotidiano net