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Tuesday, December 26, 2017

Scoppio petrolifero in Libia e il petrolio balza a $65 al barile





Una forte esplosione ha distrutto un oleodotto che trasporta petrolio presso il terminale marino nella localita' Es Sider.

Il porto di Es Sider, che viene a volte scritto Sidr o Sidra, e' sede del piu' grande deposito petrolifero nel paese. A causa della guerra civile nel paese e' stato chiuso dal 2014 al 2016.

Oggi, da qui partono circa 475mila barili di petrolio al giorno in media, ma nel mese di Novembre il flusso e' stato di piu' di 970mila barili.

Lo scoppio e' avvenuto nella citta' di Marada, e l'oleodotto appartiene alla ditta Waha Oil Company.

Secondo fonti militari l'attacco e' dovuto ad attacchi terroristici, ed e' stato innescato da esplosivi improvvisati, forse da parte dell'ISIS. Non e' ancora ben chiaro cosa sia successo.

A causa di questo scoppio i prezzi del petrolio sono subito saliti, fino a 65 dollari al barile, prezzo che non si vedeva dal 2015.

E infatti sono andati persi fra i 70,000 to 100,000 barili al giorno.

La Libia e la Nigeria sono parte dell'OPEC e queste erano le uniche nazioni che, a causa della poverta' dei loro residenti e delle situazioni di instabilita', erano state esentate dal mantenimento di quote massime. 

Gli altri dodici paesi, fra cui la Russia, si erano impegnate a tenere la produzione sotto i 1.8 milioni di barili al giorno per evitare che i prezzi crollassero ancora.

E quindi c'e' giusto un po meno disponibilita' di petrolio in giro per il mondo, il che da ai petrolieri motivi per speculare.

Arriviamo cosi a $65 al barile.

Tutte le scuse sono buone, eh?




Sunday, August 27, 2017

L'Italia e Malta e la disputa infinita sulle trivelle fra Sicilia e Libia


In arancio la zona contesa fra Malta e Italia


 Le aree 1-7 secondo le definizoni del governo di Malta


 L'area marina C secondo le definizioni del governo d'Italia

Le aree 1,2,7,5 di Malta si sovrappongono a quelle dell'area marina C d'Italia


 
Medina Bank 1



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Gli interrogativi arrivano dalla stampa di Malta, e dalla stampa di Malta sono state anche smentite.
 
Il rappresentante italiano presso il parlamento europeo Mario Borghezio il giorno 31 Maggio 2017 aveva posto una interpellanza presso l'Europa sul presunto patto Malta-Italia con il quale Malta avrebbe ceduto i suoi diritti esplorativi nel Canale di Sicilia all'Italia, con in cambio l'Italia prendendosi una maggior quota di migranti nel Mediterraneo.

Borghezio dice che secondo indiscrezioni l'accordo sarebbe stato eseguito fra Matteo Renzi, allora primo ministro, e Joseph Muscat,  primo ministro di Malta, nel 2016. Muscat fra l'altro e' anche indagato negli scandali delle Panama Papers.

In realta' c'erano gia' state illazioni varie nel 2016 con speculazioni e commentari, specie dal mondo petrolifero.

Il giorno 17 Agosto 2017 la commissione europea risponde: non c'e' stato alcun accordo su migranti in cambio di petrolio fra Malta e Italia.

Questo episogdio pero' ci da l'opportunita' di rivisitare questo contenzioso fra le due nazioni, che lottano per bucare i gia' martoriati mari del Mediterraneo.

La disputa fra Italia e Malta sulle trivelle sicule va avanti da tanto tempo.

Gia' nel 2012 si eseguivano summit, meeting informali e convegni per decidere come spartirsi la petrol-monnezza. A quel tempo i prezzi erano ancora elevati, e davvero la speculazione sarebbe stata ottimale.

Il primo petrol-summit Italia-Malta si svolse a Roma alla fine di Ottobre 2013 con industriali, accademici e politici sul futuro delle riserve vicino alla Libia. Dietro questo summit, prima e anche dopo, dispute territoriali.


Ma non e' ben chiaro se queste riserve siano veramente di Malta o dell'Italia o della Libia.

Nel 2007 Malta firma un accordo petroliferon con la Heritage Oil, ditta minore con sede a Londra.
Avrebbero trivellato i lotti 2 e 7 attorno a Malta, in un'area detta Medina Bank 1, dove gia' la Texaco aveva cercato petrolio nel 1980 su autorizzazione del governo maltese, scatenando gia' allora l'ira della Libia. Medina Bank e' infatti non lontana dalle coste libiche.

Nel 2011 l'Italia si assegna lotti di trivelle marine in zone che Malta considera propri attorno a Pantelleria, Linosa e Lampedusa. 

Malta scrive una lettera di protesta ufficiale al governo italiano dell'epoca, e come ripicca, pubblica una offerta di concessioni petrolifere nei mari dello Ionio che l'Italia considerava propri.

Mostra interesse anche l'ora defunta Mediterranean Oil and Gas, titolare di Ombrina Mare.

L'Italia si lamenta che le azioni di Malta andavano contro lo spirito della convenzione del 1982 dell'ONU sui mari, in cui tutte le nazioni si impegnavano a soluzioni condivise nella spartizione di acque marine.

Nel 2012 l'Italia raddoppia, auto-assegnandosi lotti fra la Sicilia e la Libia, anche questi mari che Malta considera propri. Chi ha fatto tutto questo?

Il nostro beneamato Corrado Passera, a suo tempo ministro per lo sviluppo economico. Con un decreto ministeriale creo' la zona marina C, un area grande quanto i due terzi della Sicilia e che Malta appunto considera sua. Questa zona marina C come definita dall'Italia, copre l'area 2 e gran parte delle aree 1, 3 e 7 secondo le definizioni di Malta. 

L'impasse e' durata a lungo, e dopo summit, discussioni, il crollo della Libia, la fine di Gheddafi e sopratutto calo del prezzo del petrolio, alla fine del 2015 si e' deciso di sospendere le operazioni petrolifere nell'area in modo "preliminare". 

Quante cose che facciamo in nome del petrolio? Veramente era il caso di farci una questione internazionale con le trivelle attorno a ... Pantelleria e Lampedusa? 

Comunque, anche se e' una soluzione zoppicante, questa del divieto temporaneo, alla fine un merito l'hanno avuto tutti questi litigi: fra i tre litiganti, Italia, Libia e Malta, l'ambiente ne ha beneficiato, con le trivelle fermate, speriamo, ancora a lungo.








Thursday, June 9, 2016





Quattro italiani sono stati rapiti nei pressi di Mellitah, porto petrolifero di Libia e nei pressi di uno stabilimento dell'ENI.  I quattro lavoravano per la Bonatti, con sede a Parma che offre servizi di ingegneria, edilizia e sicurezza alle ditte petrolifere. Fra i suoi progetti, uno a Mellitah per conto di GreenStream, un oleodotto di 520 chilometri dalla Libia all'Italia.

L'ENI e' l'unico colosso mondiale ad operare ancora in Libia. Come mai? Come fanno ad essere operativi mentre la Total di Francia, la Repsol di Spagna e la Marathon Oil degli USA hanno dovuto sospendere le attivita' a causa della mancanza di sicurezza?

La domanda ha interessato anche il Wall Street Journal che qualche tempo fa fece una inchiesta sul tema e sulle operazioni dei petrolieri italiani al tempo dell' ISIS in Libia, dopo la triste fine del colonnello Gheddafi.

Ci sono lotte in corso fra i gruppi islamici detto "Libya Dawn" che controllano anche Tripoli e le forze ufficiali con sede a Baida, che non scalfiscono le operazioni dell'ENI. Piu a nord e proprio vicino ad un campo di addrestramento dei jihadisti c'e' un oleodotto che fornisce il 10% del gas italiano per conto dell'ENI che viene protetto da un gruppo armato detto Western Shield, anche questo parte di Libya Dawn. Nel deserto del Sahara invece c'e' un gruppo nomade, detto "Tubus" che sono stati assunti dall'ENI per fornire sicurezza.  Per la sicurezza del campo dell'ENI Wafa invece, nel sud della Libia, sono stati assunti dei giovani dalla citta' di Zintan, sempre alleati di Libya Dawn.
 
Un portavoce dell'ENI rispondendo alle domande del Wall Street Journal ha detto di non avere nessun tipo di accordo con le milizie armate della Libia, ma nessun dirigente si e' reso disponibile per una intervista.  Il portavoce dice che hanno evacutato tutto lo staff in Libia, e che adesso le operazioni sono gestite da Mellitah Oil and Gas, una joint venture al cinquanta per cento fra l'ENI e la National Oil Company di Libia. Parte delle misure di sicurezza sono state prese proprio dalla Bonatti che lavora in parallelo a questa Mellitah. 

L'Eni ha sempre lavorato in paesi a rischio, era una strategia ben collaudata da parte di Enrico Mattei dall'inizio, ed in parte questa sua sfrontataggine ha contribuito a rendere la ditta fra le piu' potenti al mondo, oltre che una specie di burattinaio dietro le quinte della politica estera italiana. 

E cosi per esempio, in Libia, l'ENI produce 240,000 barili al giorno, pou' di ogni altro paese; anzi in questo momento l'ENI produce un terzo del gas della Libia. Prima della morte di Gheddafi era del 20%.

Ovviamente dato tutta la melassa politica ed economica, e' ben probabilie che i nostri eroi siano capaci di negoziare con Gheddafi, milizie e chicchesi in modo da tirare fuori il petrolio indisturbati. Aiuta anche il fatto che molte attivita' sono offshore e dunque non toccate troppo da guerriglia e guerra civile.

Mellitah e' a circa 10 chilometri da un campo dove un gruppi di terroristi islamici coordina le proprie operazioni in Nord Africa.

Friday, January 8, 2016

I pozzi di petrolio e di stoccaggio della Libia in fiamme







La guerra civile in Libia continua con la follia dell'ISIS, un generale clima di Far West, e  scontri che si fanno sempre piu' violenti. Il 4 ed il 6 gennaio 2016 ci sono stati vari incendi presso la citta' di Sidra, fra Sirte e Benghazi. Fumo e fiamme da vari depositi petroliferi hanno invaso costa e mare.
Varie decine di persone, fra guardie del petrolio, militanti ISIS e compagnia varia sono morte. 

Sono finite in fiamme cinque depositi petroliferi. Ciascuno di questi contiene fra i 420 e i 460 mila barili di petrolio. Ecco qui lo spettacolo che si vede dal cielo.



Friday, May 1, 2015

Ouargla: il cratere petrolifero dell'Algeria

Grazie a Marco Prosperini 










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in due in seguito ad un incendio **

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Dal 26 ottobre 1986 e' passato molto tempo, ma e' interessante tornare indietro per scovare un altro dei famosi petrol-incidenti. In questo caso un cedimento spaventoso del terreno nel campo petrolifero Haoud Berkaoui, nel sud-ovest dell'oasi di Ouargla. 

Nasce cosi un cratere di 80 metri di profondita' e 200 m di diametro -  i pozzi di petrolio OKN-32 sono letteralmente stati ingoiati dal sottosuolo.  

E non finisce qui - pochi mesi dopo, nella primavera del 1987, il cratere si allarga ed ingoia altri pozzi di petrolio, fra cui il  OKN-32A. Il buco arriva ad uno spettacolare diametro di 320 metri.

Da allora, il cratere continua inesorabilmente ad espandersi, con importanti conseguenze ambientali attorno ad Ouargla, nota prima di allora per i suoi datteri.

Nel 1999 il buco era di 600 metri per 260. Si allarga di circa un metro l'anno in ambo le direzioni. 
La subsidenza e' di 4 millimetri per anno di calo del terreno attorno al cratere. Si teme che altre localita' a vari chilometri di distanza possano cedere anche loro, in modo catastrofico.

Il tutto va avanti da quasi 30 anni!

In realta' Ouargla, per essere deserto, si trova in una pozione invidiabile: siede sopra l'acquifero dell' "Sahara settentrionale" di area pari a 800,000 chilometri quadrati - quasi 2 volte quella della Francia! - a cavallo fra Algeria, Libia e Tunisia, a circa 1000 metri di profondita'.  A Ouargla l'acqua affiora in superficie e c'e' vita per tutta la comunita'.

La falda e' vitale per tutto il Sahara.

Nel 1956 la Sonatrach, la ditta algerina nazionale, scopre il petrolio e per un po datteri e trivelle convivono.  Ma con il tempo, le trivelle avanzano, i datteri non troppo: si arriva a tirare fuori dal campo di Haoud Berkaoui il 50% della produzione algerina nazionale.

E verso la fine degli anni ottanta, la svolta.

Mentre che trivellano incontrano acqua ad alta pressione che e' viene sprigionata e che erutta. Buttano giu' barite per cercare di fermare il flusso di acqua, ma il risultato e' stato solo di inquinare le falde acquifere -- l'acqua continua a tornare in superficie con portata di vari milioni di litri all'ora. Nel suo tragitto, passa attraverso uno strato di sale, ed e' stata l'erosione di questo strato di sale a far crollare il campo di petrolio. 

Crolla il campo, torna su acqua salata e contaminata. Proprio quello che serve ad una zona desertica.  
Prima l'acqua era vita, ora e' morte.

L'acqua arriva su con una concentrazione di sali di 275 grammi per litro, come il Mar Morto. E' praticamente inutilizzabile. Peggio, si mescola con quella "normale" e si stima che tutta l'acqua dell'acquifero del Sahara potra' arrivare a tassi di 20 grammi per litro in 100 anni se nessuno fa niente,
di fatto cancellando una delle poche sorgenti d'acqua di tutto il deserto.

La vicenda e' coperta dal segreto: le autorita' hanno creato un perimetro di sicurezza. 

Intanto la desertificazione attorno all'oasi di Ouargla, continua, lenta, inesorabile, petrolifera.





Saturday, November 30, 2013

Scaroni: no fracking a Firenze



"In Europa la gran parte dei politici dice no senza neanche sapere di cosa parla. 
Con questo è chiaro che non andremo mai a fare trivellazioni a Firenze."

Paolo Scaroni.
Che invece di fracking sa tutto.


Possiamo stare tranquilli.

Scaroni assicura che non fraccheranno Firenze.

Pericolo scampato, eh?

Partecipando ad una conferenza della Scaroni presso la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University a Washington, l'amministratore delegato dell'ENI dice che
occorre "provare ad elaborare tecniche meno rumorose" per il fracking in Europa.

Cosa?

Tecniche meno rumorose?

Si, certo il rumore e' sicuramente un problema, ma i veri guai sono la sismicita' indotta, l'inquinamento delle falde acquifere, dell'aria, del sottosuolo, e di tutto quello che c'e' in superficie.

Scaroni dice che dobbiamo farlo perche' "il rischio è dipendere dalla Russia" e che "Temo che se gli Europei non abbracceranno la rivoluzione dello shale gas, abbracceranno i russi;"

Mi scusi Scaroni, ma veramente lei pensa che con queste goccette di gas da fracking, risolveremo i problemi del gas in Europa?

Non vede che in Polonia di cotanta speranza promessa allor dal fracking, non e' stato reso niente?

Non vede cosa succede a Groningen, per dirne una, e la sismicita' indotta di Olanda?

Ma poi scusi, e che non li abbracciamo gia' i russi?

E l'ENI non aveva gia' abbracciato gia', che dire, i dittatori nigeriani e quelli libici e quelli iracheni e quelli kazakhi?

O dice cosi' perche'  differenza del petrolio e del gas della Libia, Nigeria, Iraq e Kazakhistan, il gas russo e' nelle mani dei russi non in quelle dell'ENI? 

E poi dice:  "Dobbiamo provarci" perche' il problema e' piu' politico che ambientale.

"In Europa la gran parte dei politici dice no senza neanche sapere di cosa parla. Con questo è chiaro che non andremo mai a fare trivellazioni a Firenze." 

Ah si? Grazie della generosita'!

Firenze no e Grosseto si?

E perche' mai una citta' si e un altra no? Abbia il coraggio di dire Scaroni, non dove NON vuole fare fracking, ma dove LO VUOLE FARE.

Foggia? Parma? L'Adriatico? La Val D'Agri? Ribolla?

Ci dica che siamo tutt'orecchie.

Wednesday, November 6, 2013

I deliri di Michele Marsiglia - parte seconda




La produzione a terra ed in mare
 (onshore ed offshore) in Italia
 Ã¨ la cura del nostro male, 
sfruttiamo le nostre ingenti risorse energetiche.

Michele Marsiglia, Federpetroli


Pare L'Istituto Luce del 1950,
invece sono i deliri di un petroliere del 2013.

E come sempre: ci dia l'esempio
 e iniziamo da casa sua a curare il male, caro Michele.


C'era da aspettarselo che quelli della Federpetroli salissero sul carro del "se non trivelliamo l'Italia, resteremo al freddo e al gelo" ma che addirittura i signori del petrolio utilizzassero le richieste delle minoranze etniche in Libia per il riconoscimento dei loro diritti linguistici e culturali e' di un livello veramente schifoso.

Quelli della Federpetroli li abbiamo gia' conosciuti, con i deliri precedenti del presidente Marsiglia di qualche mese fa.

Tornano adesso alla ribalta perche' in questi giorni il gasdotto Mellitah che collega la Sicilia alla Libia e' "sotto attacco" da parte di manifestanti che chiedono che le minoranze etniche della Libia possano continuare nelle loro tradizioni e nei loro linguaggi. 

Michele Marsiglia, coglie subito la palla al balzo e delirando dice che

Bisognava intervenire già nel 2011 ai primi segnali della crisi libica, invece l’incoscienza ha fatto si che si arrivasse a quello che era già stato preventivato: blocco delle forniture petrolifere (petrolio e gas) dalla Libia per attacco ai Terminal di principale importanza per l’Italia.  L’unica ricetta da seguire nell’immediato è il dialogo con l’OPEC, la Libia è un Membro fondamentale dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Solo loro possono indicarci una precisa via per alleviare il male. 

Adesso è giunto il momento che chi sa, si assuma le proprie responsabilità. Non possiamo mettere a rischio più le Famiglie italiane e l’indotto industriale del nostro Paese perché sotto ricatto di alcuni paesi del Medio Oriente. E’ ora di aprire i nostri rubinetti ed iniziare a produrre i nostri idrocarburi, le Licenze e Concessioni sono già rilasciate, bisogna solo iniziare a produrre. Che il Ministero dello Sviluppo Economico organizzi un Tavolo Energetico mirato. La produzione a terra ed in mare (onshore ed offshore) in Italia è la cura del nostro male, sfruttiamo le nostre ingenti risorse energetiche. 

Vorrei tanto sapere quanti anni ha questo Marsiglia perche' parla come se fosse uno dell'Istituto Luce di 60 anni fa!

Ingenti risorse?

La cura del nostro male?

Ma cosa dice? 

Io spero che questo qui si renda conto delle balle che dice e della figuraccia che ci fa.

Caro Marsiglia: l'Italia NON RIUSCIRA' MAI a soddistare il suo fabbisogno nazionale di petrolio e di gas con le fonti interne. MAI. Purtroppo per noi abbiamo monnezza nel sottosuolo, e ne abbiamo poca, e importeremo sempre petrolio e gas finche' decidiamo che quello e' il nostro modello di cosiddetto progresso.

Scaroni, che e' un po piu' onesto da questo punto di vista, ricorda che dalla Libia arriva circa il 15% del nostro fabbisogno nazionale di idrocarburi. Le nostre riserve attuali - tutte in zone agricole, turistiche, paesaggistiche non coprono neanche la meta' di quella cifra.

E cosa, trivelliamo tutta l'Italia per racimolare una goccia di qua e una di la?

E poi Marsiglia rammenta che siamo stati degli incoscienti a non intervenire in Libia nel 2011.

Ma scusi, cosa dovevamo fare nel 2011? Andare li con l'esercito? Dire a tutti: no lasciamo li Gheddafi perche' a noi serve il suo petrolio?

L'incoscienza non e' nel non essere intervenuti nel 2011 nella situazione libica. 
L'incoscienza e' che continuiamo a pensare che il futuro sia il petrolio. 

Vuole Marsiglia veramente che l'Italia sia libera dagli avvenimenti politici e civili di Libia?

Bene, svincoliamoci per quanto piu' possiamo dalle fonti fossili. Inventiviamo ed investiamo di piu' nelle energie rinnovabili e nel risparmio energetico. 

In un paese assolato come il nostro, la vera incoscienza e' di stare ancora qui con la testa nel sacco a rincorrere il petrolio e il gas di Libia, Nigeria e Russia.




Tuesday, September 11, 2012

Dimmi con chi vai...


...


There's no one who wants this over more than I do. I would like my life back.

Tony Hayward 2010

e si, vallo a dire a quelli che nel golfo del Messico ci vivono...





Tony Hayward e' il responsabile numero uno dello scoppio nel golfo nel Messico. A suo tempo era infatti l'amministratore delegato della BP e fece una gaffe dopo l'altra, affermando, impassibile che era stanco delle polemiche all'indomani dello scoppio nel golfo del Messico e che avrebbe tanto voluto che non fosse mai successo perche' "rivoleva la sua vecchia vita indietro".  E poi il giorno dopo e' volato in Inghilterra a fare un tranquillo giro in barca.

Continuava a ripetere che il suo obiettivo era di soddisfare gli azionisti non di salvare il mondo, che il petrolio disperso era poco in confronto all'acqua del mare (!), che non era pericoloso usare i dispersanti, che avevano a cuore anche i "little people" che era tuttapposto.

Insomma figuraccia dopo figuraccia.

Obama disse "he wouldn't be working for me after any of those statements".

E infatti pochi mesi dopo lo scoppio e' stato licenziato.

Non soddisfatto, Tony passa ad una nuova ditta petrolifera la Genel Energy che ha comprato assieme ad un partner. La Genel e' una ditta basata in Turchia e come molte altre micro-aziende petrolifere, ha come scopo quello di ingrandirsi e di diventare "media", concentrandosi sulle sue concessioni in Iraq  e in Kurdistan.

Anche i due ex capi della Genel,  Mehmet Sepil e Mehmet Emin Karamehmet hanno avuto i loro guai: multa da un milione di sterline per il primo per insider trading e condanna di 11 anni per il secondo, contro cui ha fatto appello, per frode.

E cosi, questo bella Genel con ora a capo Tony Hayward decide di unire risorse, esperienze e personale per trivellare assieme alla... Medoilgas, si, quella che vuole trivellare Ombrina, Scerni e Villa Mazzarosa in Abruzzo!

Per ora parlano di lavorare assieme su alcuni pozzi in Libia, Tunisia e Malta per tre anni, ma l'Italia non e' certo lontana.

A Malta dove la Genel ha acquistato il 75% di varie concessioni della Medoilgas sono un po preoccupati, perche' l'isola non ha dei veri e propri standard ambientali di sicurezza e perche' tutto sta al buon cuore delle ditte trivellanti - in questo caso di Tony Hayward!

"Tony Hayward is not much of an inspiration when it comes to such standards," dice Peter Gatt, un geologo maltese.

Secondo le stime della Genel e di Tony Hayward Malta potrebbe essere ricca di petrolio, tanto quanto la Libia, visto la vicinanza con le coste nord-africane e visto che lui conosce bene la geologia della zona in quanto con la BP fece affari su affari con la Libia.

Ecco a chi corriamo il rischio di regalare le coste d'Abruzzo: a Tony Hayward della BP, responsabile del piu' grande disastro ambientale petrolifero della storia.

Gianni Chiodi, Enrico Di Giuseppantonio, Remo di Martino, Eugenio Caporella, Fabrizio Di Stefano, Giovanni Legnini,  avete qualcosa da dire o vi piace l'idea di avere Tony Hayward a Rocca san Giovanni?


Wednesday, March 14, 2012

Il prezzo della benzina


Apprendo da Maurizio Crozza che la benzina in Italia costa circa 2 euro al litro. Qui in California e' a circa $4.50 al gallone - che fa circa $1.30 al litro, circa 90 centesimi di euro al litro. Puo' sembrare di meno che che in Italia - e lo e'! - ma l'aumento e stato vertiginoso anche qui.

Per fare il raffronto, quando sono arrivata a Los Angeles, nel 1999, il prezzo della benzina era di $1.10 al gallone.

In 12 anni il prezzo della benzina qui in California e' quadruplicato.

Nel resto degli USA il prezzo medio e' di circa $3.80 dollari al gallone. In California la benzina costa di piu' perche' usano una miscela a basso impatto - per le leggi di protezione dell'ambiente - e perche' ci sono delle tasse aggiunte che in altri stati non hanno.

Ma in generale, perche' la benzina costa caro? Ovviamente non sono un economista, ma ho parlato con qualcuno di loro e leggo ogni tanto vari articoli sul tema. Ci tengo allora a dire quel che penso, per non dover sentire che dobbiamo trivellare tutto il trivellabile in Italia per "fare diminuire il prezzo della benzina".

E questo perche' da piu' parti, ceto piu affidabili che i deliri di Saglia, Passera, Scaroni ed Assomineraria, leggo che il prezzo della benzina e' totalmente scollegato ai costi di produzione, esplorazione e di raffinazione e invece fortemente legato ai livelli speculativi in borsa.

Cioe' non e' la mancanza di petrolio che fa salire i prezzi, ma sono le speculazioni in borsa e i giochini finanziari collegati a percezioni piu' o meno distorte che portano a questi aumenti vertiginosi.

Qui negli USA il prezzo del petrolio viene stabilito presso il New York Mercantile Exchange, il NYMEX. Nel processo decisionale dovrebbero essere tenuti in considerazione i vari eventi mondiali - la situazione in Libia, Iran, Medio Oriente, o tempeste, o esplosioni, domanda ed offerta - che potrebbero cambiare i vari livelli produttivi e di utilizzo.

A suo tempo questo NYMEX era sede di persone fisiche che si scambiavano oggetti, merci e soldi. Adesso invece quasi tutti gli scambi vengono fatti da computer che usano algoritmi matematici e scambiano informazioni molto piu' in fretta di prima.

Questo fa si che il prezzo del petrolio non sia tanto collegato agli scambi veri fra venditore e acquirente, o anche ai veri effetti di domanda e di offerta, ma che ci siano dietro scommesse, opzioni e previsoni per il futuro, effetti psicologici, e timori reali o immaginari che siano (la fine del petrolio, il maggiore uso di petrolio da parte di Cina, l'India e il Brasile, le guerre o l'instabilita' del Medio Oriente sicuramente veri ma certo usati un po come scusanti), che determinano i prezzi in maniera del tutto scollegata ai veri costi.

Ovviamente a beneficio di chi partecipa in queste speculazioni finanziarie!

Infatti, sono gli stessi petrolieri dicono che i prezzi della benzina sono gonfiati.

Circa un anno fa, nel Maggio 2011, il capo della ExxonMobil Rex Tillerson disse che il vero prezzo della benzina dovrebbe oscillare fra i 60 e i 70 dollari al barile. Ovviamente se lo dice un petroliere, o e' vero, oppure i prezzi sono ancora inferiori!

A Settembre 2011 the Energy Information Administration del governo USA riportava che il petrolio dovrebbe costare circa 30 dollari al barile e che i costi produttivi variano da 7 dollari al barile nel Medio Oriente a 41 nel golfo del Messico.

La differenze sono dovute ai vari standard ambientali da mantenere, al costo della manodopera e alla difficolta' estrattiva.

Addirittura ci sono report per cui il petrolio debba costare in verita' 10 dollari al barile!

The price of a barrel of oil would be closer to $10 if the commodity wasn't traded as an investment instrument, given the record-high levels of U.S. oil inventories, Peter Beutel, president of Cameron Hanover, told CNBC Monday. "I honestly think that if there were no investors using oil as an asset that the price of oil right now would be $10 or $15 or $18, but it wouldn't be anywhere near where it is," Beutel said. "We have so much oil right now, more than we've had in 27 years. Why is it 27 years? Because that's how far our records go back. It's probably the most in 50 or 100 years," he added.

Questo Peter Beutel era il presidente di Cameron Hanover fino a ieri, ditta finanziaria che si occupa proprio di ricerca del mercato dell'energia, e di consulenze per investitori. E' stato un esperto di prezzi e di mercati petroliferi per 30 anni. E' morto proprio oggi, domenica 10 Marzo 2012.

Ma non e' il solo a parlare di $10 dollari al barile, la stessa cifra e' emersa in una audizione al Senato USA, l'anno scorso per cui il prezzo medio di produzione si aggira attorno agli $11 dollari al barile.

Ergo, quando il petrolio arriva sul mercato, a $100 dollari al barile, il differenziale e' di circa il 90%!

Conclusione: quando Corrado Passera, l'ENI, Stefano Saglia, Assomineraria, la Senatrice Simona Vicari, Angelino Alfano, Corrado Clini, la famigerata "Italiadecide", diranno che dobbiamo trivellare perche' questo serve per la bilancia dei pagamenti italiani, la risposta e' che no, ci devono guadagnare le compagnie petrolifere e coloro che speculano sulla differenza fra il prezzo del bene fisico, 10 dollari, e il prezzo gonfiato sui mercati finanziari, 100 dollari!

Non ci guadagna nessuno di noi persone normali, tantomeno le comunita' trivellande e trivellate, ne sono sicura.



Fonti: The New York Times, The Los Angeles Times

Friday, April 22, 2011

Chris Hondros, Nigeria gas flaring e Agip

Queste foto sono tutte gas flaring in Nigeria,
per opera dell'Agip.
Le fiamme sono state accese dall'Agip nel 1972
e mai piu' spente.
Le foto sono di Chris Hondros,
fotografo americano morto in Libia.







Dagogo Joel. Il braccio gliel'ha bruciato la fiamma Agip sul retro. Brucia da 40 anni.



Chris Hondros, 41 anni, e' uno dei due giornalisti uccisi a Misurata, In Libia, assieme al suo collega Tim Hetherington. Lavorava per Getty Images.

Fra le cose che ha fotografato durante la sua carriera, i pozzi Agip in Nigeria, paese devastato dal petrolio, e dai petrolieri made in Italy: l'ENI-Agip, che siamo ciascuno di noi al 30%.

Ecco qui le foto con il gas flaring. Le fiamme che vedete sono dell'Agip. Sono state accese nel 1972 e mai piu' spente.

L'uomo della foto in alto, Dagogo Joel ha il braccio incendiato perche' mentre pescava con suo padre, la fiamma ha sputato fiamme sul suo villaggio in modo incontrollato e lui e' stato colto di sorpresa.

Chissa' perche' nessun fotografo italiano non va a fare reportage su queste cose. 40 anni di fiamme perenni. Che vuoi che gli interessa all'ENI e all'Agip della vita di queste persone. Che schifo.

Grazie, Mr. Hondros.

Ecco le sue impressioni sull'Agip in Nigeria, tradotte dal suo sito:

La Nigeria dovrebbe essere un paese ricchissimo. E' il piu' popoloso paese africano, e il sesto paese produttore di petrolio al mondo. Piu' di 250 miliardi di dollari sono stati tirati fuori dall'acqua e dal mare di nigeria negli scorsi 40 anni. Ma dopo tutti questi anni di governo militare e di corruzione endemica, spinta dai soldi del petrolio, il paese e' ancora sommerso da miliardi e miliardi di dollari di debito e la poverta' e' endemica.

Questo e' particolarmente vero nella zona in cui viene prodotto il 100% del petrolio di Nigeria. La zona del Delta del Niger. Qui ci sono decine di villaggi dediti all'agricoltura tradizionale e minoranze etniche, e la regioone non ha rappresentanze governative anche se contribuisce per l'80% delle entrate della Nigeria grazie al suo petrolio. La gente dei villaggi assiste impotente senza serivizi base mentre le loro risorse naturali finiscono in tasche altrui, e devono pure fare i conti con gli enormi effetti ambientali e sulla loro salute dovuti alle perdite di petrolio e alle torri di gas flaring.

Le enormi emissioni di gas sono un prodotto inevitabile delle trivellazioni petrolifere e ci sono molte opzioni per gestirle. Il gas puo' essere raccolto e usato per energia, o se questo e' impossible, puo' essere reiniettato sottoterra. Il metodo piu' economico, e piu' distruttivo e' quello di bruciarlo, il flaring. Le fiamme non finiscono mai, c'e' gas a sufficienza in anche in un pozzo modesto per bruciare per decenni, giorno e notte.

Il gas flaring e' ovunque in Nigeria, nella regione del Niger Delta. Ma ce ne sono pochi di cosi' drammatici come quelli di Oshie flare, della ditta Italiana Agip.

La fiamma Oshie sorge su un villaggio di 1700 famiglie, contadini e pescatori di Akaralou. Agli abitanti del villaggio furono promessi soldi e lavoro quando, nel 1972 l'Agip eresse la fiamma. Non si avvero' niente, e Akaralou rimase senza pesca, senza agricoltura e con problemi di salute, grazie alla fiamma di quasi 70 metri di altezza.

Le costanti richieste all'Agip e al governo Nigeriano di migliorameni non sono stati mai ascoltati.

La maggior parte della gente non ricorda il tempo "prima" che la fiamma invadesse le loro vite.

Monday, April 4, 2011

Assomineraria e Nomisma, gli avvoltoi




Davide Tabarelli, Nomisma


** Nota comica: Davide Tabarelli e' lo stesso che al misero convegno di Rainone ha espresso la sua gioia quando passa a Falconara e vede la meravigliosa raffineria. Il pubblico ha riso. **


Lo sapevo che avrebbero usato la scusa della Libia per "rilanciare" la questione petrolio in Abruzzo. Dobbiamo abituarci, nel senso che finche' ci sara' petrolio sotto i nostri campi, ci saranno avvoltoi, strumentalizzatori e gente senza scrupoli - in questo caso Confindustria e Assomineraria - che vorranno tirarlo fuori.

La soluzione e' una sola: la lotta per difendere la tua salute e quella dei tuoi figli non deve finire mai. La tua vigilanza non deve finire mai.

Davide Tabarelli, di Nomisma e' uno che fa consulenze per i petrolieri da Bologna.

Dice che la crisi libica avra' effetti sui nostri portafogli e sulle nostre bollette per cui occorre trivellare anche lo schifo piu' schifo che c'e' in Abruzzo.

Ma cosa dice! L'Abruzzo che soppianta il petrolio della Libia? E come mettere a confronto una goccia con il mare! E poi cosa, oggi c'e' la crisi libica e domani estraiamo petrolio in Abruzzo? Ma come gli viene in mente?

Il petrolio abruzzese non avra' effetto alcuno sulle tue bollette.

Abbiamo troppo poco petrolio e fa troppo schifo rispetto a quello che c'e' in Libia.

Ti pare che da quando si estrae petrolio in Basilicata le bollette degli italiani sono piu' basse?

La Basilicata, con il giacimento piu' grande d'Italia e d'Europa e' la regione piu' povera d'Italia.

La piu' povera, gli trivellano fin dentro le budella e i petrolieri e Assomineraria non si fermano mai, vanno avanti come un cancro, senza rispetto per nessuno. Gli interessa solo il fatturato.

Il petrolio non porta niente di buono a te cittadino, ma solo affari alle tasche di Assomineraria, ENI e Confinidustria - e Nomisma.

Il Tabarelli, che fa le consulenze per i petrolieri, dice che e' assurdo non riuscire a produrre idrocarburi in casa nostra, cosi ci tocca importarli da altrove. E poi tira fuori numeri, dicendo che siccome alcuni pozzi non sono piu' produttivi - tutte le fonti non rinnovabili finiscono, pure il petrolio - occorre cercarne altri in giro per l'Italia.

Questo sta fuori. Anzi, andrebbe tutto bene se l'Italia fosse un deserto. Ma purtoppo per lui, non lo e'. Questa era una nazione che voleva fare del turismo il suo petrolio, e invece siamo qui, impantanati a cercare melma nel sottosuolo.

Caro Nomisma, tutto il resto dove lo mettiamo? Lei parla come se l'Abruzzo fosse la sua riserva personale di petrolio. E quando il petrolio finira' in Abruzzo, cosa facciamo? Che fine fanno i nostri campi, il nostro vino, il nostro mare?

Lei dice che "l'ostilita'" delle popolazioni e' sproporizionata.

Ah si? E vorrei vedere lei se le volessero sradicare campi e vita per trivelle di altri. Signor Tabarelli, qui non ce le vuole nessuno il petrolio perhce' non porta niente a noi. Il petrolio porta solo speculazioni economiche ad altri, fra cui, forse anche la sua Nomisma.

Lei NON SA NIENTE DELL'ABRUZZO. Chi e' lei? Da dove viene? Gli abruzzesi siamo noi e le sue idee non sono benvenute qui. Per cui se ne torni da dove e' venuto. Siccome la terra e' nostra, ce lo decidiamo da soli dove vogliamo andare, non ci servono le sue lezioncine da Bologna.

E' facile predicare da lassu' per una terra lontana e non sua. Qui c'e' la nostra vita e non abbiamo alcuna intenzione di diventare come Sarroch, come Viggiano o come Mantova.

Se lo estragga nella sua casa di Bologna il suo petrolio, a noi non ci interessa. L'Abruzzo non e' in svendita. Non siamo il deserto del Kuwait o della Libia.

La resistenza e' per la vita.

Thursday, August 20, 2009

Altre multe. Questa volta vere.


Dalla Repubblica di oggi un articolo che tutti ci aspettavamo: le multe per non avere rispettato i trattati di Kyoto. Ne abbiamo parlato tante volte, con la Prestigiacomo che andava a piangere all'UE che i tempi erano troppo stretti, o che il nostro paese e' un paese manifatturiero, o che c'è la crisi. Tutte scuse.

Abbiamo avuto quasi dieci anni per far qualcosa. Non abbiamo fatto nulla, ora si paga.

E chi paga? Il contribuente italiano. Ben 555 milioni di euro. Siamo circa 55 milioni di persone.
Fate voi il conto quanto costerà alla collettività questo mancato impegno: 10 euro a persona entro la fine del 2009.

DIECI EURO A TESTA.

Nel 2007 l'UE ci ha autorizzati ad emettere circa 200 milioni di tonnellate di CO2. Queste quote sono state ripartite fra vari settori - cementifici e acciaierie. Queste ditte hanno detto che questa quota era troppo bassa, e che, per costruire nuove centrali più moderne e meno inquinanti, era necessario avere tetti di CO2 più alti.

Cosi' il governo nel 2008, sotto la guida del direttore generale del ministero dell'ambiente, Corrrado Clini, diede il via libera ad emettere di più CO2.

Che importa che l'UE non ce lo consentiva. Facciamo un po come ci pare, e ci penseranno gli altri dopo alle conseguenze. Alla cieca.

Ora che arriva il salato conto, il sottosegretario allo sviluppo economico Stefano Saglia dice che e' tutto inevitabile e che e' colpa dello scorso governo (e' la moda nazionale dare la colpa sempre a qualcun altro!) .

Intanto ecco le mie domande:

1) Se acciaierie e cementificatori hanno chiesto di inquinare di più per poter costruire "centrali più efficienti", dove sono queste centrali?

2) I cementifici emettono una miriade di inquinanti e si stima emettano il 5% di tutto il CO2 nel mondo. Per ogni tonnellata di cemento prodotto ci sono oltre 200 chilogrammi di CO2. Come si e' potuto dare via libera ai cementificatori, invece di mettergli un freno? L'Italia e' già abbastanza cementificata, grazie.

Mentre succedeva tutto questo, in Abruzzo il signor Marrollo, cementificatore di mezza Italia, dal suo palco accanto allo Zio Remo Gaspari, era tutto felice di sentire Gianni Chiodi dire che ci servono nuove infrastrutture (di cemento, ovviamente).

3) Con un po di lungimiranza si potevano spendere quei 555 milioni di euro per mille altre cose: esempio? Creare una classe di piccola e media imprenditoria dedita all'energia verde, all'installazione e alla manutenzione di pannelli solari. E' la migliore fonte di energia rinnovabile, distribuita, poco impattante, dove viene tutto dal sole.

Ma si sa, ci piace essere amici dell'ENI, della Libia, e dei petrolieri. Ci piace continuare ad inquinare, a contare le morti per tumori che scoppiano. Un paese alla rovescia.

Intanto sul National Geographic di Settembre un articolo bellissimo sull'energia solare. La mappa sopra indica che in Italia abbiamo creato solo 35 giga-watt-ore di energia grazie al fotovoltaico.

E' tanto? E' poco? In Germania basta solo pensare che son arrivati a 2,220. Settanta volte di piu di noi. E' veramente rimarchevole quello che ha fatto la Germania, più e meglio di tutti, compresi gli USA. C'è solo da prendere esempio.

Loro non ce l'hanno il sole ma il cervello si.

Loro le multe da 555 milioni di euro, dieci euro a testa, non le pagano.