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Tuesday, July 10, 2018

Il Mar Mediterraneo: il piu' inquinato dalla plastica del mondo

Monday, October 10, 2016

La Norvegia a gettare monnezza mineraria in mare: dal monte ai fiordi

 
 
 



“Norway is the worst of the worst environmental offenders. Not only do we stand for half of all mining waste deposits in the sea already, we are planning new ones”

 Silje Lundberg, Friends of the Earth Norway


“This is a fjord full of life – to smother it with toxins is insane"

Arnstein Vestre,  Young Friends of the Earth Norway,



La Norvegia, il paese dove tutto e' green, dove vendono il 29% di automobili elettriche adesso, il paese che vuole mettere al bando il motore a scoppio, dove tutti reciclano e tutto e' sustainable .... si rifiuta di smettere di gettare monnezza mineraria a mare, pianifica di gettarne altra, e si rifiuta pure di firmare i trattati internazionali!

Si proprio cosi.   Una Norvegia un po meno green e un po piu black.

Cosa e' successo?

L'International Union for Conservation of Nature organizza un congresso alle Hawaii per parlare di monnezza a mare, da operazioni minerarie di varia origine.

I paesi invitati erano 53. Quasti tutti hanno accettato la proposta di vietare lo scarico di monnezza mineraria a mare da nuove miniere, e di fare tutto il possibile per fermare lo scarico a mare dalle miniere gia' esistenti.

La Cina ha detto si al divieto. La Russia pure. E cosi anche l'Iran, quelli della Repubblica Ceca, le Filippine. Anzi, queste ultime tre -- Iran, Repubblica Ceca e Filippine -- sono state le nazioni a promuovere questo divieto.

A dire di no dei 53 paesi invitanti solo in due. La Turchia e ... la civilissima Norvegia.

Si la civilissima Norvegia!

La civilissima Norvegia con il suoi quasi 1200 fiordi.

La civilissima Norvegia dove tutto e' perfetto.

Perche' hanno detto di no?

Perche' ad Aprile del 2015 il governo della Norvegia decise di dare il via libera ad una miniera a cielo aperto da una montagna chiamata Engebø, nei pressi del villaggio Vevring.

La cima della montagna scomparira' e restera' una sorta di miniera a cielo aperto.

A trivellare la Nordic Mining che cerca non petrolio ma rutile, un materiale a base di titanio usato come pigmento nella pittura, nella plastica e nella carta. Il deposito di Engebø fu acquistato dalla Nordic Mining nel 2006 e da allora fino ad adesso il prezzo del rutile e' aumentato di quattro volte.

L'area e' considerata fra le piu' ricche in termini di materia prima di questo rutile a livello globale.

E siccome i campi petroliferi sono in declino, perche' sono vecchi ed il prezzo basso del greggio certo non aiuta, ad Oslo hanno pensato di puntare su altro.

Sul rutile!

Il ministro Monica Mæland dice

If Norway wants future workplaces and welfare, we must be competitive. The minerals industry can be a motor for business and jobs in rural areas. The mine could generate up to 500 jobs.

Aggiunge che non c'e' da temere perche' ci saranno controlli "severissimi" e tutto sara' controllato.

Quindi addio montagna Engebø, salve rutile, salve 500 posti di lavoro ma salve anche monnezza!

E' per salvare questo progetto che la Norvegia non firma il trattato firmato invece dagli altri 51 paesi per vietare il rilascio a mare di sostanze di scarto da miniere.

E infatti da Engebø verranno prodotte, secondo il gruppo Save the Fjords, circa 250 milioni di tonnellate di monnezza chimica in 50 anni.

Il piano e' proprio di rigettare questa monnezza nel Forde fjord, vicino a Engebø.

E' questo uno dei fiordi piu' importanti per la deposizione delle uova di salmone e di merluzzi, e perche' l'area e' l'habitat di balene ed altri animali marini.

Mmh.

Se mi dicevano in Cina.... ma in Norvegia???

La gente ovviamente non ci sta e per ora sono riusciti a bloccare i primi tentativi di trivellare la montagna, nonostante le minaccie ricevute dalla Nordic Mining.

Anzi, per 3 settimane a Febbraio 2016, circa 100 persone hanno fisicamente impedito alla Nordic Mining di iniziare i lavori. Per tutta risposta la Nordic Mining dice che portera' in tribunale chi protesta. 

I primi ad essere arrestati, a Febbraio,  erano in 14, fra cui Ingrid Skjoldvær, presidente di Young Friends of the Earth Norway. La gente infuriata, e' allora accorsa in massa per dare supporto agli arrestati e per dimostrare la propria contrarieta'.

Alla fine la protesta e' durata 21 giorni.  La Nordic Mining non e' riuscita nel suo intento, cioe' di iniziare i lavori sulla montagna. Ma sono stati arrestati in 80, e a ciascuno di loro e' stata data una multa di circa 1000 euro.  E' stata la piu' grande azione di disobbedienza civile in Norvegia. 

Tutto bene? No perche' ovviamente la Nordic Mining non molla l'osso cosi facilmente. E nemmeno il rutile. 

Non sappiamo come andra' a finire.  Sappiamo pero' che alla miniera cielo aperto sono contrari quelli della Norwegian Fishermen’s Association perche' temono l'arrivo di metalli pesanti, fra cui cromo, ad inquinare la pesca. Vari biologi marini hanno denunciato la possibilita' che le "particelle piu' fino possono diffondere ampiamente con le correnti marini anche lontano dai fiordi" (questa frase mi e' familiare!)  danneggiando la catena alimentare e l'ecosistema.

Ma il capo della Nordic Mining, Ivar Fossum dice che sara' tuttapposto.

Interessante che non dice che non ci sara' inquinamento ma che dopo 50 anni, i materiali di scarto della montagna copriranno "solo" il 13% dei fondali del fiordo in questione, a 200 metri di profondita'.  Ovviamente garantiscono la totale assenza di materiale radioattivo, di metalli pesanti e di qualsiasi elemento tossico.

Il governo e' dalla sua parte.

E quindi, da un lato i residenti, i biologi, la gente con un minimo di buonsenso, dall'altra il governo centrale, i minatori,  i tuttapposti. 

In mezzo la montagna. 

Ovviamente al congresso dell'International Union for Conservation of Nature alle Hawaii il governo della Norvegia non poteva votare a favore del divieto contro il rigetto di rifiuti minerari a mare, visto che loro stessi hanno in progetti di farlo!

E infatti hanno votato no.

Cos'e' lo IUCN (International Union for Conservation of Nature)? E' un corpo internazionale che ogni 4 decide gli stantard per la conservazione del pianeta, fra cui degli oceani e del mare.

Come ha giustificato la Norvegia il fatto di avere votato contro il divieto, sola assieme alla Turchia?

Beh, Vidar Helgesen, il ministro del clima e dell'ambiente di Norvegia dice che la Norvegia e' 30 anni che getta monnezza a mare, sia localmente che sulla scena internazionale e che le restrizioni sono adesso ancora piu' vigorose che non ci sono problemi.

Dice che e' gettare la monnezza a mare non e' poi cosi male: le discariche a terra non sono migliori di quelle a mare!

“Norway is a very special case because of its topography with lots of fjords surrounded by high mountains. There is no evidence to support that deposits of mining waste on land are generally better than those at sea"

Ipse Dixit.

Come si dice tuttapposto in norvegese? 

Friday, November 13, 2015

L'ISIS e il petrolio








Scritto il 13 Novembre 2015 - ore 11pm, Santa Monica, CA


Mentre scrivo non sappiamo se sia stata l'Isis a causare tutti quei morti a Parigi.

Pero' e' certo una possibilita'. E allora mi torna in mente un articolo di qualche tempo fa del Financial Times (FT) sui legami fra l'Isis e il petrolio. Lo conservai, perche' volevo studiare meglio cosa diceva. E cosi mentre guardavamo alla TV il susseguirsi di immagini, interviste, dolore e tristezza a Parigi, citta' cara a me a miliardi di altre persone, sono tornata a quell'articolo ed altri sullo stesso tema.

Quello che viene fuori e' che questi dell'Isis non sono i selvaggi che pensiamo che siano, sono in realta' perversamente sofisticati, addestrati, organizzati e intelligenti. Meglio, sono selvaggi per la loro inesistente umanita', ma sanno cosa vogliono e dove vogliono arrivare. E il motore di tutto e' il petrolio, perche' mentre Al Qaeda dipendeva da fondi di esaltati donatori, l'Isis e' autosufficiente, e molta di questa autosufficienza e' petrolifera.

Ad oggi, Novembre 2015, l'Isis controlla buona parte del territorio siriano e iracheno, con circa 10 milioni di persone sottomesse. Il modo in cui l'Isis gestisce il suo califfato e' molto decentralizzato, ci sono dei governatori regionali, detti walis, e poi delle leggi centrali dalla cosiddetta shura, una specie di gruppo di consiglieri a livello centrale dell' Isis. I walis hanno una certa autonomia nel decidere i fatti pragmatici, ma tre cose sono gestite dall'alto: il petrolio, le strategie per le attivita' sui social media e le operazioni militari.

E cioe' i soldi, la propaganda e le azioni di guerra se le fanno a livello centrale. Il resto e' meno importante. E no, non ci sono dubbi che il petrolio sia il motore che faccia girare l'Isis. Il petrolio alimenta, se si puo' cosi chiamare, l'economia del mondo civile e militare dell'Isis, per dare elettricita' e benzina, e per dare potere e fondi.

E siccome nei suoi sogni piu malati, l'Isis vorrebbe essere una nazione, cercano di gestire le loro risorse petrolifere come se il petrolio fosse una grande azienda nazionale. Il FT ha intervistato varie persone che l'Isis ha cercato di ingaggiare per gestire le operazioni e parlano di stipendi, di appositi uffici del personale.  Ad un ingegnere ora in Turchia gli venne detto di scegliersi la localita' che piu' gli piaceva e di proporlo lui lo stipendio desiderato. C'e' pure una sorta di gerarchia:  i membri dell'Isis che hanno lavorato in campi petroliferi dell'Arabia Saudita vengono appuntati come "emiri" o "principi" delle infrastrutture petrolifere piu' importanti.

Come vengono ingaggiati? Alcuni tramite Whatsapp.

L'occidente sa che e' necessario fermare il flusso di petrolio dalla Siria, dall'Iraq. Ma e' piu' facile a dirsi che a farsi. L'Isis si e' bene organizzata e tutto funziona come se a gestire le attivita' petrolifere fosse una vera impresa industriale. Secondo varie interviste condotte dalla stampa britannica, l'Isis e' capace di ingaggiare lavoratori esperti, ingegneri e manager. In tutti i territori che occupano agiscono in regime di monopolio.

Producono 40,000 barili di petrolio al giorno. Lo vendono fra venti e quarantacinque dollari al barile e fruttano all'Isis 50 milioni di dollari al mese. 

Questa organizzazione non nasce dal vuoto. E' da quando il loro potere e' aumentato sulla scena medio-orientale, nel 2013, che gli integralisti islamici hanno fatto del petrolio uno dei loro obiettivi principali. Anzi, trivelle e raffinerie sono considerate fondamentali per la sopravvivenza e per finanziare il califfato. I ricavati vengono gestiti dalla polizia segreta dell'Isis, l'Amniyat, che punisce crudelmente chi abusa dei fondi. Fino a poco tempo fa, le operazioni petrolifere dell'Isis erano gestite da Abu Sayyaf, un tunisino. E' stato ucciso nel Maggio 2015. La sua morte ha portato al sequestro di una enormita' di documenti in cui traspare che la produzione e la vendita da ogni pozzo era registrata, e le vendite gestite in modo da ottimizzare i profitti. Cioe' quando si trattava di affari sapevano quel che facevano.

Il petrolio dell'Isis per la maggior parte arriva dalla zona orientale della Siria. L'Isis si installo' in centri nevralgici della zona nel 2013, dopo avere abbandonato la zona occidentale del paese che invece di petrolio non ne aveva. Dai centri petroliferi occupati, l'Isis consolido' il suo potere su tutta la Siria orientale. Il tutto culmino' con la caduta della citta' di Mosul nel 2014 nel nord dell'Iraq.

In quella occasione uno dei capi Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, in un discorso chiese a tutti gli interessati di non solo venire o tornare in Medio Oriente a combattere per l'Isis ma che venissero in Medio Oriente anche ingegneri, dottori e persone altamente specializzate. Fra i vari neo-arrivati un ingegnere egiziano arrivato dalla Svezia per diventare il capo della raffineria Qayyara nel Nord dell'Iraq.

Ma l'Isis non si e' fermata a Mosul. Da qui hanno occupato il nord dell'Iraq e i campi petroliferi della provincia di Kirkuk, detti Ajil e Allas. Alcuni ingegneri che lavoravano li, secondo i residenti, sono stati obbligati a restare. Oltre loro, l'Isis porto'  gente a gestire il reparto vendite ed altri tecnici per estrarre, gestire, raffinare. Durante il periodo di maggior splendore per l'Isis, 150 camion andavano e venivano ogni giorno ciascuno con un carico di petrolio stimato a 10,000 dollari ciascuno. Quei campi sono stati  riconquistati dal governo iracheno, ma nei dieci mesi in cui e' stato occupato dall'Isis, gli estremisti hanno ricavato 450 milioni di dollari.

A chi lo vendono questo petrolio? Non possono esportare sul mercato straniero, ma possono vendere alle persone sottomesse. La citta' di Mosul per esempio ha 2 milioni di persone e tutto il mercato della benzina e del diesel e' nelle mani dell'Isis. In parte viene venduto anche come contrabbando in Turchia.

Il principale pozzo dell'Isis si chiama al-Omar, nella Siria orientale. C'e' qui una fila di sei chilometri per comprare il petrolio ed anzi, l'attesa per i rifornimenti puo' anche durare per settimane. Nel frattempo sono sorte piccole attivita' commerciali che vendono the e falafel a quelli che aspettano.

La cosa piu' triste e' che pure i ribelli anti-Isis compano la benzina dall'Isis. La gente dice di non avere altre alternative. Ospedali, negozi, trattori e pure i macchinari per tirar fuori i feriti dalle macerie dalle bombe dell'Isis sono alimentati dal petrolio e dal diesel dell'Isis.

Che dire.

Finisco di scrivere mentre la TV mostra quelli dello stadio di Parigi che cantano un po' sgangherati la Marsigliese.




















Tuesday, September 11, 2012

Dimmi con chi vai...


...


There's no one who wants this over more than I do. I would like my life back.

Tony Hayward 2010

e si, vallo a dire a quelli che nel golfo del Messico ci vivono...





Tony Hayward e' il responsabile numero uno dello scoppio nel golfo nel Messico. A suo tempo era infatti l'amministratore delegato della BP e fece una gaffe dopo l'altra, affermando, impassibile che era stanco delle polemiche all'indomani dello scoppio nel golfo del Messico e che avrebbe tanto voluto che non fosse mai successo perche' "rivoleva la sua vecchia vita indietro".  E poi il giorno dopo e' volato in Inghilterra a fare un tranquillo giro in barca.

Continuava a ripetere che il suo obiettivo era di soddisfare gli azionisti non di salvare il mondo, che il petrolio disperso era poco in confronto all'acqua del mare (!), che non era pericoloso usare i dispersanti, che avevano a cuore anche i "little people" che era tuttapposto.

Insomma figuraccia dopo figuraccia.

Obama disse "he wouldn't be working for me after any of those statements".

E infatti pochi mesi dopo lo scoppio e' stato licenziato.

Non soddisfatto, Tony passa ad una nuova ditta petrolifera la Genel Energy che ha comprato assieme ad un partner. La Genel e' una ditta basata in Turchia e come molte altre micro-aziende petrolifere, ha come scopo quello di ingrandirsi e di diventare "media", concentrandosi sulle sue concessioni in Iraq  e in Kurdistan.

Anche i due ex capi della Genel,  Mehmet Sepil e Mehmet Emin Karamehmet hanno avuto i loro guai: multa da un milione di sterline per il primo per insider trading e condanna di 11 anni per il secondo, contro cui ha fatto appello, per frode.

E cosi, questo bella Genel con ora a capo Tony Hayward decide di unire risorse, esperienze e personale per trivellare assieme alla... Medoilgas, si, quella che vuole trivellare Ombrina, Scerni e Villa Mazzarosa in Abruzzo!

Per ora parlano di lavorare assieme su alcuni pozzi in Libia, Tunisia e Malta per tre anni, ma l'Italia non e' certo lontana.

A Malta dove la Genel ha acquistato il 75% di varie concessioni della Medoilgas sono un po preoccupati, perche' l'isola non ha dei veri e propri standard ambientali di sicurezza e perche' tutto sta al buon cuore delle ditte trivellanti - in questo caso di Tony Hayward!

"Tony Hayward is not much of an inspiration when it comes to such standards," dice Peter Gatt, un geologo maltese.

Secondo le stime della Genel e di Tony Hayward Malta potrebbe essere ricca di petrolio, tanto quanto la Libia, visto la vicinanza con le coste nord-africane e visto che lui conosce bene la geologia della zona in quanto con la BP fece affari su affari con la Libia.

Ecco a chi corriamo il rischio di regalare le coste d'Abruzzo: a Tony Hayward della BP, responsabile del piu' grande disastro ambientale petrolifero della storia.

Gianni Chiodi, Enrico Di Giuseppantonio, Remo di Martino, Eugenio Caporella, Fabrizio Di Stefano, Giovanni Legnini,  avete qualcosa da dire o vi piace l'idea di avere Tony Hayward a Rocca san Giovanni?