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Saturday, January 7, 2017

Bayelsa, Nigeria: 1000 riversamenti di petrolio l'anno, accuse infinite all'ENI













"AGIP has continued to pollute a canal within its facility in 
Brass despite several representations by the community and state government" 

Attorney-General e Commissioner for Justice
Bayelsa State Government, Nigeria


“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, 
our aquatic life such as fish and animals are dying."

Lettera aperta dei residenti di Bayelsa sull'ennesimo episodio
 di inquinamento AGIP nelle loro comunita'


Filippo Cotalinni, Media Relations Manager at ENI, 
has yet to respond to a request for comments on the incident.



Qualche mese fa il Bayelsa State Government ha rilasciato i dati per l'inquinamento da petrolio nell'anno 2014.

Un totale di 1,000 sversamenti di greggio nel paese in un solo anno.
Zero rimedi.  Zero rimborsi.

Secondo l'Attorney-General e Commissioner for Justice, Kemeasuode Wodu, nessuna delle grandi compagnie ha fatto molto per  migliorare le cose, che la situazione in Bayelsa e' drammatica a causa dei signori del petrolio.

Anche l'ENI/AGIP e' chiamata in causa.

Nel 2015 scoppio' l'oleodotto dell'AGIP presso Clough Creek, Azuzuama.

Morirono in 14 fra cui un membro dello staff del Ministero dell'Ambiente di Bayelsa.

La nostra beneamata, secondo Wodu, evacuo' i corpi dei feriti e dei morti in fretta in furia a Port Harcourt nel vicino Rivers State, per cercare di insabbiare le indagini. Non hanno mai cooperato con le autorita' per far si che ci fosse una investigazione appropriata sull'incidente.

E poi ancora Wodu ricordo' l'enorme sversamento da un'impianto a mare dell'AGIP on localita' Brass il 27 Novembre 2010, che causo' enormi danni all'ecosistema.

Neanche qui gli elegante eredi di Enrico Mattei fecero niente. Niente fecero loro, niente fecero gli enti nigeriani. Anzi, l'AGIP continua a inquinare i canali marini, nonostante le proteste della comunita' e delllo stato di Bayelsa.

Passa neanche un mese, e il 2 Novembre 2016 i residenti di Ekole Creek sempre dello stato di Bayelsa riportano un "massive oil leak" dell'AGIP di Nigeria.

Distrutta la pesca, distrutti i campi.

Secondo i residenti, il petrolio ha coperto uno strato di circa 5 centimetri sulla superficie dell'acqua dei loro fiumi. Il copione e' sempre lo stesso, pesci morti, spaventati, ed impossibile da catturare sani o da mangiare. Acqua contaminata che non si puo' piu' usare ne per bere, ne par farsi il bagno.

In una lettera aperta, i residenti scrivono

“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, our aquatic life such as fish and animals are dying."

Il rappresentante ENI,  Filippo Cotalinni, il loro Media Relations Manager non ha risposto alle richieste di speigazioni o di commenti da parte della stampa di Nigeria.


Siamo nella regione dell'Ogbia dove la Shell rilascia petorlio da un oleodotto nel piu' importante fiume della zona, l'Ekoli. Sono morti in due. Perche' e' successo questo? Secondo Sodaguwa Festus-Omoni, rappresentante dell'area, a causa della scarsa manutenzione di oloeodtto vecchi e corrosi.

Era vecchio di 40 anni. Avrebbe dovuto essere rimpiazzato dopo venti. 
Cioe' venti anni fa. 

Sono dieci anni che accadono queste cose, a Ogbia come a Bayelsa, da parte della Shell come da parte dell'ENI e nessuno fa niente. 

Sodaguwa Festus-Omoni dice chiaramente che e' la politica di queste multinazionali di sperare che il silenzio conservi lo status quo. Cioe' qui non si preoccupano nemmeno di dichiarare il tuttapposto, non dicono proprio niente:

“I think it is a practice of these oil majors to cover up. They take it for granted that the people are so ignorant that it will not go anywhere."

Ovviamente fa sempre comodo parlare invece di vandali e di attacchi da parte dei ribelli.

Ma secondo Sodaguwa Festus-Omoni tutto questo disastro di cui non parla nessuno ne in Nigeria ne tantomeno in Europa o negli USA, e' solamente a causa della negligenza da parte della Shell.

Con la scusa del vandalismo, i vecchi oleodotti non vengono controllati, riparati o sostituiti, e .. voila',
petrolio dappertutto. E silenzio.

Anche qui la storia e' la stessa, di fiume essenzialemente distrutto, pesca e usi potabili non piu' possibili, gente con eczemi a causa degli idrocarburi dispersi nel mare.

La Shell dice di ora stare facendo delle indagini.

E infine, il 2017 si apre con la stessa Royal Dutch Shell che ha dovuto chiudere l'oleodotto nigeriano Trans Niger oil pipeline a causa di un incendio in localita' Kpor, in Ogoniland.

Passano qui circa 180,000 barili di petorlio al giorno, greggio che arriva fino al Bonny Export Terminal nel Niger Delta.

La produzione di petrolio dalla Nigeria continua a crollare a causa dei ribelli e di attacchi alle infrastrutture che si sono asusseguiti nel 2016. Ad Agosto 2016 il minimo storico delle estrazioni con circa 1.39 milioni di barili al mese, il valore piu' basso dal 1988.

La Shell non ha avuto alcun commento.

Tutto questo accade lontano.

Ma quel petrolio lo usiamo noi.

L'ENI e' al 30% di proprieta' statale.

Siamo noi.





Thursday, June 9, 2016





Quattro italiani sono stati rapiti nei pressi di Mellitah, porto petrolifero di Libia e nei pressi di uno stabilimento dell'ENI.  I quattro lavoravano per la Bonatti, con sede a Parma che offre servizi di ingegneria, edilizia e sicurezza alle ditte petrolifere. Fra i suoi progetti, uno a Mellitah per conto di GreenStream, un oleodotto di 520 chilometri dalla Libia all'Italia.

L'ENI e' l'unico colosso mondiale ad operare ancora in Libia. Come mai? Come fanno ad essere operativi mentre la Total di Francia, la Repsol di Spagna e la Marathon Oil degli USA hanno dovuto sospendere le attivita' a causa della mancanza di sicurezza?

La domanda ha interessato anche il Wall Street Journal che qualche tempo fa fece una inchiesta sul tema e sulle operazioni dei petrolieri italiani al tempo dell' ISIS in Libia, dopo la triste fine del colonnello Gheddafi.

Ci sono lotte in corso fra i gruppi islamici detto "Libya Dawn" che controllano anche Tripoli e le forze ufficiali con sede a Baida, che non scalfiscono le operazioni dell'ENI. Piu a nord e proprio vicino ad un campo di addrestramento dei jihadisti c'e' un oleodotto che fornisce il 10% del gas italiano per conto dell'ENI che viene protetto da un gruppo armato detto Western Shield, anche questo parte di Libya Dawn. Nel deserto del Sahara invece c'e' un gruppo nomade, detto "Tubus" che sono stati assunti dall'ENI per fornire sicurezza.  Per la sicurezza del campo dell'ENI Wafa invece, nel sud della Libia, sono stati assunti dei giovani dalla citta' di Zintan, sempre alleati di Libya Dawn.
 
Un portavoce dell'ENI rispondendo alle domande del Wall Street Journal ha detto di non avere nessun tipo di accordo con le milizie armate della Libia, ma nessun dirigente si e' reso disponibile per una intervista.  Il portavoce dice che hanno evacutato tutto lo staff in Libia, e che adesso le operazioni sono gestite da Mellitah Oil and Gas, una joint venture al cinquanta per cento fra l'ENI e la National Oil Company di Libia. Parte delle misure di sicurezza sono state prese proprio dalla Bonatti che lavora in parallelo a questa Mellitah. 

L'Eni ha sempre lavorato in paesi a rischio, era una strategia ben collaudata da parte di Enrico Mattei dall'inizio, ed in parte questa sua sfrontataggine ha contribuito a rendere la ditta fra le piu' potenti al mondo, oltre che una specie di burattinaio dietro le quinte della politica estera italiana. 

E cosi per esempio, in Libia, l'ENI produce 240,000 barili al giorno, pou' di ogni altro paese; anzi in questo momento l'ENI produce un terzo del gas della Libia. Prima della morte di Gheddafi era del 20%.

Ovviamente dato tutta la melassa politica ed economica, e' ben probabilie che i nostri eroi siano capaci di negoziare con Gheddafi, milizie e chicchesi in modo da tirare fuori il petrolio indisturbati. Aiuta anche il fatto che molte attivita' sono offshore e dunque non toccate troppo da guerriglia e guerra civile.

Mellitah e' a circa 10 chilometri da un campo dove un gruppi di terroristi islamici coordina le proprie operazioni in Nord Africa.

Saturday, March 1, 2014

La Sicilia, il petrolio e Crocetta




Allo stato attuale non è credibile alcun piano 
di recupero ambientale


Chi entra a Gela non può fare a meno di notare le enormi ciminiere fumanti che, quando il vento soffia verso occidente, ammorbano l'aria rendendola irrespirabile.


Gela, prima che arrivasse l'industria, era una graziosa cittadina che stava lentamente
sviluppando il settore turistico come centro balneare ed archeologico.


Oggi il tasso di tumori e malformazioni tra gli abitanti di Gela
è molto più elevato rispetto a quello dei comuni vicini e della media nazionale.

Le emissioni superano spesso i limiti massimi di legge.


Dalla pagina Wikipedia sull'ambiente di Gela.



Era l'estate del 2007. Una sera in cui ero a casa dei miei genitori, a Lanciano, da sola, felice di questa estate spensierata prima di iniziare il mio tanto desiderato nuovo lavoro a Los Angeles. Guardo distrattamente la TV, fa caldo, cambio i canali senza pensare. Fuori ci sono le cicale.

E poi arrivo su Rai Tre. Presa diretta. Riccardo Iacona. Gela.

Raggelo io. Inquinamento, illegalita', prepotenza, rassegnazione, assenza di controlli e di volonta'. E' sconvolgente. Non riesco a capacitarmi di tanta sofferenza, di tanta cattiveria da parte dei signori del petrolio. Fa male vedere le storie di bambini innocenti avvelentati prima ancora di nascere.
Mi chiedo perche' non ne se ne parli di piu', sento rabbia e voglia di aggiustare le cose.

Ma la Sicilia e' lontana e io non sono nessuno.

E poi passano tre, quattro mesi ed arriva il Centro Oli di Ortona nella mia vita. Ripenso a Gela e non posso accettare che questo stesso destino capiti alla mia terra. Indago sulla Basilicata: mutatis mutandis la canzone e' la stessa. Noi siamo ancora in tempo. E in qualche modo parto.

E' per questo che sento sempre di avere una sorta di debito verso le localita' trivellate in silenzio in Italia prima che la lotta al petrolio diventasse di moda. Gela e Viggiano hanno solo avuto la sfortuna di essere state petrolizzate prima che l'opinione pubblica si svegliasse.

Tanti anni fa tante cose non si sapevano e chissa, forse Enrico Mattei pensava davvero di portare sviluppo e benessere con i buchi. Ma adesso le cose sono diverse e non possiamo piu' fare finta di niente.

E' per questo che certe cose continuano a sconvolgermi.

Rosario Crocetta e' l'attuale governatore della Sicilia ed e' stato sindaco di Gela per diversi anni, oltre che impiegato ENI per un periodo della sua vita. Non puo' non conoscere il dolore che il petrolio ha regalato a quella citta'.

Nel Dicembre 2013 la sua giunta approva la legge di stabilita'. Si parla di "scelte rivoluzionarie", di solidarieta', di uguaglianza, di risanamento dei conti pubblici e di aiuti alle fasce piu' deboli.

Tra gli articoli della norma compare un piccolo-grande regalo per i petrolieri: la diminuizione delle royalties da versare alla regione Sicilia da parte dei petrolieri dal 20 al 13%. Notare che le royalties erano state fissate al 20% solo l'anno scorso quando si passo' dal 10 al 20% su proposta del Movimento Cinque Stelle.

E infatti quest'anno sono stati quasi solo i grillini ad opporsi all'abbassamento delle royalties.

Perche' Crocetta ha fatto tutto questo?

Con tutti i problemi che hanno i siciliani, il governatore e la giunta di Sicilia dovevano farlo proprio ai petrolieri questo sconto? O che i petrolieri sono anche loro fasce deboli della popolazione?

Secondo i dati ISTAT relativi al 2012 e pubblicati nel Luglio 2013, la Sicilia e' la regione piu' povera d'Italia, con l'incidenza di poverta' al 29.6%.

Quasi una famiglia su tre.

Perche' dopo i veleni di Gela, e Priolo e Augusta e Melilli e Siracusa e i mari di Ragusa, adesso anche lo sconto royalties? Perche' non usare quei soldi, tanti o pochi che siano, per bonifiche, per risarcimenti, per migliorare, anche di un poco soltanto, la qualita' di vita di queste comunita'?

La storia ha pero' una sorta di lieto fine: a fine Gennaio 2014, il Prefetto Carmelo Aronica, Commissario dello Stato per la Regione Sicilia, che in applicazione dello Statuto speciale esercita il controllo di legittimità dei disegni di legge approvati dall’assemblea regionale di Sicilia, ha bocciato la riduzione delle royalties perche'

“il legislatore dispone che l’aliquota di prodotto dovuta dal titolare di concessione di coltivazione di giacimenti di idrocarburi liquidi e gassosi e di gas diversi dagli idrocarburi sia ridotta dal 20% al 13%, ma non si preoccupa di quantificare le evidenti minori entrate e la conseguente copertura dell'onere derivante".

Si torna cosi alle storie di tutti i giorni.

Ieri e' scoppiata la raffineria Isab Sud a Priolo.

Qui Siracusa al petrolio













Saturday, February 1, 2014

"Nuova e proficua collaborazione scientifica" fra ENI e enti di protezione ambiente di Basilicata

Dedicato a Raffaele Vita, direttore dell'Arpab di Lucania 


 Raffaele Vita e un qualche ENI-man alla firma dell'accordo fra
Arpab e Fondazione Eni Enrico Mattei.

La pecora che firma la sua morte davanti al lupo.

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La stoltezza di questi personaggi non ha mai fine.

L'ENI infatti annuncia, tutta contenta e gingillante che  "al termine di un incontro tra un team di esperti dell'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente e la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), ha preso il via una collaborazione scientifica tra i due enti volta alla realizzazione di studi, ricerche e approfondimenti su tematiche ambientali di rilevante interesse per le comunità lucane." 

L'ARPAB e' la Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente, pagata da noi tutti.

L'ARPAB e la FEEM creeranno brochure, opuscoli, pubblicazioni e faranno "divulgazione alla popolazione, ai privati, agli addetti ai lavori ed al mondo scientifico-istituzionale".

Eh?

Si e' proprio cosi, il controllore e il controllato che diventano amici e che producono "brochure, opuscoli e pubblicazione" assieme.

Roba da matti.

Ma chi credono di prendere in giro?

Ma sono veramente piccoli se pensano che questa propaganda stupida e ridicola avra' successo, perche' non gli credera' nessuno.

Basta solo aprire gli occhi e vedere il risultato dell'operato ENI in Lucania e lo schifo dell'Arpab che in questi anni, che io sappia, non e' riuscita a fare una denuncia di inquinamento che sia una, che abbia mai detto che le cose non vanno bene, che abbia fatto controlli adeguati, che abbia detto "no guardate il pozzo dietro l'ospedale non va bene, il Petrusillo s'ha da bonficare, l'ENI s'ha da multare per tutte le "anomalie di funzionamento" di questi anni".

Mai.

O che magari abbia detto all'ENI: suvvia, come puoi dire che un pozzo con oleodotto associato in zona sismica, fra campi e case e parchi avra' conseguenze "lievi/trascurabili/nulli"?

E quindi, forse e' un bene che stiano assieme, cosi' e' chiaro che dei dati e delle parole Arpab non c'e' ne facciamo niente, perche' sono solo pagliacciate di cui non fidarsi.

La domanda che pero' mi inquieta e' la seguente:

L'Arpab e' pagata dai cittadini, e in teoria dovrebbe essere per il cittadino. 

Non e' un conflitto di interessi mettersi con l'ENI?

Perche' dovremmo pagare un ente pubblico che va a prendere il te con i petrolieri? I petrolieri non ce li hanno gia' i loro "esperti"?

E poi, dove sono gli "opuscoli, pubblicazioni e divulgazione" dell'Arpab senza l'ENI da 15 anni a questa parte?

Perche' non hanno mai parlato ai lucani di idrogeno solforato, fanghi, acidificazione, monnezza, inquinamento delle falde acquifere?

Perche' sono dovuta venire io a farlo?

E ora che arriva l'ENI cosa potranno mai dire che non sia tutto petali profumati di primavera?

Come faranno a proteggere l'ambiente se devono scrivere "opuscoli, pubblicazioni e divulgazione"
con chi l'ambiente lo deturpa?

Raffaele Vita, ma lei non si vergogna neanche un po?

Misteri d'Italia, dove tradire cosi impunemente la fiducia del cittadino viene fatto alla luce del sole, con la faccia fresca e senza un minimo di coscienza.








Friday, January 10, 2014

Carlo Rossella, Federico Rampini e l'ENI





Notare Federico Rampini e Carlo Rossella e Joaquin Navarro Valls
 nella Editorial Committee di OIL - rivista ENI

Federico Rampini e' il corrispondente USA per Repubblica.

Carlo Rossella e' presidente di Medusa Film Spa.
E' stato direttore del Tg5, di Panorama, de La Stampa e del Tg1.


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Il primo emendamento alla costituzione USA, meno di 50 parole, una delle cose piu' sacre in questa nazione:

CONGRESS SHALL MAKE NO LAW RESPECTING AN ESTABLISHMENT OF RELIGION, OR PROHIBITING THE FREE EXERCIZE THEREOF; OR ABRIDGING THE FREEDOM OF SPEECH, OR OF THE PRESS; OR THE RIGHT OF THE PEOPLE PEACEABLY TO ASSEMBLE, AND TO PETITION THE GOVERNMENT FOR A REDRESS OF GRIEVANCES.

December 15, 1791

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Se c'e' una cosa che odio e' il fatto che quando scrivo per il Fatto Quotidiano devo sempre star li a pesare le parole e i pensieri - questo si puo' dire? e se si, come lo devo dire? e le parole sono giuste? e c'e' qualcuno che possa offendersi?

A tanti italiani questo pare normale, e c'e' quasi paura di esporsi troppo, specie su temi "difficili" perche' le querele sono facili e vere. A me invece non pare normale per niente, perche' vivo da questo altro lato del pianeta, e mi e' sempre sembrato normale invece che la stampa fosse una cosa per conto suo, al disopra delle parti, da rispettare.  E con la stampa, i blog, e la liberta' di parola e di pensiero di ciascuno, in qualsiasi forma essi vengano manifestati.

E' per questo che adoro il New York Times: e' giornalismo per eccellenza e chi ci scrive in genere non ha conflitti di interesse, o se li ha li dichiara apertamente sull'articolo. E' per questo che dicono tante cose scomode e che in genere i problemi te li dicono prima che tu sappia che esistano.

Non mai sentito negli USA di una condanna di giornalisti per diffamazione. Mai. Anche quando hanno fatto errori madornali.

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Conosco invece poco Federico Rampini, l'ho sentito una sera da Santoro che parlava del modo americano di concepire la liberta' di stampa e mi pareva cosi chiaro e cosi vero quello che diceva che mi sono tirata giu' le sue parole per parlarne prima o poi.

E invece... invece scopro che ha collaborato almeno fino al dicembre 2012 con OIL.

La rivista dell'ENI.

Fa parte della "Editorial Commitee".

Non so che dire e cosa pensare.

La rivista OIL pubblica articoli che parlano di come fare meglio l'esplorazione petrolifera, si parla delle Tar Sands del Canada come di un "Canadian Treasure" dimenticando tutta la distruzione ambientale dell'Alberta. Sulla rivista OIL ci scrive Davide Tabarelli, quello di Nomisma che fa consulenze per i petrolieri e che non perde occasione per ricordare a tutti che trivellare e' cosa buona e giusta. Su OIL si parla di Africa come il prossimo continente da spremere in tutto e per tutto. Su OIL ci scrive il CEO della Total, e quello dell'ENI, che certo mai criticheranno la trivellazione del pianeta.

Perche' Federico Rampini ha accettato di lavorare per una rivista ENI?

Io se fossi un giornalista "patentato" non vorrei il mio nome associato con loro, e con nessuna altra multinazionale a dire il vero, proprio per non perdere la mia indipendenza.

E magari Rampini avra' un ruolo marginale in questa cosa, non lo so. Ma il fatto resta che su un giornalista, secondo me almeno, non debba neanche esserci l'ombra di dubbio che ci sia qualcuno dietro di lui e a cui lui non possa pestare i piedi.

E se mi si dice "che vuoi che sia" o che si puo' mantenere la propria indipendenza anche lavorando per OIL, vorrei sapere quando OIL pubblichera' un articolo sulla devastazione ambientale della Basilicata, o quando OIL invitera' la sottoscritta a scrivere qualcosa sui miei sette anni di lotte contro il mostro petrolifero e sul miracolo d'Abruzzo, dove a dispetto di tutti, non e' stato ancora avviato nessuno dei progetti petroliferi proposti? Vorrei sapere quando OIL parlera' dei 40,000 abruzzesi
scesi in campo contro Ombrina o dei Vescovi d'Abruzzo che hanno detto il loro no alle trivelle in regione? Vorrei sapere quando OIL svelera' dove e come l'ENI ha fatto o vuole fare fracking in Italia? Vorrei sapere quando parleranno di subisdenza indotta in Italia? Vorrei sapere quando parleranno di Gela, Porto Torres, Priolo, Porto Marghera, Falconara e Pieve Vergonte.

Forse di fronte a tutti problemi dell'Italia questo della stampa di cui non ti puoi fidare puo' apparire un problema piccolo. Io credo invece che una sia proprio una stampa forte, e libera, e indipendente e che tu cittadino sai che e' dalla tua parte, a far si che un paese resti sano e che non precipiti in quella melassa scomposta che e' oggi l'Italia.

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Ecco qui le parole di Federico Rampini - verbatim da Santoro.
Restano vere, e restano belle.


"Gli Stati Uniti hanno un'altissima concezione del ruolo della stampa.

La stampa in senso lato, include ormai ovviamente internet, i blog.

La stampa si sta evolvendo e abbraccia nuove forme di comunicazione.

Pero' in nessuna democrazia al mondo c'e' una legge cosi sacrosanta come il primo emendamento della costituzione americana che da' un valore davvero assoluto alla liberta' di informazione, alla liberta' di stampa, alla liberta' di espressione, alla liberta' di critica del potere politico.

La stampa americana ha sempre interpretato questo suo ruolo con coerenza, con coraggio, con spirito di indipendenza, con grande professionalita'.

C'e' un presidente degli Stati Uniti e' caduto, Richard Nixon,  perche' lo scandalo del Watergate e' stato svelato dalla stampa.

E in America tra l'altro per esempio, arriva a tale punto la concezione della liberta' di informazione che e' praticamente impossibile perseguire per diffamazione un giornalista americano, perche' il primo emendamento viene al disopra di ogni altra cosa. 

Quando un politico americano, comincia ad attaccare la stampa questo viene interpretato come un segno di debolezza, come un segno di insicurezza, non sapere difendere i propri argomenti, e quindi generalmente un politico che se la prende con la stampa e' un politico in declino.

Questo accade.

Una democrazia sana si fonda su un sistema di contropoteri, di controllori, che non sono democrativamente eletti, perche' i giornalisti sono un altra cosa, lo chiamano il quinto potere e non c'e', non fanno parte delle istituzioni. Possono dire delle grandi castronerie, delle gran fesserie, ma per amore della democrazia bisogna accettare anche quello."

Federico Rampini

Thursday, January 9, 2014

Disney, il fracking e la protesta





"The sole intent of the collaboration between Radio Disney and the nonprofit Rocking in Ohio educational initiative was to foster kids' interest in science and technology. Having been inadvertently drawn into a debate that has no connection with this goal, Radio Disney has decided to withdraw from the few remaining installments of the program"


Radio Disney che annulla tutte le attivita' di propaganda da parte dei petrolieri per promuovere il fracking. Sono arrivate 75,000 firme da parte di residenti e genitori.

Negli scorsi mesi Radio Disney ha visitato 26 localita' dell'Ohio per promuovere le virtu' del petrolio e del gas in Ohio.




In Ohio i fraccanti hanno grandi aspirazioni. Il governatore John Kasich -- un repubblicano -- pensa che il fracking sara' la rinascita economica del suo stato e cosi' vorrebbe estendere la pratica ai terreni statali, inclusi i parchi e i campus universitari.

I cimiteri, quelli invece li trivellano gia' in Ohio.

Ovviamente non mancano siti di trattamento e di stoccaggio di acqua di risulta, contaminata e tossica, come non mancano casi di inquinamento delle falde acquifere secondo i dati riportati dall'Associated Press proprio qualche giorno fa. Non potevano neanche mancare una serie di terremoti, nella pressi della citta' di Youngstown, dovuti proprio alle attivita' di fracking e di reiniezione di materiale di scarto nel sottosuolo. 

Ma al govenatore questo non importa, come non importano le proteste che si moltiplicano in tutti gli stati USA, incluso l'Ohio con persone che non vogliono piu' sentirne di acqua inquinata e di aria malsana.

E cosi' arriva l'idea geniale: "Rocking in Ohio", sponsorizzato dalle ditte del fracking per "sensibilizzare" ed "istruire" i ragazzi delle scuole elementari sulla bonta' delle trivelle. Il programma e' partito da Cleveland e fa parte dell' "Ohio and Gas Energy Education Program" con il benestare del sistema scolastico dell'Ohio.

Nel programma si mostra ai ragazzi come funzionano gli le trivellazioni e gli oleodotti. Ai ragazzi viene chiesto di costruire un oleodotto con le cannuccie e di farci passare delle palline. Chi arriva piu' lontano vince. A coreografare il tutto le musiche, i balli e i personaggi della Disney.

L'idea dei fraccanti era di partire dall'Ohio e di allargare il tour ad altri stati USA se ci fosse stato successo.

Non e' la prima volta che questa "informazione" di parte viene propagandata dai petrolieri, e che i trivellanti cercano di fare breccia sulle menti dei piu' giovani sperando che questo si trasformi in una sorta di accettazione delle trivelle a vita.

Ma e' la prima volta che di mezzo c'e' Walt Disney, ditta cosi nota e cosi amata dai ragazzi.

E' stato un boomerang.

Appena Al Jazeera ha denunciato il tutto, la Walt Disney, gli uffici governativi dell'Ohio, e le scuole interessate sono state inondate di messaggi da parte di cittadini, mamme e persone scandalizzate dall'indottrinamento degli alunni.

In poche ore sono state raccolte 75,000 firme di protesta contro la propaganda petrolifera.

Il risultato? Il 9 Gennaio 2014 Radio Disney si e' dissociata dalle dimostrazioni pro-fracking, ed ha annullato tutti i concerti rimanenti.

E in Italia?

In Italia non c'e' bisogno di scomodare Radio Disney.

L'ENI controlla il 100% dell'Agenzia Giornalistica Italiana, una delle piu' grandi agenzie di stampa del paese. Ha o ha avuto, direttamente o attraverso la Fondazione Eni Enrico Mattei o la sua patinata rivista OIL, partnership con Jovanotti, con i giornalisti Lucia Annunziata, Federico Rampini e Carlo Rossella, con Rocco Papaleo, con Joaquin Navarro Valls a suo tempo direttore dell'Ufficio Stampa del Vaticano, con le case editrici Feltrinelli e Rizzoli, con docenti della Bocconi, e della Scuola di Giornalismo dell'Universita' Cattolica di Milano e diversi altri rami del nostro vivere civile.


C'e' qualcuno che si scandalizza che la nostra informazione passa per una ditta petrolifera?

Thursday, May 16, 2013

Lo scoppio di Cortemaggiore - 67 giorni di fiamme



"Sorry, mister Mattei. Fatto il possibile. 
Questa volta non si può, penso che lei ha un nuovo Vesuvio"


Ecco qui un altro pozzo esploso in Italia - anzi due - di cui non si sa niente - Cortemaggiore,  1950.

Il primo scoppio nell' Ottobre del 1950, presso il pozzo 18, causo' un incendio che duro' 24 ore, mentre il secondo scoppio, del pozzo 21, nel Dicembre 2010 fu domato solo dopo 67 giorni di fiamme.

Sessantasette giorni.  
Cortemaggiore, pozzo 18 - Ottobre 1950

 Cortemaggiore, pozzo 21 - Dicembre 1950

L'incendio duro' dal 1 Dicembre 1950 al 6 Febbraio 1951

Per il pozzo 18, il primo dei due, si stima che circa 15 milioni di metri cubi di idrocarburi vennero persi e dovette intervenire Miron Kinley, il domatore americano dei fuochi che sarebbe poi venuto a spegnere anche il fuoco di Ragusa, nel 1955.

L'altro scoppio, quello del dicembre 1950, fu molto piu' grave - un vulcano di fiamme, 100 metri di altezza, fiamme che divamparono per oltre DUE MESI, un cratere di 100 metri di diametro alla fine, oltre 60 milioni di metri cubi fra petrolio e gas, e neanche Kinley che riesce a spegnerlo!

Il "24 Ore" (che successivamente si uni' a "Il Sole" per dare vita al Sole 24 Ore) commenta cosi:

"Hanno affrontato l’incidente con prontezza e con competenza: hanno infatti inviato un cablogramma a Mr. Kinley in Oklahoma, specialista in spegnimenti di pozzi, e Mr. Kinley è già al lavoro.

Si obietterà: sono incidenti che occorrono a tutti: lo prova il fatto che gli USA hanno un Mr. Kinley specialista in spegnimenti. Ma gli americani telegrafano a Mr. Kinley una volta ogni mille pozzi, mentre quelli dell’Agip dovrebbero costruire una villa nella zona e tenervi ben curato e ben nutrito lo specialista dell’Oklahoma dal momento che su quaranta pozzi ne sono già saltati quattro."

L'istituto Luce mostra le immagini che si possono vedere da questi link:

Esploso un pozzo di petrolio a Cortemaggiore. 13/10/1950 - 00502.

Almanacco del mondo. Esplosione a Cortemaggiore. 07/12/1950 - 00525

Cercando in internet, fra le poche cose che sono riuscita a trovare e' stato questo, il ricordo avvincente del cronista dell'epoca e queste foto dalla pagina Facebook di Salvatore Ciccorelli. Ce ne sono molte altre a questo link.

Ovviamente, se uno va su Wikipedia non trova neanche un rigo di questa storia.

E se uno va sui siti del Ministero?

Ecco qui:

Cortemaggiore 018 - esito sconosciuto 

Cortemaggiore 021 - esito sconosciuto

Esito sconosciuto. Si vede che 67 giorni di fiamme e un cratere di 100 metri di diametro non gli sono bastati.












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Piacenza Economica  - Marzo 2009

Il 3 ottobre del 1950 si verificava, a Cortemaggiore, un primo incidente con l’eruzione del pozzo n. 18, situato ad un tiro di schioppo dalla borgata, in un campo vicino alla cascina «Passera».

Il pozzo stava per essere attrezzato per la produzione quando, alle ore 13,45 - forse per colpa di una valvola che si era guastata - con un gran rombo, dal tubo di circa 12 centimetri di diametro, sgorgava violento ed altissimo un getto di gas e di fango.

Un operaio di Cortemaggiore, il sig. Oreste Filiberti di 38 anni, veniva proiettato ai piedi della scaletta del basamento sul quale era stata innalzata la torre di perforazione alta sessanta metri ma,
fortunatamente, riportava solo lievi lesioni.

Per un testimone inesperto come chi scrive - che si era recato subito sul posto - lo spettacolo era allucinante. Il gas, misto a gasolina e a sabbia, usciva ad una pressione di circa 150 atmosfere con un sibilo assordante, provocando una nube grigia. Tutto intorno si respirava gasolina e coloro che si avvicinavano erano costretti a bendarsi il capo (per evitare bruciaturesulla pelle ed irritazioni agli occhi) e ad infilarsi nelle orecchie cilindretti digarza imbevuti di vaselina bianca filante americana (per poter sopportareil terribile sibilo).

Dagli Stati Uniti venne chiamato mister Miron Kenley, il più noto ed abile «fire fighter», domatore d’eruzioni. Lo ricordo come un uomo aitante, sulla cinquantina, rosso di carnagione e con una gamba artificiale che sostituiva l’arto perduto in un incidente vicino ad un pozzo di petrolio.

Ma anche il pompiere dei pozzi - intorno al quale noi giornalisti esercitammo inevitabilmente la retorica dell’epoca - ebbe il suo daffare prima di riuscire a collocare sul tubo esterno del pozzo un manicotto d’acciaio con doppia serie di valvole.

Alle ore 15 del 27 ottobre, dopo 24 giorni, l’eruzione veniva domata e, come d’incanto, sulla pianura tormentata da quel sibilo colossale, tornava il silenzio.

Forse si erano perduti 15 milioni di metri cubi di idrocarburi.

Ma i guai non finivano lì. Il Natale del 1950 fu illuminato, nella zona di Cortemaggiore, non dalla leggendaria stella cometa, ma da una fiamma, una specie di enorme torcia, alta una cinquantina di metri, che scaturiva dal suolo e che era visibile a decine di chilometri di distanza.

Alle ore 3 del 1° dicembre 1950 si era infatti incendiato il pozzo n. 21 di Bersano di Besenzone, nel giacimento metanifero di Cortemaggiore.

Gli operai addetti al pozzo avevano sentito alcuni violenti sussulti ed avevano fatto appena in tempo a mettersi in salvo prima che si verificasse una terribile esplosione ed iniziasse la fuoruscita del gas. Pochi minuti dopo avveniva un altro scoppio, di minore intensità, e la colonna di gas s’incendiava.
Probabilmente un pezzo dell’asta metallica, scagliata contro il traliccio della torre di perforazione, aveva provocato una scintilla e quindi l’incendio.

Per il calore - qualcuno parlava addirittura di 1300 gradi - l’incastellatura d’acciaio del pozzo veniva letteralmente fusa. Già a 150 metri di distanza la temperatura era insopportabile. L’esplosione aveva mandato in frantumi i vetri delle case della zona ed anche quelli di alcune finestre più lontane,
persino nella zona di San Giorgio. Quella enorme colonna di fuoco che  s’innalzava verso il cielo forniva un colpo d’occhio memorabile.

E chi scrive - per ragioni di vicinanza certamente il primo giornalista ad arrivare sul posto - riuscì a scattare, utilizzando un filtro giallo, delle foto che rimasero storiche, nelle quali la grande lingua gialla di fuoco si stagliava contro l’azzurro cielo invernale. Più tardi, infatti, il cielo sarebbe diventato
nuvoloso e sarebbe caduta anche la neve.

Subito dopo l’incendio si bloccava il traffico sulla via Emilia perché chi passava voleva fermarsi per godere di quell’inconsueto spettacolo. Nei giorni successivi, a Cremona, fu necessario chiudere l’accesso al Torrazzo perché la gente vi si affollava per vedere dall’alto l’eruzione di quel piccolo vulcano alimentato quotidianamente da circa un milione di metri cubi di idrocarburi liquidi e gassosi.

Mister Kinley, lo specialista dei pozzi in fiamme, - che stava navigando verso gli Stati Uniti - veniva richiamato d’urgenza e, in aereo, veniva riportato in Italia.

Ce la metteva tutta, giovandosi di attrezzature speciali fatte arrivare in gran fretta dall’America, ma stavolta la fiamma era più grande e più forte di lui. Dopo una decina di giorni il pompiere dei
pozzi petroliferi dava  forfait e ripartiva alla volta di altri pozzi da spegnere in altre parti del mondo, accomiatandosi con un laconico telegramma:

”Sorry, mister Mattei. Fatto il possibile. Questa volta non si può, penso che lei ha un nuovo Vesuvio”. Insomma “ciao e state bene”.

La fiamma che si alzava, sempre altissima, dal pozzo n. 21 Bersano di Besenzone, era ormai diventata oggetto delle più velenose ironie da parte dei nemici - e non erano pochi - di Enrico Mattei. Sembrava quasi che quel fuoco fosse destinato a distruggere tutte le speranze dell’Agip.

Intorno al luogo dell’eruzione si era formato un cratere del diametro di più di trenta metri, destinato
gradualmente ad allargarsi finché, alla fine, sarebbe arrivato ad 80-100 metri.

Si era in dicembre e, come ho detto, faceva piuttosto freddo. Ma il calore sviluppato dalla colonna di fuoco era tale che, nei campi circostanti, il trifoglio nacque come se fosse primavera e addirittura il frumento incominciò a svilupparsi fino a mettere la spiga.

La fiamma scaturiva naturalmente dalla profondità del cratere tanto è vero che incominciò a bollire l’acqua dei pozzi vicini che poi finirono per prosciugarsi.

In questa situazione estremamente difficile sia sotto il profilo tecnico che sotto quello politico, trionfò ancora una volta – e, gente!, non è retorica il ribadirlo - il cosidetto “genio italico”. Quei tecnici dell’AGIP vilipesi da una parte della stampa e dagli avversari di Mattei, accusati di inefficienza e di incapacità, ebbero una“pensata”, apparentemente pazzesca, ma che si rivelò vincente.

Decisero di costruire un pozzo inclinato, ad un centinaio di metri da quello in fiamme, per
raggiungerlo in profondità e tagliare quindi l’afflusso del combustibile. Un’impresa ardua ma che, grazie alla testardaggine ed alla capacità di quei pionieri, venne portata a termine felicemente sia pure tra mille difficoltà.

Alle ore 7,10 del 6 febbraio 1951, 67 giorni dopo l’incendio, la fiamma della grande torcia si abbassava, tremava, si spegneva. Il pozzo n. 21 era domato.

Sul fondo del cratere, profondo una quindicina di metri rispetto al livello dei campi, si formava un laghetto d’acqua. Tra gas e gasolina erano bruciati, in più di due mesi, circa 67 milioni di metri cubi di idrocarburi.

Monday, February 11, 2013

Paolo Scaroni, Lucia Nardi, Angelo Pollutri e Luciano Lapenna: un po di vergogna?


Ironia della sorte vuole che in questi giorni in cui parla tanto di Paolo Scaroni indagato, a Vasto e a Cupello ci si preparava anche per parlare di Enrico Mattei con Lucia Nardi, dirigente ENI responsabile delle "iniziative culturali" dell'ENI. 

Leggi: propaganda. 

Il tutto si e' svolto Venerdi' 8 febbraio 2013.

Sono proprio curiosa di sapere cosa abbia detto Ms. Nardi del CEO Paolo Scaroni, accusato di avere pagato 200 milioni di euro in tangenti per aggiudicarsi appalti in Algeria fra il 2007 e il 2009. 

Come tutti sappiamo ormai, gli hanno perquisito casa e ufficio. Il capo della Saipem, Pietro Franco Tali si era dimesso in dicembre, all'inizio delle indagini, chissa' se per vergogna o per coscienza sporca. 

Pare che Scaroni abbia consegnato direttamente il denaro a Chakib Khelil, l'allora ministro dell'energia dell'Algeria.



Chissa se chi ha organizzato l'evento si sia un po vergognato - il Rotary, tutta la Vasto bene. 


Chissa'.

Intanto ecco la notizia delle presunte tangenti e della presunta corruzione di Scaroni in giro per il mondo. 

Basta solo mettere "Paolo Scaroni bribes" ed esce di tutto.

Eni's CEO Paolo Scaroni investigated over Algeria bribes - Kazakistan

Italian oil giant caught up in corruption investigation - New York Times 1

Eni scrambles to Contain Damage from Inquiry - New York Times 2

Italian ENI chief investigated over Algeria bribes - Al Arab online

CEO of Italy's ENI probed in Saipem case - judicial sources - Reuters 1

ENI CEO under investigation in Saipem contracts probe - Reuters 2

Prosecturors probe ENI CEO contact with Algeria bribe fixer - Reuters 3

ENI CEO faces Italian probe - The Wall Street Journal

Italian Energy chief investigated over Algeria bribes - StarAfrica 

ENI in draft probe over Algeria contracts - Financial Times

ENI stands by chief Scaroni as Algerian Corruption Probe widens - Bloomberg news

ENI boss probed over Algerian bribes - Sydnery Morning Herald, Australia

ENI target of Algerian corruption probe - United Press International.

Evviva Paolo Scaroni.

 


Thursday, December 6, 2012

Congresso geologi: La malafede

"Questo convegno lo sappiamo a che serve, e' a servizio di chi lo vuole il petrolio"
Voce di popolo, voce di verita'.

E cosi, eccole le immagini del congresso dei geologi di Basilicata.



Si apre con il sindaco di Potenza, Vito Santarserio "ambientalista" che per troppo che e' ambientalista se la prende con i cittadini e poi va a sedersi dentro alla "conferenza scientifica" con quegli altri "ambientalisti" signori del petrolio.

Tutti "ambientalisti" a questo convegno!

E poi lo stesso sindaco, dentro il palazzo, scambia battute con il dottor Gianpaolo Farina, il protagonista del video. Affianco, e con il riporto, Salvatore Lambiase, il dirigente regionale della commissione VIA di Basilicata.

Santarsiero parla di appuntamenti privati, di tranquilizzare il clima,  di "aggressioni" e cerca di diffondere tutto, come se niente fosse - una specie di "e' cos'e niente" di De Filippo. Un altro giocoliere del tuttapposto.

Dice che non e' vero che le piattaforme nello Ionio arriveranno fra 60 giorni.

Si e' vero, forse c'e' un po di confusione, probabilmente ci si riferisce al fatto che 60 giorni sono i termini per mandare le osservazioni di contrarieta'. Ed e' vero che tutto l'iter necessita di un anno, o due.

Ma il punto non e' questo: il punto e' che manca totalmente il sale della democrazia qui: la trasparenza, l'informazione, il comunicare al cittadino, lo spiegargli le cose.

Quello che Santarsiero non capisce e' che lui e' pagato per fare i nostri interessi, e invece che andare ad un congresso blindato fatto dai petrolieri, per i petrolieri e con i petrolieri, avrebbe dovuto lui organizzare un convegno aperto alla sua gente per spiegare iter procedurali per queste concessioni della Shell nello Ionio, e cosa fare per trasformare tutta questa rabbia popolare in azioni costruttive CONTRO le trivelle.

Perche' il tale dirigente della Commissione VIA, Lambiase, non ha ricordato che entro 60 giorni si possono mandare testi di contrarieta' a Roma?  E qual'e' la posizione di Santarsiero a proposito? Scommetto con un sacco di gente da Potenza va al mare a Policoro e sulla costa ionica. Lui si opporra'?

Mandera' il suo bel testo di contrarieta' a Roma?

Per ora e' andato al convegno dei geologi.

Notare che Lambiase e' uno dei rinviati a giudizio sull'inceneritore la Fenice, dove anche li ci sono falde acquifere inquinate da metalli pesanti.

Parte 2: Compare Raffaele Nardone, Presidente dell'Ordine dei geologi di Basilicata che ricorda che e' una conferenza di geologi, e che mica a quelle dei medici lui ci va?

Beh, la differenza e' che questi geologi se la dicono e se la cantano su un tema - l'ambiente - che ci rigaurda tutti, e che e' un diritto di tutti i residenti sapere cosa si sta facendo sotto i loro piedi e nel loro mare. Anche se si tratta di "geologi ambientalisti".

E poi ricorda che si paga 100 euro per stare li dentro e che se si vive male in Basilicata non e' per colpa delle trivelle, ma e' perche' cosi e'.

Anche lui - dice - "non tiene soldi".

E poi cigliegina sulla torta nega che ci siano mai stati danni - e che non ci sono esempi.  Tutto confermato da Nunzio Oriolo, geologo che addirituttra vive "sopra il pozzo" e che "scoppia di salute" Nessun danno. Falde e perforazioni non si mescolano secondo lui.
Non ci sono drammi.  Ci sono "sorgenti naturali di petrolio". Tuttapposto.

E ovviamente un medico non puo capire e "occorre fidarsi!"

E quando gli ricordano che nell'acqua del Pertusillo ci sono veleni, dice "andate dalla procura della Repubblica, io sono un geologo e non posso saperlo".

Ma caro Nardone, qui non ci vogliono medici, e non ci vogliono geologi.

Ci vuole solo il buon senso. Arrivano le trivelle, dopo un po ci sono carpe morte e livelli di bario e petrolio nel lago e nell'acquedotto.

2+2 = 4.

Infine compare Raffaele Vita, quello dell'Arpab che dice di fare 36000 controlli all'anno.

Addirittura! Cento al giorno, comprese le domeniche e i sabati.

Ma .. e come mai se uno va al centro monitoraggio a Villa D'Agri non hanno un dato che sia uno? E come mai dai siti web i dati ci sono un giorno si e due no? E come mai questi dati non sono diffusi?

E guarda caso, il dato dell'inquinamento nel Pertusillo non lo conosce.

Quello li gli era sfuggito ai suoi 36000 controlli!

Il medico persiste, che occorre parlarne, risolvere, capire.

Ed ecco qui la voce della verita:

"Qui sono circolate delle cose che non andavano circolate"

E si, occorre fidarsi, i geologi sono gli amici dell'ambiente. Loro in Basilicata, non "hanno contratto diretto", ma danno un "servizio" alle ditte petrolifere perche "noi dobbiamo lavorare in qualche modo" e quindi occorre fare formazione e fare della Fondazione Mattei una scuola di riferimento nazionale per la geologia del petrolio.

Boh.

Ma il medico Farina continua ad insistere con il numeri.

E con il bario.

Secondo le leggi, nell'acqua potabile il limite massimo di bario e' 0.

Nell'acquedotto che e' collegato al Pertusillo siamo a 49 microgrammi/litro di bario.

Quella e' l'acqua che ci beviamo noi.

Tutto composto, il "geologo ambientalista" risponde che non si puo' stabilire causa rapporto-effetto, che occorre "speciazione" e che chissa' magari c'e' qualcuno che sciacqua kerosene nel pertusillo!

Ovviamente, oltre l'idea che qualcuno e' andato a sversare kerosene nel lago, non ce ne sono altre.

Ma, e' l'idea piu' logica perche' non viene considerata? E cioe' che li vicino ci sono pozzi di petrolio
che usano bario?

Perche' ostinarsi a dire che 2+2 = 7?

Occorre continuare a rompere le scatole.

Quanti geologi del petrolio ci sono in Italia? 500? 1000? 5000? Bene, sono pochi. Siamo di piu' noi, e se tutti noi continuiamo a fare la nostra parte, convegno per convegno, concessione per concessione, alla fine si vince, e lo sanno pure loro.

E' per questo che era tutto blindato.

Notare la sala splendente, con gli stucchi, gli affreschi e l'acqua imbottigliata per tutti i relatori.
Non gli danno mica l'acqua del Pertusillo con dentro gli idrocarburi, i metalli pesanti e il bario.

Quella la lasciamo alle carpe e ai cittadini.