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Monday, January 12, 2015

La Shell paga 85 milioni di USD all'Ogoniland - il danno e' di un miliardo di dollari.














Oil pollution in the Niger Delta is one of the biggest corporate scandals of our time.
 Shell needs to provide proper compensation, clear up the mess and make the pipelines safer, rather than fighting a slick PR campaign to dodge all responsibility

Audrey Gaughran, Amnesty International


It's everywhere. The wind blows the oil on our vegetable crops, 
our food tastes of oil, our children are sick and we get skin rashes. 
Life here has stopped

 Barilido, un pescatore che non pesca piu'. 



Tutto bene, quel che finisce bene. Sembrerebbe cosi per la citta’ di Bodo e per la comunita’ Ogoni nel Delta del Niger. La Shell ha infatti finalmente accettato di compensare i circa quindicimila contadini e pescatori che riceveranno circa 2 mila sterline ciascuno per l’inquinamento delle acque e dei terreni da sversamenti da oleodotti Shell nel 2008 e nel 2009.

Siamo nella terra di Ken Saro Wiwa, il poeta e l’attivista antipetrolifero ucciso nel 1995. L’Ogoniland si estende per circa 400 chilometri di costa, ricca di mangrovie e di corsi d’acqua. E’ anche una delle zone piu povere della Nigeria. Il salario minimo dei pescatori e’ qui di circa 60 sterline l’anno e due mila in un colpo solo sono una manna dal cielo. La Shell versera’ 55 milioni di sterline in totale, di cui 35 andranno a singoli individui e 20 milioni alla comunita’. Il denaro sara’ certo utile nell’immediato ai residenti della zona, che vivono in condizioni di poverta’ estrema, ma non e’ che una goccia nel mare se si guarda la devastazione ambientale che la Shell ha causato nel corso di decenni ad una comunita’ che vive di pesca, di acqua.

E non la si deve vedere come un gesto di magnanimita’ della Shell: solo dopo cinque, sei anni di accuse e di azioni legali, speronate dall’avvocato inglese Martyn Day, si e’ giunti a questo epilogo. Inizialmente la Shell ha cercato di dare la colpa degli sversamenti ai sabotaggi, pur sapendo, come da recenti documenti pubblicati da Amnesty International, che i loro tubi erano corrosi e che mancavano di manutenzione. Hanno anche sottostimato il quantitativo di petrolio sversato – 4,000 barili, mentre secondo Amnesty International erano almeno 240,000. Volevano cavarsela in silenzio e con sole quattro mila sterline – in totale! Alla fine la Shell ha accettato di pagare 55 milioni solo perche’ non voleva andare a processo in un tribunale londinese che li avrebbe sicuramente messi sotto i riflettori e che avrebbe esposto al mondo intero i loro misfatti.

Nelle comunita’ Ogoni la terra puzza ancora di petrolio, l’acqua non si puo’ bere e i granchi sono oliosi, ma il caso Bado e’ un piccolo inizio. Era la prima volta che la Shell ha quanto meno avuto il timore di essere giudicata in un tribunale londinese – e con gli standard londinesi – invece che in un tribunale nigeriano. L’avvocato Martyn Day dice che Bodo aprira’ la porta, che ci sono altri casi simili pronti per essere indagati e che lui continuera’ la sua opera. Io spero che la pressione internazionale continui, che chi combina disastri senta questo episodio e gli altri a venire come deterrent, e che tutte le altre comunita’ alle prese con l’inquinamento petrolifero pluridecennale – in Nigeria, in Peru’, in Ecuador, e anche nella nostra Basilicata – possano avere il loro onesto “day in court”.

Secondo l’ONU per ripulire tutto l’Ogoniland ci vogliono almeno 1 miliardo di dollari.












Sunday, January 11, 2015

Danimarca: vento da record nel 2014


Un altro record danese: nel 2014 la produzione di energia elettica e' stata per il 39% dal vento, e' un record mondiale, e fa si che i danesi siano ben piazzati per l'obiettivo del 50% dell'energia dal vento entro il 2020.

La Danimarca ha una forte tradizione di energia eolica, avendo installato le sue prime turbine negli anni settanta dopo la crisi araba del 1973, alla ricerca di "sicurezza energetica".

Non c'e' solo la Danimarca. Anche il Regno Unito e la Germania hanno avuto risultati straordinari per il 2014 con l'eolico: nel Regno Unito il 25% delle case ha avuto elettricita' dal vento, rispetto al 10% di un anno prima.

Nel 2014 in Danimarca hanno installato cento nuove turbine offshore, e i risultati sono arrivati.
“We have set a one-of-a-kind world record,” secondo il ministro danese del clima e dell'energia, Rasmus Helveg Petersen. “And it shows that we can reach our ultimate goal, namely to stop global warming.”
 
Notare che in Danimarca il ministro dell'energia e del clima e' la stessa persona. La Danimarca ha promesso di ridurre le sue emissioni di gas serra del 40% entro il 2020, usando vento e biomasse. Secondo gli enti governativi del paese,  il 70% dell'energia elettrica potrebbe arrivare dalle rinnovabili entro il 2020 - nel 2000 era solo del 16%.

Ci sono un po di polemiche sul fatto che troppo vento portera' ad una sovrapproduzione di energia e a prezzi troppo bassi: finora la Danimarca vende l'energia eolica ai paesi confinanti quando ce n'e' in eccesso.

Ma la cosa buona e' che la Danimarca e' diventata anche leader mondiale della produzione delle turbine eoliche: nove su dieci a livello mondiale sono made in Denmark.

Saturday, January 10, 2015

Il piu' grande impianto eolico dell'Africa - Marocco



Tarfaya Wind Energy Project Morocco



Tarfaya wind energy project, Morocco


La ditta GDF Suez e la sua partner Nareva Holding hanno appena annunciato la messa in opera del piu' grande impianto eolico dell'Africa:  301 MegaWatt a Tarfaya nella parte meridionale del Marocco, e nei pressi del deserto del Sahara.

Il progetto eolico si estende su una area di quasi 10,000 ettari e ci sono qui 131 turbine di capacita' di circa 2.3 MegaWatt l'una. Portera' l'elettricita' a 1.5 milioni di case che prima non ce l'avevano, ed emettera' zero CO2. Se fosse stato un impianto petrolifero sarebbero state emesse 900,000 tonnellate di CO2. Ci sono volute 700 persone per costruirlo e di queste, 50 avranno un lavoro a tempo indeterminato adesso che l'impianto e' funzionale.

L'impianto di Tarfaya e' il piu' grande dell'Africa, ed e' maggiore del progetto etiope Ashegoda project, di capacita' 120 MegaWatt.

L'idea del Marocco e' di aumentare la produzione di energia solare ed eolica per diminuire le proprie importazioni dall'estero - il loro scopo e' arrivare al 42% di rinnovabili nel 2020. Il Marocco non ha riserve petrolifere ed assieme al solare, usare il vento e' il loro obiettivo.

Ed infatti non lontano da Tarfaya si sta costruendo un impianto solare da 160 MegaWatt, ad Ouarzazate, citta' del deserto. Altri impianti eolici esistono gia' nel paese, a Akhfennir con 100 MegaWatt da 60 turbine e a Foum el Oued, di 50 MegaWatt. Altre sono in via di costruzione.





Friday, January 9, 2015

Toxic tour - Aamjiwnaang, Sarnia, Canada: sessanta tre impianti petroliferi






Vanessa e Lindsay Gray



Non c'e' solo la Cancer Alley di Louisiana, c'e' anche la Chemical Valley di Sarnia, Ontario, Canada, dove sorgono la bellezza di 63 impianti petrolichimici. E cosi' due sorelle della citta' della comunita' Aamjiwnaang hanno deciso di organizzare il "toxic tour" della zona dove sorgono impianti della Suncor Energy, Shell Canada e Imperial Oil, tutti a pochi passi dalle abitazioni di Aamjiwnaang.
 
"Ospitiamo passeggiate attraverso la Chemical Valley cosicche' le persone possano sperimentare in prima persona quello che succede all'avamposta dell'industria petrolifera" dice Vanessa Gray, una delle due sorelle, 22 anni e studentessa di studi ambientali e comunita' indigene"
"Lasciateci mostrare la nostra realtà è come e'"

Il 40 per cento dei residenti di Aamjiwnaang usa inalatori per asma o altri problemi respiratori, ci sono molti aborti spontanei specie di sesso maschile: per ogni maschio che nasce ci sono due femmine.   Lindsay Gray, 19 anni, e' la sorella di Vanessa che aggiunge "Muoiono in tanti, familiari e membri della comunità di malattie che prima non c'erano. Per noi è quasi normale vivere vicino a compagnie petrolifere multinazionali ma per molte persone e'  un grande shock vedere quanto siano questi attacchi alla nostra salute e alla nostra terra."

Durante il toxic tour, spesso i partecipanti hanno difficoltà a respirare: si sente odore di plastica e gomma brucuata, di zolfo bruciore. Le sorelle sono state piu' volte evacuate dalle loro case più volte a causa di perdite dagli impianti. Le puzze sono cosi' forti che l'apparato olfattivo di varie persone e' diventato insensibile. Non se ne accorgono piu' . 


Ma come e' successo tutto questo? 

Quando durante la seconda guerra mondiale c'era bisogno di gomma, si decise che qui a Sarnia ci sarebbe stato lo sviluppo di gomma sintetica. Dalle lande dell'Alberta giunse cosi' il petrolio a Sarnia. In seguito arrivarono Shell Canada, Imperial Oil, and Suncor Energy (Sunoco) a costruire raffinerie.
Altri impianti vennero costruiti da NOVA Chemicals, Bayer,  Cabot Corporation e dalla Ethyl Corporation. Si usarono i depositi di sale posti nel sottosuolo che vennero trasformati come cloro.

Nel 1971, il governo del Canada decise che Sarnia era cosi importante per l'economia del paese che stampo' la figura di una raffineria di Sarnia sul retro della banconota da 10 dollari del paese.

E poi... Poi venne fuori che c'e' inquinamento di acqua e di aria, che la concentrazione di particelle fini 2.5 e' di 30 microgrammi per metro cubo e che il parco cittadino, chiamato Centennial Park costruito nel 1967 per onorare i cento anni del Canada, e' cosi' pieno di piombo e di arsenico che e' stato chiuso al pubblico nel 2013.

Sia Vanessa che Lindsay che il loro fratello piu' piccolo soffrono di asma e dicono di essere sempre stati consapevoli che l'acqua che bevevano non e' sicura. Da piccoli credevano che fosse tutto normale. Poi sono diventati grandi e hanno capito che quello che era normale, non lo era affatto.

"Abbiamo così tante domande senza risposta: cosa c'e' in questa acqua, e chi e' responsabile di tutto questo?"


Hanno solo venti anni e invece di pensare alle cose a cui pensano i ventenni si preoccupano di monnezza versata da altri nei loro corpi.

Thursday, January 8, 2015

Divorzio da petrolieri



Questa e' una notizia light che pero' fa sorridere e pensare.

La signora Sue Ann Arnall e' la ex moglie del CEO della Continental Energy, Harold Hamm. E' una ditta di petrolio.  I due hanno divorziato e lei ha ricevuto un assegno da $975 millioni di dollari, come ordinato dalla corte per la separazione.

Si quasi un miliardo di dollari, visto che ne aveva gia' ricevuti 25 milioni nel 2012.

La signora Arnall, 58 anni, pero' ha rifiutato questo assegno perche' secondo lei la decisione non e' adeguata e sta facendo appello: 975 milioni di dollari sono troppo pochi per ricompensarla del ruolo che lei ha avuto nel costruire la fortuna petrolifera dell'ex marito.

Il quale ex-marito, 69 anni, dice che non puo' pagare piu' di questo perche' il crollo dei prezzi del petrolio hanno reso le sue azioni nella Continental Energy (di cui detiene il 68%) molto meno redditizie di quanto si pensasse.

La domanda e': ma quanto redditizio e' , crollo o non crollo, fare il petroliere - e la moglie del petroliere?

Ci pensera adesso la corte suprema dell'Oklahoma a decidere. 

Epiologo:

Mr. Harold Hamm ha vinto e il caso della signora Sue Ann Arnall e' stato archiviato.
$974.8 milioni sono sufficenti.

Ad Hamm sono rimasti $18 miliardi di dollari.

Evviva le trivelle. 








Tuesday, January 6, 2015

Paolo Maddalena, lo sblocca Italia e Pantelleria









Paolo Maddalena, classe 1936, e' un magistrato, giurista e giudice costituzionale, specializzato, fra le altre cose, in diritto romano, diritto amministrativo e costituzionale e diritto ambientale. 

La sua ricca biografia su Wikipedia ricorda che e' entrato nella magistratura della Corte dei Conti nel 1971 e che ha svolto numerose istruttorie su temi ambientali, facendo parte del settore Ecologia e Territorio presso la Corte Suprema di Cassazione, e Capo ufficio legislativo presso il Ministero dell'Ambiente. Fra le principali modifiche alla responsabilità amministrativa, la risarcibilità del danno pubblico ambientale.

Nel 2002 Paolo Maddalena e' diventato Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana come Giudice costituzionale e per iniziativa del Presidente della Repubblica.
Ad oggi e' adesso vice-presidente emerito della Corte Costituzionale.

E' dunque, la sua, una voce del tutto autorevole in materia legislativa e ambientale. Questo e' il suo messaggio sullo Sblocca Italia, parole giunte in occasione del convegno informativo sulle trivelle nel mari blu di Pantelleria, a cui ero presente, il giorno 3 Gennaio 2015:

"Si deve sapere che lo Sblocca Italia, che antepone l'interesse delle imprese ai reali bisogni del Popolo italiano, è una legge per più versi incostituzionale.

Per quanto riguarda le trivellazioni petrolifere, è da sottolineare che si tratta della violazione di un bene "primario ed assoluto" (sentenza della Corte costituzionale n.151 del 1986, confermata da molte altre sentenze successive) e cioé l'ambiente marino, e quindi della violazione degli articoli 9 e 117, comma 2, lett. s), della Costituzione, i quali impongono la tutela del paesaggio, dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali e naturali.

Le cosiddette "deroghe" non hanno valore in questo campo, poiché si tratta di diritti inviolabili di tutti i cittadini, considerati come singoli e come parti della collettività (art. 2 Cost.).

E' indispensabile che singoli o Associazioni o Comitati da tempo radicati sul territorio impugnino davanti al Giudice amministrativo i provvedimenti amministrativi che autorizzano dette trivellazioni, chiedendo di rimettere gli atti alla Corte costituzionale per un giudizio incidentale di legittimità costituzionale.

Non c'è tempo da perdere. Questo Sblocca Italia è una vera tragedia

Paolo Maddalena"

Io spero che tutte le comunita' interessate alle trivelle sparse per l'Italia, che combattono o che hanno combattuto, possano seguire questi consigli. Matteo Renzi, dalle bianche piste di Courmayeur e dall'alto dei suoi lussuosi voli di stato a nostre spese non puo' arrogare il diritto di calpestare i nostri beni "primari ed assoluti", i nostri diritti "inviolabili" e la nostra sacrosanta democrazia.



Thursday, January 1, 2015

L'ENI in Artico: incendio a Nikaitchuq, raso al suolo








Il campo ENI in fiamme in Alaska 




L'impianto ENI poi incendiatosi e distrutto





Questo e' solo un piccolo blog, e a volte vorrei sorvolare le cose che leggo perche' e' nauseante parlare solo di cose brutte. Vorrei parlare di Rachmaninov a Napoli, vorrei parlare di Boyhood, girato su un periodo di dodici anni, vorrei parlare di Les Mills Body Pump. E invece mi pare di essere il bollettino dei disastri petroliferi - pure oggi.

Ma com'e' possibile che la stampa italiana non parli di questo incendio, di questo progetto dell'ENI, di cui siamo azionisti al 30% tutti noi?

E' successo tutto la notte di Sabato 27 Dicembre, a North Slope, Alaska presso il Nikaitchuq Operations Camp. E' scoppiato un incendio, il personale del campo petrolifero ENI e' stato evacuato. Per fortuna nessuno si e' fatto male, e secondo le autorita' non ci sono stati neanche danni all'ambiente, nonostante i forti venti.

Nel campo vivevano 80 persone, ed e' stato tutto raso al suolo dall'incendio.

Non e' chiaro perche' siano sopraggiunte le fiamme, ma solo che questo campo serve da supporto per le trivelle ENI nel campo Nikaitchuq nel Beaufort Sea dove ci sono circa 200 milioni di barili di petrolio e dove l'ENI opera dal 2011.

E' il primo campo petrolifero dell'ENI in Artico.

Cosa ci facevano qui? Beh, inizialmente era solo un campo onshore, poi hanno deciso di trivellare lateralmente per arrivare ai giacimenti offshore. Estraggono qui circa 25mila barili al giorno.

E quindi, quando diranno che per loro e' tutto sicuro e perfetto - beh, neanche no.

Qui tutto quello che stavano facendo a Nikaitchuq.