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Monday, October 19, 2009

I Moratti non si arrendono


Ieri finalmente il giudice di Cagliari ha dato ragione a Massimiliano Mazzotta, il regista di OIL, un documentario che mostra in che modo l'elegante famiglia Moratti tratta la cittadina di Sarroch e i suoi abitanti. In due parole: da schifo. A Sarroch non le manca niente: inquinamento, malattie, incidenti, pesci avvelenati, morti da idrogeno solforato e lacrime di coccodrillo dei signori Moratti.

I Moratti - pardon, i loro legali, che loro non si abbassano mica - avevano chiesto che Mazzotta restituisse i filmati che aveva fatto dentro la raffineria Saras. I filmati erano stati fatti con tanto di permesso della ditta stessa. I signori Moratti volevano anche il sequestro della pellicola.

Come se fossimo nell'Unione Sovietica dei tempi passati.

L'idea di base dei Moratti e' che il cattivissimo Mazzotta aveva "manipolato le dichiarazioni ottenute per piegarle al servizio e al conforto di una tesi denigratoria preordinata".

Ma se la Saras sputa veleni, le sole manipolazioni possibili sarebbero quelle che portano alle tesi che vorrebbe la Saras: di raffineria spargi profumi e fiori delicati, no? Mazzotta ha solo raccontato quello che ha visto.

Infatti il giudice ha detto che il regista ha tutti i diritti di continuare a proiettare il suo film in giro per l'Italia. Mr. Moratti e company non solo non potranno piu' fermarlo, ma dovranno anche pagargli le spese giudiziarie, di circa 3,000 euro.

Ma i Moratti non sono ancora felici di avere gia' distrutto la zona attorno a Sarroch e ci rirpovano, questa volta facendo innocenti ricerche nei mari sardi per appurarne il contenuto di petrolio e di gas. I nostri eroi del giorno, come l'ENI, decidono di fare un po' quel che gli pare, e ora propongono di trivellare vicino ad aree protette nei pressi di Oristano.

Come in Abruzzo si scelgono nomi poetici, in Sardegna la zona si chiama Eleonora mare, copre 625 chilometri quadrati e comprende quasi tutto il golfo di Oristano. La sua distanza dalla costa varia dai 5 ai 15 chilometri ed e' a ridosso dell'area protetta Sinis-Mal di Ventre.

Qualcuno gli ha spiegato che gia' adesso le navi che escono dalla Saras ogni tanto riversano porcherie a mare? Qualcuno gli ha spiegato che la famosa piattaforma australiana Montara e' ancora li che sputa schifezze da due mesi e nessuno sa come fermarla? Qualcuno gli ha speigato che i fondali marini veranno ricoperti di sostanze tossiche?

Mmh. Non credo che alla Saras gli interessi. Meglio pensare all'Inter e al campionato di serie A.
Elsa2, Eleonora mare. La storia si ripete.

Intanto mentre distruggiamo l'Italia, in Germania il sole riesce a regalare 2,200 gigawattore di elettricita' l'anno. In Italia solo 35. Andiamo avanti cosi, ciechi ma felici verso il baratro.


Fonti: Unione Sarda, La nuova Sardegna

Saturday, October 17, 2009

CSUN e la foresta tropicale


California State University at Northridge e' la mia universita'. Northridge e' una zona di Los Angeles, a nord di Santa Monica, dove vivo.

Mercoledi' 21 ottobre ci sara' il cosidetto "Sustainability day", con vari seminari sul cambiamento del clima, su cosa si puo' fare per fermarlo, e con altre considerazioni ambientali, dal piccolo al grande. Alla fine della giornata andremo a raccogliere le arance e a visitare l'orto (non botanico, ma proprio l'orto con i pomodori e il sedano) dell'universita'.

Anche io sono invitata a parlare agli studenti sulla questione petrolio in Abruzzo. Qui c'e' pure l'articolo sul giornale dell'universita' . Ricordo ancora le parole di Remo Di Martino a suo tempo che piu' o meno suonavano cosi': se lei non la smette verro' a dire a suoi studenti che lei e' antidemocratica! Invece, guarda qua...

Ovviamente gli americani sono fra i piu' spreconi di energia e di acqua e del pianeta, e abbiamo ancora molta strada da fare, in ogni senso. Pero' la cosa interessante secondo me, e che si avverte fortissima la necessita' di cambiare, e di iniziare almeno a risparmiare, ad usare energia da fonti pulite e tutti si sentono coinvolti. Spesso, come del resto vuole la mentalita' corrente americana, sono gli individui o piccoli gruppi a fare la differenza. Da soli e senza che glielo obblighi nessuno.

A suo tempo, George Bush non volle ratificare i trattati di Kyoto che Clinton si era impegnato a fare alla fine della sua legislatura. Le citta' di Los Angeles e Seattle decisero allora di farlo da sole. Kyoto prevedeva che occorresse abbassare le proprie emissioni di anidride carbonica del 7% entro il 2012, rispetto a quelle del 1990.

Qual'e' il risultato? Che Seattle ha raggiunto e superato gli obiettivi di Kyoto nel 2005, abbassando le proprie emissioni di anidride carbonica dell'8%, e Los Angeles nel 2008, entrambe con svariati anni di anticipo. Mille altre iniziative si sono aggiunte a questa, New York ha deciso di piantare un milione di alberi in dieci anni (finora ne hanno piantati 250,000) e Boston ha aumentato del 300% il suo armamentario di energia solare. Molte citta' si sono dotate di un piano energetico per il futuro improntato sulle energia rinnovabili.

Una decina di giorni fa si sono riuniti mille sindaci, qui a Los Angeles, per affermare l'impegno di fare anche loro lo stesso e di arrivare, volontariamente, a raggiungere gli obiettivi di Kyoto entro il 2012. Il governo centrale ha stanziato per queste citta' circa 2.7 miliardi di dollari, circa 1500 milioni di euro, per aiutarli.

Nel suo piccolo, la nostra universita' ha un gruppo dedicato di Physical Plant Management, cioe' di persone che si occupano della distribuzione di energia e di efficienza sul campus e che si sono messi in testa, da soli, di abbassare le emissioni di anidride carbonica. Il capo si chiama Tom Brown ed e' un portento di energia e di idee. Negli anni ha portato avanti piccoli e grandi cambiamenti.

Il 30% della nostra elettricita' arriva dai pannelli solari che sono stati installati sui parcheggi delle macchine. Si prevede che ne vengano presto costruiti altri. Il generatore di energia del nostro campus manda tutti i suoi scarti di anidride carbonica ad una foresta tropicale costruita apposta per assorbirli. E cosi' anidride carbonica, mista ad acqua e potassio, vengono rilasciati in maniera controllata e vanno ad alimentare le piante di questa foresta ad-hoc.

Il progetto si chiama CSUN subtropical rain forest. Praticamente otto stazioni che rilasciano CO2 sono circondate da terreno e piante tipici dei climi subtropicali e l'anidride carbonica viene assorbita quasi al 100% dalle piante che la usano per la loro crescita. Tre anni fa il sito era un pezzetto di terra abbandonato, ora e' una piccola foresta.

Vengono smaltite cosi' circa 125 metri cubi di CO2 e sei galloni di acqua al minuto
che tornano sottoterra, nel frattempo sono cresciute 125 piante tropicali, tulipani ed ibischi. L'universita' ci ha vinto vari premi, anche a livello nazionale e ci hanno lavorato assieme studenti, tecnici e professori.

Ogni tanto leggo di storie cosi anche in altre parti d'Italia. E l'Abruzzo? La Stati prima o poi si decidera' a fare qualcosa di buono anche lei? O continuera' a vivere nell'ombra dei suoi colleghi per sempre?

Leggo anche che il governatore Gianni Chiodi presto arrivera' negli USA. Spero che in questo viaggio si renda conto di come funziona per davvero la democrazia e che prima o poi decida di svegliarsi dal suo lungo sonno, in cui rifiuta di sentire le argomentazioni dei cittadini contro le estrazioni petrolifere e di fare il suo dovere di proteggere la sua regione.

L'Abruzzo petrolifero intanto va avanti, nella piu' totale assenza di lungimiranza e di amore, ne per la terra, ne per le generazioni future.




Fonti: Seattle-climate,
CSUN1, CSUN2, CSUN3 Los Angeles Times

Thursday, October 15, 2009

Aggiornamenti: Australia e Stati (in silenzio)


Punto primo: E' fallito anche il secondo tentativo di tappare il pozzo di petrolio esploso nei mari Australiani. Nessuno sa quando sara' possibile arrestare il flusso di porcherie dal sottosuolo. Intanto, secondo alcune stime sono state rigettati 7 milioni di barili di petrolio nell'oceano, la meta' di quanto riversato in mare dalla Exxon-Valdez. Siamo al giorno 55-esimo di continuo rilascio a mare di robaccia e non se ne vede la fine.

In Italia non ne parla nessuno. Ovviamente l'Agenzia Giornalistica Italia, che e' quella che manda dispacci anche a "La Repubblica" e che appartiene al 100% all'ENI, non ha nessuna intenzione di far sapere di questi disastri ambientali agli Italiani.

Come puo' interessargli una notizia simile se l'ENI ha in piano di trivellare tutto l'Adriatico a pochi chilometri dalla costa, Venezia inclusa? Il pozzo Australiano e' stato installato nel 2008. L'Australia e' un paese avanzato. Come potra' l'ENI poi andare a dire in giro che i suoi metodi e i suoi calcoli sono perfetti e che la natura, Venezia, i pesci, l'Abruzzo, saranno difesi se questo esempio cosi eclatante mostra che porebbe anche non essere cosi?

Punto secondo: Mi giungono voci di corridoio secondo le quali l'assessore all'ambiente Daniela Stati e quello all'agricoltura Mauro Febbo sono molto arrabbiati con me. Entrambi non hanno fatto ancora nulla per fermare il petrolio in Abruzzo. Daniela Stati non sappiamo nemmeno cosa ne pensi del petrolio in Abruzzo.

Il fatto che siano arrabbiati con me mi fa sorridere. Non capiscono che non mi interessa il loro pensiero su di Maria Rita. Mi interessa il loro pensiero sul petrolio. Mi interessa cosa vogliono o non vogliono fare. Mi interessa vigiliare che facciano il loro dovere, quello per cui sono pagati fior di quattrini.

Ovviamente Daniela Stati non ha risposto alla mia email, come a tutte quelle precedenti. Poverina, mi fa anche pena. Deve essere difficile vivere cosi, sapendo di non avere nemmeno il coraggio di dire cio' che si pensa.

Io non conosco Daniela Stati di persona, e non so nulla di lei se non che era una ex dipendente di Telespazio, le cui ex-qualifiche non state precisate sul suo sito della regione Abruzzo. E poi so che non dice niente sul petrolio e che non risponde ne alle mie email ne a quelle degli altri cittadini.

So pero' di me stessa, e posso dire, per avere vissuto cosi tutti i 36 anni della mia vita, che non c'e' cosa piu' bella della liberta', del sapere di vivere in coerenza, di fare le cose sapendo di non essersi mai piegati a nessuno, di non avere mai cercato scorciatoie e di non avere mai tradito i propri ideali in cambio di qualsiasi tipo di vantaggio personale.

Sono una persona libera, non ricattabile, e tutto sommato, pulita. Lo so che non mi possono attaccare in nessuna maniera perche' tutto quello che ho e che sono l'ho fatto in maniera onesta. E altrettanto onestamente vorrei che l'Abruzzo non diventasse un campo petrolifero.

Non staro' zitta, non ho paura ne' di Daniela Stati ne di Mauro Febbo ne di Gianni Chiodi. La demcrazia vera la vivo tutti i giorni e so che il modo in cui la cricca di cui sopra si comporta, da questa parte dell'oceano sarebbe considerata assolutamente inaccettabile ed antidemocratica.

Non lo sappiamo come andra' a finire la storia dell'Abruzzo petrolifero. Ma questo non ci deve fermare dal provarci, dal volerlo, e dal richiamare al proprio dovere persone elette e pagate da noi per difenderci, per fare i nostri interessi di cittadini, e non dell'ENI. E questo vale non solo per il petrolio ma per tutte le altre cose storte che vediamo in questo paese tutti i santi giorni.

La paura, l'ignoranza, il silenzio, il vivere da struzzi non e' accettabile da parte della classe politica.


Tuesday, October 13, 2009

Il petrolio e la Louisiana


Prima di andare a Chioggia a parlare delle trivelle nella laguna veneta ho trascorso un po di tempo ad indagare il problema della subsidenza in varie parti del mondo. Trivellare a tre, quattro, cinque chilometri in profondita' ed estrarre materiale - che sia petrolio, acqua o gas - comporta sempre la rottura di delicati equilibri morfologici e, come sempre, la natura prima o poi ci porta il conto. Ho scoperto allora questo articolo del National Geographic sulla costa della Louisiana, scritto nel 2004.

I mari dello stato di New Orleans - vicino al Texas - sono aperti alle trivellazioni da molti anni. La Louisiana, l'Alabama e il Texas sono gli unici stati dove si puo' estrarre petrolio vicino alla riva in tutti gli Stati Uniti.

La marina della Louisiana e' coperta da lagune non molto diverse da quelle del Veneto. Queste sono utili ai territori specialmente in caso di alluvioni o di tempeste perche' fungono da barriera, come una sorta di spugna dove l'acqua viene assorbita.

Il primo pozzo di petrolio fu trivellato in Louisiana nel 1901, e per molto tempo la zona e' stata il crocevia di infrastrutture e interventi petroliferi. Oggi nella laguna corrono tubi e oleodotti, sulle sue rive sorgono raffinierie ed impianti petroliferi di vario genere, e addirittura il centro di stoccaggio strategico di petrolio americano.

La laguna pero' sta affondando. Ogni tanti i porti si trasformano in isolotti. Decenni di estrazioni hanno reso il terreno fragile e la subsidenza - l'affondamento del terreno - e' un dato di fatto. In alto la foto di un signore con la fotografia della casa dei nonni, di circa 80 anni prima e come e' lo stesso sito adesso: mare aperto.

"For decades geologists believed that the petroleum deposits were too deep and the geology of the coast too complex for drilling to have any impact on the surface."

Per anni i geologi hanno creduto che i depositi di petrolio fossero troppo profondi e la geologia della costa troppo complessa affinche' il petrolio avesse delle conseguenze sulla costa.

E invece non e' stato cosi. La terra sprofonda, inesorabilmente, segno che ne geologi ne calcoli matematici possono garantire al cento per cento che l'intervento dell'uomo in una maniera cosi' invasiva sia priva di conseguenze. Bob Morton e' un geologo del US Geological Survey, che ad un certo punto ha deciso di studiare il fenomeno della subsidenza in maniera sistematica.

After much study, Morton concluded that the removal of millions of barrels of oil, trillions of cubic feet of natural gas, and tens of millions of barrels of saline formation water lying with the petroleum deposits caused a drop in subsurface pressure—a theory known as regional depressurization. That led nearby underground faults to slip and the land above them to slump.

Dopo molto studio, Morton concluse che la rimozione di milioni di barili di petrolio, trillioni di piedi cubici di gas naturale e milioni di barili di acqua di produzione associata al petrolio, hanno causato un calo della pressione sotterranea - una teoria nota come deprussirazzione regionale. Questo ha causato lo sprofondamento delle faglie sotterranee e l'afflosciamento della terra di superficie.

Fra le altre cose, le acque di scarto del petrolio - ovviamente rigettate a mare - hanno una alta salinita' e contribuiscono a fare erodere la costa e la laguna.
Mi sembra chiaro e logico. Togli roba dal sottosuolo, diminuisce la pressione, butti robaccia acida a mare, la terra sprofonda ed erode. Elementare, no?

What I can tell you is that much of the loss between Bayou Lafourche and Bayou Terrebonne was caused by induced subsidence from oil and gas withdrawal.

Quello che io posso dire che la maggior parte delle perdite [di laguna] fra Bayou Lafourche e Bayou Terrebonne e' dovuta alla subsidenza indotta dalle estrazioni di petrolio e di gas.

Le due Bayou distano circa quaranta chilometri. Ovviamente i petrolieri dicono che va tutto bene, e che e' tutto "naturale". E siccome tutto il mondo e' paese, lo fanno senza pero' disputare di una virgola i dati del Dr. Morton. Gli ho anche scritto prima di andare a Chioggia e mi ha pure mandato del materiale.

Nel 2004 si stimava che una specie di ripristino anche parziale - non per amore di natura o di popolo, ma solo per facilitare le operazioni petrolfiere e per metterle in sicurezza maggiore - sarebbe costata circa 14 miliardi di dollari.

E poi lo sappiamo tutti che e' successo. Nel 2005 e' arrivata Katrina, l'uragano che ha distrutto la zona. Le infrastrutture petrolifere hanno retto, piu' o meno, ma la perdita di laguna e' stata un fattore che ha certamente amplificato il problema e la devastazione.

La spugna naturale di quella costa era gia' impregnata d'acqua, per colpa della terra che e' sprofondata, e cosi' quando e' arrivato l'uragano l'acqua ha potuto solo inondare le case delle persone.

Si stima che i petrolieri abbiano contributo a far sparire 400,000 ettari di terreno.

When you look at the broadest perspective, short-term advantages can be gained by exploiting the environment. But in the long term you're going to pay for it.

Quando si guarda ad una prospettiva maggiore ci si rende conto che si possono anche ottenere vantaggi a breve termine nello sfruttare la natura. Ma alla lunga ne paghi le conseguenze.

Intanto ci sono delle cause in corso contro l'industria petrolifera per avere compromesso gli equilbri della zona e per avere indirettamente aggravato il disastro Katrina. Fra gli imputati Shell, Exxon-Mobil, Chevron e British Petroleum.

We believe it's the right time to pinpoint who's essentially responsible for the devastation caused by Katrina in the first place -- the major oil and gas companies, who haphazardly dredged thousands of miles of exploration and drill site canals throughout south Louisiana to extract oil and gas.

Riteniamo che sia l'ora di indicare chi sono i veri responsabili della devastazione portata da Katrina - le multinazionali del petrolio e del gas che hanno spudoratamente
scavato migliaia di canali per l'esplorazione e la trivellazione nella Louisiana del sud e per estrarre petrolio e gas.

Da noi l'ENI vuole andare a mettere delle piattaforme metanifere a cinque chilometri da Venezia. Dicono che hanno fatto i conti e che e' tutto apposto. Venezia sara' salva. Parola di ENI.

Parola di chi ha gia' inquinato meta' Italia.

Fonti: Environmental Chemistry, Agence France Press

Saturday, October 10, 2009

Lettera a Daniela Stati


Caro Assessore all'Ambiente Daniela Stati,

mi chiamo Maria Rita D'Orsogna e probabilmente lei avra' sentito parlare di me nell'ambito della questione petrolio in Abruzzo. Le ho gia' scritto diverse volte in passato, senza che lei abbia mai risposto ai miei email.

Io sono letteralmente allibita di fronte al suo silenzio. Com'e' possibile che un assessore all'ambiente - responsabile di una intera regione, e madre di due bambini - taccia di fronte a un problema, quello petrolifero, che minaccia meta' della regione Abruzzo e che preoccupa molti Abruzzesi, per la salute del loro ambiente e dei loro figli?

Com'e' possibile che da un lato la Provincia di Chieti, Confcommercio, Assoturismo, la Federazione di Balneari, le Cantine del Vino, i Comuni della costa Teatina, Teramana e Pescarese, oltre che svariate associazioni e comitati cittadini sorti apposta, sono preoccupati dalle imminenti estrazioni di petrolio e lei no?

Due sono le cose: o lei non sa, oppure non le interessa. Entrambe queste possibilita' sono inaccettabili da parte di una persona che e' stata eletta e che e' pagata dal contribuente abruzzese per proteggere la nostra regione.

Se lei non conosce il problema, la sua ignoranza e' molto grave, visto che sono due anni che i cittadini ne parlano e che le informazioni viaggiano. Se a lei invece non il problema non interessa o pensa che non sia grave, e' altettanto grave che lei non condivida il suo pensiero con tutti gli Abruzzesi. Ci rassicuri che il problema non sussiste se e' cosi, ma con dati alla mano, con fatti certi, non con semplici parole.

Quando uno ha una posizione di potere, a mio avviso, ha anche il dovere morale di usare tale posizione per il bene comune. Avere paura, scappare, mettere la testa sottoterra, stare zitti non sono delle scusanti, sa?

C'e' anche un'altra possibilita': che lei abbia paura di avere una opinione e dire qualsiasi cosa perche' schiacciata da personalita' superiori, o da ordini dall'alto. Inutile dire, anche qui, che questo non e' accettabile quando si ha la responsabilita' di gestire il benessere ambientale dell'Abruzzo. Abbia coraggio e faccia la cosa giusta. Ci faccia sapere cosa ne pensa lei
delle trivelle in Abruzzo.

Quando lei ha accettato il suo incarico la prima responsabilita' che lei ha preso e' stata verso l'Abruzzo e gli Abruzzesi e non verso partiti, o schemi politici. E' a noi cittadini che lei deve rispondere per prima, e non ai giochi di potere.

La legge che blocca le estrazioni petrolifere in Abruzzo scade il 31 dicembre 2009. Cosa intende fare lei a proposito? Ce lo spieghi, qualunque sia il suo progetto, anche se e' il non fare nulla. Abbiamo il diritto di sapere.

In questa nazione, in questa regione, e' il tempo di avere coraggio e di fare le cose giuste, a prescindere da qualsiasi altro calcolo, di qualsiasi altra natura.
La vita delle persone viene prima della sua paura e se lei il coraggio non ce l'ha e' l'ora che se lo dia. Non ci servono altri don Abbondio, ma piuttusto persone con la spina dorsale ben salda.

Grazie.

MRD

Per chi volesse scriverle l'indirizzo e' daniela.stati@regione.abruzzo.it, oppure a questo link

Wednesday, October 7, 2009

La piattaforma Montara: due mesi e mezzo di petrolio, una class action di pescatori indonesiani





Questa storia del pozzo Montara e' del 2009.

Cioe' da prima che in Italia si parlasse a grande scala del petrolio, e da prima pure dello scoppio nel golfo del Messico.

Ma lo stesso fu un episiodio orrendo di una piattaforma -- Montara -- che scoppio', si incendio' e sputo' petrolio senza sosta per 70 giorni fra i mari fra Australia e Indonesia. Finirono in mare 300 mila litri di petrolio.

Fu il piu grande disastro ambientale d'Australia.

La ditta responsbile si chiama PTT Exploration & Production Australasia ed ha sede in Thailandia.

E adesso, sette anni dopo, si prepara ad una class action da parte di 13,000 pescatori indonesiani
che hanno chiesto alla corte di Sydney di essere risarciti a causa delle loro vite spezzate dal petrolio.
Chiedono 150 milioni di dollari, poco piu di diecimila dollari a testa.

Nella causa dicono che la PTTEP ha cercato di risparmiare sui costi, per questo mettendo a rischio la vita delle persone e il sostentamento di decine di pescatori.

Ma la PPTEP Australasia dice che e' tuttapposto, che accettano le proprie responsabilita' ma che non ci sono stati impatti in Indonesia: e' troppo lontana e quindi e' tuttapposto. Secondo loro il petrolio e' rimasto intatto nei mari di Australia e in Indonesia non ci e' arrivato manco per niente. Dicono infatti che “PTTEP Australasia maintains its position, based on extensive independent scientific research overseen by the Australian government, that no oil from Montara reached the shores of Indonesia or Australia and that no long-term damage was done to the Timor Sea environment”

Finora, la ditta in questione, nonostante il petrolio finito in mare, ha dovuto pagare solo 387mila dollari per l'incidente. Nel 2012 infatti si e' dichiarata colpevole di avere causato l'incidente. 

Vediamo come va a finire.


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10 Luglio 2009

Mentre leggevo il progetto per trivellare il mare di Ortona con il pozzo Elsa2 ricordo che la ditta proponente - la Vega Oil - diceva che i rischi di incidenti sono bassi, e che in base ai loro "calcoli" il loro pozzo sara' praticamente una botte di ferro. Si dice che le piattaforme nuove sono meglio di quelle vecchie e le tecniche nuove ipersicure. Sara'. Intanto pero' basta un solo incidente, uno solo, per distruggere un intero ecosistema.

Qualcuno ha mai sentito parlare del pozzo petrolifro esploso nell'oceano indiano, a meta' strada fra Timor ed Australia, in data 21 Agosto 2009? Si chiama piattaforma Montara. Credo che nessuno ne abbia sentito parlare perche' i media italiani non ne hanno discusso, o almeno io non ho letto nulla in proposito. E' il peggior disastro petrolifero d'Australia, che pure ne avuti tanti di problemi di trivelle in mare.

A tutt'oggi 8 ottobre 2009 il pozzo e' ancora in fase di rigetto di petrolio. Un incidente che dura da un mese e mezzo! Si parla di circa 3,000 barili al giorno che escono dalle viscere della terra in mare aperto e senza che nessuno possa farci niente. 3,000 barili di petrolio sono circa 500,000 litri di petrolio. Al giorno. Secondo la classificazione della Costa Marina americana qualsiasi cosa al di sopra dei 400,000 litri e' un disastro ambientale. Questi e' come se ne avessero uno al giorno.
Petrolio in mare, fumi tossici, scie chimiche. Per un mese e mezzo.

In totale finora fanno circa 25 milioni di litri di petrolio.

La scia di robaccia e' arrivata dal mare aperto fino ad una riserva marina detta di Cartier Island. Tutti i tentativi di bloccare la fuoriuscita di petrolio sono falliti.

Intanto il petrolio e' arrivato sull'isola di Timor, vicino all'Indonesia e a circa 130 chilometri dal pozzo. Alcuni pesci morti sono arrivati in riva, la gente li ha mangiati e si sono sentiti male, con irritazione alla pelle e nausea. Non sapevano nulla dello scoppio della piattaforma nell'oceano.

Alcuni pescatori invece raccontano di avere visto macchie di pesci morti su tutto l'orizzonte mentre erano fuori con le loro barche e che al largo il mare era tutto puzzolente. Inutile dire che la pesca e' collassata in quella zona. Anche qui pero' i petrolieri e qualche politico cercano di minimizzare tutto dicendo che i pesci muoiono per altre cause e che e' tutto sotto controllo.

La piattaforma esplosa era nuova di zecca ed era nel bel mezzo dell'Oceano.

E se questo succedeva a Pineto? Alle isole Tremiti? ad Ortona? a Rospo Mare?


Fonti: Skytruth, No rigs, The Irregular Times, The Jakarta Post, Radio Australia

Monday, October 5, 2009

L'ENI a Praia a Mare




Assoluzione di tutti gli imputati nel processo di primo grado
Il fatto non sussiste 
 Insufficienza di prove

Undici dirigenti responsabili della Marlane indagati per 
omicidio colposo
lesioni gravissime,
omissione dolosa di cautele sul lavoro 
disastro ambientale. 



Come sempre, alla fine di ogni violenza che si fa alla natura, noi uomini ne paghiamo le conseguenze. Non subito pero' perche' la natura ha i suoi tempi. Per un po' accetta, assorbe, sopporta. Ma anche se noi uomini dimentichiamo, lei no, ricorda tutto. E per il semplice motivo che segue il suo corso logico, dato da semplici regole che hanno avuto millenni per solidificarsi. Si raccoglie quel che si semina. Che siano i morti di Messina perche' l'uomo ha costruito palazzine di cinque piani lungo il letto di un fiume, lasciando la spazio a zero alberi, o che siano i morti di tumore perche' l'uomo ha seppellito sostanze tossiche in riva al mare e' la stessa cosa.

La natura si rispetta e non perche' vogliamo essere "ambientalisti estremisti", ma per il semplice buon senso. Amare e rispettare la natura significa amare e rispettare il genere umano, che della natura fa parte e che dalla natura trae vita, benessere, sostentamento.
Ogni albero spiantato lungo quel fiume di Messina, ogni fusto tossico gettato in mare, sono piccoli tasselli di morte.

In questi giorni esce sui giornali la nuova storia che riguarda l'ENI (ma non solo) e i morti per tumore, questa volta a Praia a Mare, in provincia di Cosenza. A guardare la fotografie, la citta' pare un bellissimo centro di vacanze, con il mare blu, gli ombrelloni lungo la spiaggia sabbiosa, spaziosa e gli scogli che guardano il cielo e l'acqua azzurra.

Non e' tutto oro quello luccica.

Poco distante dalla spiaggia infatti, sorge una azienda tessile, la Marlane. Anche dal nome si voleva far passare una immagine di mare, di vacanze di aria buona. Questa azienda fu fondata negli anni '50 dal conte Stefano Rivetti di Val Cervo, morto nel 1974. Era un piemontese che aveva ricevuto in eredita' dal padre un lanificio.

Grazie alla cassa per il Mezzogiorno, e ai contributi a fondo perduto il conte decise di aprire altre industrie tessili nel sud Italia, a Maratea, Tortora e appunto a Praia a Mare, tutte zone di mare fra Basilicata e Calabria. Il conte ebbe fortune alterne, la ditta di Maratea falli' fra sprechi di vario genere. Gli investimenti sul turismo invece ebbero sorte migliore.

A Praia a Mare si producevano divise militari e i vari reparti erano divisi fra muri. Dal 1969 al 1987, e cioe' per diciotto anni, la Marlane e' stata di proprieta' dell'ENI. Sotto la nostra beneamata, i muri divisori caddero, e tutto si faceva in un unico ambiente. In particolare i fumi tossici della coloritura venivano respirati da tutti, senza masherine e come se fosse elisir di lunga vita.

Le confezioni di coloranti sono contrassegnati dalla figura tossica con il teschio: gli operai, ai quali non era evidentemente stato fatto nessun corso di sicurezza, prendevano il materiale e a mani nude lo buttavano nelle vasche bollenti aperte, le cui esalazioni andavano a finire nei corpi di tutti. Gli aspiratori non funzionavano ed i fazzoletti degli operai erano sempre neri di porcherie che arrivavano dai loro polmoni. Gli scarti di amianto venivano abbandonati alla meno peggio, senza alcuna premura di smaltitura corretta.

Alla fine della giornata l'ENI passava agli operai una busta di latte per disintossicarsi.

Nel 1987 la ditta passa alla Marzotto di Valdagno che e' ancora la proprietaria della Marlane. Negli anni novanta le vasche vengono sigillate, e i fumi tossici contenuti. Ma l' azienda e' gia' morta, e nel 1996 chiude per sempre.

La natura fa il suo corso. Piano piano la gente inizia ad ammalarsi di cancro, anche giovani trentenni.

Su mille operai in totale, si stima che centocinquanta siano morti di cancro a causa dei fumi tossici della Marlane. Altri centoventi sono vivi ma ammalati pure loro di cancro alla mammella, alla vescica o ai polmoni. Fanno un operaio su quattro.

Ovviamente siccome siamo in Italia e le indagini sono sempre difficili, per molte delle persone morte non ci sara' mai giustizia, visto che la prescrizione ha annullato tutto. Per gli altri la procura di Paola ha ipotizzato il reato di truffa, omicidio colposo e di inquinamento ambientale, anche se si sta prendendo in considerazione il reato, piu' grave, di omicidio volonario.

E poi ci sono mille altri scandali: pressioni fatte su cittadini e operai affinche' stessero zitti, report medici falsi, dove invece di dire che la gente moriva per cancro ci si inventava altre scuse, o i terreni attorno alla Marlane che sono diventati un cimitero di roba tossica con fanghi di scarto seppelliti sotto la sabbia, in discariche abusive o gettati direttamente a mare, le falde idriche inquinate, i soldi presi dallo stato "per lo sviluppo" e che invece sono serviti per ammazzare la gente.

Quando l'ENI ando' via vennero stanziati 44 milioni di lire per ognuno dei 200 lavoratori licenziati, in teoria per aiutare la rioccuopazione a Praia. Nove miliardi delle vecchie lire,
nel 1987. Non si sa che fine hanno fatto i soldi.

Fra i veleni di Praia a Mare anche le ammine aromatiche (con dentro il benzene): gia' nel 1997 si sapeva che facevano venire tumori alla vescica e al seno. Uno studio americano di 12 anni fa infatti diceva: "Non sono un caso i tumori della vescica in chi lavora nell'industria dei coloranti", come riporta il Corsera di allora.

Il conte e' morto. l'ENI non dice niente. La Marzotto dice che non e' colpa sua. I cittadini di Praia sono per la maggior parte anestetizzati. L'unica che va avanti senza paura e' la natura. Lei fa il suo corso: porcherie mi dai, porcherie ti restituisco.

Non e' lei che e' matrigna, siamo noi matrigne di noi stessi.



Fonti: Bloglavoro, La repubblica1, La repubblica2, Pane e rose, SLAI-Cobas