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Thursday, August 3, 2017

L'ENI, Gela, la sociologia e la disonesta' intellettuale


















Grazie al mio amico Fausto di Biase per la segnalazione.

E' dal primo giorno del Centro Oli di Ortona, anno 2007, che ho capito che qualsiasi cosa che l'ENI fa o dice, non occorre crederci. E' tutto detto e fatto solo ed esclusivamente per il loro ritorno personale. Di accettazione pubblica, di ritorni economici agli investitori, di scorciatoie per trivellare meglio.

So che e' cosi per ciascuna multinazionale, ma sono loro che io ho avuto davanti per anni e anni, e ho veramente un senso di schifo per questa ditta, per quello che hanno cercato di fare all'Abruzzo e alla sua gente, e di riflesso per quello che hanno fatto a Gela, a Viggiano, a Ravenna, a Porto Marghera, e dovunque abbiano mai installato raffinerie, trivelle e altri impianti di morte.

E lo fanno da che esistono, e' parte della loro essenza ingannare.

Ecco dunque un'altra storia di ENI-schifo, cosi bellissimamente succinta in questo articolo del 2000 di Republica.

Alla fine degli anni sessanta, due sociologi, Marco Marchioni, italiano, e Evydin Hytten, svedese, furono incaricati dall'ENI di mostrare che a Gela l'investimento aveva funzionato anche dal punto di vista sociale.

Dopo tutto, se uno va a guardare i bellissimi video dell'istituto Luce, era tutto in nome del futuro, del progresso, del boom economico.

E quindi volevano pure il bollino della sociologia a certificare il tuttapposto fra l'ENI e la gente, l'ambiente, la qualita' di vita.

I due vanno a Gela. E per essere sicuri di fare tutto per bene, si prendono il loro tempo, si portano dietro anche le famiglie. Restano li per due anni a studiare Gela e i suoi abitanti.

Ma dopo due anni di lavoro, non c'era altra risposta:  era vero tutto il contrario. L'ENI a Gela non aveva portato a niente di buono. In una parola era arrivata quella che loro chiamavano "industrializzazione senza sviluppo".

Cioe' tutti i guai collegati all'industria pesante, senza veramente risvolti positivi per la popolazione.
 Mettono giu le loro conclusioni in un manoscritto con tutta la documentazione.

... L'ENI che non migliora la qualita' della vita?

Come puo' essere?

Anatema per le orecchie di chi all'ENI lavorava.

Assolutamente deve esserci un errore.

E cosi i dirigenti dell'ENI convocano Marchioni e Hytten, a Roma, al grattacielo all'EUR, e gli dicono che avrebbero rimborsato i costi sostenuti per il lavoro.

Avrebbero pero' voluto il manoscritto.

Come dire: vi paghiamo per il vostro silenzio.

I due si rifiutano e lo pubblicano lo stesso.

Sono duemila copie.

Il libro sparisce da tutte le librerie.

"Un signore e' passato e la ha comprate tutte". 

Erano quelli dell'ENI che, continuando con l'industrializzazione selvaggia, volevano pure togliere il diritto all'informazione. Marco Marchioni racconta
 
"A Gela il libro non si trovava, e andai a Palermo alla libreria Flaccovio per ritirare qualche copia per gli amici. Lì mi dissero che erano finite tutte. Un signore era passato a ritirarle in blocco"

Passano gli anni e il sindaco di Gela dei primi anni 2000, Franco Gallo, fa ristampare a sue spese il libro censurato, come riconoscimento a Marchioni e a Hytten e li premia per il coraggio dei tempi passati.

E si, meritano tutto il nostro grazie. A quei tempi, credo, non c'era il concetto di salvare l'ambiente, o che le trivelle potessero portare a cose negative. Come detto su, basta solo riguardare i filmini dell'istituto Luce. Credo allora che ci voleva proprio coraggio per dire una cosa contro corrente, e contro una delle principali ditte dell'epoca, sotto il mito di Mr. Enrico Mattei.

Ma Marchioni e Hytten non si sono piegati, sono andati avanti con le loro conclusioni, e seppure sotto le pressioni, hanno detto di no.

Onore a loro. Adesso e' facile fare gli ambientalisti anti-petrolio, ma allora non lo era, perche' non esisteva questa sensibilita' diffusa.

E Gela? Gela nel frattempo che questa sensibilita' diffusa potesse crearsi, ha sofferto altri 40, 50 anni di "industrializzazione selvaggia" di morti, di malattie, di bimbi deformi, di dolore.

Non ci sono parole. Se fossero omicidi o amputazioni fatte con armi violente, saremmo a parlarne tutti i giorni, ma il petrolchimico di Gela e i suoi morti e le sue deformita' , a malapena sfiorano la coscienza civile nazionale perche' non e' un proiettile o un machete ma un agonia lenta ma persistente.

Per noi, una sola cosa possiamo fare per ringraziare Marchioni ed Hytten. Fare tesoro di questo loro lavoro, della loro storia, del loro coraggio ed ostacolare l'ENI e tutte le sue sorelle in tutti i nostri angoli d'Italia, visto che adesso invece sappiamo.

I tentacoli dell'ENI e dei petrolieri in generale sono fitti, sono ovunque, sono sporchi, dalla politica alla sociologia; dall'ambiente alla democrazia.

Ovunque vanno inquinano tutto.

Wednesday, May 8, 2013

Stefano Saglia l'uomo del si al fracking - non rieletto




Tutti ricordiamo il famoso Stefano Saglia, il sottosegretario allo sviluppo economico che era favorevole al fracking di shale gas in Italia e che diceva di essere d'accordo con Passera sul fatto che si debba trivellare in Italia per arrivare "all'autosufficenza energetica".

Non e' stato rieletto - deo gratias!

Il suo motto era: Se pensiamo all'energia pensiamo al paese.

Peccato che lui pensava alla monnezza che abbiamo sottoterra e non al sole che splende sulle nostre teste.

E ovviamente se la prendeva con la gente normale - i cattivissimi ambientalisti che non hanno niente di meglio da fare che cercare di volere salvare il paese dai folli progetti di Assomineraria e compagni. Diceva - come riportato, guarda caso dall'AGI, di 100% di proprieta' dell'ENI e riferendosi al governo Monti:

E’ stato proprio questo Governo ad aver ceduto alle pressioni degli ambientalisti quando ha ritirato i provvedimenti che avrebbero ridotto le restrizioni per le prospezioni minerarie e la produzione in Italia.


Avrebbe potuto raddoppiare la produzione di petrolio e di gas in Italia sia onshore che offshore e avrebbe creato oltre 30.000 posti di lavoro: le restrizioni introdotte con il codice ambiente nel 2010 sono le piu’ rigorose imposte nell’Europa ed hanno bloccato molte aziende che avevano gia’ fatto investimenti

Le sue posizioni lo hanno sempre reso molto benvoluto dai petrolieri, che infatti nell'anno 2010 gli hanno reso il premio di Uomo dell'anno dell'energia dal giornale Staffetta quotidiana della Rivista Italiana del Petrolio e da Fondazione Energia.

Ma il nostro uomo dell'anno della rivista italiana del petrolio non si cruccia per la mancata rielezione - dice infatti che gli dispiace ma che

"Nella nuova legislatura auspico vi sia una particolare attenzione alle politiche energetiche e industriali. Del resto ho sempre detto che siamo tutti utili ma nessuno è indispensabile. Mi convince l'idea di proposta politica orientata all’ambientalismo ragionevole, capace di coniugare salute, produzione, lavoro e ambiente”.

L'ambientalismo ragionevole? Cos'e' l'ambientalismo irragionevole? E' volere vivere "contamination free" come dicono quelli di Mora County? O e' il volere vedere l'orizzonte limpido dalle trivelle? O e' vedere le trivelle nei giardini altrui e non nei propri?

E sapete chi e' stato un altro uomo dell'anno secondo la Rivista Italiana del Petrolio? 

2007: Corrado Clini!!!

Come volevasi dimostrare.







Monday, October 5, 2009

L'ENI a Praia a Mare




Assoluzione di tutti gli imputati nel processo di primo grado
Il fatto non sussiste 
 Insufficienza di prove

Undici dirigenti responsabili della Marlane indagati per 
omicidio colposo
lesioni gravissime,
omissione dolosa di cautele sul lavoro 
disastro ambientale. 



Come sempre, alla fine di ogni violenza che si fa alla natura, noi uomini ne paghiamo le conseguenze. Non subito pero' perche' la natura ha i suoi tempi. Per un po' accetta, assorbe, sopporta. Ma anche se noi uomini dimentichiamo, lei no, ricorda tutto. E per il semplice motivo che segue il suo corso logico, dato da semplici regole che hanno avuto millenni per solidificarsi. Si raccoglie quel che si semina. Che siano i morti di Messina perche' l'uomo ha costruito palazzine di cinque piani lungo il letto di un fiume, lasciando la spazio a zero alberi, o che siano i morti di tumore perche' l'uomo ha seppellito sostanze tossiche in riva al mare e' la stessa cosa.

La natura si rispetta e non perche' vogliamo essere "ambientalisti estremisti", ma per il semplice buon senso. Amare e rispettare la natura significa amare e rispettare il genere umano, che della natura fa parte e che dalla natura trae vita, benessere, sostentamento.
Ogni albero spiantato lungo quel fiume di Messina, ogni fusto tossico gettato in mare, sono piccoli tasselli di morte.

In questi giorni esce sui giornali la nuova storia che riguarda l'ENI (ma non solo) e i morti per tumore, questa volta a Praia a Mare, in provincia di Cosenza. A guardare la fotografie, la citta' pare un bellissimo centro di vacanze, con il mare blu, gli ombrelloni lungo la spiaggia sabbiosa, spaziosa e gli scogli che guardano il cielo e l'acqua azzurra.

Non e' tutto oro quello luccica.

Poco distante dalla spiaggia infatti, sorge una azienda tessile, la Marlane. Anche dal nome si voleva far passare una immagine di mare, di vacanze di aria buona. Questa azienda fu fondata negli anni '50 dal conte Stefano Rivetti di Val Cervo, morto nel 1974. Era un piemontese che aveva ricevuto in eredita' dal padre un lanificio.

Grazie alla cassa per il Mezzogiorno, e ai contributi a fondo perduto il conte decise di aprire altre industrie tessili nel sud Italia, a Maratea, Tortora e appunto a Praia a Mare, tutte zone di mare fra Basilicata e Calabria. Il conte ebbe fortune alterne, la ditta di Maratea falli' fra sprechi di vario genere. Gli investimenti sul turismo invece ebbero sorte migliore.

A Praia a Mare si producevano divise militari e i vari reparti erano divisi fra muri. Dal 1969 al 1987, e cioe' per diciotto anni, la Marlane e' stata di proprieta' dell'ENI. Sotto la nostra beneamata, i muri divisori caddero, e tutto si faceva in un unico ambiente. In particolare i fumi tossici della coloritura venivano respirati da tutti, senza masherine e come se fosse elisir di lunga vita.

Le confezioni di coloranti sono contrassegnati dalla figura tossica con il teschio: gli operai, ai quali non era evidentemente stato fatto nessun corso di sicurezza, prendevano il materiale e a mani nude lo buttavano nelle vasche bollenti aperte, le cui esalazioni andavano a finire nei corpi di tutti. Gli aspiratori non funzionavano ed i fazzoletti degli operai erano sempre neri di porcherie che arrivavano dai loro polmoni. Gli scarti di amianto venivano abbandonati alla meno peggio, senza alcuna premura di smaltitura corretta.

Alla fine della giornata l'ENI passava agli operai una busta di latte per disintossicarsi.

Nel 1987 la ditta passa alla Marzotto di Valdagno che e' ancora la proprietaria della Marlane. Negli anni novanta le vasche vengono sigillate, e i fumi tossici contenuti. Ma l' azienda e' gia' morta, e nel 1996 chiude per sempre.

La natura fa il suo corso. Piano piano la gente inizia ad ammalarsi di cancro, anche giovani trentenni.

Su mille operai in totale, si stima che centocinquanta siano morti di cancro a causa dei fumi tossici della Marlane. Altri centoventi sono vivi ma ammalati pure loro di cancro alla mammella, alla vescica o ai polmoni. Fanno un operaio su quattro.

Ovviamente siccome siamo in Italia e le indagini sono sempre difficili, per molte delle persone morte non ci sara' mai giustizia, visto che la prescrizione ha annullato tutto. Per gli altri la procura di Paola ha ipotizzato il reato di truffa, omicidio colposo e di inquinamento ambientale, anche se si sta prendendo in considerazione il reato, piu' grave, di omicidio volonario.

E poi ci sono mille altri scandali: pressioni fatte su cittadini e operai affinche' stessero zitti, report medici falsi, dove invece di dire che la gente moriva per cancro ci si inventava altre scuse, o i terreni attorno alla Marlane che sono diventati un cimitero di roba tossica con fanghi di scarto seppelliti sotto la sabbia, in discariche abusive o gettati direttamente a mare, le falde idriche inquinate, i soldi presi dallo stato "per lo sviluppo" e che invece sono serviti per ammazzare la gente.

Quando l'ENI ando' via vennero stanziati 44 milioni di lire per ognuno dei 200 lavoratori licenziati, in teoria per aiutare la rioccuopazione a Praia. Nove miliardi delle vecchie lire,
nel 1987. Non si sa che fine hanno fatto i soldi.

Fra i veleni di Praia a Mare anche le ammine aromatiche (con dentro il benzene): gia' nel 1997 si sapeva che facevano venire tumori alla vescica e al seno. Uno studio americano di 12 anni fa infatti diceva: "Non sono un caso i tumori della vescica in chi lavora nell'industria dei coloranti", come riporta il Corsera di allora.

Il conte e' morto. l'ENI non dice niente. La Marzotto dice che non e' colpa sua. I cittadini di Praia sono per la maggior parte anestetizzati. L'unica che va avanti senza paura e' la natura. Lei fa il suo corso: porcherie mi dai, porcherie ti restituisco.

Non e' lei che e' matrigna, siamo noi matrigne di noi stessi.



Fonti: Bloglavoro, La repubblica1, La repubblica2, Pane e rose, SLAI-Cobas