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Saturday, May 4, 2019

La tribu Waorani vince la prima causa contro le trivelle in Amazzonia






La strada e' lunga, e la storia sara' sicuramente appassionante e sappiamo gia' per chi facciamo il tifo.

Per ora, nel primo round dei Waorani, 4,800 anime, contro i petrolieri, la corte ha dato ragione agli indigeni: i trivellatori non potranno entrare nelle loro terre ancestrali alla ricerca di petrolio in Amazzonia.

Per adesso almeno.

Sono state due settimane intense di dibattiti e di interrogatori a Puyo, nella parte centrale dell'Ecuador, ma alla fine i giudici hanno accordato ai Waorani che le loro terre nella provincia di Pastaza resti chiusa alle trivelle e che i 180,000 ettari di terra che si voleva lottizzare, restino invece parte della foresta.

Il punto cruciale e' che secondo il tribunale, qualsiasi lottizzazione e speculazione deve essere preceduta da consultazioni con gli indigeni, che in questo caso non ci sono state.

Quindi, il governo per adesso e' stato fermato e per andare avanti dovranno almeno "consultare" gli indigeni, che -- secondo me almeno  -- gli diranno no!

Secondo la costituzione dell'Ecuador, gli indigeni hanno il diritto “inalienabile, non revocabile e indivisibile" di mantenere il possesso delle loro terre ancestrali.

Il contenzioso nasce dal fatto che il petrolio e' ... sottoterra e non e' ben chiaro a chi appartenga. La stessa costituzione prevede pero' che ci voglia la "consultazione" degli indigeni per effettuare operazioni minerarie, in modo da poter valutare gli effetti all'ambiente e alla cultura delle tribu'.

Il governo di Quito cosi non ha fatto. 

Anzi, gia' 2012 avevano avuto una sorta di rassicurazione dal governo di che le loro terre sarebbero state trivelle-free, ma in realta' poi il governo centrale ci ha ripensato e ha riproposto la lottizzazione
senza chiedere niente a nessuno.  Nel frattempo, i trivellatori, mica scemi, hanno cercato di fare il lavaggio del cervello agli indigeni con regali, e promesse, sfruttando l'ospitalita' dei Waorani nella foresta, senza spiegare che erano li per entrare nelle loro terre e studiarne l'appetibilita' petrolifera.

Il tribunale ha adesso ordinato di applicare al caso tutte le normative imposte dall' Inter-American Court of Human Rights, che da maggior protezione agli indigeni del continente, e in particolare prevede che questa consultazione sia vera, estesa e chiara.

Tutto fermo per ora almeno.

La vittoria dei Waorani e' in realta' una vittoria di tutte le genti indigene del paese, e ha creato un importante precendente in Amazzonia: sulla loro scia tutte le altre tribu del continente potranno appellarsi agli stessi principi per fermare gli sfruttatori nelle loro terre. Non solo i Waorani ma anche le terre degli Shuar, Achuar, Kichwas, Shiwiar, Sapara potranno essere protette.

La cosa piu' bella e' che a capo di questa battaglia c'e' una donna, Nemonte Nenquimo.  

Anche Leonardo di Caprio ha mandato le proprie congratulazioni ai Waorani.

Certamente il governo centrale e i petrolieri non si fermeranno e ci saranno appelli e pillole per cercare di addolcire l'amaro del petrolio, prima e dopo questa fantomatica consultazione, ma per ora i Waorani hanno vinto.

Speriamo che continui a prevalere il buon senso fino alla fine.

Saturday, April 13, 2019

Ecuador: la tribu Waorani contro i petrolieri per salvare l'Amazzonia









Oil has not brought development for the Waorani,
It has only left us with oil spills and sickness.

Alicia Cahuiya, tribu Waorani, Ecuador


Un altra storia senza fine di ingordigia dei petrolieri e di tanti piccoli grandi Davide contro il mostro.

Questa volta siamo in Ecuador. A Febbraio 2019 centinaia di saggi, giovani e meno giovani, della tribu Waorani sono discesi in massa nella citta' di Puyo. Sono partiti dalle loro case nella foresta tropicale dell'Amazzonia per protestare contro le trivelle nei loro territori, in particolare nella regione Pastaza che secondo il governo centrale dovrebbe essere lottizzato e ceduto ai petrolieri a scopo di denaro.

La provincia di Pastaza e' ricca di fiumi e foreste che circondano l'Amazzonia, con circa mille fiumi tributari e una enorme biodiversita'. A Febbraio 2018 la decisione di rilasciare  16 nuove concessioni petrolifere che coprono ben 28mila chilometri quadrati di foresta vergine.

A organizzare le proteste e a chiedere ai tribunali dell'Ecuador di mettere un fermo alla vendita di nuove concessioni nel paese il Coordinating Council of the Waorani Nationality of Ecuador–Pastaza (Pastaza CONCONAWEP) che vede i Waorani, il gruppo Human Rights Ombudsman, il gruppo Amazon Frontlines lavorare assieme contro gli speculatori. Assieme si pongono contro il ministero dell'Ecuador dell'energia e delle risorse non rinnovabili, contro il segretario degli idrocarburi e pure contro il ministro dell'ambiente del paese perche' dicono che i diritti dei Waorani non sono stati rispettati nel decidere di svendere i loro territori al migliore trivellatore.

Dicono che i loro diritti umani sono stati violati. 

Le donne sono agguierrite, cantano e protestano. Gli anziani non parlano spagnolo ed e' difficile trovare gli interpreti giusti: hanno paura che nelle discussioni la verita' venga offuscata durante la traduzione e cosi inistono con il voler approvare l'interprete giusto, di loro fiducia.  Dicono pure che il governo deve accettare che le tradizioni e i metodi decisionali dei Waorani possano essere diversi da quelli ufficiali del paese e lavorare nel pieno rispetto della loro sovranita' territoriale in Amazzonia.

Il territorio dei Waorani confina con quello di altre tribu: Shuar, Achuar, Kichwa, Waorani, Shiwiar, Andoa and Sápara nations,  e iniziare con i Waorani portera' ovviamente all'inizio della fine anche per le altre tribu, ad inquinamento, ad urbanizzazione, ad acqua e territori rovinati.

Dopo la decisione di accordare sedici permessi trivellanti a Novembre 2018 vicino al confine con il Peru', le proteste erano montate ed erano state cosi sostenute che alla fine da sedici blocchi si passo' a due soltanto. Il ministro degli idrocarburi dell'epoca, Carlos Pérez, cedette anche se il governo disse che era una decisione temporanea e che i territori sarebbero potuti tornare sotto la scure delle trivelle fra qualche anno. Insomma un tuttapposto ecuadoriano.

Degli altri due blocchi Pérez disse che non c'erano tribu' indigene nelle vicinanze, anche se in realta' ci sono vari gruppi di altri nativi, non i Waorani, ma i Sápara, i Shiwiar, i Kichwa e i Tagaeri-Taromenane. Anzi, addirittura c'erano piani segreti per permettere trivelle pure in aree protette
L'Ecuador fa parte dell'OPEC - e' una delle nazioni piu' piccole in questa organizzazione, per dimensioni e per volumi di petrolio estratti. Ugualmente ci sono contratti miliardari con la Cina per comprarlo. E la Cina non fa sconti a nessuno.

Nel 2009 l'Ecuador fece default su tre miliardi di debito che non riusci' a ripagare. L'allora presidente Rafael Correa fece allora un accordo con la Cina: 1 miliardo di dollari in prestito e in cambio
contratti petroliferi a favore di Petrochina.

Le trivelle attuali invece nella mente diei politici dell'Ecuador dovrebbero porare ad $800 milioni di dollari, o almeno questo e' quello che dice il presidente Lenín Moreno.

Ma gli indigeni non ci stanno. I Waorani sono anni che combattono assieme con altre tribu del paese.
Gia' a dicembre 2017 gli indigeni della giungla dell'Amazzonia hanno messo su una marcia di duecento miglia, durata due settimane dalla foresta fino a Quito, la capitale del paese chiedendo di mettere fare alle trivelle nel paese. Si sono pure dati un nome Confederation of Indigenous Nationalities of Ecuador (CONAIE).

A suo tempo il presidente Moreno promise agli indigeni di questo CONAIE di non trivellare i  territori degli indigeni che prima non erano stati interpellati. Ebbene, a questo giro i Waorani lamentano che il governo non li ha mai consultati prima di cedere questi terrirori ai petrolieri.

L'accordo va sotto il nome di Article 57, Sezione 7 della Costituzione. E non c'e' solo questo articolo; il governo dell'Ecuador e' anche obbligato a consultare gli indigeni come da due accordi internazionali di cui una che arriva dritta dritta dall'ONU.
 
Ovviamente il punto della questione e' che i Waorani e gli altri non vogliono essere solo interpellati: non vogliono le trivelle nelle loro foreste.

Punto.

Pure se vivono nella giungla, lo sanno anche loro che le trivelle sono la morte, la degradazione ameintale, corruzione, debiti (alla Cina!) e paralisi di tutto cio' che non ruota attorno al petrolio.

E quindi vogliono un modo di pensare diverso: protezione della foresta, degli indigeni, dell'ambiente, economia verde, un futuro sano e sostenibile.

E' come in Basilicata: le trivelle non ha portato a nessun sviluppo ma solo perdite e malattie.
E in Ecuador lo sanno bene visto che cause e inquinamento collegate alle trivelle vanno avanti dal 1993 quando Chevron/Texaco lasciarono dietro di se una scia di pozzi abbandonati e di monnezza petrolifera che ancora adesso fa ammalare residenti dopo decenni. Basti solo pensare che la composizione chimica dell'acqua dell'Amazzonia e' stata qui perennemente modificata, con un 30% di salinita' in piu' a causa dei riversamenti di petrolio e di rifiuti petroliferi.

E ovviamente non ha senso trivellare nel polmone della terra, sede di una incredibile biodiversita' e di popolazioni indigene che non hanno fatto niente di male per meritare tutto cio'.

Sunday, August 28, 2016

La Zenith Energy di Scozia: richiusa e sigillata Ombrina Mare per 300mila euro





Ma chi e' stato a richiudere Ombrina Mare?

Cosa hanno fatto? Cosa faranno? Chi sono?

Eccoli. Si chiamano Zenith Energy ed hanno sede ad Aberdeen, in Scozia.  In data 22 Agosto 2016 hanno annunciato di avere finito le operazioni di chiusura di Ombrina Mare per conto della Rockhopper Exploration.

Si chiama "plug and abandonement" - tappa e abbandona - ed alla Rockhopper Exploration e' costato 250,000 sterline, circa 300,000 euro.  A causa dell'attuale crisi nel settore petrolifero il prezzo e' considerato estremamente favorevole.

L'infrastruttura che abbiamo visto parcheggiata attorno ad Ombrina per Luglio ed Agosto si chiamava
Atwood Beacon jackup drilling rig, una piattaforma mobile e temporanea che puo' essere usata a vari scopi, e che si puo' montare e smontare a piacimento.  L'altra volta che vedemmo un jack up drilling rig attorno a San Vito Marina si chiamava George Galloway, ed era quella che nel 2008 venne per installare Ombrina Mare.

Il direttore delle operazioni della Zenith Energy si chiama Chris Collie ed ha annunciato che per loro si tratta di un importante passo in avanti. Era il loro primo progetto di rimozione di piattaforma ed e' stato tutto programmato ed eseguito in cinque mesi. Prima d'ora si erano solo occupati di realizzare impianti e piattaforme e non di dismetterli. Dicono di avere eseguito i lavori seguendo i piu' stretti protocolli di HSEQ - health, safety, environment, quality.

Chiudere un pozzo non e' un gioco facile. E' costoso, delicato, ci vuole personale competente. Ci sono stati pure dei morti in alcuni casi quando le cose non sono state fatte bene. In inglese le parole sono "well kill". Uccidere il pozzo. 

La prima cosa che si deve fare e' di mettere quantita' sufficenti di fluidi pesanti nel pozzo in modo che gli idrocarburi ed altri fluidi presenti nel pozzo non possano tornare in superficie, anche quando le valvole che ne controllano l'erogazione saranno smantellate.

Di solito quello che si fa e' di usare il metodo bullhead - a testa di toro.  Si forzano dei fluidi (che sono piuttosto dei fanghi densi) nel pozzo fino a che gli idrocarburi e o altre formazioni (tipo acque di scarto o fluidi di perforazioni precedenti o gas) non vengano respinti nel giacimento iniziale.

Questo puo' essere pericoloso perche' se uno pompa materiale troppo in fretta, o calcola male i volumi,  ci possono essere problemi con le pressioni dei tubi dei pozzo, scoppi, e si puo' anche danneggiare il giacimento con l'introduzione di materiali indesiderati o innaturali.

Secondo la Zenith Energy pero' ad Omrbina e' andato tutto bene.

Sono stati poi rimossi dei cablaggi detti slickline e wireline e le valvole dette "ad albero di Natale" - cioe' i Christmas Trees che servono per monitorare pressioni e temperature, e controllare flussi di materiale in arrivo e in uscita. Hanno poi cementificato il pozzo in modo definitivo, tagliato e rimosso rivestimenti interne delle pareti del pozzo e smontato l'infrastruttura visibile dalla superficie del mare.

Secondo la Zenith, Ombrina era particolarmente delicata a causa delle alte concentrazoni di idrogeno solforato rimaste nel pozzo e perche' durante il bullheading potevano esserci sbalzi di pressione.
Anche qui, tutto e' andato come previsto, almeno secondo quello che dice la Zenith e Ombrina e' ora "permanentemente abbandonata".

Ma la risposta vera a chi ha chiuso Ombrina Mare e' un altra. Ombrina Mare e' stata chiusa grazie a tutti noi.  Siamo stati bravi, ma davvero.

Ogni tanto ci devo fermarmi a ricredermi - 8 anni, e abbiamo vinto noi.  In Italia, dove queste cose non succedono mai. Un pozzo che siede li per otto anni, che non succhia nemmeno una goccia di petrolio, e che alla fine viene smontato grazie a gente normale.

E ci devono pure rifondere 300 mila euro!

Grazie a noi.

Ad majora.

Friday, January 23, 2015

La Sicilia e il New York Times



 I love these wines.
I love the lightness of their textures, 
the purity of the red fruit and mineral flavors, t
heir refreshing nature, their elegance and their subtlety.
 

Chissà se Rosario Crocetta e Angelino Alfano leggono il New York Times. Perché è uscito proprio in questi giorni un nuovo articolo sui vini della Sicilia che esordisce così: “For a decade now, Sicily has been among the most exciting wine regions in the world. I’ve fallen in love with reds and whites, wines full of freshness and vitality, complexity and a sense of place, from both Mount Etna in the east and the region centering on Vittoria in the southeast”.

La Sicilia è una delle regioni vinicole più eccitanti del mondo – freschezza, vitalità, complessità e senso di radicamento. Il giornalista dice che se n’è innamorato.

Non parlano mica del petrolio siciliano, o delle trivelle o delle royalties o dell’indotto petrolifero – tutti miraggi che presto diventeranno incubi. Il New York Times parla del miracolo del “nerello mascalese” e del “nerello cappuccio” sull’Etna, e del “frappato” di Vittoria e del nero d’Avola, vini – specie i primi tre – che non erano considerati poi granché fino a venti, trent’anni fa, quando dalle cooperative si capì che occorreva puntare sulla qualità e non sulla quantità. E così hanno spostato la produzione su vini internazionali prima e poi hanno valorizzato i vini locali.
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Non è la prima volta che il New York Times si occupa di vini siciliani: parlano di lovely reds of Mount Etna, e di enticing wines of the Vittoria region. Dicono che sono vulcani di energia, che hanno “verve, grace and energy” e che non sono abbastanza commercializzati negli Usa.

Sono appena tornata da una serie di conferenze sul petrolio in Sicilia vistando Ragusa, Sciacca, Pantelleria, Agrigento, Catania. E’ una regione incantevole – non ci sono autostrade in alcune aree – e così abbiamo attraversato paesini e immense distese di aranceti. Il cibo era magnifico ovunque, il barocco di Ragusa ti coglie all’improvviso, scopri l’unicità del corallo di Sciacca e della sua storia, il passito di Pantelleria che diventa patrimonio Unesco, i maestosi templi di Agrigento. A un certo punto ti accorgi che la storia si mescola – i greci, i romani, gli arabi, i normanni – tutti i con i loro eroi, le loro leggende e loro principesse.

E poi passi per Gela e devi tapparti il naso dalla puzza, o vedi la baia di Porto Empedocle umiliata da ciminiere Enel nel suo punto più bello o vedi la brutta edilizia dei giorni nostri, fatta senza amore e senza rispetto.

Mentre ero lì, ogni tanto pensavo all’articolo di Gian Antonio Stella sul turismo siciliano e della sua “disfatta turistica”, e mi veniva tristezza. Perché? Perché Rosario Crocetta e Angelino Alfano invece di pensare a buchi e ad accordi con i petrolieri e a numeri sparati a casaccio sulle royalties, non fanno un programma a lungo termine per la loro Sicilia? Favorendo le cose che già ci sono e che non sono valorizzate a sufficenza e che portano ricchezza distribuita e duratura. Il pozzo di petrolio e la raffineria creano inquinamento, creano altre Gela, fanno arricchire solo chi le gestisce dall’alto, e per loro essenza sono destinate a finire miseramente. La valorizzazione delle nostre unicità portano benessere per tutti, durano per generazioni a venire, stimolano la creatività e l’imprenditoria locale, e ci rendono aperti al mondo. Sono attività sane.

Ci vuole solo l’intelligenza di programmare e di volerlo. Come le cooperative del vino trent’anni, fa che hanno creato one of “the most exciting wine regions in the world” e che adesso finiscono sulle pagine del New York Times.

Qui invece Luca Zaia, governatore del Veneto: la Repubblica è una, indivisibile e imperforabile

Saturday, May 18, 2013

Nuove trivelle siciliane - D33 GR AG e D28 GR AG

"Eni è oggi più che mai un’azienda vicina, aperta e dinamica. I suoi valori chiave sono la sostenibilità, la cultura, la partnership, l’innovazione e l’efficienza".

money money money money money money




Tra i punti A e B c'e' la tutela integrale.  
Il posto giusto per una trivella.


E' festa grande all'ENI. Adesso ci sono altre due concessioni al largo delle coste di Sicilia depostitate presso i ministeri romani e per i quali c'e' tempo fino a 6 e al 9 Luglio per mandare osservazioni.

I testi sono qui

D33 GR AG
D28 GR AG

Si tratta della D33 GR AG e della D28 GR AG, entrambe dell'ENI con partecipazione Edison,  adiacenti l'una all'altra, in cui si vuole fare acquisizione sismica con airgun su un area di 100 chilometri quadrati (la D 33) e su 450 chilometri quadrati (la D28) e la perforazione di un pozzo esplorativo in ciascuna concessione della profondita' complessiva di 1600 metri. L'istanza si estende a 20 chilometri da Licata, in provincia di Agrigento e a 23 chilometri sia da Gela che dalla provincia di Ragusa.

La profondita' del mare varia da 350 a 900 metri nelle due concessioni, per cui si tratta di acque profonde (e pericolose).

I comuni interessati sono Acate, Butera, Gela, Licata, Ragusa, Santa Croce Camerina, Vittoria sparsi fra le province di Agrigento, Caltanissetta, Ragusa.

Ovviamente questa concessione non e' sola, ma ce ne sono diverse altre a tappezzare i mari di Sicilia: come per tutti i mari d'Italia e' un continuo che abbraccia tutto il contorno dell'isola. Cambiano nomi, titolari e perimetri, ma sempre buchi e trivelle sono che puntellineranno tutto il litorale siciliano se nessuno fa niente.

Come giustifica tutto questo l'ENI? Con le solite balle che secondo me neanche loro  ci credono:

L’alternativa zero, ovvero la non realizzazione delle opere, è stata considerata non applicabile in quanto il progetto, può risultare estremamente vantaggioso per l’Italia, permettendo di ridurre la dipendenza energetica dall’estero attraverso lo sfruttamento delle risorse presenti sul territorio nazionale sia marino sia terrestre.

La mancata realizzazione del progetto porterebbe a non sfruttare una potenziale risorsa energetica ed economica del territorio attraverso la produzione di idrocarburi da immettere nella rete di distribuzione nazionale.


Qualcuno deve ancora spiegargli che tutto il petrolio d'Italia non servirebbe a soddisfare che una parte piccolissima di fabbisogno nazionale e che di vantaggi per l'Italia non ce ne sono - quelli sono solo per le tasche di Scaroni e dei loro investitori.

E l'alternativa zero del lasciare il mare pulito?

Ad ogni modo ecco qui le zone protette nelle vicinanze delle concessioni D33 e D28 GR AG

Siti ZPS (Zone di protezione speciale)

· ITA 050012 Torre Manfria Biviere e Piana di Gela che si spinge per un tratto anche a mare e che
dista circa 22.2 km (circa 12 miglia marine nel punto più prossimo) dal perimetro dell’Istanza di
Permesso di Ricerca d33 G.R-.AG.

Siti SIC (Siti di Importanza Comunitari)

· ITA040010 Litorale di Palma di Montechiaro a circa 29 km (circa 16 miglia marine nel punto più
prossimo) a Nord – Est dal perimetro dell’Istanza di Permesso di Ricerca d33 G.R-.AG;

· ITA050011 Torre Manfria a circa 22,2 km (circa 12 miglia marine nel punto più prossimo) dal
perimetro dell’Istanza di Permesso di Ricerca d33 G.R-.AG;

· ITA050001 Biviere e Macconi di Gela a circa 24,5 km (circa 13,2 miglia marine nel punto più
prossimo) dal perimetro dell’Istanza di Permesso di Ricerca d33 G.R-.AG;

· ITA080004 Punta Braccetto Contrada Cammarana a circa 23,6 km (circa 12,7 miglia marine nel
punto più prossimo) dal perimetro dell’Istanza di Permesso di Ricerca d33 G.R-.AG;

· ITA080001 Foce del Fiume Irmino a circa 33,3 km (circa 18 miglia marine nel punto più prossimo)
dal perimetro dell’Istanza di Permesso di Ricerca d33 G.R-.AG.

· ITA080010 Fondali Foce del Fiume Irmino a circa 34,6 km (circa 18,7 miglia marine nel punto più
prossimo) dal perimetro dell’Istanza di Permesso di Ricerca d33 G.R-.AG.

Siti IBA (Important Bird Watching)

· 166 Biviere e Piana di Gela - Important Bird Area a circa 22 km (circa 11,8 miglia marine nel punto più prossimo) dal perimetro dell’Istanza che ricade parte sulla costa e parte in mare.

Ci sono poi varie “aree di notevole interesse pubblico”a circa 20 chilometri dalla concessione

1) tratto di costa di contrada Branco Piccolo sita nel Comune di Ragusa

2) zona di Falconara;

3) zona di Manfria;

4) zona del lago di Biviere;

5) zona di Punta Braccetto;

6) territorio comprendente il Fiume Irminio e zone circostanti nei Comuni di Scicli, Ragusa, Modica e Giarratana

e poi ci sono Beni archeologici sommersi, in prossimità della costa, a circa 23,5 km (12,7 miglia marine) l'Area Marina di Tutela Archeologica in Località Bulala del Comune di Gela dove sussiste una  Zona di Tutela Integrale dove sono  vietate:

· il transito, la sosta e l’ancoraggio di qualsiasi unità navale;

· la pesca professionale e sportiva svolta con qualsiasi sistema (fatti salvi alcuni casi particolari);

· l’immersione subacquea in apnea e con bombole;

· qualsiasi altra attività in superficie o in immersione non autorizzata.

Cioe' e' tutto vietato, ma a 20 chilometri di distanza uno puo' andare e fare trivelle e sondaggi, come se l'acqua del mare conoscesse confini e come se le navi volassero!!!

Ecco qui una interessante tabellina


Che dire. Ci sono solo X, niente numeri.

Se uno poi legge il progetto ci sono un sacco di blabla sul come nonostante le X tutto sara' fatto nel rispetto dell'ambiente e che tutti gli impatti sono bassi, lievi, trascurabili, nulli.

Questa in particolare fa un po ridere:

L’immissione in mare degli scarichi civili generalmente è considerata circoscritta e di carattere temporaneo. Inoltre, poiché le operazioni di perforazione sono svolte in mare aperto, va considerata anche l’elevata capacità di diluizione dell’ambiente circostante che rende tale fattore di perturbazione ed i conseguenti effetti sulle popolazioni marine poco significativi.

Notare che parlano di scarichi civili, e non di che fine fanno i fanghi di perforazione. E notare la logica: buttiamo la monnezza a mare e il mare diluisce!!!!

E i fanghi di perforazione? Dicono che quelli verranno raccolti da apposite navi che periodicamente riporteranno il materiale in terraferma.  Ma e queste navi dove transiteranno? E visto che portano via il materiale di scarto delle operazioni petrolifere con queste navi, perche' non portare via anche gli scarichi civili???

E' come una favola.
Basta crederci.