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Saturday, July 15, 2017

La Rockhopper vende sei concessioni alla Northern Petroleum: obbligo di ripristino ambientale di 3 milioni di euro









Dal 2012 ad oggi la Rockhopper Exploration ha perso il 90% del suo valore: da 200 pence nell'Agosto di 5 anni fa, a 20 pence al Luglio del 2017.

E' evidente che le cose non vanno bene. Oltre ai prezzi del petrolio collassati sul mercato globale da un paio di anni ormai, la debacle Ombrina Mare dalla quale sperano stoltamente di recuperare 150 milioni di dollari, il 14 Giugno hanno anche annunciato che un pozzo appena trivellato in Egitto era sterile. 

Da qualche parte devono pur recuperare il denaro.

E cosi decidono di vendere tutte le loro concessioni su terraferma in Italia alla Northern Petroleum. Le chiamano concessioni "non-core", cioe' non fondamentali, e lo fanno per "snellire" le loro operazioni e per "rettificare" i costi.

Sono in genere parole per dire: stiamo cercando di salvare il salvabile.

La Northern Petroleum ha pagato 1.6 milioni di euro in cambio di sei concessioni, totali e parziali sparsi per l'Italia, e che sono qui elencate:

100% Scanzano (71 kmq, Basilicata)
60% Monte Verdese (60 kmq, Basilicata, il restante 30% e della Gas Plus e il 10% della Petrorep)
50% Torrente Celone (80 kmq, Puglia, il restante 50% e' della Edison)
100% Aglavizza (7 kmq, Abruzzo)
100% Civita (276 kmq, Abruzzo)
85% San Basile (98 kmq, Abruzzo, il restante 15% e' della Irminio)

Oltre agli 1.6 milioni di euro di prezzo, ci sono i costi associati alla manutenzione, debiti, e spese varie che sono passati alla Northern Petroleum per circa 2.8 milioni di euro.  E poi i costi di dismissione e di ripristino ambientale, passati anche loro alla Northern Petroleum di 3 milioni di euro per un totale di dieci anni stimati di lavoro.

In totale, fra debiti e spese di ambientale la Northern Petroleum ha dunque speso 7.4 milioni di euro.

Dunque, impariamo da tutto cio' che:

1. Circa 600 kmq di territorio italiano per trivellare valgono 7.4 milioni di euro;

2. Le spese ambientali su sei concessioni ambientali sono di tre milioni di euro. Anche se non e' un conto accurato (sono diverse fra loro, per estensione territoriale e per livello di struttamento) questo vuol dire che ogni concessione si riduce in circa 500mila euro di danni. E' una cifra da tenere in mente come ordine di grandezza quando si parla dei fantasmagorici litri e litri di petrolio che queste microconcessioni porteranno all'Italia e il costo totale di guadagno per loro e di veri costi per la collettivita'.

E la Rockopper?

Da tutta questa transazione oltre agli 1.6 milioni di euro ricevuti direttamente dalla Northern Petroleum, hanno ricevuto circa 1 milione di euro indietro come value-added-tax refund dal governo.

Cioe' lo stato italiano le restituisce l'IVA!

Bell'affare no?

Resteranno in Italia con la concessione a gas Guendalina e il permesso Serra San Bernado.
E poi, andranno a trivellare in altre localita' del Nord Africa.


Altro giro, altra corsa.


Wednesday, March 15, 2017

Brooklyn: i residenti condividono l'energia dal sole dai tetti di tutti












Brooklyn.

La ricordo da bambina, negli anni '70, come un posto senza infamia e senza lode, dove noi del Bronx non avevamo grandi motivi per andare. Se si voleva fare la gita domenicale, papa' ci portava fra i palazzi scintillanti di Manhattan e ce ne raccontava tutti i suoi segreti.  

Un giorno raccontero' la sua storia e la sua New York.

Adesso invece che mio padre ne ha ottanta di anni, Brooklyn e' diventata la sede di tutto cio' che e' chic e trendy -- ristorantini, locali, cose di design e artigianali, un po hipster.

E ora arriva l'elettricita' trendy.

E' un esperimento in cui sono stati messi dei pannelli solari sui tetti di vari edifici che hanno formato una sorta di cooperativa del sole a New York. Si chiama Brooklyn Microgrid e hanno iniziato con  una cinquantina di famiglie di residenti e negozi e business.

L'idea e' che tutti usano l'energia del proprio tetto, ma quando finisce si puo' comprarla dal proprio vicino, usando un sistema di scambio peer-to-peer, non dissimile da Bitcoin o usando a volte Paypal.

Questo sistema di vendita diretta elimina completamente il gestore di elettricita' -- e le sue tariffe e tasse.

L'idea e' che questa Brooklyn Microgrid diventi autosufficente anche se per ora c'e' la rete tradizionale dietro in caso di guasti.  

Il progetto e' portato avanti da LO3 Energy assieme a Siemens, con la promessa di creare sistemi decentralizzati che possano lavorare da soli, o magari con la rete elettrica come backup.  I tetti migliori vengono cercati tramite Google Earth e poi quelli di LO3 vanno a casa a chiedere ai residenti se vogliono partecipare.

In Australia, un progetto simile esiste gia' a Perth. Ma dove queste tecnologie sono gia' piu' o meno vincenti e' il terzo mondo, dove la rete normale non esiste ancora e dove questi progetti di cooperative del sole sono spesso l'unica e la piu' facile soluzione per portare l'energia alle persone. 

Per esempio in Bangladesh dove 65 milioni di persone non hanno accesso all'elettricita' queste cooperative del sole iniziano a prendere piede e il metodo di compravendita e' tramite app sui telefonini.

In Germania una delle piu' grandi cooperative del sole ha 8000 famiglie collegate.

Intanto a Brooklyn, sono in sperimentazione anche delle app per gestire il consumo di elettricita' dal proprio tetto -- quanta se ne vuole usare dal tetto, il proprio budget, cosa accendere, cosa spegnere, di modo che sia tutto personalizzato.

A quando in Italia? 







Sunday, February 19, 2017

Mr. Petrolio impone nuove tasse a chi guida auto elettriche


Le Tesla, per chi puo' permettersela, e' adorata, e pian piano tutte le case autmobilistiche iniziano a sformare modelli eletrici perche' hanno capito che prima o poi prenderanno il sopravvento.

E quindi, da qualche parte un petroliere deve pure iniziare a fare qualcosa per fermarli, prima che sia troppo tardi. E quindi, ecco qui. Dall'inzio del 2017 altri sei stati USA e cioe' Indiana, South Carolina, Kansas, Tennessee, New Hampshire, e Montana hanno introdotto leggi per tassare chi guida auto elettriche di un massimo di $180 l'anno.

Tasse simili esistono gia' in Wyoming, Colorado, Virginia, Nebraska, Missouri, Washington, North Carolina, Idaho, Georgia, e Michigan sia per gli autisti di auto elettriche che di auto ibride. In questo caso le tasse variano da $50 a $300 l'anno.  Arizona e Arkansas le stanno considerando.

La Georgia, che in precedenza era il secondo stato dell'unione per la vendita di auto elettriche, grazie agli incentivi di un tetto massimo di $5,000 ha adesso annullato tale incentivo. Invece che $5,000 dollari ora l'incentivo e' di $200.  Ovviamente, i crolli delle vendite di automobili elettriche sono stati immediati.

Chi sta dietro a tutto questo?

I fratelli Charles e David Koch, di 81 e 76 anni.

Ultraconservatori, ricchi, che spendono e spandono per fare lobby contro tutto cio' che il 21esimo secolo dovrebbe essere: rinnovabili e un mondo fossil-fuel free.  Grazie alla loro Koch Industries spendono circa 10 milioni di dollari l'anno per incoraggiare il consumo di petrolio e per cercare di arginare, come possono, le rinnovabili.

Cosa fa la Koch Industries, fondata dal loro padre Fred Koch?

Asfalto, sostanze chimiche,  fertilizzanti, minerali, gas naturale, petrolio, plasitca, finanza.
Puo' bastare per inquadare i due fratelli di Wichita, Kansas?

E di soldi ne hanno tanti: la Koch Industries e' dell'84% di proprieta' privata - e cioe' della famiglia
Koch, ha fatturato 100 miliardi di dollari nel 2015 ed e' il secondo conglomerato per grandezza degli USA in mano a privati.  Ci lavorano 100 mila persone.

Ovviamente hanno tutto da perdere con le rinnovabili, e quindi cercano di fermarle come meglio possono. Dieci milioni l'anno di lobby anti-sole e anti-vento sono tanti.

I due fratelli, non contenti, hanno pure formato un gruppo politico dal nome ALEC che sta per American Legislative Exchange Council che oltre a Koch Industries viene supportata da altri industriali fossili/antichi/conservatori per fare azione di lobby presso Washington.

E infatti a Dicembre 2015 passarono una risoluzione per far si che gli stati che avevano investito sulle rinnovabili e che pensavano di dare sussidi alle auto elettriche facessero retromarcia.

Da un certo punto di vista, ci sono riusciti. Dopotutto, tutti gli stati di cui sopra hanno passato tasse sulle macchine elettriche oppure ridotto gli incentivi.

Pero' il fatto che si siano cosi impuntati alla lotta contro le rinnovabili, e contro le automobili elettriche testimonia quanto grandi siano i passi fatti in avanti dalle auto non-a-benzina. 

Nel 2016 il tasso di crecita delle auto elettriche e' stato del 37 percento rispetto al 2015, e questo nonostante non siano economicissime, e nonostante i prezzi del petrolio siano relativamente bassi rispetto a qualche anno fa. E le cose non potranno che migliorare: i prezzi delle auto elettriche continueranno a calare, un po come per i pannelli solari, con la produzione di massa.

L'Imperial College di Londra, stima che entro il 2035 ci saranno il 35% di auto elettriche nel pianeta e nel 2050 arriveremo al 67%.i

I fratelli Koch e i loro amici dicono che queste tasse sulle auto elettriche sono dovute al calo della vendita della benzina, e alle tasse per la manutenzione delle strade che e' contenuto dentro tali tasse. Meno galloni si vendono, meno introiti alla comunita' da parte di queste accise, e quindi la necessita' di avere tasse "esterne"

Le tasse sulla benzina vennero introdotte nel 1957 e servivano per finanziare strade e ponti. 

La realta' e' che questa tassa non e' mai aumentata con l'inflazione e il valore e' fermo al 1993; le macchine sono diventate sempre piu' efficenti, e quindi anche le macchine a benzina ne usano meno;
la percentuale di macchine elettriche e' ancora troppo bassa per giustificare tasse ad hoc solo per loro.

Cioe': queste tasse non serviranno per sistemare l'infrastruttura stradale americana.  Invece pare che sia stato tutto fatto ad arte per scoraggiare l'acquisto di automobili elettriche, che per ora costano piu' delle altre, e a cui ora aggiungono anche tasse. 

Come aggiustare le strade? Usare una carbon tax, una tassa sul numero di miglia viaggiato ogni anno? O fare come il Vermont che riconosce che le tasse sulle automobili elettriche saranno considerate solo dopo che queste costitueranno il 15% delle automobili nello stato.

E poi, quanti soldi risparmiamo come collettivita' con queste automobili elettriche che non inquinano tanto quanto le automobili fossili? 

Eppur si muove.. nel senso che nonostante tutti questi piccoli e grandi ostacoli, le automobili elettriche sono in crescita dappertutto.

Prima o poi ci arriveremo -- prima o poi anche gli ottantenni fratelli Koch e le loro idee fossili -- saranno il passato.


Tuesday, January 12, 2016

Petroceltic alle Tremiti: accuse di frode, corruzione, debiti, messa in vendita.


Il crollo delle azioni della Petroceltic -- scese del 70% in un anno

















Petroceltic, chi e' costei?

Se uno legge la lista delle ditte che vogliono, vorrebbero o hanno gia' trivellato in Italia, ci si accorgera' che molte di queste hanno nomi sconosciuti, sono  piccole, con pochi capitali sociali, che pensano di venire in Italia a fare il salto di qualita' perche' abbiamo "regimi fiscali favorevoli". Lo dicono loro.

Fra queste la Petroceltic di Dublino, la ditta a cui il nostro governo ha deciso di affidare i mari attorno alle isole Tremiti con la concessione BR 274 EL.

A leggere i comunicati degli investitori emerge che questa Petroceltic e' assolutamente piegata in due, da debiti, azionisti senza scrupoli, accuse di frode e corruzione, crollo dei prezzi del petrolio e non sanno piu' dove andare a parare.  Hanno debiti per 200 milioni di dollari che non sono riusciti a ripagare. Basta solo dire che il 23 Dicembre 2015, il giorno dopo la firma dei nostri decreti ministeriali ha iniziato a cercare potenziali acquirenti. La liquidita' finira' entro Gennaio 2016.

Cioe' abbiamo dato il mare delle Tremiti a una ditta sul lastrico che sta quasi per fallire.

Le banche che si occpuano della messa in vendita della Petroceltic sono la Bank of America, la  Merrill Lynch e la Davy Corporate Finance. Stanno vagliando tutte le opzioni: la vendita in toto delle varie concessioni al miglior offerente, la fusione con altre ditte, o anche l'infusione di capitale con altri debiti e offerte pubbliche.

Il valore delle azioni nel solo 2015 e' crollato del 77%.

Ma come si e' arrivati fin qui? 

Il principale investitore della Petroceltic si chiama Worldview Capital Management, ed e' una ditta di hedge funds. Detiene il 29% di azioni della Petroceltic ed e' guidata da Angelo Moskov. A Febbraio 2015 la Petroceltic, a causa dei troppi debiti, decide di vendere obbligazioni per 175 milioni di dollari usando come collaterale Ain Tsila, un campo di gas in Algeria e forse il suo progetto piu ambizioso.

Moskov si oppone: secondo la Worldview questo passo questo avrebbe lasciato gli azionisti con guadagni derisori. Disse:
As predicted by Worldview in its EGM circular issued in February 2015, Petroceltic appears to have now run out of money. As a result it is proposing to pledge the Company's crown jewel, namely its participation in the Ain Tsila asset, as a security for a contemplated $175 million bond issuance. In our view, this will result in squandering shareholder value.
Given Company's past history of very poor financial management and false claims, Worldview is extremely concerned that such bond issuance will be perilous to shareholders. Owing to the Company's consistent inability to produce sufficient cash flows, proceeding with the bond issue on the announced terms would, in our view, likely result in bondholders eventually securing the world-class asset for a derisory sum.
La Petroceltic rinuncia. Le azioni crollano ancora. La Worldview denuncia la Petroceltic in tribunali d'Irlanda e d'Inghilterra per errori nelle revisoni interne. La causa e' ancora aperta.

Il 20 Agosto 2015 la Worldview accusa la Petroceltic di frode e di corruzione:
con la creazione di schemi per defraudare la compagnia dall'interno, con fatture gonfiate a Ain Tsila in Algeria.

La Petroceltic risponde accusando il suo principale investitore Worldview di una campagna di denigrazione e di sottrarsi al dialogo. Hanno paura che la Worldview possa accaparrarsi il 100% delle azioni e che questa sia una campagnia per l'acquisizione della Petroceltic a pochi spiccioli. 

Il 17 Settembre 2015 la Worldview accusa ancora la Petroceltic di irregolarita' in Bulgaria: dirigenti di medio livello avrebbero creato anche qui canali per  il trasferimento illegale di fondi della compagnia in mano di terzi, tramite  sussidiarie egiziane, bulgare e lussembughesi.

E poi il 23 Dicembre 2015 finiscono i soldi e si mettono in vendita.

Ecco, questa e' la Petroceltic d'Irlanda in questo momento. Perche' le abbiamo affidato le isole Tremiti senza neanche indagare che fondi avessero, che o chi fossero? Io non so chi abbia ragione in questa lotta fraticida fra la casa madre e Worldview, ma certo e' assolutamente folle dare loro un pezzo del nostro mare.

Caro Matteo Renzi, veramente vogliamo una ditta squattrinata, guidata da gente senza scrupoli a trivellare in uno dei mari piu belli d'Italia?

Evidentemente si.






Sunday, October 18, 2015

L'Amazzonia in vendita al miglior trivellatore -- una storia a lieto fine

28 Novembre 2016 




In un altra vittoria finale, lo stato del Parana' in Brasile ha votato per fermare il fracking per almeno dieci anni.


Bravi tutti quelli che hanno lottato dal basso,
per anni.


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20 Dicembre 2015



Nao Fracking Brasil 

















Di questa storia avevamo parlato ad Ottobre, senza sapere come sarebbe andata a finire. E' la storia di un altro piccolo Davide che lotta contro un enorme Goila, di una comunita' che, contro ogni previsione, riesce a spuntarla contro i petrol-egoisti. Si svolge in Brasile e ha per protagonisti gli indigeni della Valle dello Jurua' che lottavano contro qualcosa di molto piu' grande di loro: le trivelle nella loro foresta. Restano qui le ultime tribu' di persone mai contattate dal mondo moderno, lontane anni luce da quella che noi definiamo civilta'.

Era una lotta quasi senza speranza: il governo del Brasile vendeva concessioni petrolifere in questa valle sospesa fra gli stati di Acre e di Parana, con fracking e senza fracking come se fossero caramelle, senza transparenza e mentendo su cosa esattamente avrebbero fatto in queste concessioni.

Si formano piccole organizzazioni locali, se ne creano di piu' grandi e si raggruppano sotto il nome Nao Fracking Brasil-COESUS (No Fracking Brazil Coalition), guidati da Juliano Bueno de Araujo. Arrivano anche i volontari di 350.org di Bill Kibben e il Conselho Indigenista Missionario (CIMI) del Brasile. Assieme si organizzano, preparano manifestazioni, si fanno intervistare alla radio e alla televisione, creano eventi informativi.  Si cerca di sensibilizzare tutti, che nella giungla non e' facile. Ma sono agguerriti.

Fu cosi' che l'Agenzia Nazionale del Petrolio del Brasile detta ANP il giorno della vendita all'asta di varie concessioni il giorno 9 Ottobre 2015 si ritrovo' sommersa da indigeni, capi tribu, ambientalisti e gringo. Tutti ad esigere spiegazioni e che la loro voce fosse ascoltata. Tutti a voler salvare la foresta. Erano presenti petrolieri ed agenzia di stampa internazionali.

A loro Araujo ricordo' che "Qualsiasi tipo di esplorazione mineraria nella regione avrà un impatto grave e irreversibile su tutte le forme di vita della foresta, sui popoli indigeni, sulle zone costiere e urbane. Non ci fermeremo fino a quando non saranno cancellati tutti gli atti nocivi dell'ANP contro il popolo brasiliano, atti che comprometteranno le nostre forniture di acqua, la nostra agricoltura, la nostra cultura."

Presentano documenti e evidenza di quel che dicono, e chiedono alla corte di fermare la Petrobras nell'assegnazione di queste concessioni. Da un lato associazioni e indigeni dall'altro colossi governativi: il governo federale brasiliano, l'istituto dell'ambiente del Brasile, l'ANP e Petrobras,
tutti d'accordo sul trivellare la foresta. Contro ogni speranza, dopo due mesi, il 16 Dicembre 2015 un giudice del tribunale federale della citta' di Cruzeiro do Sul,  Giovanni Paolo Moretti de Souza, decide senza petrol-pieta' la sospensione la cancellazione di tutte le attivita' petrolifere, con e senza fracking.  Tutte le concessioni gia' date vengono revocate. E' vietato assegnarne di nuove, ed e' anche vietato sorvolare le zona con elicotteri allo scopo di petrol-perlustrare la Valle dello Jurua.  Il giudice parla di gravi illegalita' nell'assegnazione dei permessi, sia da un punto di vista ambientale che sociale. Parla di rischi enormi per l'acqua,  la fauna, la flora, e anche per la vita umana, per la vita quotidiana della gente per il possibile aumento di difetti di nascita.  

Hanno vinto loro, gli indigeni.  

La Petrobras ha avuto dieci giorni di tempo per sospendere tutte le compravendite, e per ogni giorno di ritardo avrebbero dovuto pagare 25 mila dollari. 

Araujo commenta cosi: "Si tratta di una vittoria della vita, della natura e degli uomini di buon senso e di buona volonta' di questo paese". 

Amen, e che ce ne siano tante altre a venire.


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E così il Brasile vende, o cerca di vendere, l’Amazzonia ai petrolieri. Si tratta di 266 concessioni di shale gas in sedici stati del Paese, per la maggior parte nella foresta in cui vivono tribù indigene. Nella lista dei possibili acquirenti Bp, Shell, ExxonMobil Rosneft, Petrobras, Statoil, Premier Oil, Gdf Suez, Total, Anadarko ed altre, per un totale di 37 ditte da 17 paesi.

Fra le località più delicate la Valle del Juruà, il parco Serra do Divisor e la Valle del Javari, tra Bolivia, Peru e Brasile dove vari gruppi indigeni sono approdati da altre parti del Paese dopo essere stati oggetto di violenza da parte di trafficanti di droga, disboscatori e petrolieri in anni passati. Non trovano pace neanche qui. Oltre a loro, si stima che fra queste concessioni vivano circa settantasette gruppi che non hanno mai avuto contatto con il mondo esterno.
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Le 266 concessioni riguardano non solo la foresta che ospita queste comunità indigene, ma anche vari acquiferi sotterranei, aree di produzione agricola e zone di mare note per le migrazioni e la sosta di balene. Ma un gruppo di attivisti detto Coalizão Não Fracking Brasil (Coesus) non ci sta. Chiede che le comunità indigene siano lasciate libere dal fracking. La foresta – con i suoi ritmi, e i suoi tempi – è la vita per queste persone e contaminarne l’acqua e le risorse basilari con sostanze tossiche ed inquinanti significherebbe di fatto la loro decimazione. Fanno parte di Coesus un folto numero di biologi, geologi, ambientalisti, e scienziati.


Per creare maggiore sensibilizzazione, i membri di Coesus fanno viaggi lunghissimi nella foresta per arrivare al parco Serra do Divisor e per parlare con i rappresentanti delle comunità Nawa, Nukini e Puyanawa già esposte al mondo “occidentale” per spiergargli il fracking. I capi tribu dopo lo stupore inziale, si dicono – ovviamente – contrari al fracking e pian piano inizia anche il loro attivismo. Chiedono ai governanti centrali di essere lasciati in santa pace. I movimenti crescono.

I Puyanawa e i Nukini hanno già avuto esperienza con l’uomo bianco: verso la fine del 1800 erano arrivati i tagliatori di alberi da gomma che distrussero il loro habitat, portarono con loro malattie e trasformarono gli indigeni in schiavi da sfruttare per il duro lavoro nelle piantagioni. Gli fu pure imposto di vivere secondo i parametri occidentali, cercando di eliminarne la cultura.

Così si arriva al 9 Ottobre 2015, il giorno dell’asta per le concessioni dell’Amazzonia. E’ stata una piccola catastrofe per il governo, visto che solo 37 su 266 delle concessioni previste sono state assegnate. L’asta pullulava di leader indigeni e di attivisti, i manifestanti hanno organizzato sit in e conferenze stampa su cambiamenti climatici, diritti degli indigeni, ed esperienze passate.

La cosa più sorprendente è che fra gli acquirenti delle concessioni sono ditte minori: le più grandi si sono tutte tirate indietro e non hanno comprato niente. Neanche Petrobras. E poco importa che sia per le proteste, per il crollo dei prezzi, per giustizia sociale. L’importante è che l’86% delle concessioni è rimasto invenduto.

Come dicono in Brasile: Nem aqui e em nenhum lugar desse planeta.


Non qui e non da nessuna altra parte.

Sunday, August 23, 2015

La Forest Oil, poi Sabine Oil, poi .. bancarotta






Eccoci qui al funerale e speriamo alla seppellitura della Forest Oil Corporation, quelli che volevano trivellare Bomba. 

Inizia tutto verso la fine del 2014, quando la Forest Oil, piegata in due da debiti, affari andati a male, e dal crollo del prezzo del petrolio, decise di unire le sue forze con la Sabine Oil & Gas Corporation,  che non stava messa cosi bene neanche lei. Magari pensavano che pur zoppicando tutte e due, in qualche modo potessero risollevarsi assieme. La Sabine Oil assorbi' la Forest Oil.

Ma il matrimonio fra le due non e' stato sufficiente a superare la tempesta, e cosi a Luglio del 2015 anche la Sabine Oil si e' arresa e ha chiesto che le venisse applicata la cosiddetta protezione della Chapter 11 -- e cioe' un periodo di protezione dai creditori che si da a compagnie in difficolta' per darle modo di riorganizzarsi. E' una sorta di coma indotto prima della bancarotta finale. Qualche volta le ditte riescono a riorganizzarsi sotto questo Chapter 11, altre volte no.

In questi otto mesi del 2015 la Sabine fusasi con la Forest ha venduto concessioni, tagliato le spese e i salari, ma non ci sono riusciti:

“Given the severity of the current market conditions and their impact on the company’s cash flow situation, the company has been unable to right-size its balance sheet through cost-cutting and self-help measures alone”

scrive il Chief Financial Officer Michael Magilton. La Sabine ha dichiarato di avere 2.5 miliardi di dollari in concessioni e proprieta', e 2.9 in debiti.
E' interessante pure capire come sono arrivati fin qui. La Sabine a un certo punto ha *denunciato* alcuni investitori che giocavano con le loro sorti e la causa e' ancora aperta.

Infatti, grazie ad alcuni investitori, la fusione fra la Forest Oil e la Sabine Oil ha avuto dei ritardi, che hanno fatto si che alcune delle concessioni perdessero valore. Fu annunciata gia' nel Maggio 2014 e invece venne eseguita soloa Dicembre 2014. Perche' gli investitori hanno fatto questo? Perche' nello stesso tempo questi simpaticoni degli investitori stavano anche *scommettendo* che la fusione fallisse. Cioe' avevano tutto l'interesse speculativo a che la fusione fra la Sabine e la Forest andasse a male. Allo stesso tempo, visto che hanno tasche profonde gli investitori hanno anche comprato azioni della Forest Oil e della Sabine Oil, in modo da poter controllare le tempestiche della fusione e mettere lo zampino fra le ruote.

Simpatici questi investitori, eh? Ma dopotutto sono petrolieri, e come sempre, chi la fa l'aspetti. Personalmente considerato il trattamento che la Forest Oil ha riservato a Bomba non provo alcun dispiacere. 
Nel frattempo, messa in standyby la fusione, il prezzo del petrolio continuava a calare e ogni giorno perso era un passo in piu' verso il fallimento, cosicche' quando la fusione Forest-Sabine finalmente c'e' stata, e' stato troppo tardi. 

Sic transit gloria della Forest Oil, fondata con cotanta speranza nel 1916 in Pennsylvania e quotata in borsa dal 1969. La Sabine Oil invece con uffici ad Houston e' stata fondata nel 2007.
Adios. 
Il caso e' noto come ``Sabine Oil & Gas Corp., 15-11835, U.S. Bankruptcy Court, Southern District of New York (Manhattan)".