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Monday, June 10, 2019

Artico: il Maggio piu' caldo che mai, 29 gradi in Siberia, il permafrost che indietreggia, sfonda la CO2




L'Artico non ce la fa piu e tutti i ritmi immutati da milioni di anni pian piano cambiano senza che nessuno davvero sappia cosa questo significhi.

E' stato il Maggio piu' caldo che mai, con temperature in Russia fino a 29 gradi. In Maggio! Il permafrost in Canada indietreggia di 1 metro al giorno. I livelli complessivi di ghiacci sono
quasi ai minimi storici. Solo nel 2016 ce ne'era di meno.
 
Occorre davvero fermarsi a riflettere su questi numeri perche' fanno paura.

Le informazioni sul permafrost in Canada vengono da un gruppo ricercatori dell'Universita' di Edinburgo che hanno usato dei droni per monitorare in continuo i ghiacci dell'Artico del paese.

Quello che hanno rilevato e' che appunto, il permafrost si disintegra, a un tasso di sei volte superiore rispetto a quanto considerato normale. Nell'arco di 40 giorni nel 2017, la costa era indietreggiata di un metro al giorno.

Il permafrost, o anche la tundra, e' terreno che resta congelata perennemente. Tipicamente funziona da stoccatore naturale di CO2. Ma quando si scioglie o si disintegra, cadendo in mare, iniziano i problemi, perche' questa tundra contiene il doppio della CO2 presente in atmosfera, e dunque amplifica i meccanismi dei cambiamenti climatici.  Oltre a rilasciare CO2 il permafrost rilascia anche metano, un altro gas serra.

E il ciclo continua. In alcuni casi puo' essere che il permafrost inizi ad emettere piu' CO2 di quanto ne assorba.  E' gia' successo in alcune localita' d'Alaska.  E quando il ghiaccio si schioglie, il mare che resta assorbe ancora piu' energia del ghiaccio, portando a cicli sempre piu' estremi.

E la perdita di ghiaccio fa si che le ondate di caldo piu' a sud siano piu' intense, perche i venti polari sono meno forti come riporta l'Arctic Report Card, un documento apposito stilato dal National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Intanto, i livelli di CO2 sono ai massimi storici: 416ppm, e continuano a crescere. 


Tutto questo nell'arco delle nostre vite, creato dall'uomo.
E' terrificante se ci si pensa bene, e non fa presagire niente di buono.

Thursday, March 7, 2019

Belushya Guba, Novaya Zemlya, Russia. Gli orsi polari affamati discendono sulla monnezza










Sono immagini che fanno male al cuore.

Siamo a Belushya Guba nell'arcipelago russo di Novaya Zemlya che e' stato invaso da orsi polari affamati e rovistanti nella monnezza.


Il tutto e' iniziato a meta' Febbraio quando una cinquantina di orsi ed i loro piccoli sono scesi in citta,
una comunita' militare di 2,500 persone a piu' di duemila chilometri da Mosca.

Di orsi polari, specie in via di estinzione, se ne vedono abbastanza qui, ma il fatto che questa volta siano arrivati fra le case e fra le gente ha colto tutti di sorpresa - negli edifici, nella monnezza, a guardare nei vetri, senza paura. O forse troppo affamati.

A un certo punto e' stato pure dichiarato lo stato di emergenza, con barriere innalzate attorno alle scuole, autobus per portare i bimbi da casa fin dentro le strutture, e trattori per pattugliare.

Perche' succede questo? 

Che domande. 

Il WWF russo spiega quello che tutti sappiamo: i cambiamenti climatici hanno portato alla perdita di ghiaccio, di habitat degli orsi, e in ultima analisi di cibo, che porta questi animali a cercare di sfamarsi dove e come possono.  Appunto in citta'. 


La dinamica tradizionale e' che gli orsi polari debbano migrare da sud a nord in inverno, dove il ghiaccio e' solido secondo Ilya Mordvintsev, ricercatore russo.

Ma nell'annata 2018-2019 la formazione di ghiaccio e' stata inusualmente scarsa, appunto a causa del clima del cambia. Questo ha fatto si che cercare e acchiappare le foche,  una delle fonti di cibo preferite degli orsi polari, e' stato difficile. Cosa fare allora se sei un orso ed hai fame?

Ovviamente cerchi cibo altrove.  In questo caso la monnezza di Belushya Guba.


C'e' poco da fare, dunque. In mancanza di ghiaccio, gli orsi iniziano a migrare a sud.  Non e' la prima volta, non sara' l'ultima. Anche Putin lo riconobbe nel 2010 quando parlo' del fato di questi animali di fronte ai cambiamenti climatici. 

Mikhail Stishov,  e' il responsabile della biodiversita' in Artico per conto del WWF e dice che la situazione e' stata peggiorata dal fatto che i residenti non erano preparati per l'arrivo di 50 orsi fra le loro case, e dal fatto che l'accesso a Belushya Guba e' limitato dal corpo militare russo, per cui ben pochi esperti di orsi e di ambiente hanno potuto aiutare i residenti.

In realta' gia' ad Ottobre 2018 gli orsi erano arrivati in citta', e prima di allora nel 2016 quando il WWF spiego' alle persone di non lasciare fuori ne immondizia ne cibo. Ma ben pochi suggerimenti vennero messi in atto.

In questo momento si sono solo fra i 22,000 e i 31,000 orsi polari artici, per la maggior parte,
i due terzi, in Canada.

Che fare? Alcuni dicono di anestetizzarli e di riportarli da dove sono venuti, ma non e' facile. Perche' se il cibo manca, gli orsi torneranno dritti dritti dove il cibo c'e'. Possono infatti tranquillamente ritrovare la strada e non saranno certo venti o trenta chilometri a fermarli.  Bisognerebbe invece portarli a centinaia di chilometri di distanza ma non e' impresa facile.

Le autorita' russe hanno parlato pure di uccidere gli orsi, ma tanti sono stati gli inviti e la rabbia a non farlo.

Siamo solo all'inizio di questa immane catastrofe che stiamo portando al creato noi uomini.




Saturday, June 11, 2016

Canada: la Shell regala 8600kmq di concessioni petrolifere offshore al parco marino






“Shell has presented the Nature Conservancy of Canada with more than 860,000 hectares of offshore exploratory permits in the waters of Baffin Bay, near Lancaster Sound. This represents an area larger than Banff National Park"

Shell’s donation comes two months after Greenpeace Canada circulated documents to the media alleging that those oil permits, owned by Shell since 1971, may have expired decades ago.


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La discesa agli inferi dei petrolieri, continua, questa volta in Artico.

La Shell infatti si e' appena arresa agli ambientalisti e gli ha regalato un pezzetto di mare artico che avrebbe voluto trivellare.

I petrolieri d'Olanda infatti hanno volontariamente ceduto i propri diritti trivellanti e le proprie concessioni marine offshore presso la localita' Nunavut in Canada al Nature Conservancy of Canada. Si tratta di 8600 chilometri quadrati di mare,

Hanno deciso che invece che trivellare sorgera' qui un parco marino nazionale e di conservazione.

Perche'?

Perche' i cattivissimi ambientalisti del WWF Canada si erano opposti alle trivelle in questa zona di grande biodiversita' e anzi, da anni si attivavano per la realizzazione del Lancaster Sound National Marine Conservation Area. L'unico ostacolo a questo parco erano le trivelle, che ovviamente non c'entrano niente.

Finalmente la  Shell si arrende alle proteste e regala il suo mare agli ambientalisti. Chissa'. Magari non era piu conveniente, magari l'Artico e' troppo difficile da raggiungere e i costi sono elevati. Magari avevano paura delle proteste. Ad ogni caso, con questa rinuncia ci fanno pure bella figura.

L'area di conservazione marina e' ancora in via di istituzione. Da 40 anni.

La proposta iniziale era di proteggere 45,000 kmq di mare in favore di balene e foche. Adesso il "regalo" e la resa della Shell renderanno il parco piu' grande. Oltre al WWF, si erano mobilitati gli indigeni dell'Artico Canadese, gli Inuit che volevano proteggere la propria terra e i propri mari.

Lancaster Sound e' un area remota, che porta fra gli arcipelaghi del Canada del nord. E' un area di importanza critica per i mammiferi marini: foche, balene ma anche orsi polari, trichechi, narwhal, e vaste colonie di uccelli migratori. Anche se e' Artico c'e' vita e biodiversita' e ricchezza naturale.

Quelli della Shell sono stati carini, almeno in apparenza. Hanno detto che volevano anche loro aiutare a proteggere questo "ecosistema vitale", promuovere la sostenibilita' delle comunita' Inuit e proteggere il mare e l'Artico per le future generazioni canadesi.

Aggiungono che nel trasferire le concessioni al Nature Conservancy of Canada, si sono piegati alle conclusioni di scienziati e associazioni non governative che hanno lavorato per decenni per studiare la vulnerabilita' dell'area e per proteggerla.

Ma siccome non era sufficente essere eleganti, ricordano pure che hanno regalato alla stessa associazione circa $6.5 milioni di dollari, sia in contanti che in diritti minierari, lungo l'arco di 30 anni.  Tutto ha un prezzo, eh?

Dovevano proprio quantificare che si trattava di X milioni di dollari?

Ad ogni modo e il WWF Canada e' soddisfatto. Dicono che visto che la piu grande minaccia all'area protetta non c'e' piu' -- il pericolo di sversamenti e di incidenti dalle vicine concessioni Shell -- occorre lavorare per finalmente istituzionalizzare questo parco marino il piu' presto possibile.

Con Sergio Morandi della Mediterranean Oil and Gas ho ancora qualche sassolino nelle scarpe da togliermi. Ma, e se regalasse pure lui tutto quello che gli resta di Ombrina alla collettivita' per farci un parco marino?



Thursday, June 11, 2015

Gli orsi affamati e malnutriti a causa dei cambiamenti climatici


13 Settembre 2015. Gli orsi polari muoiono di fame a causa della mancanza di cibo e dei cambiamenti climatici.  Foto di Kerstin Langenberger che l'ha scattata a Svalbard, un arcipelago norvegese in Artico. A livello globale c'e' stato un calo della popolazione di circa il 30% degli orsi polari in 45 anni, a causa dello scioglimento dei ghiacci e di perdita di habitat e di cibo.

Dice questo Kerstin:

“I see the glaciers calving, retreating dozens to hundreds of meters every year. I see the pack ice disappearing in record speed. Yes, I have seen bears in good shape – but I have also seen dead and starving polar bears. Bears walking on the shores, looking for food, bears trying to hunt reindeer, eating birds' eggs, moss and seaweed. And I realized that the fat bears are nearly exclusively males which stay on the pack ice all year long. The females, on the other hand, which den on land to give birth to their young, are often slim. With the pack ice retreating further and further north every year, they tend to be stuck on land where there's not much food.”

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L'orso ricopre il corpo del delfino con la neve per presevarlo. Si presume che il delfino sia arrivato dal buco nella neve nella foto a sinistra e dal quale il delfino sia uscito per respirare.


Un altro orso che mangia la carcassa di un altro delfino morto ed ibernato




Questa fa veramente male, perche' siamo stati noi la colpa di tutto.

Nel ritmo normale delle cose, gli orsi polari e i delfini coesistono pacificamente. Nessuno mangia l'altro. E invece per la prima volta nella storia sono stati osservati degli orsi polari attaccare e mangiare i delfini nell'Artico.

Perche'?

Per colpa dei cambiamenti climatici.

E' questa la conclusione a cui e' giunto un gruppo di ricercatori del Norwegian Polar Institute, Jon Aars, Magnus Andersen, Agnés Brenière, Samuel Blanc, e pubblicato sul Polar Research Journal. Quello che accade, fondamentalmente, e' che a causa del rimpicciolirsi dei ghiacci artici, i delfini riescono a migrare piu a nord del normale e diventano preda per gli orsi. Cosa finora mai successa.  I quali orsi, sempre a causa dei cambiamenti climatici, sono sempre piu' malnutriti. Le loro prede "normali", le foche infatti, si spostano su raggi sempre maggiori e diventano meno numerose in Artico.

E quindi, invece che mangiare le foche, gli orsi passano ai delfini. Cambia tutto, anche il rapporto fra le specie animali.  L'articolo riporta almeno sei orsi che hanno attaccato i delfini, in episodi diversi, cercando di congelarne le carcasse per futuri "pranzi".

Uno potra' dire, beh che differenza c'e' fra foche e delfini. In realta' non funziona cosi, perche' non sappiamo quali altri equilibri cambieranno, o quali altri cambiamenti potranno essere innescati. 

Tutto cio' non e' normale e la colpa e' nostra.





Friday, March 27, 2015

La Shell ci riprova a trivellare in Artico con il 75% di possibilita' di incidente







Update: Oggi 15 Giugno la piattaforma Polar Pioneer lascia il porto di Seattle per l'Artico. Un gruppo di kayaktivisti della citta' e di Greenpeace ha bloccato l'uscita dal porto. Varie persone sono state arrestate fra cui anche il consigliere comunale della citta' Mike O'Brien. Bravo, che si e' esposto.





** Grazie a Matilde Brunetti **

Che lungimiranza!


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Il sindaco dice che la Shell deve prima farsi approvare un permesso speciale: per i rischi di inquinamento e di perdite nel mare dalle sue attrezzature

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Oceano Pacifico, 12°N 162°E. Arriva il mostro galleggiante in mare - la piattaforma Polar Pioneer, trasportata dal rimorchiatore Blue Marlin. Piattaforma e rimorchiatore sono diretti a Seattle, da dove partiranno poi alla volta dei mari Artici alla ricerca di petrolio. Assieme a lei la nave Noble Discoverer.

Direzione finale: Chukchi Sea, Alaska dove vivono foche, trichechi, balene e orsi polari.

La Polar Pioneer è di proprietà della Transocean Company, la stessa compagnia che possedeva la piattaforma Deepwater Horizon esplosa nel golfo del Messico nel 2010, causando il più grande sversamento di petrolio nella storia degli Stati Uniti.

Sicuramente un bel biglietto da visita!

In realta' e' da diverso tempo che la Shell cerca di trivellare nell’Artico - una specie di sport estremo per i petrolieri.

Due anni fa, al posto della Polar Pioneer, la Shell aveva ingaggiato la piattaforma Kulluk provocando ogni sorta di disastro di cui abbiamo parlato anche da questo blog. Il 1 gennaio del 2013 la Kulluk, in balìa del vento e del mare artici, si era sganciata dal rimorchiatore e si era allegramente schiantata contro l’isola di Sitkalidak, in Alaska.

Il disastro ambientale fu evitato solo grazie all’intervento della guardia costiera americana. Ci furono multe, indagini e la conclusione che la Shell non era preparata per questa impresa. Come sempre e' importante ricordare che trivellare l'Artico e' ancora piu' pericoloso che trivellare terra e mari piu "temperati" perche' nessuno sa come pulire i ghiacciai e come intervenire a temperature estreme. Non ci sono tecniche, non ci sono protocolli.
 



Dopo due anni di pausa, la Shell corre di nuovo verso i mari estremi dell’Alaska.

Si corre, perche' circa un mese fa l’amministrazione Obama aveva timidamente proposto nuove regole che renderebbero le operazioni offshore in Alaska un po piu' sicure per l’ambiente, ammesso che lo si possa fare, ma che aumenterebbero i costi per le compagnie.

Qui in Alaska, secondo l'impatto ambientale redatto dal Bureau of Ocean Energy Management e' emerso che sussiste il 75 percento di possibilita' che ci siano incidenti e rilasci accidentali a mare di petrolio. Portrebbero essere danneggiate circa 6,000 balene e 50,000 foche, con danni a tutte le specie marine anche in condizioni "normali". Ci saranno probabilita' di rilascio in mare di inquinanti.. rumori che disturberanno la vita marina, e ovviamente aumento di emissione di gas serra in atmosfera se si guarda al tutto in grande scala. La comunita' che sara' maggiormente impattata dalle trivelle sara' quella degli Inupiaq, 13,500 persone che vivono di pesca lungo le coste dell'Alaska con tradizioni millenarie in simbiosi con il mare e le sue creature.

Gli attivisti discesi sulla Casa Bianca ricordano ad Obama che non si puo' servire due padroni: da un lato parlare di lotta ai cambiamenti climatici nei convegni internazionali ed allo stesso tempo voler trivellare l'intrivellabile.

Le proteste sono dappertutto: a Seattle, dove i residenti non vogliono che il loro porto venga usato per fare da supporto logistico alla Shell.

Intanto Greenpeace manda un gruppo di sei persone sulla nave Esperanza a vedere come procedono le operazioni della Shell. Gli si puo' mandare un tweet con l'hashtag #TheCrossing.

Quali sono queste regole per operare in mari cosi difficili come quelli dell’Artico?

I petrolieri dovranno mostrare di oter rispondere in modo adeguato e rapido in caso di possibili incidenti. Gli equipaggi dovranno sempre avere con se sistemi e mezzi per intervenire immediatamente senza aspettare arrivi dalla terraferma. Mi pare il minimo, no? Ma a Shell e compari questo non piace.

Intanto, secondo l’impatto ambientale redatto dal Bureau of Ocean Energy Management se la Shell dovesse trivellare in Artico sussiste il 75 percento di possibilità che ci siano incidenti e rilasci accidentali a mare di petrolio. Il settantacinque per cento. Portrebbero essere danneggiate circa 6,000 balene e 50,000 foche, con danni a tutte le specie marine, anche in condizioni “normali”.

Ci saranno alte probabilità di rilascio in mare di inquinanti, rumori che disturberanno la vita marina, e ovviamente aumento di emissione di gas serra in atmosfera. La comunità che sarà maggiormente impattata dalle trivelle sarà quella degli Inupiaq, 13,500 persone che vivono di pesca lungo le coste dell’Alaska con tradizioni millenarie in simbiosi con il mare e le sue creature. Questo lo dice un ente governativo.

Intanto, numerosi attivisti si sono presentati alla Casa Bianca per ricordare il 26-esimo arrivesario di un altro incidente, quello della Exxon Valdez nel 1989 da cui l'ecosistema ha ancora da riprendersi.

Gli attivisti, fra cui il presidente di Sierra Club, ha ricordato che le mire della Shell sono dirette a localita' ancora piu remote che Prince William Sound, la zona dove finirono in mare circa 11 millioni di galloni di petrolio, inquinando piu di 1300 miglia di costa. Ancora adesso la vita marina ne soffre le conseguenze e si possono ancora trovare tracce di petrolio lungo la costa.

Nonostante le robanti promesse di ripulire tutto, ventisei anni fa, fu portati via solo il 14 percento del petrolio che fini' in mare. Il resto si disperse nel mare da solo. Gli attivisti ricordano ad Obama che non si può servire due padroni: da un lato parlare di lotta ai cambiamenti climatici nei convegni internazionali ed allo stesso tempo voler trivellare l’intrivellabile.

Le proteste sono dappertutto: oltre alla Casa Bianca, a Seattle, dove i residenti non vogliono che il loro porto venga usato per fare da supporto logistico alla Shell. Addirittura la città di Seattle ha ufficializzato il no all’uso del suo porto, mandando una lettera a Sally Jewell, chiedendole di valutare attentamente se trivellare in Alaska sia prudente e/o possibile.

Forse l’atto più coraggioso arriva da sei intrepidi volontari di Greenpeace che sulla nave Esperanza seguno la Shell e cercano di capire cosa esattamente stanno facendo

Qui la piattaforma Kulluk, allegramente alla deriva nel 2012.



























 

Wednesday, October 1, 2014

I trichechi dell'Alaska e i cambiamenti climatici









"It's another remarkable sign of the dramatic environmental conditions changing as the result of sea ice loss - The walruses are telling us what the polar bears have told us and what many indigenous people have told us: the Arctic environment is changing extremely rapidly and it is time for the rest of the world to take action".

Margaret Williams, WWF Arctic



All'apparenza, si assiste a qualcosa di spettacolare ed unico nei mari dell'Alaska. In realta' e' qualcosa di molto triste. I trichechi del Pacifico stanno migrando in massa per colpa dei cambiamenti climatici, al ritmo di circa 35.000 esemplari, arrivati disperati alle porte di Point Lay, un villaggio di eskimesi 700 chilometri a nord ovest di Anchorage, la capitale dell'Alaska.

E' stata la NOAA - la National Oceanic and Atmospheric Administration - ad avvistare i trichechi durante una ricognizione aerea per la prima volta il 13 Settembre.

I trichechi trascorrono gli inverni nel mare di Bering: le femmine partoriscono sui piccoli isolotti di ghiaccio nel mare e utilizzano questi isolotti come trampolino di lancio per raggiungere le lumache, le vongole e i vermi sui fondali. Si tuffano dagli isolotti e trovano da mangiare. Tutto funziona perche' i fondali sono poco profondi e il tempo dell'immersione e' limitato.

A differenza delle foche, infatti, i trichechi non sanno nuotare a lungo e ogni tanto devono riposare: ecco quindi che devono riemergere dal mare, e lo fanno aiutandosi con le zanne per arrivare sugli isolotti di ghiaccio. Quando arriva l'estate, e gli isolotti iniziano a scioglersi, i trichechi migrano leggermente verso nord, dove c'e' n'e' una abbondanza maggiore.

Quest'anno pero' gli isolotti nei mari del Bering sono quasi del tutto scomparsi, e cosi' per trovarne. i trichechi dovrebbero migrare molto piu' lontano, dove le acque sono molto piu' profonde. E la combinazione non funziona: anche se ci sono gli isolotti, il fondale e' troppo profondo e la loro fisiologia non gli consente di arrivare cosi in basso. Spaventati e alla ricerca di cibo, corrono in massa verso la terraferma, stretti stretti. Molti di loro muoiono, dallo spavento, dall'ammassamento, dalle condizioni non naturali in cui si trovano. Sono per la maggior parte femmine eesemplari giovani.

Perche' succede tutto questo? Perche' i cambiamenti climatici hanno portato allo scioglimento dei ghiacci artici: quest'anno i volumi sono stati molto minori rispetto alla media. Hanno iniziato a monitorare nel 1978 e solo in altre cinque annate c'era meno ghiaccio durante i mesi estivi che nel 2014.

La prima volta che si e' mai vista una cosa del genere e' stato nel 2007, anche quello anno di eccezionale rarita' di ghiaccio. Ma quest'anno l'esodo e' il piu' grande mai visto. 

Intanto le autorita' cercano di fare quel che possono. Aerei ed elicotteri e curiosi sono stati pregati di star lontano. Questo per non creare altra paura ai trichechi e per non farli ammassare ancora di piu'. Non sono abituati a queste condizioni e c'e' il rischio che muoiano in tanti, tutti stretti in cosi poco spazio e con difficolta' a trovare del cibo.

Come ricorda Margaret Williams del WWF Artico, i trichechi dicono la stessa cosa che dicono gli orsi polari e gli indigeni: i cambiamenti climatici sono veri e accadono adesso ed e' ora - adesso - di agire.




Thursday, September 4, 2014

Trivelle in Artico, l'ennesimo attacco









Ecco un altro angolo di paradiso, il Beaufort Sea in Alaska che il governo Obama sta pensando di aprire alle trivelle. Siamo nell'Artico, in uno dei cosiddetti mari degli Orsi polari.

Nel Beaufort sea vivono molte specie protette, oltre agli orsi anche le balene, le foche, i trichechi, e altri mammiferi marini e uccelli rari. Siamo a due passi dall' Arctic National Wildlife Refuge.

I cambiamenti climatici hanno gia' devastato l'area, con gli aumenti di temperatura il doppio rispetto che nel resto del pianeta: negli scorsi 60 anni la temperatura media e' salita da 2 gradi e mezzo, e si sono intensificate le tempeste, la costa va erodendosi e i ghiacciai si scolgono veloci. 

Lo stesso governo americano stima che la petrolizzazione dell'Artico si accompagna ad un rischio di sversamento del 40%: sarebbe un disastro senza proporzioni visto che non sappiamo neanche ripulire adeguatamente gli sversamenti "convenzionali". Qui e' tutto reso piu' grave dai venti potenti, dalle forti correnti e dagli inverni bui e freddi. La Shell Oil ha gia' sperimentato il tutto con una serie di fallimenti, uno dopo l'altro, nel Chukchi Sea, l'altro mare degli Orsi polari.

Caro Obama, sarebbe meglio che tornassi alle promesse elettorali - niente piu' trivelle in zone estreme, in zone pericolose e vicino alle persone.