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Friday, March 17, 2017

La chiesa si solarizza -- i cambiamenti climatici un attacco alla sacralita' della vita


Il Vaticano




Electrician Matt Fausher of Sullivan Solar Power installs solar panels on the roof of a classroom building at Saint John the Evangelist School in Encinitas on Dec. 1, 2016.
Saint John the Evangelist School, Encinitas, CA 



Townsville, Queensland, Australia
31 scuole cattoliche al sole, risparmio di 250mila dollari l'anno 



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Non sono belle queste foto? 
 Che uno sia credente o no, e' bello vedere persone che fanno cose buone
con il loro tempo, i loro soldi, la loro energia


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If we want to leave our children an inhabitable earth, 
if we have a responsibility to the unborn, 
we have a responsibly to act on climate



We are depleting the resources of the created order at such a rate 
that humanity won’t be able to survive 
unless we change the patterns that we’ve been engaged in

 Robert McElroy, vescovo di San Diego









We’re talking about hundreds of millions going to be impacted, particularly the innocent. 
That’s where it becomes a religious issue.
Veerabhadran Ramanathan, 
Scripps Institute San Diego



Tutti sappiamo, nel bene e nel male, quanto importante sia per la chiesa cattolica opporsi all'aborto e alla pena di morte. E questo perche' secondo il credo cristiano la vita e' sacra, sempre. 

E i cambiamenti climatici? Quelli non sono un attacco alla sacralita' della vita del creato, inteso nel senso piu' ampio della parola - l'uomo, le specie animali e vegetali?

E' una domanda che si sono posti anche i vescovi americani che pian piano, da San Diego ad Atlanta,  iniziano a diffondere il messaggio che i cambiamenti climatici sono un si, un vero e proprio attacco alla sacralita' della vita.  I fedeli vengono chiamati ad abbassare i propri livelli di consumismo,  mangiare meno carne, guidare di meno, installare apparecchi salva-energia, pannelli solari e mettere pressione ai propri leader politici, spinti dall'enciclica Laudato Si di Papa Francesco di un anno fa.

C'e' anche una componente di giustizia sociale: spesso sono i piu' poveri a soffrire di piu' per carestie e alluvioni causate dai cambiamenti climatici, gente che non ha causato i disastri e che meno possono permettersi di resistere, perche' economicamente svantaggiati. 

Sarah Spengeman e' la direttrice di Catholic Climate Covenant, una non-profit creata nel 2006 per sensibilizzare il clero a fare di piu. Lei dice senza indugio che certamente i cambiamenti sono un assalto alla vita e che la gente muore per colpa di siccita' alluvioni, tempeste portate dal clima non-naturale.

Nell'autunno del 2016 la conferenza episcopale dei vescovi cattolici americani e Catholic Climate Covenant hanno formalizzato un programma di mobilitazione per agire dopo l'enciclica del papa.
Negli USA ci sono 195 vescovi e 19000 preti. 

E sono partiti.

Hanno deciso di dare piu' spazio nei bollettini della chiesa a iniziative green e di dover parlare di piu' di cambiamenti climatici e di ambiente durante le prediche, negli incontri dove si parla di bibbia, e in generale in tutti i mezzi di comunicazione della chiesa.

Fra le arcidiocesi piu' attive, quella di Chicago dove le parrocchie cambiano: installano sistemi di risparmio energetico e mettono pannelli solari sui tetti di scuole e chiese.

A San Diego gia' 24 chiese hanno i tetti al sole ed entro pochi anni tutte le 99 chiese della diocesi avranno installato pannelli fotovoltaici.

La parrocchia detta "Our Mother of Confidence" di San Diego, e' passata al solare, usa lampadine LED e hanno pure messo dei speciali filtri ai vetri in modo da ridurre il consumo di aria condizionata. Ogni anno fanno 30,000 dollari di meno di costi per l'elettricita'.

Iniziative simili arrivano da Atlanta, Iowa, New Mexico, e in verita' da tutto il mondo. 

La chiesa cattolica ha il maggior numero di aderenti di qualsiasi altra religione qui negli USA. Il fatto che sia cosi impeganata contro i cambiamenti climatici e' utile perche' da l'esempio agli altri gruppi. E certo aiuta che il Papa abbia una cosi grande visbilita' a livello mondiale e che sia stato cosi chiaro sull'urgenza di agire contro le fonti fossili e in favore dell'ambiente.

Non tutti sono cosi progressisti. Alcuni professori cattolici, come Jay Richards della Catholic University of America a Washington, dice che i cambiamenti climatici non sono necessariamente immorali.

Il vescovo di San Diego, Robert McElroy dice che occorre che la chiesa faccia di piu' per dare l'esempio ai fedeli, e che occorrre un dialogo maggiore fra gente di chiesa, di scienza e della vita normale. 

E' quasi ironico che l'arrivo di Trump e il suo negazionismo, la sua contrarieta' agli accordi di Parigi,  abbiano maggiormente galvanizzato le persone, e anzi c'e' una sorta di partnership fra le parrocchie e gli scienziati, con lo scopo comune di proteggere il pianeta,  e questo grazie anche al carisma di papa Francesco.

E non ci sono gli USA: tutte le 31 scuole relogiose di Townsville in Queensland, Australia si sono solarizzate con un risparmio di 250mila dollari. Chiese al sole ci sono anche in Germania, Canada, e credo in mille altri posti. Spesso sono i fedeli che fanno le raccolte fondi per installare il fotovoltaico sui tetti. Speriamo che queste cose arrivino, prima o poi, e mutatis mutandis, anche in Italia.

A dire il vero, da questo punto di vista abbiamo gia' il record di solare del mondo: e' il Vaticano, dove un investimento da $660 millioni di dollari su un impianto fotovoltaico di 100MW ha fatto del Vaticano la prima nazione del mondo per le rinnovabili.

Siamo a 200watt a test. Seconda, per fare un paragone, e' la Germania con 80 watt a testa.  Anche se piccolo, il Vaticano genera sufficente energua elettrica per alimentare le sue 40,000 famiglie.

Un caro saluto a Carmine Miccoli, che so che ha fatto del messaggio di salvaguardare la terra un vero impegno, e anche ai tre vescovi d'Abruzzo che nel 2008 si fecero promotori del no al centro oli di Ortona, Carlo Ghidelli, Bruno Forte e Tommaso Valentinetti.



Sunday, March 20, 2016

Michela Costa, geologa, il referendum e il petrolio

Michela Costa, pro trivelle


Per chi capita per la prima volta su questo blog: 

"La docente di fisica sfida i pozzi: cosi nasce il fronte antitrivelle"

La Repubblica, 2010. 

Sarei io.

E' tutto iniziato nel 2007, nove anni fa.
Non c'era nessuno a suo tempo,
ne Greenpeace, ne Legambiente e nessun altro
professorone.

Infine: la mia storia personale e' complessa.
Sono nata e cresciuta nel Bronx.

Ho vissuto in Abruzzo per 10 anni e poi altri 5 a Padova.
Sono un po italiana e un po americana e vivo negli USA per tanti motivi.

Non sono scappata dall'Italia, quanto tornata
a quelle che sentivo fossero le mie origini.

Quando ho saputo che volevano trivellare l'Abruzzo
ho dato tutto quello che potevo
sebbene non ci vivessi piu' da quasi 20 anni. 

E' stato soprattuto grazie al mio attivismo e
 all'infomazione fatta attraverso questo blog
che nessun pozzo nuovo e' stato trivellato in Abruzzo
dal 2007 ad oggi,  ne in terra, ne in mare.

 


Never believe that a few caring people
can't change the world. 
For, indeed, that's all who ever have. 

Margaret Mead


Non volevo scrivere niente di questa Michela Costa, non sapevo chi fosse, e mi faceva anche un po vergogna per lei rispondere alle sue argomentazioni vecchie e fossili. Come dire, perche' sprecare gli elettroni per una sconosciuta che si sveglia la mattina e scrive cose a casaccio? Scrive pure cose sbagliate, con quello che lei chiama raziocinio, ma in realta' e' solo un parlare errato, senza un briciolo di amore per l'Italia e per chi le trivelle le vive ogni santo giorno.

E quindi volevo tacere. Ma poi sono stata letteralmente bombardata di richieste di commenti ed eccomi qui.

Di se stessa, dice:

E no, non sono un geologo che lavora in piattaforma, sono un geologo disoccupato che manco ci pensa ad andare a lavorare in piattaforma, per carità. E non ho nessuno in famiglia che lavora alla Eni.

E dice pure:

ho molto a cuore l’ambiente ma rifiuto la definizione di ambientalista (parola che come "fondamentalista” e “integralista” denota un estremismo spesso privo di qualsiasi tipo di raziocinio).

Tranquilla, Michela. Nessuno la accusera' di essere ambientalista, perche' lei di ambiente e di verita' e di giustizia sociale (che sono tutte cose che vanno di pari passo) non ama niente.

Occorre solo continuare a spargere la verita', post dopo post fino al 17 Aprile.


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Cara Michela,

leggo il suo articolo e mi cadono le braccia per terra di fronte alla sua visione cosi misera del mondo.

Certo, ciascuno ha diritto alla sua idea, inclusa lei. Vuole fare astensione e contribuire allo spreco immane di 3-400 milioni di euro? Bene e' libera di farlo. Vuole votare a favore dei petrolieri? Bene, e' libera di farlo. Vuole scrivere un po di qualunquisimi su cosa pensa dopo averci pensato mezzagiornata, una settimana? Bene, e' libera di farlo.

Ma spero che tutti quelli che *veramente* hanno a cuore l'Italia, l'ambiente, il futuro del pianeta siano di vedute piu' generose, piu' intelligenti, piu' moderne di lei, con lo sguardo verso il futuro e non fossilizzato verso il passato. 

Quello che lei non capisce e' che questo non e' un voto "tecnico", ma un voto simbolico. E la colpa non e' certo nostra, quanto di Renzi e compari che hanno fatto di tutto per ammazzare i quesiti piu' importanti, lasciandone solo uno: quello sulla durata temporale delle trivelle. Non era cosi nell'intento iniziale dei nove governatori che hanno proposto sei quesiti referendari, la stragrande maggioranza (otto su nove) del PD. Uno solo, Luca Zaia, del Veneto e' della Lega.

Capisce Michela? Il governo ha fatto di tutto per ostacolare il voto, per zittire gli stessi suoi governatori e per fare il lavaggio del cervello alla gente che il voto non serve.  Perche'? Perche' gli fa comodo. Perche' con Matteo Renzi ci parlano i lobbisti del petrolio, mica i cittadini di Viggiano.

E quindi, per uno che un po legge fra le righe e capisce che tipo di non-democrazia di furbi e' l'Italia, la domanda vera di questo voto e': che Italia vuoi essere? Vuoi essere Gela o vuoi essere Taormina? E' questo il vero quesito. Che Italia vogliamo, una Italia che vede fossile o una Italia che vede futuro?

La sua risposta, da quel che lei scrive e': voglio essere Gela. 
 
Credo di averlo gia' detto.

Se vince il NO, il giorno 18 Aprile, Renzi e compari -- i democraticissimi e coerentissimi politici italiani dalla Serracchiani in giu' -- non si metteranno a fare distinguo su "e' gas o e' petrolio" o sulle 12 o 13 miglia. No. Useranno il voto per continuare lo status quo. Per dire "l'Italia e' favorevole alle trivelle" e appiopparci altri pozzi, altre "strategie nazionali", altri stoccaggi, altri petrol-inciuci. Useranno il voto per ostacolare ancora di piu' le rinnovabili.  La stampa ufficiale italiana non e' seria, e quindi quelli del Sole 24 Ore e tutti i loro amici la prenderanno come un plebiscito sul "continuiamo a bucare l'Italia".

Ripeto, la domanda vera il 17 Aprile e': che Italia vuoi? 

Ora, torniamo a lei, Michela.
 
Quello che traspare da tutto quello che lei scrive (e che spesso leggo anche da altri per giustificare lo status quo) e' un sentimento da perdenti: o trivelliamo o torniamo alle caverne. 

Non e' vero. Non e' un gioco al ribasso. Abbiamo messo un uomo sulla luna, abbiamo inventato i treni a levitazione magnetica,  il mondo ce la fara' senza le trivelle, senza far ammalare di cancro nessuno, senza mettere altra monnezza in atmosfera, in mare, in corpo ai pesci e ai bambini.
  
Io spero per lei che nessuno venga a trivellare il suo mare, la sua citta', la sua estate. Perche' e' facile fare i geologi-chic quando i problemi sono degli altri. E' facile dire "ho letto tutti i vostri blog" e pontificare senza mettersi nei panni di chi vicino alle trivelle ci vive e ci respira.

Vivo a Santa Monica, e qui non ci sono trivelle. Quelli di generazioni prima della mia hanno fatto di tutto perche' l'orizzonte restasse blu, con le palme e il tramonto sul Pacifico.  A loro sono grata e mi piacerebbe che fosse cosi anche in Italia. A differenza di lei che scrive post deprimenti sul "no we can't senza le trivelle" io voglio invece essere quella del "yes we can con il sole e con il vento".

Sono nove anni che faccio questo lavoro. Ci sono andata a vederle le petrol-citta' e non vorrei questo per nessuno - Calgary, Viggiano, Richmond, San Ardo, Gela.  Non e' un bel vedere, non e' un bel respirare, non e' un bel vivere.

Ecco qui le mie risposte ai suoi dubbi ragionamenti "razionali" in favore alle trivelle:


1) Lo stop che prevede il referendum riguarda più il gas metano che il petrolio. In Italia il petrolio, l’oggetto più demonizzato dalle campagne “No-Triv”, viene estratto per la maggior parte a terra e non in mare. Gli impianti che saranno oggetto del referendum estraggono fondamentalmente metano, che sebbene fossile, è una fonte di gran lunga meno dannosa del petrolio e ancora per molti versi insostituibile (attualmente il 54% dell’offerta energetica mondiale). In questa pagina del sito dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse, vi è l’elenco completo delle piattaforme oggetto del referendum (quelle entro i limiti delle 12 miglia), la profondità del fondale (dato spesso sottovalutato, ma molto importante) e il tipo di combustibile estratto. Nonostante Greenpeace si faccia portavoce di immagini con ragazzi in costume da bagno ricoperti di catrame e poveri pennuti starnazzanti nel petrolio, scorrere velocemente l’elenco degli impianti farà capire brevemente come la percentuale di impianti a GAS sia in netta maggioranza rispetto a quelli a OLIO. Questo si traduce con una sola frase: Siamo disinformati e pronti ad abboccare a qualsiasi cosa, basta che sia green.

Io non mi reputo disinformata cara Michela.

Nel referendum non si parla di gas o di petrolio, ma di tutti gli impianti collegati agli idrocarburi. Nei nostri mari ci sono impianti a gas e a petrolio, tutti e due. Mai sentito parlare di Rospo Mare? Mai sentito parlare di Gela? Mai sentito parlare di Vega A e B? Mai sentito parlare di Ombrina Mare o di petrolio alle Tremiti?

Pensi un po, abbiamo pure tre navi stoccaggio ancorate lungo le nostre coste per metterci il petrolio-monnezza che viene gia' estratto. Monnezza perche' e' di qualita' scadente. Indice API quasi sempre inferiore a 17-18.

Dove l'ha letto poi che il gas e' meno dannoso del petrolio? Anche per il gas si usano fanghi di perforazione, anche per il gas ci sono emissioni in atmosfera di idrogeno solforato, benzene, VOC ed altra monnezza varia. Lei fa la geologa ed e' errato dire questo. Lo sa che in Emilia Romagna a causa delle estrazioni di gas c'e' la subsidenza che ha portato all'abbassamento del terreno di vari metri? O che in Polesine ci sono state alluvioni mortali a causa delle estrazioni di metano? Non se ne parla, ma esistono.

Quando lo si brucia, il gas e' meno impattante delle benzina, ma i processi di estrazione, trasporto, stoccaggio, lavorazione, sono esattamente gli stessi. Non lo dico io. Lo dice il governo norvegese. Lo dice lo stato della California.

Per di piu', il metano e' un gas serra, cioe' contribuisce ai cambiamenti climatici, per sua informazione.

2) la vittoria del SI porterà comunque alla costruzione di altri impianti. La costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è vietata per legge dal 2006 (comma 17 dell’art. 6 del D.Lgs 152/06) e su questo possiamo stare sereni. La vittoria del SI non potrà, però, impedire alle compagnie di spostarsi e costruire nuovi impianti poco oltre questo limite. Praticamente con il SI quello che vogliamo dire alle compagnie: "Sentite, anche se avete ancora un botto di gas da estrarre in questo giacimento, chiudete tutti i rubinetti e spostatevi più lontano oppure andatevene in un altro paese"  Si, significa questo, ridotto ai minimi termini. La compagnia allora potrà scegliere se non cambiare stessa spiaggia stesso mare, dismettere l’impianto entro le 12 miglia e farne, per esempio, uno nuovo a 12,5 miglia (li dove nessuno potrà lamentarsi di nulla) oppure andare a cercare giacimenti altrove, sulla terraferma o in altri paesi. Ma inevitabilmente, altri impianti saranno costruiti e altri saranno potenziati, per sopperire al fabbisogno energetico. Se vietiamo l’utilizzo degli impianti esistenti, da qualche altra parte questo gas dovremo andarlo a prendere, no?

Immagini allora la vittoria del NO quanti altri impianti ci portera' in Italia!

E poi di cosa parla? Mi sa che lei non ha studiato un bel niente, mia cara. Queste leggi o se le inventa o chi gliele ha passate non sapeva bene cosa scriveva.

La costruzione di piattaforme selvagge (cioe' senza limiti) era legale in Italia fino al 2010, quando volevano costuire impianti a 2km sottocosta a Vasto. In Sicilia ce le hanno gia' le piattaforme sottocosta. Nel 2010 la legge cambia e arriva il divieto delle 12 miglia. Ma nel 2013 il divieto viene aggirato dal governo Monti e quel galantuomo di Corrado Passera. Finalmente il divieto torna nel 2016.

Potrei qui scrivere altri papiri su questi comici governi italiani che nello spazio di 5 anni cambiano le leggi quattro volte, ma voglio sottolineare che dopo tutti questi colpi di scena, il risultato e' che siamo adesso a una barriera di 12 miglia e che questa barriera esiste, se vogliamo essere generosi, dal 2010.  Nei cattivissimi USA il limite e' 100 miglia e dal 1981. Pensi un po come siamo indietro, eh! 

Ma il punto e' un altro: lo sa lei, cara Michela, come ci siamo arrivati a queste foglie di fico delle protezioni italiane delle 12 miglia? Grazie all'attivismo della gente. Mica grazie a gente come lei che si arrende prima ancora di incominciare? Se non era per la gente che ha protestato e si attivata e si e' informata, staremmo ancora qui a mettere le trivelle sulla spiaggia dei bambini. 

Sul limite delle 12 miglia, concordo: e' un limite assurdo. Quello che ci vuole e' un limite molto superiore. Facciamo come gli USA: mettiamo pure noi 100 miglia, e chiudiamolo *tutto* l'Adriatico alle trivelle, invece che metterci altri buchi. 

Il suo ragionamento assume pure che gli idrocarburi estratti in Italia e nei mari d'Italia sono 1. sufficenti per l'uso che ne facciamo in Italia e 2. che restano in Italia. Sul primo non e' cosi. Portremmo pure trivellare la costa Smeralda, ma non ce la faremo mai, ce ne abbiamo troppo poco di petorlio. Sul secondo non lo sappiamo. Il petrolio e il gas sono di chi lo estrae ed e' libero di farci quello che vuole, incluso venderlo al migliore offerente.

Infine, non e' vero che inevetabilmente saranno costruiti altri impianti. Come gia' detto non e' trivella o muori. Invece quello succedera' e' che finalmente potremmo dare spazio e respiro al sole, al vento, all'industria delle auto elettriche, al cervello. Alla vita sana e non ai bambini deformi di Gela. Se lo fanno in Germania e in California perche' non in Italia?

3) La vittoria del SI non scongiura un rischio ambientale, anzi, contribuisce ad aumentare l’export petrolifero e quindi anche l’inquinamento. Ora, immaginiamoci un disastro ambientale, un grave incidente a una piattaforma petrolifera posizionata “correttamente” e cioè oltre il limite delle 12 miglia. Pensate davvero che un miglio, 5 miglia o anche 20 miglia possano fare la differenza? Sarebbe comunque una catastrofe e nessun vascello di Greenpeace o panda del WWF potrà correre avanti e indietro e fare da barricata all’avanzare del petrolio verso le coste. In più lo stop delle piattaforme esistenti si tradurrebbe in un maggiore traffico di petroliere che vanno a spasso per i nostri mari per portarci i combustibili che noi abbiamo deciso di non estrarre più ma di cui avremo ancora bisogno. Petroliere alimentate a petrolio, che trasportano petrolio e che possono esplodere o essere soggette a perdite e sversamenti. Senza dimenticarci che, sempre in Adriatico, anche la Croazia e la Grecia trivellano e, in futuro, potrebbero attingere ai giacimenti che l’Italia abbandonerà in caso di vittoria del SI. Insomma, a livello di rischio ambientale non cambia proprio nulla.

Vedo che pure lei in quanto a supercaXXole non si fa mancare niente. Ma che ragionamento contorto e'?

No, 5 miglia non possono fare la differenza, ed e' per questo che tutto l'Adriatico va chiuso alle trivelle. 

E per sua informazione, per tutto il parlare che si e' fatto in Croazia di trivelle, non hanno fatto neanche un buco in tempi recenti. In Italia e' dagli anni '50 che buchiamo l'Adriatico, anche vicino al confine con i mari della ex-Yugoslavia, e quindi e' patetico dire "se non trivelliamo noi, trivelleranno loro". Invece dovremmo dire: dovremmo essere noi i primi a dare l'esempio, e abbandonare noi per primi le fossili in Adraitico, visto che siamo stati noi i primi a tirarne fuori il petrolio e senza chiedere niente a nessuno.

Interessante che lei stessa riconosce che ci possano essere scoppi. Come gia' detto, e come dico a tutti quelli del NO il 17 Aprile, Chicco Testa, Monica Tommasi, Romano Prodi, Matteo Renzi, Federica Guidi, se siete cosi ottimisti piazzatevela voi una trivella e tutto cio' che le trivelle comportano (oleodotti, navi, cisterne, stoccaggi) nei mari di vostra scelta.

Prendetevi l'ombrellone a Porto Marghera o a Falconara.

 
4) La vittoria del SI non si traduce in una politica immediata a favore delle energie rinnovabili che a conti fatti da sole non possono ancora bastare. Cosa vi aspettate, che all’indomani della cessazione delle attività nelle piattaforme, l’Italia magicamente si sosterrà solo con le rinnovabili? Siamo d’accordo che l’utilizzo dei combustibili fossili non sia una pratica sostenibile. Ma appunto per questo bisognerebbe puntare non alla costruzione di altri impianti, bensì allo sfruttamento residuo di quelli già esistenti che devono fare da supporto alle energie rinnovabili sempre più in crescita ma non ancora autonome. In un futuro (credo ancora troppo lontano) si auspica l’utilizzo esclusivo di energie rinnovabili ma ciò deve essere fatto un passo alla volta, con la consapevolezza che un periodo di “transizione” è fisiologico e l’utilizzo delle fonti fossili, soprattutto del gas, ci dovrà accompagnare in questo passaggio. In poche parole, se togliamo il gas e il petrolio dobbiamo essere in grado di sostenere subito “la baracca” in un altro modo altrettanto efficiente. Le stesse Greenpeace, Legambiente, Marevivo, Touring Club italiano e WWF hanno detto: “quello che serve per difendere una volta per tutte i nostri mari è il rigetto immediato e definitivo di tutti i procedimenti ancora pendenti nell'area di interdizione delle 12 miglia dalla costa e una moratoria di tutte le attività di trivellazione a mare e a terra, sino a quando non sarà definito un Piano energetico nazionale volto alla protezione del clima e rispettoso dei territori e dei mari italiani”. Ok siamo d'accordo ma nel frattempo che definiamo il Piano energetico, l’Italia come vivrà?

Michela, lei e' piu' fossile del petrolio mi sa. Di quale futuro si tratta? Fra quanti decenni facciamo questa transizione? Perche' sa, il mondo non piu' aspettare. Abbiamo avuto DIECI mesi di caldo record e di fila fra il 2015 e 2016, tutti gli equilibri biologici sono saltati e occorre fare il piu' in fretta possibile.

Questo referendum non cambiera' niente sul breve termine. Sara' solo un segnale per dire che Italia vogliamo nel futuro e per questo che dico che e' un voto simbolico. Stia tranquilla che nessuna piattaforma verra' chiusa il 18 Aprile ed avremo tutto il tempo del mondo per pianficare il futuro in modo intelligente, invece che contiuare a sbattere la testa con i buchi. Ma dobbiamo iniziare e lo dobbiamo fare senza aspettare un giorno di piu'.

Come gia' detto lei parte dal presupposto che il petrolio italico serva a mantenere la nazione dal punto di vista energetico. Non e' cosi. Abbiamo distrutto l'intera Basilicata, e Gela, e Falconara, e Ravenna inseguendo il dio-trivellante, e abbiamo tirato fuori il 7.5% del nostro fabbisogno nazionale.

SI o NO che sia, se continuiamo cosi, lo importeremo sempre il petrolio.

Quello che ci vuole e' un piano a lungo termine in favore di un sistema di energia rinnovabile ed efficente. E questo piano inizia con il fare capire la nostra volonta' al governo che vogliamo una Italia moderna ed intelligente e con un SI il 17 Aprile.

Voglio vedere l'Italia che supera la Germania. 


5) Il referendum è illegittimo, fa leva sulla disinformazione dei cittadini e sulla cattiva immagine che una trivella ha nell’immaginario comune. Non è un referendum lo strumento più adatto per risolvere un tema così complesso e così tecnico. O meglio, potrebbe esserlo se fossimo tutti degli esperti di coltivazione d’idrocarburi, ma non lo siamo. Trivellare non vuol dire necessariamente essere contro le politiche green, anzi, la normativa di settore è piuttosto severa e restrittiva nei confronti delle concessioni e degli adempimenti a cui le compagnie devono prestare attenzione.

Chi e' lei per dire questo? Il punto e' che -- quale che sia la storia dietro questo referendum -- siamo chiamati alle urne. Punto e fine. E' uno spreco di soldi non andarci. E' uno schiaffo a chi e' morto cent'anni fa per darci il diritto di votare. E' un insulto alla democrazia. E si cara mia, trivellare significa essere contro le politiche green. Perche' trivellare significa alimentare la petrol-dipendenza, l'inquinamento, la monnezza.

Le compagnie se ne fanno un baffo degli "adiempimenti". A quelli interessa solo il profitto, sulle spalle di chicchessia.

6) Non è vero che la presenza degli impianti abbia ostacolato il turismo... Se così fosse, il litorale romagnolo (dove ci sono il maggior numero di impianti) non registrerebbe ogni stagione i flussi turistici che sono invece ben noti. Così anche la Basilicata. In poche parole il turista da peso ad altre cose, e non alla presenza delle piattaforme

Il litorale romagnolo sprofonda. Basilicata e Sicilia sono ogni anno nella top three delle regioni piu' povere d'Italia. La riviera romagnola da anni e' stata abbandonata dai turisti europei, che preferiscono lidi piu' naturalistici e meno costosi. Appunto, la Croazia per ora trivelle-free. Ma poi... lei va in vacanza a Gela? A Marghera? A Falconara?  Ce li porta i suoi bambini a respirare aria putrefatta?

Vada, ci dia l'esempio.


7) ...e non è vero neanche che l’estrazione di combustibili dal sottosuolo può innescare terremoti come quello avvenuto anni fa in Emilia. Questa è un’argomentazione piuttosto tecnica di cui non auguro la lettura integrale nemmeno al mio peggior nemico, ma se volete trovate le conclusioni del rapporto a pagina 56 e successive di questo documento.

E invece e' vero. Lo dicono dozzine di studi scientifici e pure l'ente geologico piu' importante del mondo, l'USGS. Pensi un po. Io degli studi italiani non mi fido quasi mai. Perche'? Perche' gira e rigira c'e' sempre qualcosa di losco sotto. 


8) La vittoria del SI contribuirà allo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Dal momento che nel giro di qualche anno verranno dismesse le nostre piattaforme e che il passaggio verso le rinnovabili è ancora qualcosa di molto lento, la vita continua e noi dovremo pur accendere i fornelli di casa e per farlo ci servirà ancora del metano. Metano che le compagnie si dovranno andare a cercare da qualche altra parte e che ci venderanno (a costi più cari, ma questa è un’altra storia che ricorda tanto quello che successe per il nucleare). E noi lo compreremo questo metano, lo compreremo più caro ma con la coscienza più pulita perché siamo ambientalisti e abbiamo detto che il nostro mare “non si spirtusa”. Il nostro mare, appunto. Per fortuna arriva Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni che, a braccetto di Renzi, già un paio d’anni fa esclamava soddisfatto: "In Mozambico l’Eni ha fatto la più importante scoperta di gas della sua storia: 2.400 miliardi di metri cubi di gas che consentirebbero di soddisfare il bisogno degli italiani per trent'anni". Inutile dire quanto poco gliene possa fregare del gas agli abitanti del Mozambico, loro che non hanno nè fornelli né automobili. Noi quindi ci prendiamo da loro gas e petrolio e loro si prendono solo gli eventuali rischi più qualche spicciolo che andrà nelle casse del governo locale. Molto comodo essere ambientalisti così, evvero? Io sinceramente non mi sentirei a posto con la coscienza a votare SI e poi accendere i fornelli con il gas che viene non dall’Adriatico (no per carità, il nostro mare va tutelato) ma dal Mozambico che accoglie le compagnie petrolifere che noi abbiamo cacciato, accollandosi il rischio ambientale perché ha solo gli occhi per piangere e nessun potere contrattuale per dire “no, noi le vostre trivelle
 
Oddio, pure il terzo mondo ci mancava. Le dico a lei quello che ho detto alla sua collega Monica Tommasi. A quelli del Mozambico, della Nigeria non gliene importa un fico secco che si trivelli Ravenna o Gela o Ortona. A quelli del Mozambico e della Nigeria importa che il loro dolore cessi, che ci sia giustizia, che l'ENI e la Shell e la BP smettano di avvelenargli l'ambiente in cambio di pochi spiccioli.  Se uno parla con loro sarebbero i primi a dirci di non trivellare piu' niente e che il petorlio e' la distruzione di tutto quello che di buono una comunita' puo' avere.

Quindi la risposta non e' distruggere tutto il mondo. La risposta e' scappare il piu' velocemente possibile dal petrolio, in Italia come in Nigeria.  In Francia, quelli che combattono contro le trivelle dicono "Ni ici ni aillerus", ne qui ne altrove. 

Lei dira': e che ci posso fare io?

Non lo so. Alla fine ciascuno vive con la sua coscienza. Ma ... se invece di scrivere post patetici con una ottica negativa e perdente, lei usasse quel che e' e quel che ha in modo costruttivo?

Dice di essere una geologa disoccupata. Prenda il suo sapere e il suo tempo e si metta a fare una campagna per migliorare la qualita' di vita in Mozambico, in Nigeria, se veramente vuol difendere Mozambico e Nigeria.  E' difficile? Puo' darsi.  Ma se l'ho fatto io dalla California all'Italia, e lo faccio da nove anni a questa parte,  lo puo' fare pure lei per il Mozambico, se veramente le stesse a cuore. Lotti perche' le loro vite siano migliori invece di dire visto che trivelliamo il Mozambico, trivelliamo pure l'Italia. Faccia una campagna per le rinnovabili in Italia, cosi' questa supposta transizione arrivera' prima.

Vada a Gela e chieda loro in che modo puo' essere a loro servizio.

Vada, cambi il mondo. 
In meglio.

Thursday, June 18, 2015

Laudato si: le frasi piu' belle dell'enciclica sul clima




Eccoci qui. La prima enciclica mai scritta tutta sull'ambiente.  Si puo' scaricare qui.

Laudati si: 184 pagine di urgenza e di invito all'azione. E' bellissimo questo modo semplice, chiaro, nonambiguo, scientifico, di scrivere e di leggere.

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"Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e sviluppando fonti di energia rinnovabile."


"Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio"


"I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi."


"L’esposizione agli inquinanti atmosferici produce un ampio spettro di effetti sulla salute, in particolare dei più poveri, e provocano milioni di morti premature."


"La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia. In molti luoghi del pianeta, gli anziani ricordano con nostalgia i paesaggi d’altri tempi, che ora appaiono sommersi da spazzatura. Tanto i rifiuti industriali quanto i prodotti chimici utilizzati nelle città e nei campi, possono produrre un effetto di bio-accumulazione negli organismi degli abitanti delle zone limitrofe, che si verifica anche quando il livello di presenza di un elemento tossico in un luogo è basso. Molte volte si prendono misure solo quando si sono prodotti effetti irreversibili per la salute delle persone.


"Ma il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di
consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare."

 

"Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico. Negli ultimi decenni, tale riscaldamento è stato accompagnato dal costante innalzamento del livello del mare, e inoltre è difficile non metterlo in relazione con l’aumento degli eventi meteorologici estremi, a prescindere dal fatto che non si possa attribuire una causa scientificamente determinabile ad ogni fenomeno particolare. L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano. È vero che ci sono altri fattori (quali il vulcanismo, le variazioni dell’orbita e dell’asse terrestre, il ciclo solare), ma numerosi studi scientifici indicano che la maggior parte del riscaldamento globale degli ultimi decenni è dovuta alla grande concentrazione di gas serra (anidride carbonica, metano, ossido di azoto ed altri) emessi soprattutto a causa dell’attività umana."


"Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri.

"Il mio predecessore Benedetto XVI ha rinnovato l’invito a "eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente"


"Se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi. L’innalzamento del livello del mare, ad esempio, può creare situazioni di estrema gravità se si tiene conto che un quarto della popolazione mondiale vive in riva al mare o molto vicino ad esso, e la maggior parte delle megalopoli sono situate in zone costiere."



"Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono
diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle
emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano,
i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture
inefficienti che consumano in eccesso acqua ed
energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati
costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice
ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più
sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli,
privati del contatto fisico con la natura."
"Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data. Ciò consente di rispondere a un’accusa lanciata contro il pensiero ebraico-cristiano: è stato detto che, a partire dal racconto della Genesi che invita a soggiogare la terra (cfr Gen 1,28), verrebbe favorito lo sfruttamento selvaggio della natura presentando un’immagine dell’essere umano come dominatore e distruttore. Questa non è una corretta interpretazione della Bibbia come la intende la Chiesa. Anche se è vero che qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. È importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a « coltivare e custodire » il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre « coltivare » significa arare o lavorare un terreno, « custodire » vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura."

"Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investi136menti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi."


"Se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali."