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Tuesday, March 10, 2009

America Oggi -- intervista



Finalmente questa storia del petrolio in Abruzzo arriva anche dall'altra parte del pianeta, qui in America. La cosa che in assoluto i petrolieri temono di piu' e' il ritorcersi dell'opinione pubblica. E mentre quella italiana ed abruzzese sono spesso alla camomilla (parole del giornalista Paolo Rumiz), quella di oltre oceano non perdona. So bene che il cammino e' ancora lungo, ma io non me ne vado e spero che questo articolo, in italiano ma scritto negli USA, sia l'inizio di una maggiore diffusione del problema per un pubblico americano.

America Oggi e' il quotidiano per la comunita' italiana negli USA. Nel numero di domenica 8 Marzo ha dedicato un servizio di varie pagine al tema dell'Abruzzo petrolizzato. Mi hanno gia' chiamato un altro giornalista di New York ed uno di Beverly Hills per saperne di piu'.
America Oggi vende 60,000 copie al giorno alla domenica.

Ieri Irene nei commenti scriveva che il popolo abruzzese e' un po molle. Forse e' vero, ma e' anche vero che forse non ci si crede piu', troppe delusioni, troppi raggiri sottobanco, troppe volte la fiducia e' stata tradita: vedi le balle di Chiodi e di Febbo mentre i petrolieri si fregano le mani, tutti contenti. Io dico di far sentire la propria voce sempre e comunque, e di riprenderci la nostra regione dalle mani dei petrolieri e dei loro amici alle nostre. Ma bisogna crederci e non avere paura.

La paura di fallire non porta da nessuna parte. Credete che abbia iniziato tutto questo lavoro ad Ottobre del 2007 pensando di essere io la persona giusta per essere in prima linea nel movimento contro il petrolio? Credete che io fossi pronta quando il 18 gennaio del 2008 incontrai 5 signori incravattati dell'ENI a Pescara e praticamente fu lasciato a me da sola il compito di difendere il popolo e controbbattere le sciocchezze dell'ENI? Credete che non abbia fatto male sentirsi dire "lei e' una terrorista" oppure "per colpa sua l'Abruzzo restera' al freddo al gelo". Credete che io non avessi paura a Pescara all'Universita' con l'ENI presente il 20 Luglio 2008? Credete che fosse tutto perfetto durante le feste di settembre quando mi hanno fatto parlare nella piazza principale di Lanciano? Credete che quando sono stata in TV fossi sempre pronta e sicura di me stessa? Credete che io non abbia avuto paura quando ho incontrato Fratino o Caramanico e gli ho detto in maniera chiara che erano persone indegne delle cariche che ricoprono? Credete che io abbia sempre le argomentazioni pronte?

La risposta e' no. So pero' che la paura paralizza, e che c'e molta piu' dignita' nel fare e nel fallire piuttosto che stare alla finestra ad aspettare di convincere politici o che sia tutto perfetto. Non avrei mai pensato di essere capace di fare tutto quello che ho fatto. Si impara facendo. Qualche volta ci si azzecca, qualche volta si sbaglia.

Quando pero' c'e' l' amore, la passione, quando i calcoli del "poi" o del "ma se" vanno a farsi friggere, ci si azzecca quasi sempre.

Dobbiamo essere noi i migliori abruzzesi che siano mai esistiti - my favorite quote - Angelo

Ecco qui l'intervista ad America Oggi dell' 8 Marzo 2009, intervista di Marcello Cristo

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PRIMO PIANO/AMBIENTE/Salvare l’Abruzzo dall’Olio nero

Marcello Cristo
Sin dai tempi della scuola, siamo stati abituati a pensare all’Italia come and un paese ricco di bellezze naturali ma povero di materie prime: le risorse economiche del Belpaese sono tradizionalmente concentrate in superficie piuttosto che nel sottosuolo.
Tuttavia negli ultimi anni, nella zona centrale della penisola, dall’Abruzzo alla Basilicata, sono state scoperte riserve petrolifere che, per quanto non paragonabili ai giacimenti esistenti in altri angoli del globo, hanno suscitato l’interesse (e gli appetiti…) di molte amministrazioni locali e compagnie estrattive, prima tra tutte l’ENI.
Visti i potenziali e sostanziosi interessi economici in ballo, non c’è da stupirsi se anche qui, come dappertutto, siano iniziate subite le polemiche sull’opportunità di sfruttare o meno questi pozzi facendo poi i conti con l’inevitabile impatto ambientale che ne deriverebbe.
Dopo lo "petrolizzazione" della Basilicata già iniziata alcuni anni fa e che ha provocato numerosi danni ecologici, l’epicentro della "battaglia" tra interessi economici ed ambientali si è ora spostata in Abruzzo dove l’Eni, assieme ad altre compagnie italiane e straniere, ha in programma la costruzione di pozzi e raffinerie che mal si adattano alla tradizione turistica, agricola, e vitivinicola della regione.
A dar filo da torcere al gigante Eni tuttavia, ci ha pensato un fisico, professore di matematica applicata alla California State University di Northridge, in California.
Maria Rita D’Orsogna, nata e cresciuta a New York, nel Bronx, da genitori abruzzesi, si è trasferita a Lanciano (CH) all’età di sette anni; a ventitre anni si è laureata in Fisica all’Università di Padova e, dopo aver vissuto per un po’ tra l’Europa e l’America ha accettato nel 2007 il prestigioso incarico accademico a Los Angeles dove risiede attualmente.
La residenza californiana tuttavia non le ha fatto dimenticare l’Italia e l’Abruzzo in particolare, una terra che ama al punto da indurla ad intraprendere un battaglia tutta "americana" per la salvaguardia di un pezzo d’Italia.

Prof. D’Orsogna, come e quando ha cominciato ad interessarti a questa vicenda?
«Me ne parlò un amico nell’Ottobre del 2007, quando iniziò a diffondersi la notizia della creazione di un "Centro Oli" dell’ENI ad Ortona. La disinformazione subdola fu subito evidente: l’espressione "Centro Oli" creò confusione fra la popolazione perché fa pensare ad un frantoio, invece che ad una raffineria. Poi indagando e leggendo documenti delle ditte petrolifere, si capì che si trattava non solo di sfruttare giacimenti petroliferi ad Ortona, ma in tutto l’Abruzzo: una prospettiva che cambierebbe per sempre il volto della regione».

In quali aree si trovano questi giacimenti e che cosa si conosce della loro entità?
«Modesti giacimenti sono ad Ortona, Pineto,Vasto, San Vito Marina, Silvi e Alba. Ci sono permessi estrattivi, in fase di approvazione o già accordati, sulla metà del territorio abruzzese incluso il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Majella. A causa della particolare conformazione geografica questi giacimenti sono molto difficili da sfruttare: sono profondi, non molto consistenti. Per di più sono carichi di impurità, come lo zolfo, che rendono il petrolio abruzzese di scarsa qualità, che significa tonnellate di sostanze tossiche emesse nell’aria nel processo di lavorazione».

Quali sono state le reazioni delle varie amministrazioni locali?
«Grazie all’impegno di varie associazioni, le comunità costiere sono informate, specie il Pescarese ed il Chietino. I Teramani si stanno mostrando abbastanza attivi ed agguerriti, presentando risoluzioni e promuovendo conferenze informative. Le loro economie sono molto centrate sul turismo e la prospettiva di una piattaforma petrolifera con fiammella desolforizzante visibile dalla costa non piace a nessuno.
Poi ci sono sindaci e consiglieri che, in palese conflitto di interessi, minimizzano i problemi cercando di trarne vantaggi personali. Ad esempio, Nicola Fratino, il sindaco di Ortona, gestisce in esclusiva le attività portuali della città e fa parte di un consorzio di aziende locali sorto appositamente per fornire servizi petroliferi all’ENI. Da un lato dunque c’è il potere della sua giunta di dare approvazioni di vario genere (come le modifiche al piano regolatore), dall’altro gli enormi interessi privati suoi e di pochi altri soci. Fratino è l’unico sindaco favorevole alla petrolizzazione dell’Abruzzo.
L’opinione pubblica è preoccupata per gli effetti sulla salute. Proprio in questo periodo i media, nazionali e internazionali, iniziano ad occuparsi delle conseguenze delle estrazioni in Basilicata. Dopo 15 anni di petrolio, la Lucania si ritrova con agricoltura e turismo distrutti, emigrazione, corruzione e tumori in aumento. Per gli abruzzesi è come vedere in anteprima ciò che potrebbe accadere da noi.
Non è che la gente sia necessariamente contraria alle estrazioni petrolifere: il fatto è che petrolio ed agricoltura, raffinerie e riserve naturali, non si sposano. E poiché l’Abruzzo ha già una sua vocazione, sarebbe come estirpare tutto quello che già esiste sul territorio in favore di un tipo di attività totalmente aliena e dai dubbi vantaggi economici.
Il Chietino è la seconda provincia italiana per numero di operatori vitivinicoli, e per quantità di uva prodotta. L’enorme danno ambientale della Basilicata, è anche un danno economico e non a caso le cantine del Montepulciano d’Abruzzo sono fra i più agguerriti oppositori del petrolio in Abruzzo. Nonostante il vuoto informativo istituzionale, secondo un sondaggio realizzato nel dicembre del 2008, il 75% degli Abruzzesi è contrario alla petrolizzazione, il 10% è favorevole, il restante 15% dice di non sapere».
A che punto si trova attualmente lo sviluppo di questa vicenda?
«I primi permessi estrattivi sono stati concessi all’ENI nel 2001 e per anni la burocrazia è andata avanti, rilasciando tutti i permessi in sede regionale e provinciale con superficialità e con pochissima riflessione. Solo quando questa vicenda è diventata di dominio pubblico le cose lentamente hanno iniziato a cambiare.
In seguito a forti pressioni popolari, nel marzo del 2008, venne presentato in consiglio regionale una proposta di legge per una moratoria temporanea sull’attività petrolifera in Abruzzo. La moratoria è valida fino al 2010. Venne approvata contro il volere dell’allora presidente della regione, Ottaviano del Turco (poi arrestato per avere, secondo l’accusa, presumibilmente intascato 6 milioni di euro in tangenti sulla sanità abruzzese) e quasi all’unanimità perché fuori c’erano seimila manifestanti che assediavano il palazzo del consiglio regionale a l’Aquila.
Ora c’è un nuovo consiglio regionale, guidato da Gianni Chiodi che, purtroppo, non ha ancora capito la gravità del problema, ed è piuttosto timido nel pronunciarsi».
Può dirci nulla sul valore e sulla rilevanza economica di queste risorse?
«La valenza economica di queste risorse non è molto chiara, nel senso che l’ENI non ha mai rilasciato cifre ufficiali. Qualsiasi sia la loro rilevanza economica però i benefici per il cittadino abruzzese saranno minimi.
In Italia le royalties versate allo stato sono pari al 4% se si estrae in mare, e al 7% per la terraferma. Di questo 7%, se passa la legge proposta dal governo Chiodi, solo il 15% arriverà alla regione, cioé lo 1.05% di tutto il valore del petrolio estratto. Per di più, se l’estrazione dovesse essere al di sotto di una certa quantità, le royalties non ci sono. In Norvegia le royalties sono dell’80%.
In Basilicata la la popolazione non ha tratto alcun vantaggio e a tutt’oggi le emissioni di agenti tossici non vengono monitorati correttamente, ne tantomeno spiegati alla popolazione.
L’ENI ha dichiarato in più occasioni che la raffineria di Ortona occuperà al massimo trenta operai ai quali andrà ad aggiungersi il personale per la costruzione dell’impianto stesso: un centinaio di muratori e tecnici temporanei. Nessuna agenzia governativa, che io sappia, ha elaborato proiezioni occupazionali, né tantomeno messo a confronto i posti di lavoro guadagnati con quelli persi, dovuti all’inevitabile crollo dell’agricoltura, come è successo in Basilicata. Gli impianti sono ad elevatissima automazione dove serve poca manodopera».

Quale impatto ambientale ci si potrebbe aspettare?
«L’impatto ambientale sarebbe molto grave per la regione Abruzzo. Come testimoniano migliaia di articoli scientifici sulle estrazioni petrolifere fatte cosi vicino ai centri abitati.
Spinta dalle pressioni popolari, la provincia di Chieti ha incaricato l’istituto di ricerca Mario Negri di stilare un rapporto sulle conseguenze della presenza della raffineria nel comprensorio di Ortona. Il rapporto è stato reso noto nel dicembre del 2007 e parla di una tonnellata e mezza di sostanze inquinanti emesse ogni giorno, fra cui provati cancerogeni, che andrebbero a spargersi su un territorio dove vivono circa centomila persone. Occorre anche notare che le leggi ambientali italiane sono molto tolleranti sulle emissioni di sostanze tossiche, per nulla paragonabili a quelle che si fissano negli USA per esempio. Per l’idrogeno solforato i limiti italiani sono di oltre 10,000 volte più alti di quelli del Massachusetts; per la diossina mille volte più alti che in Germania. Per quanto riguarda gli impianti marini, le precauzioni che si prenderebbero altrove, in Abruzzo e in Italia in generale non esistono. Negli USA la scorsa estate ci furono molte discussioni quando Bush propose di permettere l’estrazione del petrolio a 50 miglia dalla costa, 80 chilometri. In Italia non esiste alcun limite, ed oggi ci sono permessi estrattivi accordati a Vasto per esempio, dove i pozzi potrebbero sorgere a due chilometri dalla costa. L’Adriatico è poi un mare chiuso, dai fondali bassi, per cui gli inquinanti tenderanno a restare localizzati e in caso di incidente il danno ambientale sarà particolarmente devastante».

Quali gruppi pubblici e privati italiani hanno risposto alla sua iniziativa e come?
«Una volta che la problamatica è nota, che i danni alla salute vengono spiegati alla popolazione mostrando le testimonianze dalla Basilicata, le reazioni sono sempre di rabbia e di sgomento.
Il coinvolgimento pubblico, delle istituzioni invece è stato finora troppo blando. Ci sono state iniziative locali di sindaci, ma la regione è totalmente assente, sia nel prevenire che nell’informare. L’attuale assessore all’ambiente, Daniela Stati, a quasi due mesi dal suo insediamento deve ancora pronunciare una sola parola sul tema petrolio in Abruzzo».

Questa che sta conducendo è una "battaglia" puramente italiana o è riuscita in qualche modo a suscitare alcun interesse qui negli Stati Uniti?
«L’unico modo in cui vinceremo questa sfida è informando tutte le persone che amano l’Abruzzo, i suoi prodotti e la sua natura. L’Italia è troppo corrotta per sperare che prevalga il buonsenso davanti agli interessi economici di pochi potenti. Sto cercando anche di coinvolgere gli Americani, ma occorrerà pazienza e tenacia. Spererei in una maggiore presa di posizione anche di colossi industriali legati all’Abruzzo e al suo territorio, come la Pasta de Cecco e Del Verde».

Ma qual è il suo obiettivo principale al momento?
«Che venga approvata al più presto una moratoria a lungo termine che vieti le operazioni petrolifere. Nel contempo vorrei che si sviluppasse negli Abruzzesi una maggior coscienza civica, di rispetto e di amore per la loro terra e che si capisse che il benessere economico passa anche per la salvaguardia ambientale e non certo rincorrendo le ultime e sporche goccie di petrolio del pianeta»

Sunday, March 8, 2009

Assomineraria, vergogna senza fine


Assomineraria, la Confindustria, l'ENI e i loro amici non stanno certo con le mani in mano considerati i tempi di crisi e di petrolio sotto i 40 dollari al barile. Anzi, cercano di usare questo periodo per fare il lavaggio al cervello alla gente - meglio dire ai politici - per convincerli che il petrolio fara' bene all'Italia.

Ecco un po di stralci dal loro convegno del 6 Febbraio 2009 dal titolo "L'azione di Assomineraria a sostegno dell'attivita'". Ricordo che E&P e' una abbreviazione che sta per exploration and production, cioe' esplorazione e produzione del petrolio.

Come sempre parlano a vanvera, e rassicurano tutti che sono santi. La gente pero' non e' scema: possono dire tutte le belle parole che vogliono, ma la realta' e' che a causa delle estrazioni petrolifere, la Basilicata e' la terza regione piu' povera d'Italia, l'agricoltura muore, la gente emigra, i tumori scoppiano.

Ecco cosa dice Assomineraria per assicurarsi controlli ancora piu' blandi, e procedimenti sempre piu' facili:

Assomineraria ha anche sviluppato un Tavolo Tecnico con il Ministero dello Sviluppo Economico-UNMIG e le Regioni che ha discusso:

– le variazioni normative della Legge 239/2004 che semplificano i processi autorizzativi dell’E&P;

– una revisione dell’Accordo tra MSE e Regioni del 24 aprile 2001, finalizzata a fluidificare i procedimenti di conferimento dei titoli minerari e le autorizzazioni delle attività previste dal “programma lavori”;

– la definizione di criteri tecnicoeconomici sia per le società richiedenti titoli minerari E&P che per quelle che fanno istanza di concessioni di stoccaggio.

Infine Assomineraria ha avuto un ruolo propositivo nell’apertura delle aree profonde dello Jonio all’E&P, stabilita dal decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 30 ottobre 2008.

Dunque a picoli passettini, crisi o non crisi, in barba a qualsiasi coinvolgimento della popolazioni locali, cercano di aggiustarsi il letto come meglio credono per fare quello che gli pare. Il bello sta nella conclusione di Giancarlo Dossena, direttore del settore idrocarburi di Assomineraria.

Chi e' Giancarlo Dossena? E' il gentiluomo che scrisse l'impatto ambientale per l'ENI proprio per le estrazioni di idrocarburi nell'Alto Adriatico e che fu poi indagato assieme agli altri suoi amici dell'ENI.

Nella sua relazione, Dossena ha sottolineato che, pur nelle criticità economico - finanziarie del momento, gli Operatori sono pronti a investire nell’Esplorazione e Produzione di idrocarburi in Italia, tenendo presente alcuni punti fermi:

– l’attività E&P in tutte le sue fasi è compatibile con altri usi del territorio (ad esempio: turismo, agricoltura, agriturismo, fruizione dei parchi naturali, ecc.), come dimostrato dalla storia dell’E&P, che ha visto la perforazione in Italia di oltre 7.000 pozzi negli ultimi 50 anni;

Hanno dimenticato di chiedere il parere dei cittadini lucani e di Trecate, dei cittadini di Sarroch e di Falconara, dei cittadini di Gela e Priolo, dei cittadini di Crotone e di Cremona, quanto siano compatibili le estrazioni e la conseguente raffinazione del petrolio con le loro vite. Dal mio punto di vista il signor Dossena non dice la verita', e lo fa in maniera spudorata, considerate le varie cause aperte contro l'ENI in tutto il mondo per inquinamento nel settore petrolifero e non.

– l’Italia è garantita nella sua crescita dalle forti importazioni energetiche, con un mercato estero problematico per produzione di idrocarburi, capacità di raffinazione, trasporti transfrontalieri, anche via condotte. E’ necessario tuttavia:

– adeguare il time to market dell’attività E&P a quello dei paesi petroliferi;

Cioe' dicono che siamo bravi a raffinare il petrolio: certo, gli altri simili schifezze sul proprio territorio non li lasciano fare. Ricordo che in Italia UN QUARTO della benzina prodotta, secondo stime ufficiali del governo italiano, e' venduta all'estero, e che i profitti vanno ai petrolieri e non agli italiani.

– rivedere le norme che bloccano le riserve di gas già scoperte nell’Alto Adriatico;


Questo che vogliono 'rivedere' a loro scopo, uso e consumo e' il cosiddetto decreto Ronchi che vieta la estrazioni in Veneto a 22 km dalla costa. L'ENI lo ha gia infranto per scavare i pozzi Irma-Carola e Naomi Pandora e e per questo Paolo Scaroni e' stato condannato per inquinamento ambientale e per tentata alluvione. Lo stesso Dossena, come detto sopra venne indagato. Negli USA e lungo tutta la costiera pacifica ed atlantica lo stesso limite e' di 160km, caro Dossena. Sono allora d'accordo anche io sul rivedere queste norme, estendiamo il decreto Ronchi a 160km dalla costa anche in Italia ed estendiamolo a tutta la penisola. Che ne pensa?

– fornire chiari indirizzi di strategia energetica con scenari definiti e conseguenti procedimenti autorizzativi con tempi certi e massima fluidità.

Ecco, all'ultimo punto posso rispondere a Dossena in modo molto semplice, evitandogli di fargli perdere tempo ed indicandogli un indirizzo precisissimo, fluidissimo e chiarissimo: in Abruzzo la strategia che VOGLIONO GLI ABRUZZESI E' CHE NON CI DOVETE NEMMENO PENSARE A VENIRE A TRIVELLARE NEI NOSTRI TERRITORI - NON VI VOGLIAMO QUI, NE ORA NE MAI.

Provateci solo e qui succedera' la rivoluzione. Con il popolo non si scherza. Amen.

Friday, March 6, 2009

Elga, l'Abruzzo e il vulcano



Elga e' la agguerrita e coraggiosa protagonista del filmato contro il centro petrolifero di Ortona che fu mandato in onda da current TV qualche tempo fa. Il video e' linkato in basso. Subito dopo, mi mando' dei documenti redatti da Philippe Pallas, un consulente delle Nazioni Unite dove si spiegano le procedure per realizzare pozzi di petrolio e gas.

Ho cercato allora di indagare un po di piu' su questo tema.

Secondo Pallas, una delle tecniche usate per testare il sottosuolo e' la riflessione sismica, dove
si mandano dei segnali al sottosuolo ed in base a cio' che viene riflesso si cerca di capire la composizione del terreno e l'eventuale presenza di petrolio, fratture e cosi via. Il bombardamento puo' durare anche per settimane intere, ininterrottamente. Per emettere questi segnali si usano esplosivi e vibratori che spesso causano dei mini-terremoti e che si propagano anche per molti chilometri. Questi bombardamenti possono avere delle conseguenze anche gravi sull'equilbrio del sottosuolo, sulla circolazione dell'acqua nelle falde acquifere, sulla stabilita' delle roccie. Quando questi test vengono fatti in mare, tutto l'equilibrio marino ne risente.

L'Universita' del Texas stima che alcuni terremoti in quello stato sono stati causati dall'attivita' petrolifera o dall'iniezione di fluidi e fanghi perforanti nel sottosuolo. Anche se la magnitudine di questi terremoti e' bassa, circa 3 gradi Richter, sempre terremoti sono.

A Viggiano, neanche a dirlo la terra trema a cadenza regolare, come testimoniano gli abitanti.

Qualcuno pensera' che queste siano cose da poco conto, invece siccome nessuno conosce la complessita' del sottosuolo, possono anche esserci risvolti drammatici e insospettabili quando si va a trivellare in zone delicate.

La storia del vulcano Lusi, in Indonesia, e' emblematica ed e' riportata dalla BBC inglese. Nel 2006 questo vulcano invece di emettere lava inizio' a sputare fango. L'eruzione continua a tuttoggi.

Nel Novembre del 2008 una commissione di 74 geologi internazionali concluse che la causa scatenante di questa eruzione era nelle trivellazioni usate per l'esplorazione e lo sfruttamento petrolifero.

Il primo a parlare della possibilita' che lo scoppio del vulcano fosse collegato all'attivita' petrolifera fu il Professor Richard Davies, un geologo inglese.

Secondo i suoi studi, un pozzo scavato per 2.5 km di profondita' non troppo lontano dal vulcano frantumo' della roccia calcarea che conteneva acqua pressurizzata. Le fuoriuscite di acqua mescolate alla terra portarono alla creazione del fango che trovo' come unico sfogo il cratere del vulcano Lusi. La foto sopra mostra la devastazione causata dall'ingordia dei petrolieri.

Intanto il cratere sputa cosi tanto fango da poter riempire una dozzina di vasche olimpioniche al giorno, quattro villaggi interi sono stati ricoperti dal fango e trentamila persone sono state evacuate. Tredici persone sono morte, alcune tubature petrolifere sono esplose. Tutti i progetti finora escogitati per contenere i riversamenti di fango sono falliti, fra cui la creazione di dighe, drenaggi verso il mare, e l'idea di tappare il cratere con il piombo.

Alcuni dei 74 geologi stimano che il cratere potra' continuare ad eruttare per decenni.

Tutto questo perche' qualcuno frantumo' un sasso sottoterra.

Noi non abbiamo vulcani, per fortuna, ma non e' per questo che i pozzi di petrolio fra i campi e le case siano meno pericolosi per il nostro sottosuolo e le nostre falde acquifere.

Quando manifestiamo?


Wednesday, March 4, 2009

Chi inquina paga. Forse.



Il 10 Febbraio del 2009, le ditte americane 'Frontier Oil Corporation' e 'Wyoming Refining Company' sono state multate di 141 milioni di dollari dall'EPA, l'equivalente del ministero per l'ambiente degli USA per inquinamento. EPA sta per Environmental Protection Agency.

Queste ditte sono state multate perche' superavano nel Wyoming (in localita' Cheyenne e NewCastle) e nel Kansas (El Dorado) i limiti legali americani per le emissioni di SO2, nitrati ed altri inquinanti.

Di tutti quei soldi, una parte finira' nelle tasche dei contribuenti americani, ma la stragrande maggiornanza sara' usata per ammodernare le raffinerie in questione. La legge americana, nel Clean Air Act, afferma che le raffinerie sono obbligate a dotarsi della miglior tecnologia possibile per mitigare le emissioni di inquinanti in atmosfera. Evidentemente, la Frontier Oil Corporation e la Wyoming Refining Company non hanno seguito la legge, qualcuno ha controllato, sono scattate le multe. Lex dura lex sed lex.

Si prevede che, grazie a queste nuove migliorie, verranno tagliati circa 3,700 tonnellate di SO2 all'anno, 2,100 tonnellate di nitrati e 1,200 tonnellate di altri inquinanti. Un totale di circa 7 mila tonnellate di schifezze in meno. L'incaricato dell'EPA che ha condotto queste indagini si chiama Catherine Mc Cabe e dichiara:

"I nitrati e il diossido di zolfo possono causare forti problemi respiratori e contribuiscono all'asma nei giovani, allo smog ed al altri fattori di inquinamento ambientale".

I petrolieri hanno qualche anno per completare i lavori. I burocrati e gli amministratori hanno cercato la verita' e poi hanno agito di conseguenza in maniera semplice e lineare.

Spostiamoci invece in Sicilia, 20 Febbraio 2009. 10 giorni piu tardi della decisione dell'EPA. Stefania Prestigiacomo potrebbe quasi essere, mutatis mutandis, la Catherine Mc Cabe per l'Italia, anche se quest'ultima e' un semplice funzionario e la Prestigiacomo e' un ministro.

La Prestigiacomo pero', invece di monitorare o di far monitorare a dovere la situazione ambientale in Italia, invece di indagare, di multare l'ENI e tutti gli altri petrolieri e ditte varie che scaricano un po di tutto in Sicilia, invia bella pimpante un comunicato al presidente della regione Sicilia, Raffaele Lombardo. La letterina inizia cosi:

“Caro Raffaele, ti informo che la Commissione europea sta procedendo alla messa in mora per mancato adempimento di alcuni obblighi in materia di ambiente ...”

L'unione europea infatti aveva fissato al 30 settembre 2008 un limite massimo di tempo per presentare un progetto per constrastare l'inquinamento in Sicilia, specie nelle aree di Palermo, Siracusa, Messina e Catania, compreso il triangolo petrolfiero Augusta, Melilli, Priolo. Nessuno ha fatto niente, e ora arriva la multa che potrebbe oscillare fra i 20 mila e i 700 mila euro al giorno, per ogni giorno di ritardo.

Quei soldi della messa in mora non li pagano la Frontier Oil Corporation o la Wyoming Refining Company. Quei soldi non li pagano la Prestigiacomo o il governatore siciliano Lombardo. Nessuno perdera' la poltrona.

Quei soldi delle multe li pagano i cittadini.

Il coinvolgimento dell'Unione Europea avrebbe potuto essere una occasione per far qualcosa di buono in Sicilia. Invece grazie all'inadempienza della classe dirigente, dal ministero romano fino all'ultimo burocrate locale, le raffinerie siciliane continueranno ad emettere schifezze a lungo termine, la gente si ammalera', e i soldi che l'Europa aveva destinato per aiutare la lotta allo smog in Sicilia andranno persi.

Che paese di furbi che siamo! Andiamo avanti, al fondo pare non esserci mai fine.

Fonti: Reuters, Trading Markets ,
La valle dei templi

Saturday, February 28, 2009

National Geographic, Abruzzo


Leggo oggi su prima da noi che il comune di Silvi Marina ha approvato all'unanimita' una risoluzione contro la petrolizzazione dell'Abruzzo. Il testo del sindaco Gaetano Vallescura sara' mandato anche a Chiodi e a Berlusconi - e credo che non manchera' di arrivare anche all'ENI e compari.

Io non conosco il sindaco Vallescura, ma mi complimento con lui per avere fatto la cosa giusta, e spero che altri sindaci della zona abbiano lo stesso coraggio. Sara' utile? Sara' efficace? Non e' questo l'importante, l'importante e' che petrolieri e gente dei ministeri sappia che qui facciamo sul serio e che l'Abruzzo non si lascera' mettere le mani addosso da petrolieri senza scrupoli, e che alle balle di Febbo non crediamo minimamente.

E' solo come collettivita' che vinciamo, e' solo se continuiamo a bombardarli di email,
di cominucati, se continuiamo ad andare avanti con la voglia di lottare, senza stancarci mai.

Intanto, l'altro ieri mi ha scritto Lucia, una ragazza di Lanciano che vive a Padova. Mi manda il link della pagina del National Geographic dove c'e' un articolo dal titolo
"Insospettabile Abruzzo":

Alcune zone ricordano il Tibet, altre Yellowstone: con un terzo del suo territorio protetto, dal punto di vista naturalistico è tra le regioni più ricche d’Europa. Ma la sua varietà di piante e animali è un segreto condiviso da pochi.

Purtroppo non si puo' accedere all'articolo nella sua interezza: e' stato scritto solo per un pubbico italiano (sulla edizione americana non c'e', almeno nel numero di Marzo), immagino pero' che si parli di noi nello stesso modo in cui si parla dell'Abruzzo un po' su tutta la stampa che ci vede da lontano, cioe' come di una terra bella, ancora legata alle tradizioni, e dove il 'progresso' non e' riuscito a stravolgere completamente i ritmi e gli stili di vita. O almeno per ora, senza il petrolio.

Per me, e' sempre un piccolo dolore leggere di queste cose quando vengono scritte dagli stranieri e senza che mai gli abruzzesi se ne rendano conto. Senza mai che sappiano coniugare quello che la natura e la storia ci hanno dato con la crescita del nostro popolo, dai politici alla gente normale che troppo spesso disprezza quel che ha. E' bello che gli altri scoprano l'Abruzzo, ma sarebbe molto meglio se fossimo noi ad essere parte attiva di questa scoperta, e che non fosse un caso, facendoci invece pubblicita', insegnando agli Abruzzesi come essere ricettivi, valorizzando cose che solo noi abbiamo: eremi, monasteri cistercensi, un patrimonio boschivo unico, il mare, i calanchi, i trabocchi.

Ll'autore dell'articolo di Nat'l Geographic e' Gianni Paris. Ha un blog qui, per chi volesse, delicatamente, raccontargli la nostra storia.

Intanto sullo stesso numero del National Geographic, due articoli che fanno riflettere: il primo sul fatto che l'Italia e', indovinate un po', fra le ultime per quanto riguarda la lotta al riscaldamento globale, il secondo su Taranto, la citta' piu' inquinata d'Europa, grazie all'ILVA e alla diossina.

E noi cosa vogliamo essere? Una nuova Taranto? O vogliamo invece essere un passettino in avanti per salvare la nostra salute e contribuire, nel nostro piccolo a fermare il riscaldamento globale? Io voto per la seconda ipotesi, e continuo a volere una moratoria almeno trentennale. Ci risparimieremo pure un po di emissioni di CO2, fra le altre cose.

Gia' sento rimbombare la voce del ragionier Mauro Febbo che in TV ha detto che siccome nevicava, il global warming non esiste. (!!!). Glielo andasse a dire al resto della comunita' scientifica, fra cui a tutte le accademie di scienze del mondo occidentale, Italia inclusa, e all'IPCC (ramo dell'ONU, vincitore del premio Nobel assieme ad Al Gore nel 2007) che dichiarano il surriscaldamento del pianeta essere una realta' incontrovertibile, e che e' causato dall'uomo.

Mauro Febbo e' l'assessore all'agricoltura, l'uomo che in teoria dovrebbe proteggere i contadini. Daniela Stasi invece e' l'assessore all'ambiente ed e' ancora muta. Prima o poi vorrei sentire cosa ha da dire. Io non vado da nessuna parte e aspetto titubante di sentire la sua voce.

Friday, February 27, 2009

Mare mostrum



"In mare non resta quasi niente, cosi' si pesca sempre di piu'. Uno sforzo insostenibile, garantito da pescatori ignoranti, grossisiti irresponsabili e poltici corrotti."

L'Adriatico, secondo un reportage de la Repubblica e' uno dei mari piu' inquinati del mondo. L'acqua e' infetta. La temperatura negli scorsi decenni e' salita di due gradi, mutando equilibri e dinamiche marine. Le calamita' causate all'ecosistema dall'inquinamento vanno di pari passo con la conceazione che l'Adriatico, assieme ai nostri fiumi, sono da considerare una specie di acchiappa rifiuti, ci si butta di tutto dentro e poi ci andiamo a fare il bagno d'estate e pretendiamo che ci sia il turismo di qualita'.

A tutte le zozzerie che gli regaliamo al nostro mare, vanno ad aggiungersi i pescatori che non praticano la pesca sostenibile, per ignoranza o piu' semplicemente perche' non gliene importa niente. Il mare e' diventato il far west: chi prima arriva fa quel che vuole. Non importa cosa ci si lascia dietro di se. Usano reti illegali, barche illegali, uomini illegali in Italia e prendono quel che possono, senza controlli, senza amore, lasciando dietro di se il vuoto. I ristoranti di Pescara, complici, offrono specie protette ai loro clienti da mangiare, che teoricamente sarebbe reato mangiare e pescare. La colpa non e' solo dei pescatori ma di tutto quello che gli sta dietro, una fitta rete di grossisti senza scrupoli che dettano leggi e ricatti solo in base al profitto.

Si attende il passaggio dei tonni, in aprile, con navi dotate di tecnologia militare, per colpire tutto il colpibile, anche i cuccioli, vietati. Ci sono bande criminali che vanno in giro dalla Croazia alla Puglia all'Abruzzo, che si affondano fra loro, e che ne pensano una piu' del diavolo per raggirare consumatori, controllini, e norme della comunita' europea. E' cosi' in tutta Italia.

La pesca lentamente muore e oggi il 70% del pesce viene da altrove, spesso fatto passare per nostrano. Ci mangiamo pure il pesce del fiume piu' inquinato del Vietman, il Mekong, senza saperlo. Le multe sono cosi basse che se presi, e' meglio pagarle: il guadagno ce lo stesso. Si calcola che fra 5 anni l'Adriatico sara' esaurito.

Intanto, ci accingiamo a riversare nel nostro mare, maltrattato e sfruttato, altra robaccia. A Vasto a Pineto, ad Ortona, le nuove piattaforme petrolifere riverseranno tonnellate di sostanze tossiche in mare e nei fondali, attireranno a se quei pochi pesci che sono rimasti e che si ciberanno di porcherie.

Il porto di Ortona, che teoricamente dovrebbe diventare porto petrolifero, certo non aiutera' il mare. Mia madre mi racconta che da piccoli andavano al mare anche alla sinistra dei cosiddetti Saraceni. I miei nonni ricordavano quando invece ad Ortona era balneabile tutta la costa, anche il pezzo dove c'e' il porto. Oggi quelle zone sono off-limits, inquinate e occupati da capannoni, molti dei quali abbandonati.

In Gennaio incontrai Fratino per la strada, ad Ortona (lui cerco' di evitarmi io gli corsi dietro ... ma questa e' un altra storia, un po comica a dire il vero) e fra le varie cose strampalate che mi disse ci furono pure le seguenti parole: senza petrolio il porto di Ortona e' morto. Non ha caso l'ufficio della Mediterranean Oil and Gas e' proprio sopra al suo.

Il petrolio di Rospo Mare, a Vasto ha indice API 11.5, peggio ancora di quello di Ortona. Ricordo che il petrolio peggiore del mondo e' in Canada con indice 8. Quello migliore e' quello texano con indice 40. Ortona ha 12.

Non credo che il Texas sia famoso per il turismo di qualita'.

Qual'e' la soluzione di tutto questo? Purtroppo, per adesso non possiamo fare altro che mettere le pezze, e almeno arignare tutto quello che e' possibile arginare. Risanare, nel piccolo, cio' che e' possibile risanare. Fermare le estrazioni petrolifere. Non rassegnarsi che non si possa migliorare. L'Adriatico non merita altri affronti. A lungo termine, dal mio punto di vista, c'e' una sola cosa che salvera' l'Adriatico, l'Abruzzo, l'Italia intera: una cultura della legalita'. Un paese istruito, sensibilizzato, educato a cio' che e' morale fare e cio' che morale non lo e', anche nella vita di tutti i giorni.

Ad essere ottimisti, ci vorranno almeno trenta anni.

Tuesday, February 24, 2009

L'Abruzzo di Chiodi e Febbo


La cartina mostra in modo nitido cosa stiamo combattendo: La fine della nostra regione cosi come la conosciamo. Un tempo i lotti di terra erano segnati dai fiumiciattoli, dalle quercie, dai vigneti, dalle vallate in fiore. Ora invece, con in beneplacito di una classe poltica stolta ed indegna di rappresentare e difendere cosi tanta bellezza, e' tutto lasciato alle fredde righe di un cartografo che vive lontano, e che non sa cosa uccide con i suoi tracciati.

E quando gli inutili ed ignoranti poltici, primi fra tutti Chiodi, Febbo, e la Stasi, si renderanno conto di che mostro hanno lasciato partorire, che cosa hanno lasciato distruggere per ignavia e per scarso coraggio, quando si renderanno conto di cosa la loro coscienza e' sporca, purtroppo sara' troppo tardi, per loro, per noi, e per gli Abruzzesi del futuro. L'Italia non ha bisogno di amministratori cosi. Provo solo vergogna per loro perche' invece di urlare allo scandalo, invece di essere i primi promotori della difesa della NOSTRA terra, si preparano per vendersela allegramente.

Per fare un paragone oggi i governatori della Toscana e del Piemonte hanno subito messo le mani davanti per dire: nelle nostre regioni il nucleare no. Preventivo, subito, chiaro, senza perdere tempo. Da noi Chiodi ha sempre parlato dell'Abruzzo petrolifero come di una faccendina di Ortona, e sempre a mezza bocca e da che ne sappia io non si e' davvero informato sulla pericolosita' della faccenda. E che dire di Febbo, saccente assessore distruggi-agricoltura che fa pure finta che la sua legge petrolifera serve a fermare i petrolieri. Ma dove? Intanto la Stasi, assessore all'ambiente tace, e resta timidina all'ombra, come una brava casalinga che affida le decisioni importanti agli uomini di casa. A che serve un assessore dell'ambiente che non dice neanche una parola sul problema ambientale piu' grave della nostra regione? Gente inutile.

L'ignoranza e' una brutta cosa, ancora peggio e' il voler restare tali quando gli strumenti per saperne di piu' sono a portata di mano. Diventa criminale quando le due cose si combinano con la RESPONSABILITA' di scegliere per il futuro di un intero popolo.

Questi non sanno cosa fanno, cosa firmano, cosa non firmano.

E' arrivato il tempo di agire, occorre fare sul serio, occorre esssere piu arrabiati, occorre il clamore della piazza, occorre lo scandalo nazionale. Attiviamoci in questo senso.

Com'e' lontana la democrazia vera in Italia.