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Sunday, March 15, 2009

Disastri petroliferi australiani


Mentre sui giornali esteri (tutti) si parla del disastro petrolifero in Australia di questi giorni, quelli Italiani tacciono. Le lobby petrolifere sono riuscite a mettere a bavaglio il riversamento in mare di 250 tonnellate di petrolio mescolato a sostanze chimiche, un disastro ambientale enorme, una delle peggiori in tutta la storia australiana.

La miscela petrolifera riversata in mare e' cancerogena. Sessanta chilometri di spiaggia lungo la Sunshine coast del Queensland (la cui citta' principale e' Brisbane) sono state dichiarate zona disastrata. A rischio c'e' tutto l'ecosistema marino della zona ed il turismo, una delle prima fonti di reddito della zona. Nella foto sopra, l'area interessata e' segnata in rosso.

Gia' si parla della colpevolezza del padrone della nave, la "Swire Shipping" che potrebbe essere multato di almeno un milione di dollari e per tutte le enormi spese per il ripristino ambientale. Si parla di mesi. C'e' il rischio che il petrolio possa anche inquinare le foci dei fiumi.

In questa storia australiana non ci sono di mezzo raffinerie o porti petroliferi. La nave che trasportava nitrato di ammonio, usato per fare fertilizzanti ed esplosivi, ha perso il suo carico. Con la caduta in mare di vari barili tossici, si e' rotta la stiva dove c'era il carburante della nave. Ecco qui il risultato. L'esempio pero' serve per metterci nell'ottica di idee di COSA potrebbe succedere se ci dovessero essere riversamenti petroliferi in mare da noi.

Trasformare Ortona e tutta la costa Abruzzese in un enorme campo petrolifero con tanto di porto petrolifero significa aumentare notevolmente tutti questi rischi. Ogni tanto ne succede una. E' per questo che qui negli USA le coste piu' sensibili, cioe' tutte tranne il Texas, non vengono trivellate, i grandi laghi non vengono rivellati. Perche' il RISCHIO e' troppo grande, e anche se i riversamenti spettacolari di petrolio sono rari, sono allo stesso tempo costosissimi, pericolosissimi, come quello australiano, come quello coreano dell'anno scorso.

SESSANTA CHILOMETRI DI COSTA SAREBBERO DUE TERZI DELLA COSTA ABRUZZESE

Manifestiamo il nostro no. Chiodi non puo' passarla liscia. La Stati non puo' restare muta al balcone. Febbo non puo' delirare a vanvera. La classe politica ha da svegliarsi e seguire la VOLONTA' della stragrande maggioranza degli Abruzzesi.

Fonti: BBC, Reuters

Saturday, March 14, 2009

Il Feudo abbacchiato


Il tempo sta lentamente scorrendo fra le nostre mani. L'ENI continua a tessere la sua tela di morte. La fine dell'Abruzzo inizia al Feudo, Ortona, collina di mozzafiato bellezza, presto sacrificata all'avidita' dei petrolieri, all'ignavia di Chiodi, alla stoltezza di Febbo, al mutismo della Stati, e di tutti gli altri, troppo timidi, qualche volta egocentrici, troppo spaventati "protagonisti" di questa storia. L'unica cosa che ci salvera' sara' la forza della piazza, checche' ne dicano politici di ogni colore che quasi sempre agiscono solo per vantaggi poltici ed elettorali.

L'ha gia detto tito Livio: Dum Romae cosulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si fanno le chiacchere, Sagunto viene espugnata. Questo e' quello che sinceramente mi manda a dire uno degli abitanti della zona:

Cari amici, ieri mattina mi sono recato al Feudo ed ho trovato una amara sorpresa. Le viti che fino a sabato erano ancora intatte, non potate, e che speravo potessero ricevere questo trattamento, con una furia indicibile, venivano stroncate mediante motoseghe dagli ex proprietari, gli stessi che amorevolmente le avevano "allevate", gli stessi che hanno ricevuto i soldi dai petrolieri quegli stessi proprietari che probabilmente non riflettono minimamente sullo scempio che stanno perpetrando iniziando da un vigneto di chardonnay giovane, giovanissimo ( il primo appezzamento andando dalla montagna verso il mare ) ridotto a pezzi.

Ci vorra' tanto "coraggio" a riscaldarsi con quella legna gettata nel caminetto di casa sapendo quello che noi stiamo facendo per evitare il peggio, ma forse chiedo troppo ! Sono stati tutti abbondantemente informati, avvertiti, a volte supplicati...... ma il risultato e' la': basta recarcisi fra qualche giorno sara' una distesa che da rigogliosi vigneti d.o.c. diventera' terra nuda, che finora ha ricevuto solo rispetto e cure e dopo che ne sara'? Spero solo che dopo questo tristissimo evento, ci si muova perche' evidentemente non possiamo fidarci di sterili promesse elettorali, ma questo non e' un fatto nuovo per noi.

Cosa aspettiamo ad urlare a tutti che non e' giusto?

Friday, March 13, 2009

Claudio Descalzi - e le bugie





Qualche tempo fa abbiamo parlato dell'articolo del Financial Times di Londra dove si parlava dei disastri ambientali in Basilicata a causa delle estrazioni petrolifere. In questo articolo, del 18 Novembre 2008, ci sono anche le dichiarazioni di Claudio Descalzi, presidente di Assomineraria e vice presidente dell'ENI.

Oggi mi sono imbattuta nell'intervista al Corriere della Sera, pubblicata il 16 novembre e poi ripresa da Assomineraria, da cui vengono quelle dichiarazioni di Descalzi e dove lui ribadisce "la necessità" di una ripresa dell’Esplorazione e Produzione di Idrocarburi in Italia.

E perche' c'e' necessita'? Per chi c'e' la necessita'? Per arricchire i propri investitori? Per l'ENI che perde soldi in borsa? Per l'ENI che continua a promettere che Miglianico presto entrera' in produzione e che non sa piu' cosa inventarsi? Ricordo che ora parlano di entrata il produzione verso la meta' del 2009 per il centro oli di Ortona nel loro sito ufficiale. Bugiardi, la ci stanno ancora gli ulivi dell'eroico signor Orsini!

Continua Descalzi:

"Solo la disponibilità di forti riserve nazionali, il cui valore è stimato in 230 miliardi di euro, ci mette al riparo dalle forti oscillazioni di prezzi delle fonti energetiche come il petrolio e il gas."

"L’Italia ha notevoli riserve di olio e gas, che potrebbero essere messe in produzione dopo il 2012. Credo che finora siano mancate consapevolezze e focalizzazione: per svilupparle lo Stato dovrebbe lanciare un progetto ad hoc, dotandolo di adeguate risorse, finanziarie e umane. Sarebbe un’operazione con grandi investimenti, ma anche con grandi risultati."

Ah si? E per chi sarebbero questi risultati? Non certo per gli Italiani: basta solo guardare cosa e' successo ai lucani, la terza regione piu povera d'Italia nonostante (o forse proprio a causa!) del petrolio. Secondo Descalzi lo STATO, cioe' noi, dovremmo non solo dargli i soldi di tasca nostra per fargli strade, porti petroliferi, allacci, oleodotti e altre infrastrutture ma dovremmo anche star zitti e lasciargli campo aperto e veder distrutte tutte le altre attivita' umane ed economiche che gia' esistono sul territorio. E lo STATO, cioe' noi, dovremmo poi pure accollarci tutte le spese medico sanitarie per venire incontro all'aumento di malattie e inquinamento ambientale. Il tutto in cambio delle royalties che sono fra le piu' basse del pianeta. Ma crede che gli italiani siano babbo natale?

L’Italia è il quarto Paese dell’Unione Europea per riserve accertate, dopo i Paesi del Mare del Nord. Dispone di 130 miliardi di metri cubi di gas provati e altri 120-200 miliardi di metri cubi potenziali. Se poi ci mettiamo l’Alto Adriatico, sarebbero altri 30 miliardi di metri cubi in più. "
Poi c’è l’olio. Anche qui abbiamo riserve provate di 840 milioni di barili e potenziali fra i 400 milioni ed un miliardo di barili.

Abbiamo poche riserve rispetto a quel che ci serve, signor Descalzi. Peccato che lei non spiega che il nostro petrolio nulla ha a che vedere con quello piu' fluido e puro dei Mari del Nord.

Sfruttarlo significherebbe riempire l'Italia di raffinerie e desolforatori. In Norvegia ne hanno due di raffinerie. Lasciamo lo schifo che abbiamo sottoterra e concentriamoci sugli altri aspetti dell'economia Italiana che potrebbero farci crescere in maniera sana e onesta. So che all'ENI altri tipi di attivita' non interessano, ma questo e' un problema vostro, non degli italiani.

Assomineraria poi aggiunge:

Descalzi ha poi sottolineato che le regioni maggiormente indicate per lo sviluppo degli idrocarburi sono: Sicilia, Emilia Romagna, Puglia, in parte Calabria e Abruzzo e poi Basilicata, Piemonte, Lombardia e Molise

Cioe' vogliono bucare tutta l'Italia. Iniziamo con sotto casa sua, signor Descalzi? Continua:

Quando si passa al rapporto con le Regioni, però, non è possibile che le strategie energetiche di un Paese non siano uniformi, né da un punto di vista progettuale, né burocratico–amministrativo. E’ questa la causa dei blocchi, dei rallentamenti e delle incomprensioni fra le parti. E qui c’è una separazione netta, una discontinuità. Un progetto industriale non può essere demandato a due soggetti separati che non hanno le stesse competenze e non parlano lo stesso linguaggio.

La causa dei blocchi e' un altra: sta nel fatto che in Italia nessuno ha il coraggio di dare pane al pane e vino al vino. Ne abbiamo visto un lampante esempio in Abruzzo con Chiodi e Febbo che non si sa bene cosa dicano, che posizioni abbiano. La Stati, assessore all' ambiente ha la bocca totalmente serrata come se fare l'assessore all'ambiente significasse annaffiare fiori sul balcone. Gente inutile, senza coraggio che ha paura di dire io sono per il si 0 per il no PER DAVVERO e con sincerita' . Gente che non vive di principi ma di compromessi. Gli Abruzzesi non lo vogliono il petrolio, ma i politici non ci sentono, hanno paura, dicono ni, spesso sono ignoranti in materia, e cosi passano leggine poco chiare per tutti. Ne per la gente che vorrebbe dei no chiari ne per quei pochi e di parte, che come Assomineraria, vorrebbero dei si.

In un articolo del 18 novembre il Financial Times prende in esame la situazione della Basilicata dove c’è il maggiore giacimento petrolifero a terra dell’Europa Occidentale: quello della Val d’Agri. 

Gli ambientalisti - scrive il giornale inglese - hanno condotto per 15 anni una dura campagna mirante a stabilire nell’area della Val d’Agri un parco nazionale, che è entrato in vigore lo scorso marzo. In esso ricadono una mezza dozzina di pozzi del giacimento.

Ora il Governo sta preparando una legislazione che toglie alle Regioni come la Basilicata il loro potere di veto sui piani delle infrastrutture.

Ecco la chicca di Assomineraria. Il tono dell'articolo e' fortemente negativo per l'ENI, si parla di clientelarismo, di inquinamento, di emigrazione, di parchi violati, di puzza di idrogeno solforato, di agricoltura distrutta. Si dice che l'ENI ha costruito i pozzi DOPO che il parco fu istituito:

Activists campaigned for 15 hard years to establish the Val D'Agri area as a national park. The legislation finally came into effect last March, forbidding mineral extraction. In the meantime Eni, Italy's part state-owned energy giant, had already built half a dozen wellheads inside the park and more outside.

Dice Descalzi:

“Noi non possiamo essere bloccati per anni, in attesa di un’autorizzazione che potrebbe anche non venire. L’industria vuole processi autorizzativi chiari e rapidi”.

Dice Maria Rita:

Gli Abruzzesi vogliono un no chiaro e rapido, caro signor Descalzi, cittadino di Milano, che non puo' arrogarsi il diritto di decidere per un milione di Abruzzesi, il 75% dei quali NON LO VUOLE IL PETROLIO IN CASA. Checche' ne dicano i nostri rammolliti poltici, gli abruzzesi non vi daranno mai nessuna autorizzazione per venirci a portare morte e distruzione. Si metta il cuore in pace, e vada a raccontare le sue balle altrove.

Magari al Financial Times.

Tuesday, March 10, 2009

America Oggi -- intervista



Finalmente questa storia del petrolio in Abruzzo arriva anche dall'altra parte del pianeta, qui in America. La cosa che in assoluto i petrolieri temono di piu' e' il ritorcersi dell'opinione pubblica. E mentre quella italiana ed abruzzese sono spesso alla camomilla (parole del giornalista Paolo Rumiz), quella di oltre oceano non perdona. So bene che il cammino e' ancora lungo, ma io non me ne vado e spero che questo articolo, in italiano ma scritto negli USA, sia l'inizio di una maggiore diffusione del problema per un pubblico americano.

America Oggi e' il quotidiano per la comunita' italiana negli USA. Nel numero di domenica 8 Marzo ha dedicato un servizio di varie pagine al tema dell'Abruzzo petrolizzato. Mi hanno gia' chiamato un altro giornalista di New York ed uno di Beverly Hills per saperne di piu'.
America Oggi vende 60,000 copie al giorno alla domenica.

Ieri Irene nei commenti scriveva che il popolo abruzzese e' un po molle. Forse e' vero, ma e' anche vero che forse non ci si crede piu', troppe delusioni, troppi raggiri sottobanco, troppe volte la fiducia e' stata tradita: vedi le balle di Chiodi e di Febbo mentre i petrolieri si fregano le mani, tutti contenti. Io dico di far sentire la propria voce sempre e comunque, e di riprenderci la nostra regione dalle mani dei petrolieri e dei loro amici alle nostre. Ma bisogna crederci e non avere paura.

La paura di fallire non porta da nessuna parte. Credete che abbia iniziato tutto questo lavoro ad Ottobre del 2007 pensando di essere io la persona giusta per essere in prima linea nel movimento contro il petrolio? Credete che io fossi pronta quando il 18 gennaio del 2008 incontrai 5 signori incravattati dell'ENI a Pescara e praticamente fu lasciato a me da sola il compito di difendere il popolo e controbbattere le sciocchezze dell'ENI? Credete che non abbia fatto male sentirsi dire "lei e' una terrorista" oppure "per colpa sua l'Abruzzo restera' al freddo al gelo". Credete che io non avessi paura a Pescara all'Universita' con l'ENI presente il 20 Luglio 2008? Credete che fosse tutto perfetto durante le feste di settembre quando mi hanno fatto parlare nella piazza principale di Lanciano? Credete che quando sono stata in TV fossi sempre pronta e sicura di me stessa? Credete che io non abbia avuto paura quando ho incontrato Fratino o Caramanico e gli ho detto in maniera chiara che erano persone indegne delle cariche che ricoprono? Credete che io abbia sempre le argomentazioni pronte?

La risposta e' no. So pero' che la paura paralizza, e che c'e molta piu' dignita' nel fare e nel fallire piuttosto che stare alla finestra ad aspettare di convincere politici o che sia tutto perfetto. Non avrei mai pensato di essere capace di fare tutto quello che ho fatto. Si impara facendo. Qualche volta ci si azzecca, qualche volta si sbaglia.

Quando pero' c'e' l' amore, la passione, quando i calcoli del "poi" o del "ma se" vanno a farsi friggere, ci si azzecca quasi sempre.

Dobbiamo essere noi i migliori abruzzesi che siano mai esistiti - my favorite quote - Angelo

Ecco qui l'intervista ad America Oggi dell' 8 Marzo 2009, intervista di Marcello Cristo

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PRIMO PIANO/AMBIENTE/Salvare l’Abruzzo dall’Olio nero

Marcello Cristo
Sin dai tempi della scuola, siamo stati abituati a pensare all’Italia come and un paese ricco di bellezze naturali ma povero di materie prime: le risorse economiche del Belpaese sono tradizionalmente concentrate in superficie piuttosto che nel sottosuolo.
Tuttavia negli ultimi anni, nella zona centrale della penisola, dall’Abruzzo alla Basilicata, sono state scoperte riserve petrolifere che, per quanto non paragonabili ai giacimenti esistenti in altri angoli del globo, hanno suscitato l’interesse (e gli appetiti…) di molte amministrazioni locali e compagnie estrattive, prima tra tutte l’ENI.
Visti i potenziali e sostanziosi interessi economici in ballo, non c’è da stupirsi se anche qui, come dappertutto, siano iniziate subite le polemiche sull’opportunità di sfruttare o meno questi pozzi facendo poi i conti con l’inevitabile impatto ambientale che ne deriverebbe.
Dopo lo "petrolizzazione" della Basilicata già iniziata alcuni anni fa e che ha provocato numerosi danni ecologici, l’epicentro della "battaglia" tra interessi economici ed ambientali si è ora spostata in Abruzzo dove l’Eni, assieme ad altre compagnie italiane e straniere, ha in programma la costruzione di pozzi e raffinerie che mal si adattano alla tradizione turistica, agricola, e vitivinicola della regione.
A dar filo da torcere al gigante Eni tuttavia, ci ha pensato un fisico, professore di matematica applicata alla California State University di Northridge, in California.
Maria Rita D’Orsogna, nata e cresciuta a New York, nel Bronx, da genitori abruzzesi, si è trasferita a Lanciano (CH) all’età di sette anni; a ventitre anni si è laureata in Fisica all’Università di Padova e, dopo aver vissuto per un po’ tra l’Europa e l’America ha accettato nel 2007 il prestigioso incarico accademico a Los Angeles dove risiede attualmente.
La residenza californiana tuttavia non le ha fatto dimenticare l’Italia e l’Abruzzo in particolare, una terra che ama al punto da indurla ad intraprendere un battaglia tutta "americana" per la salvaguardia di un pezzo d’Italia.

Prof. D’Orsogna, come e quando ha cominciato ad interessarti a questa vicenda?
«Me ne parlò un amico nell’Ottobre del 2007, quando iniziò a diffondersi la notizia della creazione di un "Centro Oli" dell’ENI ad Ortona. La disinformazione subdola fu subito evidente: l’espressione "Centro Oli" creò confusione fra la popolazione perché fa pensare ad un frantoio, invece che ad una raffineria. Poi indagando e leggendo documenti delle ditte petrolifere, si capì che si trattava non solo di sfruttare giacimenti petroliferi ad Ortona, ma in tutto l’Abruzzo: una prospettiva che cambierebbe per sempre il volto della regione».

In quali aree si trovano questi giacimenti e che cosa si conosce della loro entità?
«Modesti giacimenti sono ad Ortona, Pineto,Vasto, San Vito Marina, Silvi e Alba. Ci sono permessi estrattivi, in fase di approvazione o già accordati, sulla metà del territorio abruzzese incluso il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Majella. A causa della particolare conformazione geografica questi giacimenti sono molto difficili da sfruttare: sono profondi, non molto consistenti. Per di più sono carichi di impurità, come lo zolfo, che rendono il petrolio abruzzese di scarsa qualità, che significa tonnellate di sostanze tossiche emesse nell’aria nel processo di lavorazione».

Quali sono state le reazioni delle varie amministrazioni locali?
«Grazie all’impegno di varie associazioni, le comunità costiere sono informate, specie il Pescarese ed il Chietino. I Teramani si stanno mostrando abbastanza attivi ed agguerriti, presentando risoluzioni e promuovendo conferenze informative. Le loro economie sono molto centrate sul turismo e la prospettiva di una piattaforma petrolifera con fiammella desolforizzante visibile dalla costa non piace a nessuno.
Poi ci sono sindaci e consiglieri che, in palese conflitto di interessi, minimizzano i problemi cercando di trarne vantaggi personali. Ad esempio, Nicola Fratino, il sindaco di Ortona, gestisce in esclusiva le attività portuali della città e fa parte di un consorzio di aziende locali sorto appositamente per fornire servizi petroliferi all’ENI. Da un lato dunque c’è il potere della sua giunta di dare approvazioni di vario genere (come le modifiche al piano regolatore), dall’altro gli enormi interessi privati suoi e di pochi altri soci. Fratino è l’unico sindaco favorevole alla petrolizzazione dell’Abruzzo.
L’opinione pubblica è preoccupata per gli effetti sulla salute. Proprio in questo periodo i media, nazionali e internazionali, iniziano ad occuparsi delle conseguenze delle estrazioni in Basilicata. Dopo 15 anni di petrolio, la Lucania si ritrova con agricoltura e turismo distrutti, emigrazione, corruzione e tumori in aumento. Per gli abruzzesi è come vedere in anteprima ciò che potrebbe accadere da noi.
Non è che la gente sia necessariamente contraria alle estrazioni petrolifere: il fatto è che petrolio ed agricoltura, raffinerie e riserve naturali, non si sposano. E poiché l’Abruzzo ha già una sua vocazione, sarebbe come estirpare tutto quello che già esiste sul territorio in favore di un tipo di attività totalmente aliena e dai dubbi vantaggi economici.
Il Chietino è la seconda provincia italiana per numero di operatori vitivinicoli, e per quantità di uva prodotta. L’enorme danno ambientale della Basilicata, è anche un danno economico e non a caso le cantine del Montepulciano d’Abruzzo sono fra i più agguerriti oppositori del petrolio in Abruzzo. Nonostante il vuoto informativo istituzionale, secondo un sondaggio realizzato nel dicembre del 2008, il 75% degli Abruzzesi è contrario alla petrolizzazione, il 10% è favorevole, il restante 15% dice di non sapere».
A che punto si trova attualmente lo sviluppo di questa vicenda?
«I primi permessi estrattivi sono stati concessi all’ENI nel 2001 e per anni la burocrazia è andata avanti, rilasciando tutti i permessi in sede regionale e provinciale con superficialità e con pochissima riflessione. Solo quando questa vicenda è diventata di dominio pubblico le cose lentamente hanno iniziato a cambiare.
In seguito a forti pressioni popolari, nel marzo del 2008, venne presentato in consiglio regionale una proposta di legge per una moratoria temporanea sull’attività petrolifera in Abruzzo. La moratoria è valida fino al 2010. Venne approvata contro il volere dell’allora presidente della regione, Ottaviano del Turco (poi arrestato per avere, secondo l’accusa, presumibilmente intascato 6 milioni di euro in tangenti sulla sanità abruzzese) e quasi all’unanimità perché fuori c’erano seimila manifestanti che assediavano il palazzo del consiglio regionale a l’Aquila.
Ora c’è un nuovo consiglio regionale, guidato da Gianni Chiodi che, purtroppo, non ha ancora capito la gravità del problema, ed è piuttosto timido nel pronunciarsi».
Può dirci nulla sul valore e sulla rilevanza economica di queste risorse?
«La valenza economica di queste risorse non è molto chiara, nel senso che l’ENI non ha mai rilasciato cifre ufficiali. Qualsiasi sia la loro rilevanza economica però i benefici per il cittadino abruzzese saranno minimi.
In Italia le royalties versate allo stato sono pari al 4% se si estrae in mare, e al 7% per la terraferma. Di questo 7%, se passa la legge proposta dal governo Chiodi, solo il 15% arriverà alla regione, cioé lo 1.05% di tutto il valore del petrolio estratto. Per di più, se l’estrazione dovesse essere al di sotto di una certa quantità, le royalties non ci sono. In Norvegia le royalties sono dell’80%.
In Basilicata la la popolazione non ha tratto alcun vantaggio e a tutt’oggi le emissioni di agenti tossici non vengono monitorati correttamente, ne tantomeno spiegati alla popolazione.
L’ENI ha dichiarato in più occasioni che la raffineria di Ortona occuperà al massimo trenta operai ai quali andrà ad aggiungersi il personale per la costruzione dell’impianto stesso: un centinaio di muratori e tecnici temporanei. Nessuna agenzia governativa, che io sappia, ha elaborato proiezioni occupazionali, né tantomeno messo a confronto i posti di lavoro guadagnati con quelli persi, dovuti all’inevitabile crollo dell’agricoltura, come è successo in Basilicata. Gli impianti sono ad elevatissima automazione dove serve poca manodopera».

Quale impatto ambientale ci si potrebbe aspettare?
«L’impatto ambientale sarebbe molto grave per la regione Abruzzo. Come testimoniano migliaia di articoli scientifici sulle estrazioni petrolifere fatte cosi vicino ai centri abitati.
Spinta dalle pressioni popolari, la provincia di Chieti ha incaricato l’istituto di ricerca Mario Negri di stilare un rapporto sulle conseguenze della presenza della raffineria nel comprensorio di Ortona. Il rapporto è stato reso noto nel dicembre del 2007 e parla di una tonnellata e mezza di sostanze inquinanti emesse ogni giorno, fra cui provati cancerogeni, che andrebbero a spargersi su un territorio dove vivono circa centomila persone. Occorre anche notare che le leggi ambientali italiane sono molto tolleranti sulle emissioni di sostanze tossiche, per nulla paragonabili a quelle che si fissano negli USA per esempio. Per l’idrogeno solforato i limiti italiani sono di oltre 10,000 volte più alti di quelli del Massachusetts; per la diossina mille volte più alti che in Germania. Per quanto riguarda gli impianti marini, le precauzioni che si prenderebbero altrove, in Abruzzo e in Italia in generale non esistono. Negli USA la scorsa estate ci furono molte discussioni quando Bush propose di permettere l’estrazione del petrolio a 50 miglia dalla costa, 80 chilometri. In Italia non esiste alcun limite, ed oggi ci sono permessi estrattivi accordati a Vasto per esempio, dove i pozzi potrebbero sorgere a due chilometri dalla costa. L’Adriatico è poi un mare chiuso, dai fondali bassi, per cui gli inquinanti tenderanno a restare localizzati e in caso di incidente il danno ambientale sarà particolarmente devastante».

Quali gruppi pubblici e privati italiani hanno risposto alla sua iniziativa e come?
«Una volta che la problamatica è nota, che i danni alla salute vengono spiegati alla popolazione mostrando le testimonianze dalla Basilicata, le reazioni sono sempre di rabbia e di sgomento.
Il coinvolgimento pubblico, delle istituzioni invece è stato finora troppo blando. Ci sono state iniziative locali di sindaci, ma la regione è totalmente assente, sia nel prevenire che nell’informare. L’attuale assessore all’ambiente, Daniela Stati, a quasi due mesi dal suo insediamento deve ancora pronunciare una sola parola sul tema petrolio in Abruzzo».

Questa che sta conducendo è una "battaglia" puramente italiana o è riuscita in qualche modo a suscitare alcun interesse qui negli Stati Uniti?
«L’unico modo in cui vinceremo questa sfida è informando tutte le persone che amano l’Abruzzo, i suoi prodotti e la sua natura. L’Italia è troppo corrotta per sperare che prevalga il buonsenso davanti agli interessi economici di pochi potenti. Sto cercando anche di coinvolgere gli Americani, ma occorrerà pazienza e tenacia. Spererei in una maggiore presa di posizione anche di colossi industriali legati all’Abruzzo e al suo territorio, come la Pasta de Cecco e Del Verde».

Ma qual è il suo obiettivo principale al momento?
«Che venga approvata al più presto una moratoria a lungo termine che vieti le operazioni petrolifere. Nel contempo vorrei che si sviluppasse negli Abruzzesi una maggior coscienza civica, di rispetto e di amore per la loro terra e che si capisse che il benessere economico passa anche per la salvaguardia ambientale e non certo rincorrendo le ultime e sporche goccie di petrolio del pianeta»

Sunday, March 8, 2009

Assomineraria, vergogna senza fine


Assomineraria, la Confindustria, l'ENI e i loro amici non stanno certo con le mani in mano considerati i tempi di crisi e di petrolio sotto i 40 dollari al barile. Anzi, cercano di usare questo periodo per fare il lavaggio al cervello alla gente - meglio dire ai politici - per convincerli che il petrolio fara' bene all'Italia.

Ecco un po di stralci dal loro convegno del 6 Febbraio 2009 dal titolo "L'azione di Assomineraria a sostegno dell'attivita'". Ricordo che E&P e' una abbreviazione che sta per exploration and production, cioe' esplorazione e produzione del petrolio.

Come sempre parlano a vanvera, e rassicurano tutti che sono santi. La gente pero' non e' scema: possono dire tutte le belle parole che vogliono, ma la realta' e' che a causa delle estrazioni petrolifere, la Basilicata e' la terza regione piu' povera d'Italia, l'agricoltura muore, la gente emigra, i tumori scoppiano.

Ecco cosa dice Assomineraria per assicurarsi controlli ancora piu' blandi, e procedimenti sempre piu' facili:

Assomineraria ha anche sviluppato un Tavolo Tecnico con il Ministero dello Sviluppo Economico-UNMIG e le Regioni che ha discusso:

– le variazioni normative della Legge 239/2004 che semplificano i processi autorizzativi dell’E&P;

– una revisione dell’Accordo tra MSE e Regioni del 24 aprile 2001, finalizzata a fluidificare i procedimenti di conferimento dei titoli minerari e le autorizzazioni delle attività previste dal “programma lavori”;

– la definizione di criteri tecnicoeconomici sia per le società richiedenti titoli minerari E&P che per quelle che fanno istanza di concessioni di stoccaggio.

Infine Assomineraria ha avuto un ruolo propositivo nell’apertura delle aree profonde dello Jonio all’E&P, stabilita dal decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 30 ottobre 2008.

Dunque a picoli passettini, crisi o non crisi, in barba a qualsiasi coinvolgimento della popolazioni locali, cercano di aggiustarsi il letto come meglio credono per fare quello che gli pare. Il bello sta nella conclusione di Giancarlo Dossena, direttore del settore idrocarburi di Assomineraria.

Chi e' Giancarlo Dossena? E' il gentiluomo che scrisse l'impatto ambientale per l'ENI proprio per le estrazioni di idrocarburi nell'Alto Adriatico e che fu poi indagato assieme agli altri suoi amici dell'ENI.

Nella sua relazione, Dossena ha sottolineato che, pur nelle criticità economico - finanziarie del momento, gli Operatori sono pronti a investire nell’Esplorazione e Produzione di idrocarburi in Italia, tenendo presente alcuni punti fermi:

– l’attività E&P in tutte le sue fasi è compatibile con altri usi del territorio (ad esempio: turismo, agricoltura, agriturismo, fruizione dei parchi naturali, ecc.), come dimostrato dalla storia dell’E&P, che ha visto la perforazione in Italia di oltre 7.000 pozzi negli ultimi 50 anni;

Hanno dimenticato di chiedere il parere dei cittadini lucani e di Trecate, dei cittadini di Sarroch e di Falconara, dei cittadini di Gela e Priolo, dei cittadini di Crotone e di Cremona, quanto siano compatibili le estrazioni e la conseguente raffinazione del petrolio con le loro vite. Dal mio punto di vista il signor Dossena non dice la verita', e lo fa in maniera spudorata, considerate le varie cause aperte contro l'ENI in tutto il mondo per inquinamento nel settore petrolifero e non.

– l’Italia è garantita nella sua crescita dalle forti importazioni energetiche, con un mercato estero problematico per produzione di idrocarburi, capacità di raffinazione, trasporti transfrontalieri, anche via condotte. E’ necessario tuttavia:

– adeguare il time to market dell’attività E&P a quello dei paesi petroliferi;

Cioe' dicono che siamo bravi a raffinare il petrolio: certo, gli altri simili schifezze sul proprio territorio non li lasciano fare. Ricordo che in Italia UN QUARTO della benzina prodotta, secondo stime ufficiali del governo italiano, e' venduta all'estero, e che i profitti vanno ai petrolieri e non agli italiani.

– rivedere le norme che bloccano le riserve di gas già scoperte nell’Alto Adriatico;


Questo che vogliono 'rivedere' a loro scopo, uso e consumo e' il cosiddetto decreto Ronchi che vieta la estrazioni in Veneto a 22 km dalla costa. L'ENI lo ha gia infranto per scavare i pozzi Irma-Carola e Naomi Pandora e e per questo Paolo Scaroni e' stato condannato per inquinamento ambientale e per tentata alluvione. Lo stesso Dossena, come detto sopra venne indagato. Negli USA e lungo tutta la costiera pacifica ed atlantica lo stesso limite e' di 160km, caro Dossena. Sono allora d'accordo anche io sul rivedere queste norme, estendiamo il decreto Ronchi a 160km dalla costa anche in Italia ed estendiamolo a tutta la penisola. Che ne pensa?

– fornire chiari indirizzi di strategia energetica con scenari definiti e conseguenti procedimenti autorizzativi con tempi certi e massima fluidità.

Ecco, all'ultimo punto posso rispondere a Dossena in modo molto semplice, evitandogli di fargli perdere tempo ed indicandogli un indirizzo precisissimo, fluidissimo e chiarissimo: in Abruzzo la strategia che VOGLIONO GLI ABRUZZESI E' CHE NON CI DOVETE NEMMENO PENSARE A VENIRE A TRIVELLARE NEI NOSTRI TERRITORI - NON VI VOGLIAMO QUI, NE ORA NE MAI.

Provateci solo e qui succedera' la rivoluzione. Con il popolo non si scherza. Amen.

Friday, March 6, 2009

Elga, l'Abruzzo e il vulcano



Elga e' la agguerrita e coraggiosa protagonista del filmato contro il centro petrolifero di Ortona che fu mandato in onda da current TV qualche tempo fa. Il video e' linkato in basso. Subito dopo, mi mando' dei documenti redatti da Philippe Pallas, un consulente delle Nazioni Unite dove si spiegano le procedure per realizzare pozzi di petrolio e gas.

Ho cercato allora di indagare un po di piu' su questo tema.

Secondo Pallas, una delle tecniche usate per testare il sottosuolo e' la riflessione sismica, dove
si mandano dei segnali al sottosuolo ed in base a cio' che viene riflesso si cerca di capire la composizione del terreno e l'eventuale presenza di petrolio, fratture e cosi via. Il bombardamento puo' durare anche per settimane intere, ininterrottamente. Per emettere questi segnali si usano esplosivi e vibratori che spesso causano dei mini-terremoti e che si propagano anche per molti chilometri. Questi bombardamenti possono avere delle conseguenze anche gravi sull'equilbrio del sottosuolo, sulla circolazione dell'acqua nelle falde acquifere, sulla stabilita' delle roccie. Quando questi test vengono fatti in mare, tutto l'equilibrio marino ne risente.

L'Universita' del Texas stima che alcuni terremoti in quello stato sono stati causati dall'attivita' petrolifera o dall'iniezione di fluidi e fanghi perforanti nel sottosuolo. Anche se la magnitudine di questi terremoti e' bassa, circa 3 gradi Richter, sempre terremoti sono.

A Viggiano, neanche a dirlo la terra trema a cadenza regolare, come testimoniano gli abitanti.

Qualcuno pensera' che queste siano cose da poco conto, invece siccome nessuno conosce la complessita' del sottosuolo, possono anche esserci risvolti drammatici e insospettabili quando si va a trivellare in zone delicate.

La storia del vulcano Lusi, in Indonesia, e' emblematica ed e' riportata dalla BBC inglese. Nel 2006 questo vulcano invece di emettere lava inizio' a sputare fango. L'eruzione continua a tuttoggi.

Nel Novembre del 2008 una commissione di 74 geologi internazionali concluse che la causa scatenante di questa eruzione era nelle trivellazioni usate per l'esplorazione e lo sfruttamento petrolifero.

Il primo a parlare della possibilita' che lo scoppio del vulcano fosse collegato all'attivita' petrolifera fu il Professor Richard Davies, un geologo inglese.

Secondo i suoi studi, un pozzo scavato per 2.5 km di profondita' non troppo lontano dal vulcano frantumo' della roccia calcarea che conteneva acqua pressurizzata. Le fuoriuscite di acqua mescolate alla terra portarono alla creazione del fango che trovo' come unico sfogo il cratere del vulcano Lusi. La foto sopra mostra la devastazione causata dall'ingordia dei petrolieri.

Intanto il cratere sputa cosi tanto fango da poter riempire una dozzina di vasche olimpioniche al giorno, quattro villaggi interi sono stati ricoperti dal fango e trentamila persone sono state evacuate. Tredici persone sono morte, alcune tubature petrolifere sono esplose. Tutti i progetti finora escogitati per contenere i riversamenti di fango sono falliti, fra cui la creazione di dighe, drenaggi verso il mare, e l'idea di tappare il cratere con il piombo.

Alcuni dei 74 geologi stimano che il cratere potra' continuare ad eruttare per decenni.

Tutto questo perche' qualcuno frantumo' un sasso sottoterra.

Noi non abbiamo vulcani, per fortuna, ma non e' per questo che i pozzi di petrolio fra i campi e le case siano meno pericolosi per il nostro sottosuolo e le nostre falde acquifere.

Quando manifestiamo?


Wednesday, March 4, 2009

Chi inquina paga. Forse.



Il 10 Febbraio del 2009, le ditte americane 'Frontier Oil Corporation' e 'Wyoming Refining Company' sono state multate di 141 milioni di dollari dall'EPA, l'equivalente del ministero per l'ambiente degli USA per inquinamento. EPA sta per Environmental Protection Agency.

Queste ditte sono state multate perche' superavano nel Wyoming (in localita' Cheyenne e NewCastle) e nel Kansas (El Dorado) i limiti legali americani per le emissioni di SO2, nitrati ed altri inquinanti.

Di tutti quei soldi, una parte finira' nelle tasche dei contribuenti americani, ma la stragrande maggiornanza sara' usata per ammodernare le raffinerie in questione. La legge americana, nel Clean Air Act, afferma che le raffinerie sono obbligate a dotarsi della miglior tecnologia possibile per mitigare le emissioni di inquinanti in atmosfera. Evidentemente, la Frontier Oil Corporation e la Wyoming Refining Company non hanno seguito la legge, qualcuno ha controllato, sono scattate le multe. Lex dura lex sed lex.

Si prevede che, grazie a queste nuove migliorie, verranno tagliati circa 3,700 tonnellate di SO2 all'anno, 2,100 tonnellate di nitrati e 1,200 tonnellate di altri inquinanti. Un totale di circa 7 mila tonnellate di schifezze in meno. L'incaricato dell'EPA che ha condotto queste indagini si chiama Catherine Mc Cabe e dichiara:

"I nitrati e il diossido di zolfo possono causare forti problemi respiratori e contribuiscono all'asma nei giovani, allo smog ed al altri fattori di inquinamento ambientale".

I petrolieri hanno qualche anno per completare i lavori. I burocrati e gli amministratori hanno cercato la verita' e poi hanno agito di conseguenza in maniera semplice e lineare.

Spostiamoci invece in Sicilia, 20 Febbraio 2009. 10 giorni piu tardi della decisione dell'EPA. Stefania Prestigiacomo potrebbe quasi essere, mutatis mutandis, la Catherine Mc Cabe per l'Italia, anche se quest'ultima e' un semplice funzionario e la Prestigiacomo e' un ministro.

La Prestigiacomo pero', invece di monitorare o di far monitorare a dovere la situazione ambientale in Italia, invece di indagare, di multare l'ENI e tutti gli altri petrolieri e ditte varie che scaricano un po di tutto in Sicilia, invia bella pimpante un comunicato al presidente della regione Sicilia, Raffaele Lombardo. La letterina inizia cosi:

“Caro Raffaele, ti informo che la Commissione europea sta procedendo alla messa in mora per mancato adempimento di alcuni obblighi in materia di ambiente ...”

L'unione europea infatti aveva fissato al 30 settembre 2008 un limite massimo di tempo per presentare un progetto per constrastare l'inquinamento in Sicilia, specie nelle aree di Palermo, Siracusa, Messina e Catania, compreso il triangolo petrolfiero Augusta, Melilli, Priolo. Nessuno ha fatto niente, e ora arriva la multa che potrebbe oscillare fra i 20 mila e i 700 mila euro al giorno, per ogni giorno di ritardo.

Quei soldi della messa in mora non li pagano la Frontier Oil Corporation o la Wyoming Refining Company. Quei soldi non li pagano la Prestigiacomo o il governatore siciliano Lombardo. Nessuno perdera' la poltrona.

Quei soldi delle multe li pagano i cittadini.

Il coinvolgimento dell'Unione Europea avrebbe potuto essere una occasione per far qualcosa di buono in Sicilia. Invece grazie all'inadempienza della classe dirigente, dal ministero romano fino all'ultimo burocrate locale, le raffinerie siciliane continueranno ad emettere schifezze a lungo termine, la gente si ammalera', e i soldi che l'Europa aveva destinato per aiutare la lotta allo smog in Sicilia andranno persi.

Che paese di furbi che siamo! Andiamo avanti, al fondo pare non esserci mai fine.

Fonti: Reuters, Trading Markets ,
La valle dei templi