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Monday, April 1, 2019

Scozia: entro il 2032 niente piu automobili a benzina, l'elettrico sara' al 100%



La storia all'inizio e' sempre che non si puo', solo che poi invece arriva qualcuno e mostra che non solo si puo' , ma si deve.

Qualche tempo fa sono andata, assieme ad Andrea e Valentina, del sito "Aboliamo il Motore a Scoppio" al lancio del nuovo modello della Tesla, qui a Hawthorne, in California.

Elon Musk si vedeva che era stanco, ma era ottimista e riflessivo mentre raccontava la storia della Tesla e di come nel 2007 tutti gli dicevano che non si puo'. Adesso, nonostante i tanti ostacoli e le tante sterzate, siamo arrivati a piu' di 500mila veicoli elettrici sulle strade a marchio Tesla.

Non male, no? per dieci anni, per uno che all'inizio era un principiante che aveva contro colossi come Ford e GM. Io ho voluto bene ad Elon Musk quella sera, perche' nonostante le luci diffuse, e le tante braccia tese verso l'alto a fargli la foto, con me che riuscivo a malapena a vederlo, il suo amore e la sua dedizione all'auto elettrica brillavano forti.


Siamo in Scozia, dove e' stato annunciato che entro il 2032 - 13 anni da adesso, il 100% delle automobili nuove saranno elettriche. Ci sono piani per parcheggi a ricarica elettrica, e una grande infrastruttura per la rete di alimentazione in autostrada, nei condomini, oltre che una grid (V2G) technology che facilitera' lo scambio di energia dalle macchine alla rete, in modo bilaterale in modo da poter scambiare energia fra case, autovetture e imprese.

Intanto in questo momento il 75% di tutta l'energia di Scozia e' rinovabile, principalmente vento, sole ed idroelettrico, con vari esperimenti per usare l'energia dalle onde del mare che a differenza del vento e del sole e' costante. Gia' adesso c'e' un progetto pilota che porta energia dal mare a 2600 famiglie.

Tredici anni non sono molti, ma ci sara' del lavoro da fare  - non solo infrastruttura e integrazione della rete elettrica, ma anche mentalita', educazione al cittadino. Come sempre, e' la volonta' politica e del pubblico che fanno tutta la differenza e che rendono le cose possibili se le si vuole. 

Sunday, September 9, 2018

L'isola di Sapelo, la casa degli schiavi liberati affonda, ingoiata dai cambiamenti climatici






















St Helena Island, South Carolina, USA

In tanti che vivono su questa isola sono dicendenti di schiavi africani, liberati o fuggiti, che hanno creato i loro campi agricoli, con canne da zucchero, arachidi e pesca. E vivendo su una isola hanno conservato piu' o meno intatte tanti tradizioni di generazioni fa. Il nome di questa comuntita' e'
Gullah Geechee.

Ma c'e' qualcosa che adesso impedisce il loro stile di vita di continuare: i cambiamenti climatici.

I Gullah Geechee erano esperti in coltivazione di riso in zona costali e in sistemi di irrigazione.  Dopo la fine della guerra civile americana, nel 1865, il generale William Sherman established assegno' 400mila acri di terreno fra South Carolina e Florida a famiglie di schiavi liberati, circa 40 acri a famiglia. Per lo piu' erano isole o zone difficili da raggiungere. Tutta la zona e' nota ancora oggi come Gullah Geechee Corridor e chi vive qui per il 90% e' ancora discendente di quegli schiavi liberati tanti anni fa.

Il primo ponte a collegare St. Helena Island con la madre terra arrivo' solo nel 1939.

La loro religione unisce elementi di cristianita' con elementi tradizionali di origine africana. Pure la lingua che parlano e' un misto di inglese, creolo, dialetti africani, creando un ritmo creolo del tutto unico. Spicca il rispetto per la natura, tramandato lungo le generazioni soprattutto per necessita' - risparmio, riuso, vivere nel rispetto dei ritmi naturali con pesca e agricoltura rende piu' facile la sopravvivenza su una isola. Ancora adesso in molti usano le verdure dei loro orticelli e i pesci che pescano da soli.

Per molti anni i Gullah Geechee sono stati visti un po come arretrati, per mancanza di istruzione,  per il loro modo di vivere poco moderno e per essere discendenti di schiavi.

Oggi, arrivano i cambiamenti climatici.

L'aumento dei livelli del mare, l'erosione dovuta alla salinita' mette a rischio la loro sopravvivenza, la loro pesca e loro agricoltura.

Un ingrediente fondamentale per la cucina locale per esempio sono i gamberetti, le vongole e le ostriche. Ma a causa dei cambiamenti nella temperatura del mare e della salita' questi ingredienti sono sempre piu' rari.

Ancora piu' grave e' la perdita di terreno e la subsidenza collegata all'erosione che portano via spiagge e ingoiano lagune.  Gli uragani sono diventati piu' potenti, piu' distruttuvi, piu' pericolosi, piu' frequenti.  E cosi pure gli allagamenti che accadono sempre piu' spesso.  Le piogge torrenziali sempre piu' spesso impediscono l'accesso ai ponti, e distruggono le colture. A volte le strade sono inaccessibili e tutto si ferma. Nelle zone piu' turistiche questi ritmi piu' violenti hanno portato a perdite di visite ed economiche.

Le foreste sono in pericolo, perche' invase da parassiti che prima non c'erano qui, fra cui i coleotteri di pino che hanno devastato gli alberi, attaccando in particolari quelli piu' deboli a causa della perdita di acqua dolce assorbita dalle radici.

Una delle isole piu' colpite e' Sapelo, al confine con la Georgia.

E' una delle isole da cui e' iniziata l'ecologia moderna, intesa come studio dei sistemi biologici e naturali viventi, come fondata da Eugene Odom. Oggi non ci abita quasi piu' nessuno, ed e' essenzialmente usata, per il 97% del territorio, a scopi di ricerca scientifica, con centri universitari. C'e' pure un po di turismo, il restante 3% e' nelle mani dei Gullah Geechee.

A Sapelo l'erba nativa delle paludi, la Spartina alterniflora e' in calo del 30% dal 1984 ad oggi. Una enorme perdita di natura, ma anche di protezione da allagamenti e uragani, che infatti non a caso oggi causano piu' danni di allora.

Secondo varie previsioni i livelli del mare si innalzeranno di circa quindici centimetri nei prossimi cinquanta anni, in questa zona ma a Sapelo la conta e' gia' iniziata, con maree elevate, piogge estreme e "king tides", ondate giganti, prima mai viste ed ora sempre piu' frequenti, specie in fase di luna piena.

E poi c'e' un nuovo fenomeno, quello del blue sky flooding: allagamenti improvvisi che accadono anche in giorni di sole e di cielo di azzurro, di acqua che arriva dal mare senza che il cielo sia in tempesta. Prima accadeva ogni 4-5 volte l'anno; adesso siamo a 30-40 volte l'anno. E' il mare che si prende, pian piano, l'isola.

I pochi Gullah Geechee rimasti non hanno altra soluzione se non andarsene, ed infatti specie i piu' giovani vanno via per studiare o per cercare orizzonti piu' ampi e non tornano piu'.

Ci sono un po di iniziative, fra cui l'idea di coltivare orti comuni e produrre prodotti tipici, fra cui miele, zucchero, piselli rossi e fagioli rossi, alcune varieta' arrivate fin dall'Africa tanti tanti anni fa/ L'idea e' di vendere poi questi prodotti sulla terra ferma. Ma e' una lotta contro il tempo.

A Sapelo sono rimasti in 29.

Sono tutti certi che prima o poi dovranno andarsene.

Friday, March 3, 2017

La Shell nel 1991 - il clima cambia come mai prima dell'era glaciale




Region by region analysis of world temperature records shows a small but significant warming trend over the century with a marked increase in the 1980s. What the computer modellers are looking at is the possibility of change at a rate faster than at any time since the end of the ice age – change too fast perhaps for life to adapt, without severe dislocation

Global warming calls for a global response

Shell, 1991 
Climate of concern


Eccoci qui.

Lo sapevano, lo dicevano.
E poi se ne sono dimenticati.
O hanno fatto finta di dimenticarsene.

Succedeva 26 anni fa.

Il film in cui la Royal Dutch Shell, ditta di petrolieri olandesi, ammetteva che i cambiamenti climatici sono piu' rapidi che mai andando indietro da qui fino alle ere gliaciali e' del 1991 e si chiama Climate of Concern. Fu preparato con l'aiuto di vari scienziati dell'epoca fra cui Tom Wigley che a suo tempo lavorava presso il  Climate Research Unit alla University of East Anglia. 

Non c'e' spazio all'ambiguita' nel film: il messaggio era chiaro. Il mondo cambia a causa dei cambiamenti climaitici e i questi cambaimenti potrebbero essere troppo veloci perche' la vita cosi come la conosciamo possa adattarsi in tempo.

Dicevano tutto chiarissimamente:

isole tropicali che sarebbero diventate inospitali, sommerse dalle onde;
zone costiere sommerse di inquinamento;
profughi dovuti ad un clima sempre piu' ostile;
aumento dei livelli degli oceani; 
siccita', tempeste ed allagamenti fuori dal normale;
temperature piu' elevate;

Lo dicevano nel 1991!

Dicevano pure che tutti i modelli e gli scenari che avevano cercato di presentare nei loro modelli computazionali puntavano tutti alla stessa conclusione, chi piu' chi meno rapidamente: il mondo cambiera' drasticamente a causa dei cambi del clima.

Il film aggiungeva anche di essere d'accordo con il report presentato alle Nazioni Unite nel 1990 -- 27 anni fa! -- da un gruppo di scienziati sulla necessita' di agire per rallentare tali cambiamenti climatici.
"Climate of concern" termina con questa frase:

“Whether or not the threat of global warming proves as grave as the scientists predict, is it too much to hope as it might act as the stimulus – the catalyst – to a new era of technical and economic cooperation? Our numbers are many, and infinitely diverse. But the problems and dilemmas of climatic change concern us all.” 

Per vari anni il film fu proiettato nelle universita' e nelle scuole. Ma poi passo' di moda. Eppure ci avevano azzeccato su tutto.

Parlavano di sole, di efficenza energetica, di carbon taxes, dello spreco di CO2 che finisce in ambiente, di sovrappopolazione, dell'energia che i paesi in via di sviluppo avrebbero presto chiesto ed usato. Parlavano della necessita' di risparmiare: l'energia che usa una lampadina era per il 95% calore disperso nell'ambiente.

Quello su cui invece non hanno azzeccato e' la resistenza dei petrolieri stessi e la mancanza immediata di presa di coscienza fra il grande pubblico.

 Nel film si parla di azione collettiva, con un pizzico di ottimismo. Il mondo veniva dalla lotta globale contro la sostanza che stava distruggendo il buco dell'ozono, i CFC.  Tutti insieme si era cercato di risolvere il problema, e credo che quelli del video della Shell pensavano che lo stesso potesse applicarsi al petrolio.

Non fu cosi. La Shell per prima, negli anni a venire avrebbe negato l'evidenza, mentre continuava a trivellare, a estrarre monnezza sempre piu' monnezza nelle Tar Sands del Canada, nei fondali piu' profondi del mare, e con metodi sempre piu' aggressivi. E con i loro dinieghi, e con il loro seminare dubbi, non c'e' stata ne una veloce accettazione del problema da parte del pubblico, ne tantomeno azione.

I critici della Shell sono tanti, per avere predicato bene 25 anni fa e per avere poi fatto finta di niente, alla ricerca di denaro facile. Fra questi Jeremy Leggett, ex geologo del petrolio, ora diventato imprenditore del solare. Dice

"I honestly feel that this company is guilty of a modern form of crime against humanity. They will point out that they have behaved no differently than their peers, BP, Exxon and Chevron. For people like me, of which there are many, that is no defense.”

La Shell sapeva dei cambiamenti climatici anche prima del 1991. Gia' nel 1986 infatti un "report confidenziale" parlava di cambiamenti "veloci e drammatici" che "avrebbero avuto impatti nefasti sull'ambiente, sugli standard di vita futuri, sull'approvvigionamento di cibo e che potrebbero avere enormi conseguenze politic, sociali ed economiche.

E cosi, gia' nel 1989 la Shell si era costruita una mega piattaforma per essere al riparo dall'innalzamento dei livelli del mare. La Troll A e' in alto: e' la piattaforma piu' mostruosa del mondo.

Poi, quello stesso anno, le grandi amiche del petrolio formarono la Global Climate Coalition (GCC), per trovare scusanti e per decretare il tuttapposto. La Shell per lotte interne usci' da questo consorzio per incompatibilita' con le altre ed entro' in un altro gruppo con lo stesso scopo, la American Legislative Exchange Council. Rimase qui fino al 2015. Oggi invece fa parte del Business Roundtable e dell'American Petroleum Institute,che fanno gli interessi dei petrolieri e che sono stati fra i principali oppositori di tutte le leggi green varate da Obama e dall'Unione Europea.

Uno direbbe, ma perche' nel 1991 fecero e diffusero questo film?

Probabilmente perche' quando si rese conto di cosa stava accadendo, lo shock fu cosi grande che tutti -- petrolieri compresi -- ci si rese conto che occorreva agire, presto e in modo planetario, pure da parte dei signori trivellatori.

E poi il denaro prese il sopravvento.

Sapevano che le loro azioni avrebbero distrutto l'Artico, gli equilibri climatici mondiali, la vita sul pianeta come lo consociamo.

Non dissero mica, beh, reinventiamoci come ditta di rinnovabili, di sole, di vento, di conservazione energetica.

No. Propagandarono il tuttapposto, e fecero piani per continuare a trivellare, costi quel che costi ovunque e comunque e dovunque. Artico compreso.

Ad oggi la Shell ha ancora in ballo investimenti per 75 miliardi di dollari in petrol-progetti, sebbene sanno dal 1986 che saranno deleteri per il mondo.

Monday, July 11, 2016

Australia: l'energia arrivera' dalle onde del mare

CETO 5 
Perth, Australia

 


Aguçadoura Wave Park
Póvoa de Varzim, Porto
Portogallo 



L'abbiamo sentito tante volte: usare i moti del mare e delle onde per tirare fuori energia, per desalinizzare, per creare elettricita', per pompare acqua nei bacini idrici e "stoccare" li l'energia per quando serve.

A queste cose si pensa gia' dal 1890, ma finora mettere il tutto in pratica e' stato difficile.

Il primo esperimento dell'era moderna venne fatto in Portogallo nel 2008 nell'Aguçadoura Wave Park. La ditta scozzese Pelamis Wave Power voleva tentare qui di usare il moto del mare per generare 2.25 Mega Watt di capacita'. L'esperimento, poco pou a nord della citta' di Porto,  riusci': era tutto funzionale e ci si aspettava grandi cose.

Ma arrivo' la crisi, il progetto era costoso e venne fermato. Ancora oggi e' in limbo.

L'esempio dei portoghesi pero' ispiro' altri a fare lo stesso in altre parti del mondo e cosi UK, USA, Australia decisero di provarci anche loro.

Ad arrivare primi al traguardo di elettricita' dal mare e' stata l'Australia. La prima nazione al mondo a produrre energia dalle onde del mare a grande scala.

Il progetto si chiama Carnegie Wave Energy e si trova a Garden Island, vicino alla citta' di Perth. Si chiama CETO 5 -- l'energia viene usata per scopi domestici ed industriali ma anche per desalinizzare l'acqua del mare. Finora, essendo un piccolo grande esperimento, l'elettricita' non veniva immessa in rete ma usata localmente. Per vedere come sarebbe andata.

E' andata alla grande.

Il primo record e' quello di avere generato energia per 14000 ore di seguto - cioe' per 500 giorni circa, un anno e mezzo.

E quindi, visto che tutto funziona, ci si appresta ora a connettere CETO 5 alla rete elettrica nazionale. La prima nazione del mondo a collegare la rete elettrica al mare.

Costo? 40 milioni di dollari, per la maggior parte stanziati dall' Australian Renewable Energy Agency (ARENA).

Ma non e' finita. Perche' fermarsi qui? Infatti dopo il successo di CETO 5 gia' si parla di CETO 6, quattro volte la potenza di CETO 5.

L'Australia non e' messa proprio benissimo quando si parla di rinnovabili. L'86% della sua energia viene ancora da fonti fossili o dal nucleare. Ma CETO 5 e' un passo in avanti. Usare quello che si ha in modo creativo e costruttivo.

Non so se questo tipo di cose si applicano per l'Italia - non abbiamo oceani e i moti ondosi probabilmente non giustificherebbero una cosa del genere.

Ma il punto non e' che dobbiamo copiare esattamente quello che fa l'Australia o la Scozia. Dobbiamo solo copiare l'idea e la filosofia di base: cercare di produrre energia in modo sostenbile da fonti locali. Nel paese del sole, dovrebbe essere facile, no?

Mi sovviene una domanda: ma l'Italia ce l'ha una Renewable Energy Agency nazionale? O abbiamo solo Matteo Renzi e i petrolieri e l'UNMIG?

E se non ce l'abbiamo cosa aspettiamo a metterla su?

Tuesday, January 1, 2013

Trivelle Shell in Artico








La piattaforma Kulluk in balia di se stessa, Alaska.  



La piattaforma mobile Kulluk, di proprieta' della Royal Dutch Shell, e' uno dei tasselli delle operazioni trivellanti nei mari dell'Artico. 

Fino ad Ottobre e' stata operativa in Alaska, nel Beaufort Sea per operazioni di esplorazione di idrocarburi. La settimana scorsa invece la stavano riportando a Seattle per l'inverno. 

Strada facendo, dall'Alaska a Seattle, ha incontrato una violenta tempesta, con venti ed onde possenti e voila' -  si sono staccati i cavi che collegavano la Kulluk alla nave che la trainava e agli altri cavi che l'ancoravano ai fondali.

Una volta capito che non ci sarebbe stata possibilita' di avere il sopravvento su madre natura,
tutto il personale e' stato evacuato, alcuni sono anche rimasti leggermente feriti.

Da li, non e' stato possibile creare nessun tipo di collegamento fra la piattaforma e qualsiasi altro mezzo guidato dall'uomo e cosi' la piattaforma e' stata in balia di se stessa e delle onde - alte fino a 30 metri! - per circa dieci ore di tempo.

Sbattuta di qua e di la.

Alla fine si e' arenata da sola, dopo avere galleggiato nel mare per 10 ore e con ben 143,000 galloni di diesel e 12,000 galloni di fluidi ed oil perforanti. Fanno circa 600,000 litri di materiale potenzialmente letale per l'ecosistema.

L'acqua era profonda tra i 10 e i 18 metri. Non ci sono traccie evidenti di perdite nel mare, ma e' troppo presto per escludere del tutto che ci siano stati riversamenti. A causa di venti di circa 130 km orari e di forti ondate e' impossibile per adesso ispezinonare la Kulluk che giace presso la costa della localita' Ocean Bay.

Il manager della Shell responsabile per le operazioni, Sean Churchfield, ha cosi commentato

The rig is upright, rocking with a slow motion, and is stable. But there is still a lot of work to be done to bring this to a safe conclusion.

La piattaforma e' dritta, dondola con moto leggero ed e' stabile. Ma ci vorra' molto lavoro affinche' il tutto giunga a conclusione sicura.
 
Ciononostante ci sono molte critiche alla Shell, perche' questa tempesta non e' una cosa fuori dal comune, ma una semplice tempesta d'inverno in Alaska, 

Il professor Rick Steiner, dell' Universita' dell'Alaska ed ora un consumente ambientale per  la non profit Oasis Earth, aveva lanciato l'allarme molto tempo fa.  Era da settimane che parlava di scarsa sicurezza, piani di emergenza e comunicazione con la Guardia Costiera.

Dice: 

It appears "the rig was not adequately equipped for heavy weather towing, they should have called the Alert sooner, and tried to shelter sooner.  Clearly Shell should have thought through contingencies for a loss of tow in heavy weather, and they didn't.   

The weather encountered is not extreme and unexpected in the Gulf of Alaska in the winter - it's just winter. This doesn't inspire confidence in their safety and contingency planning capability.

Chiaro e preciso.


Ovviamente le comunita' locali dell'Alaska sono molto preoccupate perche' come insegnano i problemi nel golfo del Messico e i venti anni dopo lo scoppio della Exxon Valdez,  sara' tutta la catena alimentare ad sentirne le conseguenze se ci fossero riversamenti nel mare. C'e' particolare preoccupazione per i leoni di mare, alcuni uccelli e salmoni.

Il sindaco di Point Hope, Steve Oomittuk dice che le operazioni della Shell sono "too risky" e che non e' vero che non succedera' niente. Magari non e' successo oggi, ma dopo? Quando inizieranno a fare per davvero?  Sono operazioni pericolose e come dice lui "Anything can happen".

La Shell si difende dicendo che passeranno almeno 10 anni prima delle estrazioni vere e proprie e che per allora avranno ideato delle strutture ad hoc che saranno capaci di resistere a qualsiasi condizione meteo "estrema".

Per adesso ci sono 500 persone impegnate nelle operazioni di sicurezza, controllo e verifica.
Pagati tutti dal contribuente pubblico, mica dalla Shell.