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Wednesday, September 14, 2011

Le ispezioni sismiche in Nuova Zelanda e i pinguini morti




Te Whānau ā Apanui will continue to oppose deep sea drilling in its waters now and forever.

Comunita' Maori della Nuova Zelanda

Un'altra storia di petrolio che alla stampa italiana non interessa.

Petrobras e' la compagnia nazionale petrolifera del Brasile - una specie di ENI brasiliana. Ha attivita' in varie parti del mondo, inclusa la Nuova Zelanda dove il governo gli ha venduto in esclusiva delle licenze petrolifere e di gas nel 2010 della durata di cinque anni.

Petrobras e' anche la compagnia petrolifera che piu' di ogni altra trivella alla ricerca di petrolio in acque profonde, ed e' nota per i suoi metodi aggressivi, per la mancanza di misure di sicurezza per ambiente e lavoratori e per avere spesso assunto personale non sufficentemente addestrato.

In tre anni, dal 1998 al 2001 la Petrobras e' stata responsabile di almeno 80 morti.
Questo un editoriale di Forbes in merito.

Ed e' proprio nei mari dell'isola del nord di Nuova Zelanda (ce ne sono due, nord e sud) che la Petrobras stava eseguendo ispezioni sismiche all'inizio del 2011, nel cosiddetto bacino di Raukumara.

La Petrobras non ha perso tempo e per varie settimane in Aprile 2011 ha portato a spasso nel mare su una nave a contratto chiamata "Orient Express" un sonar lungo 10 chilometri che ha spazzolato un area di oltre 12,000 chilometri quadrati a 110 chilometri da riva.



La Nuova Zelanda petrolizzanda - la concessione Raukumara e' in alto a destra, in verde.


Lo scopo era di eseguire ispezioni sismiche: sparare violenti getti di aria compressa in mare, ed ottenere dai segnali riflessi informazioni sui giacimenti di Raukumura. Come volevasi dimostrare, hanno subito iniziato a ritrovare pinguini morti.



Lungo la baia di Waihau Bay il giorno 28 Aprile 2011 hanno ritrovato 14 carcasse.

Particolarmente arrabbiati sono i Maori, comunita' indigene locali che ne' il governo della Nuova Zelanda, ne' la Petrobras ha provveduto ad informare di queste esplorazioni sismiche e dei progetti petroliferi.

Di queste comunita' Maori, la piu' a rischio e' la Ngati Porou, la piu' vicina alla zona delle trivelle e che vive secondo criteri naturali. Non solo nessuno gli ha detto niente, ma pare che non si parli nemmeno di quantificare costi, e benefici per la collettivita' o chi paghera' in caso di incidenti - stile BP insomma.

I Maori dipendono sulla pesca per il loro sostentamento e sono molto preoccupati di inquinamento in mare e ai pesci in caso di trivellazioni. La zona e' particolarmente fragile e altamente sismica. In piu' le trivelle Petrobras saranno in acque profonde e non ci sono pratiche standard ne protocolli da seguire - nessuno per esempio sa come progettare le valvole di sicurezza in cosi' grande profondita' e ovviamente i residenti della Nuova Zelanda e i Maori non vogliono essere le cavie della Petrobras.

E ovviamente lo sanno fin troppo bene che il petrolio porta lavoro a pochi, e ancora di meno alle comunita' locali, lasciandosi dietro invece solo mare sporco, inquinamento, perdite e possibili scoppi.

Non ne vogliono sapere!

E cosi, si sono dati da fare. Greenpeace locale, e le comunita' Maori hanno mandato delle barchette in mare per protesta ad interferire con l'Orient Express della Petrobras durante le ispezioni sismiche. Alcuni si sono pure tuffati in mare, causando il cambiamento di rotta dell'Orient Express. Sono stati li per tre settimane a rompere le scatole alla Petrobras.

Dopo avere scoperto i cadaveri dei pinguini, i Maori hanno chiesto al governo delle risposte celeri e accurate. Per loro infatti i pinguini sono animali sacri.

Hanno rilasciato questo statement durissimo:

Te Whānau ā Apanui will continue to oppose deep sea drilling in its waters now and forever.
We will continue to let the Government know that te Whānau ā Apanui will oppose this exploitation of the environment for as long as it takes, and in as many forms as that opposition is necessary, until deep sea oil drilling and inland mining in our tribal territory is off the agenda forever.

Il governo della Nuova Zelanda ha detto di non potersi prounciare finche' il tutto non sarebbe stato accertato e che le morti dei pinguini potrebbero essere state a causa di condizioni climatiche eccezionali che avrebbero o causato la morte diretta dei pinguini o degli animali di cui si cibano. Hanno dato la colpa a La Nina!


Mmh - che coincidenza! Arrivano i petrolieri, spiaggiano i pinguini e la colpa e' di La Nina!


I residenti non ci credono a questa di La Nina. Dicono che le condizioni climatiche sono normali e che non ci sono state tempeste di alcun genere.

E hanno continuato a protestare. Finalmente l'8 Maggio 2011 la Petrobras ha deciso di andarsene prima del tempo. Il governo della Nuova Zelanda ha dovuto scortare l'Orient Express per paura che ci fossero azioni di disturbo alla nave ammazza pinguini.

A giugno 2011 il governo della Nuova Zelanda ha annunciato nuove misure di sicurezza per regolamentare l'attivita' petrolifera.

Vediamo come va a finire.

Personalmente penso che questo sia un risultato delle proteste e della rabbia dei Maori. Come sempre si deve rompere le scatole ai politici incessantemente ed ovunque, non c'e' altra soluzione.

E noi? E i nostri delfini? E i nostri pescatori? E la nostra rabbia?




Proteste no drilling in Nuova Zelanda

Questa storia mi e' stata gentilmente segnalata da Françoise Lienhard che da tanto tempo e' impegnata contro il fracking in Francia - grazie Francoise!







Saturday, March 5, 2011

Molfetta, l'ENI e l'idrogeno solforato



Dalla sentenza di condanna per gli operai di Molfetta
Giudice Lorenzo Gadaleta, Gennaio 2010


Signora Luigi Farindola, vedova di uno
degli operai uccisi dall'idrogeno solforato a Molfetta - Ottobre 2009





Il 23 Febbraio 2011 e' iniziato il secondo processo a Molfetta contro varie societa' - fra cui l' immancabile ENI - per accertare le responsabilita' della morte di 5 persone, a causa delle esalazioni di idrogeno solforato, come riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno e dal quotidiano online di Puglia L'Ira del Tacco di Nino Sangerardi.

Le vittime del disastro, avvenuto il 3 marzo 2008, sono:

Vincenzo Altomare, 64 anni,
Luigi Farindola, 37 anni,
Biagio Sciancalepore, 24 anni,
Guglielmo Mangano 44 anni,
Michele Tasca, 19 anni.

La dinamica dell'incidente e' ben nota: un autocisterna che avrebbe dovuto trasportare zolfo liquido ha iniziato a sprigionare idrogeno solforato. Uno degli operai si e' affacciato nell'oblo' dell'autocisterna per vedere cosa succedeva e si e' sentito male, cadendo. Gli altri sono soccorsi per aiutarlo, si sono gettati nel serbatoio per cercare di salvarlo e sono morti tutti, soffocati dal veleno.

Vincenzo Altomare era il titolare della Truck center, gli altri quattro i suoi dipendenti. L'unico a salvarsi fu un altro operaio, Cosimo Ventrella.

Quando si ha a che fare con lo zolfo liquido, e' inevitabile che ci sia una certa percentuale di gas di idrogeno solforato, ma le percentuali dovrebbero essere basse in modo da salvaguardare la salute dei lavoratori. Questo perche' l'H2S e' un veleno.

Anche le cisterne usate per il trasporto di zolfo liquido potrebbero avere dentro delle tracce di H2S in seguito a reazioni chimiche. In generale, dovrebbero essere fatti dei corsi agli operai che quantomeno dovrebbero sapere come comportarsi in situazioni di emergenza come quella di Molfetta.

Questo gas infatti a dose alte e' letale, a dosi basse causa problemi di circolatori, neurologici e respiratori, specie se inalati nel corso di una vita intera e anche se c'e' chi a Viggiano per esempio dice che l'H2S e' un elisir di lunga vita.

Invece qui, grazie a questo elisir di lunga vita, sono morti in cinque, perche' nessuno sapeva niente.

Il primo processo si concluse il 6 ottobre del 2009.
Si erano presentati parte civile i parenti dei morti e pure l'Inail.

Sul banco degli imputati Eni SPA che aveva prodotto lo zolfo dalla raffineria di Taranto, Nuova Solmine SPA di Grosseto che lo avrebbe usato per produrre altri sottoprodotti, e Meleam Puglia, che in teoria si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro e che forni' i piani di sicurezza alla Truck Center.

L'unico superstite, Ventrella, dichiaro' che la puzza di H2S si inzio' a sentire molto tempo prima della morte degli operai.

Evidentemente nessuno ha saputo gestire l'emergenza. Potevano benissimo scappare se avessero saputo che quello era veleno, che agisce esattamente nello stesso modo in cui agisce il cianuro, se qualcuno glielo avesse spiegato cosa fare. Invece cinque morti e chissa quante lacrime dopo eccoci qui.

Dal processo del 2009 venne fuori che:

1) Non fu fatta adeguata formazione agli operai su cosa fare in questi casi.

2) L'ENI non ha indicato ai conducenti delle cisterne che il carico fosse pericoloso, e non ha compilato una scheda di pericolosita' da dare agli operai come previsto da leggi italiane e europee.

3). Nessuno fu mai capace di dire esattamente che composizione chimica aveva la miscela di zolfo liquido che avrebbero dovuto trasporare gli operai e quanto H2S ci fosse dentro.

4) Le procedure di sicurezza della Truck Center vennero cambiate appena dopo l'incidente, per renderle piu' stringenti. Che strana coincidenza - cambiano le regole dopo 5 morti, lo stesso giorno!

5) L'impianto di Molfetta non era autorizzato a bonificare la cisterna prima che ci venisse messo dentro lo zolfo liquido.

6) Le cisterne non venivano controllate prima dell'immissione di zolfo liquido per vedere se dentro c'erano dei residui di H2S.

7) La Nuova Solmine decise di non pagare circa 3 milioni di euro all'ENI perche' non erano sicuri che il carico di zolfo che stavano comprando fosse zolfo liquido e basta e non zolfo liquido misto a idrogeno solforato. In poche parole, la Nuova Solmine pagava per zolfo e non per H2S - a loro inutile. L'ENI o per incompetenza o per malafede gli mollava pure un pochino di H2S, non si sa quanto, ma abastanza per mandare un fumo contratti di 3 milioni di euro.

8) In seguito alle dichiarazioni dell'ENI, che non e' mai riuscita a spiegare esattamente cosa ci fosse dentro il suo zolfo liquido a giugno 2009 la procura ordino' perquisizioni, sequestri ed acquisizioni presso le raffinerie di Taranto e Livorno e presso gli uffici ENI di Roma.

9)Furono ipotizzati reati di falsa testimonianza per i dipendenti ENI e pure per quelli di Nuova Solmine.

10) Tutti gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme di prevenzione degli infortuni. Per ciascuno 5 anni ci carcere e l'inerdizione dalla professione.

Purtroppo pero' fra i condannati ci sono soltanto gli impiegati e i responsabili di ditte terze, quelle dei subappalti: Mario Castaldo, Alessandro Buonopane della Fs Logistica e Pasquale Campanile di Cinque Biotrans, condannati per omicidio e lesioni colpose.

Tutte le ditte minori, Fs Logistica, Cinque Biotrans e pure la Truck Center sono state condannate a 400,000 euro di multa ciascuno.

Gli unici intoccabili? Quelli dell'ENI o della Nuova Solmine.

Il pubblico ministero Giuseppe Maralfa e' pero' riuscito a trovare almeno degli elementi che quantomeno pongono dei dubbi sull'eticita' dell'ENI e sul suo modo approssimato di fare buisness. Infatti l'assessore al lavoro di Puglia Michele Losappio disse all'epoca:

Va poi evidenziata la scelta di trasmettere gli atti alla Procura per accertare eventuali nuove responsabilità di colossi societari come ENI e Nuova Solmine.
A loro più che ad altri spetta, per il rilievo e la solidità dei Gruppi, assumere misure e procedure di lavoro che tutelino la vita e la salute delle maestranze.
Se questo non è accaduto occorre accertarne le cause e le responsabilità.
Eccoci allora al nuovo processo di questi giorni nel quale si costituiranno parte civile la regione Puglia e la stessa Truck Center. A giudizio di nuovo Eni SPA, Nuova Solmine SPA e Meleam Puglia, che si dovrebbe occupare di sicurezza nei luoghi di lavoro.

I reati contestati sono omicidio colposo aggravato plurimo e lesioni personali aggravate.

Per l'ENI sono imputati

Giorgio Mario Artibani,
Antonio Caffarelli,
Bernardo Casa,
Fiorella Iobbi,
Marco Pinzuti Ansolini,
Alessandro Rosatelli,
Gaetano De Santis, direttore raffineria ENI di Taranto.

Vediamo come va a finire.

Intanto cinque persone sono morte, e non torneranno piu', anche per colpa della negligenza di una ditta che in tutta la sua storia ha avuto come unico obiettivo quello di fare soldi, senza rispetto per nessuno. Anzi, come dicono ad ENI-scuola, "alla ricerca spasmodica del successo".

Al Copam 2011 dicono che l'idrogeno solforato fa bene alla salute.

Lo andassero a dire alle mogli e ai figli dei morti di Molfetta se ne hanno il coraggio.

Verra' un giorno...

Saturday, August 29, 2009

L'ENI in Toscana - parte prima


Le "colline metallifere" sono una zona della Toscana, a cavallo fra le provincie di Livorno, Pisa, Siena e soprattutto Grosseto, ricche di metalli ferrosi e di rame. Fino al 1980 queste colline erano le maggiori produttrici di pirite d'Europa.

La pirite e' il cosiddetto oro degli sciocchi, di formula chimica FeS2, da cui inizialmente si ricavava ferro. Il processo di lavorazione pero' e' molto complesso a causa delle numerose impurita' ed e' difficile ottenere una buona qualita' del prodotto finale. Cosi, in tempi piu' vicini a noi, la pirite venne usata soprattutto per ricavarci acido solforico (H2SO4). La piu' grandi ditta produttrice di questo acido, in Toscana e in Italia, era la "Nuova Solmine" del gruppo ENI.

L'H2SO4 e' usato in vari processi industriali, fra cui la creazione del vetriolo, di fertilizzanti e per metterlo dentro le batterie delle macchine. Gli scarti ferrosi che provengono dalla lavorazione di questo acido - dette ceneri di pirite - sono spesso contaminate da metalli pesanti e tossici, fra cui arsenico, mercurio, piombo e rame. Gli stessi che impediscono di ottenere ferro di buona qualita'.

La logica vorrebbe che queste ceneri tossiche fossero smaltite per bene.

Una delle miniere piu' grandi era la Miniera di Campiano, nel comune di Boccheggiano, in provincia di Grosseto, gestita dalla Campiano Mineraria, al 100% anche lei controllata dall'ENI.

Uno dei problemi piu' grandi per l'ENI, era lo smaltimento di queste ceneri di pirite. Avevano gia' chiesto alla regione Toscana di depositarle nella vicina Scarlino, accanto ad una falda acquifera di circa tre chilometri quadrati. Li vicino c'erano campi di cereali, orti e allevamenti di animali.

La regione disse si.

Ma lo spazio di Scarlino non basta, ce n'e' troppa di cenere. E allora cosa fare?

L'ENI decide di definire questi scarti tossici materiali "sterili e riutilizzabili" e nel 1986 convincono la regione ad usarli per inertizzare le discariche, per asfalti nelle strade e per riempirci cave e miniere.

A partire dai primi anni '90 ci riempiono pure la miniera semi-abbandonata di Campiano, 800 metri sottoterra, 35 chilometri di lunghezza, immersa fra boschi, lontana dalle persone, un segreto fra i sentieri. E chi mai andra' a controllare?

La USL lancia un timido allarme che queste ceneri fanno male, ma l'ENI continua imperterrita a fare cio' che vuole. La regione e' latitante. Per anni l'ENI stocca rifiuti con tutti i veleni incorporati nelle viscere della Maremma.

Ben 67,000 metri cubi di monnezza tossica. Tutto smaltito illegalmente, in silenzio, avendo cura di dare del matto o del catastrofista ai pochi che vedevano, capivano, denunciavano.

Gli scarichi continuano per anni. I rifiuti sono talmente corrosivi che i camionisti sono costretti tutte le sere a lavare le cisterne dei camion a causa della possibile corrosione delle lamiere.

Ora, in quella miniera c'erano delle pompe che servivano a drenare l'acqua che naturalmente andava a confluirci dentro. E' bene drenare quell'acqua perche' altrimenti finisce per allagare la miniera e tutti quegli scarti tossici, e con le reazioni chimiche chissa' che mostro poteva essere partorito.

E infatti per vari anni il drenaggio venne compiuto. Nel 1996 pero' l'ENI decide di chiudere la Miniera di Campiano definitivamente. Non viene fatta nessuna bonifica.
Chiudono e basta. Tutta la monnezza che c'era, resta li, in balia degli eventi.

Cessano pure le operazioni di pompaggio dell'acqua del sottosuolo. Gli ex-minatori che di quella miniera sanno tutto, scongiurano di non farlo, ma l'ENI non vuole sentire ragioni.

L'acqua inizia a salire, la miniera si allaga. Il contatto dell'acqua con i rifiuti inquina le falde idriche sotterranee. Italia Nostra fa fare delle analisi private, alcuni professori universitari sollevano domande e persino una perizia alla pretura di Grosseto.

Tutto viene liquidato con superficialita'. Va tutto bene. Non ci sono problemi. La vita e' bella.

E sarebbe tutto rimasto cosi' se non fosse che nel 2001, improvvisamente il fiume Merse che scorreva li vicino, a 600 metri d'altezza, diventa rosso fuoco, si riscalda a 37-38 gradi. Uno scenario apocalittico, mai visto prima.

La miniera iniziava a sputare veleni fangosi al ritmo vertiginoso di 18 litri al secondo di robaccia direttamente nel fiume. Tutto esplode, sui giornali, fra l'indignazione della gente e degli amministratori. Molte persone andavano li a farsi il bagno e a pescare regolarmente.

Ecco qui come appariva l'acqua del Merse



Rosso e veloce come il sangue, in mezzo al verde dei boschi

Infili la mano e quasi ti scotti. Una melma colore ruggine, densa. Il fondo del fiume, in parecchi punti, non si vede piu'. In altri, piano piano, si sta sedimentando l'orrenda fanghiglia. Uno scenario da racconto di fantascienza, da pianeta rosso, da Marte e da avventure in altri mondi.

Sara' difficile, sempre piu' difficile, pescare trote, cavedani o barbi da queste parti. Difficile perche' chissa' che fine faranno questi pesci.

Subito, un odore fortissimo di ferro ti arriva alle narici. E l'acqua... Acqua? Ma quale acqua. C'e' solo una fanghiglia colore ruggine, che chissa' quali veleni contiene. E poi avanzi di macchianri adoperati in miniera. Imergiamo una mano nella fanghiglia. E' caldissima.


Nel 2001 la Regione Toscana (e dunque i cittadini) stanzia 200 milioni di lire al mese per installare un depuratore d'emergenza.

Nel 2002 una tesi di laurea denuncia la presenza abnorme di arsenico e mercurio nei pesci. Analisi sucessive confermano che a Scarlino trovano quantita' arsenico nei molluschi al di fuori da ogni limite.

Si calcola che l'ENI ne abbia riversato circa 5,300 tonnellate nel corso degli anni.

L'arsenico e' cancerogeno.

Con molto ritardo, l'Agenzia regionale per l'ambiente e il territorio della Toscana, Arpat, afferma che le falde idriche sono sono inquinate.

Alcuni pozzi di acqua potabile sono stati chiusi per la forte presenza di mercurio.

La gente continua a pescare, a farsi il bagno, ignara di tutto.

Il responsabile di tutto questo e' l'ENI.

Nel corso degli anni hanno cercato di scaricare tutte le loro responsabilita', ed il pagamento di eventuali bonifiche, alla collettivita'.

Nessuno dell'ENI e' mai andato a processo per questo (ed altri) schifi in Maremma. Infatti, i misfatti non finiscono qui. Ne parliamo nelle prossime puntate.

Di tutta questa storia, il professor Roberto Barocci ha fatto un ottimo libro "Maremma Avvelenata."

La regione Toscana e' colpevole di leggerezza, di superficialita', di poca cultura preventiva, di poca curiosita', di poca attenzione a cio' che i pochi ma coraggiosi cittadini denunciavano.

Intanto in Abruzzo abbiamo dei veri campioni per l'ambiente. L'assessore regionale, Daniela Stati, impiegata, e' muta sul petrolio ed ha scarsissima preparazione sul tema. Quello provinciale, Eugenio Caporrella, geometra, e' preoccupato di non far perdere affari all'ENI. Il presidente di regione, Gianni Chiodi, ci ignora, quello regionale di Chieti, Enrico di Giuseppantonio prende esempio da Ponzio Pilato e non si pronuncia.

Andiamo avanti cosi. Pensiamo che in Abruzzo sara' diverso che in Maremma e l'ENI sara' una santa?

Fonti: Roberto Barocci.it, Corriere della Sera, Roberto Barocci.it 2, Indymedia Toscana