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Wednesday, April 9, 2008

Gita a Washington DC


Sono stata via per una settimana, piu' o meno, ed e' per questo che il blog non e' stato aggiornato ultimamente. Mi aspettano tante cose da fare, e per oggi voglio solo raccontarvi la mia piccola esperienza dei giorni scorsi.

Mi ha invitata la National Science Foundation, l'ente nazionale di ricerca scientifica americana, per aiutare a decidere come distribuire i fondi della scienza, in particolare quelli destinati al campo della matematica/fisica in cui lavoro io. La loro sede e' a Washington. Funziona cosi: tu mandi una proposta di ricerca, l'ente chiama degli esperti, lo analizza e poi decide se darti i soldi o no. Io ero parte del gruppetto degli esperti che decideva.

Nella mia unita' di lavoro eravamo in tredici ad analizzare settantacinque proposte, di cui due greci, una bulgara, un turco, una canadese, un polacco, una argentina, due russi, un norvegese, la sottoscritta e due americani. Gli organizzatori erano tre, un ungherese, un tedesco ed un americano. Eravamo tutti docenti universitari e la nostra composizione cosi variegata vuol dire che questa nazione davvero e' riuscita ad attirare a se gente valida da ogni parte del mondo, senza porsi troppe domande e basandosi solo sulla qualita'. Noi stranieri abbiamo deciso come spartire svariati milioni di dollari del governo americano, e questo ci e' stato permesso perche' il sistema ha cosi tanta fiducia in noi, nella nostra correttezza e nel fatto che sappiamo che se imbrogliamo le conseguenze sono dure, che non ha paura ad affidarci delle decisioni cosi importanti.

Non ci conscevamo, e tutti abbiamo dovuto dichiarare i nostri conflitti di interesse, per esempio se eravamo colleghi-amici-parenti di qualcuno che aveva mandato una proposta. Chi ne aveva ha dovuto lasciare la sala durante le discussioni in merito.

Verso la fine e' venuto il capo dell'NSF a salutarci e a ringraziarci, e' stato con noi per circa un oretta e ci ha detto che il governo americano ci tiene molto alla ricerca scientifica di base, perche' e' da li che vengono gli spunti per le innovazioni e per le scoperte e tutto cio' aiuta la nazione a crescere e al benessere della popolazione. La tendenza di base, ha aggiunto, e' di *raddoppiare* i soldi che il governo da alla ricerca ogni sette anni.

A un certo punto mentre ero li non ho potuto fare a meno di pensare all'Italia, al declino del mio paese, alle risorse umane che scappano mentre chi comanda, dal piccolo al grande, non ha a cuore ne il benessere della popolazione ne uno sviluppo sano basato su una democrazia vera, aperta, pulita. Finche' pensiamo tutti al nostro orticello, da Fratino.com che guarda a come arricchirsi con il porto, a Berlusconi che si fa le leggi ad hoc, ad Andreussi che confonde la scienza con la propaganda per l'ENI che lo finanzia, non ci sara' mai progresso vero. E quando il mio vicino, un americano, mi ha detto che lui ama l'Italia e non capisce perche' mai io me ne sia andata, non ho saputo rispondergli. Ho solo alzato le spalle e sorridendo gli ho detto che era una storia troppo lunga. E poi come faccio di solito, l'ho invitato a visitare l'Abruzzo, una Toscana sconosciuta.

10 comments:

ABRUZZONO-TRIV said...

Ciao Maria Rita...all'inizio il racconto sembrava una barzelletta...
c'è un tedesco un americano e un italiano.....no scherzo....tanti complimenti, vuol dire che in america le persone serie vanno avanti...qui in Italia solo i venduti...

Anonymous said...

semplicemente chiara, drammaticamente chiara.
Il tuo articolo è uscito già su due testate.
: il Tempo, e cronaca D'Abruzzo, hanno dato ampio spazio.
A presto, sono sicura che avete scelto i migliori.
Fabrizia

Anonymous said...

Ciao Maria Rita. Anche a me ha fatto subito pensare alla classica barzelletta... Solo che barzelletta non è, almeno per noi italiani. Il fatto è che tutti gli stranieri coinvolti nel team, compresa tu, italiana in America, sanno di avere a che fare con un'isituzione seria, che ti da spazio, ma pretende che non si facciano strani giochetti. Sanno-sapete di avere a che fare con una nazione che, con tutti i suoi difetti, ha nel dna questo modo pratico di concepire le cose del mondo, e ci si adeguano (c'è il giusto riscontro dovuto a tutte le persone serie, e la censura per chi non rispetta le regole). Noi, italiani in Italia, sappiamo invece di avere a che fare con la pantomima delle istituzioni, che ti lasciano fare il tuo porco comodo, purché tu non dia fastidio a chi non deve essere infastidito. Se poi sbagli nei confronti della collettività, non fa niente, nessuno ti chiederà di dimetterti... Tu sicuramente saresti (e lo sei anche qui, insieme a tante persone per bene) una mosca bianca, e quindi onesta, "perfino" in Italia... ma saresti semplicemente fuori posto, perché è purtroppo in troppa parte del nostro essere italiani (il nostro dna)la propensione a farci ognuno i cavoli propri, esattamente alla Fratino.com, alla Andreussi & Co... Abbiamo per contro degli aspetti che non dobbiamo invidiare a nessun altro popolo... ma in questo senso, purtroppo, dobbiamo solo vergognarci ed imparare dal pragmatismo anglosassone. Dobbiamo prima rivoluzionarci culturarmente, sennò non andiamo da nessuna parte. E le rivoluzioni culturali, ovviamente, non si fanno in un giorno. Questa storia del centro oli e delle piattaforme marine sta facendoci crescere come popolo, ma sarà una battaglia lunga e dura, non illudiamoci: noi Abruzzo siamo un po' come la Lucia dei Promessi Sposi su cui il Don Rodrigo di turno ha messo gli occhi addosso... Perdona il lungo sfogo. Un abbraccio. Giorgio

maria rita said...

giorgio, grazie - lo so anche io che sara dura, ma da qualche parte si deve pure iniziare. se continuiamo ad andare avanti cosi le generazioni giovani troveranno sempre meno davanti - non si puo tirare la corda per sempre. l'hanno fatto le generazioni passate, e guarda come siamo ridotti! vorrei che questa storia del centro oli servisse come un punto di partenza per una societa' civile migliore. naturalmente sono d'accordo con te che come italiani abbiamo delle doti e capacita' uniche, ma il duetto genio/sregolatezza purtroppo non e' piu' sostenibile. ci vuole invece il senso civico, la responsabilita', la correttezza.

...fabrizia, dove sono questi articoli? me li mandi cosi li vedo anche io? grazie!

ps: beppe grillo ci ha pubblicati sul suo blog, in lettere dalla rete. Ho messo i link nella lista principale!

baci maria rita

massimo075 said...

ECCO COSA HO TROVATO NEL WEB...SE CARA MARIA RITA SE TI SEMBRA TROPPO LUNGO CANCELLALO PURE.

Controlla l’Eni-Agip. Salva l’Ecuador


In cosa consiste la Campagna

CAMPAGNA CONTRO IL COINVOLGIMENTO DELLA BNL NEL PROGETTO DI OLEODUCTO DE CRUDOS PESADOS IN ECUADOR

Che cosa è l’OCP
Da più di dieci anni in Ecuador si parla della costruzione dell’OCP (Oleoducto Crudos Pesados), un oleodotto per il trasporto di greggio pesante con volumi che vanno dai 390.000 ai 450.000 barili al giorno.
Per il governo dell’Ecuador l’importanza della costruzione dell’oleodotto è direttamente collegata alla scelta del dollaro come valuta nazionale (la cosiddetta dollarizzazione), una radicale trasformazione dell’economia che richiede l’investimento di capitale straniero, implicando la necessità di garantire un flusso maggiore di valuta pregiata nelle casse dello stato.
Gli accordi sono stati firmati al principio dello scorso giugno, nonostante la totale avversione al progetto da parte di gruppi ecologisti come Accion Ecologica (Amici della Terra-Ecuador) e da parte di varie organizzazioni della società civile ecuadoriana. I lavori hanno avuto inizio all’inizio di agosto. Il consorzio OCP ha dichiarato che in 25 mesi l’oleodotto sarà completamente funzionante.

Le compagnie coinvolte
La costruzione è stata affidata al Consorzio OCP ltd, formato da alcune delle più grandi multinazionali del petrolio: Alberta Energy Company Ltd (31.4%), Repsol-YPF (25.69%), Perez Companc (15%), Occidental Petroleum (12.26%), Agip (7.51%), Techint (4.12%) and Kerr-McGee Corp (4.02%).
Queste imprese trasporteranno il petrolio per 20 anni, ammortizzando l’investimento realizzato ed ottenendo notevoli benefici grazie alla concessione statale del diritto di trasporto. Al termine di tale periodo la proprietà dell’OCP, tornerà allo Stato.
L’Agip e le altre socie OCP, che si incaricheranno della costruzione ed il conseguente controllo dell’oleodotto, già estraggono greggio in Ecuador ed hanno la capacità di commercializzarlo: in poche parole sono in grado di controllare tutto il processo di sfruttamento petrolifero.

Gli impatti ambientali
L’oleodotto partirà da Lago Agrio nella provincia amazzonica di Sucumbios, attraverserà l’area andina (passando nelle vicinanze di Quito) raggiungendo Esmeraldas, sulla Costa del Pacifico, per un percorso complessivo di 500 km. Le tubature si snoderanno lungo aree naturali estremamente fragili ed in ecosistemi ricchissimi di biodiversità, entrerà in zone ancestrali abitate da popolazioni indigene (le popolazioni Quichua, Huaorani, Shuar e Achuar che hanno fatto voto alle loro divinità di non permettere lo sfruttamento petrolifero dei loro territori) e sfiorerà, esponendoli ad alti rischi, vari insediamenti urbani.
L’oleodotto danneggerà ben 11 aree protette, attraversando la riserva forestale di Mindo Nambillo, in cui sono presenti più di 450 specie di uccelli – 46 in pericolo d’estinzione – una zona che è stata definita dagli esperti come la più importante di tutto il Sud America dal punto di vista ornitologico.
Ma di fatto l’oleodotto attraverserà tutti gli ecosistemi del paese, comprese aree sorgive di torrenti e fiumi, foreste tropicali primarie, siti ad alta instabilità geologica a continuo rischio di frane ed erosione, zone sismiche e vulcaniche, terreni agricoli di ottima qualità, centri turistici, e sottoporrà a rischio di incendi e di sversamenti di greggio più di quaranta centri abitati.
L’elemento più grave e preoccupante dell’intera vicenda è che la costruzione di un nuovo oleodotto comporterà automaticamente l’ampliamento della frontiera petrolifera in zone protette. Nel momento in cui l’OCP sarà funzionante si punterà a riempire i due condotti disponibili in base alla loro capacità massima e quindi si duplicherà lo sfruttamento petrolifero in Ecuador incorporando nuovi blocchi di estrazione, raggiungendo un totale di 2,4 milioni di ettari di territorio sfruttati per fini estrattivi, aumentando di un ulteriore 20% le aree naturali investite dalle attività petrolifere in Ecuador (alcune di queste aree sono indicate come ad alto valore biologico dal WWF e dall’IUCN). Verranno incorporati nuovi blocchi di estrazione - attualmente non utilizzati per insufficiente capacità di trasporto- in tutto l’Oriente Amazzonico, soprattutto nei blocchi dove ha la licenza al consorzio OCP (Blocchi 10, 15, 7, 21, 31, 16 e CITY). Ad esempio la sola Occidental prevede perforare 32 nuovi pozzi nel blocco 15.


….e sociali
Questo aumento della produzione avrà sicuramente dei forti impatti negativi sulle popolazioni locali già danneggiate dalla presenza di precedenti raffinerie. L’OCP attraverserà infatti ameno 40 villaggi. Gli abitanti della provincia di Esmeraldas, parte terminale dell’oleodotto OCP, hanno già tra le più alte percentuali di cancro alla pelle, alle via respiratorie ed allo stomaco di tutto l’Ecuador, ciò a causa del forte inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo. A fronte di questo problema non sono state previste procedure che usino una tecnologia diversa dal passato: a Lago Agrio per riscaldare il greggio e farlo viaggiare attraverso i tubi, si userà lo stesso greggio come combustibile il chè provocherà notevoli emissioni a causa dello zolfo e degli altri minerali in esso contenuti.
In sostanza i tubi dell’OCP si riempiranno attraverso lo sfruttamento di aree attualmente protette ed intatte, come il Parco Nazionale Yasunì –l’ultimo angolo vergine del Parco Nazionale più importante dell’Ecuador continentale che al tempo stesso è territorio del popolo indigeno Huaorani- ed i boschi amazzonici del Sud ecuadoriano –finora lasciato quasi intatto- nei territori indigeni Quichua, Shuar e Achuar.
Lo sfruttamento di queste zone è anche incostituzionale perché viola gli articoli della costituzione dell’Ecuador che prevedono l’inalienabilità di alcuni territori su cui l’oleodotto passerà, si tratta di aree protette da parchi nazionali e di zone intoccabili essendo territori ancestrali di popolazioni indigene. A fronte di questi diritti lo sfruttamento petrolifero è stato invece dichiarato come priorità nazionale e quindi come tale è sotto la Legge di Sicurezza Nazionale, ovvero al di sopra di tutte.

La posizione del governo ecuadoriano
Il governo ecuadoriano ha tassativamente escluso la possibilità di prevedere un percorso meno rischioso, come richiesto da numerose comunità locali, riunite nel Comitato per un percorso di minore impatto, e da entità scientifiche e ambientaliste nazionali. Per lo stesso motivo non è stato realizzato alcun processo di consultazione preventiva per conoscere la volontà delle comunità coinvolte né un serio studio sugli impatti sociali ed ambientali di questo mega-progetto. Le procedure della VIA che è stata compiuta dopo l'approvazione e in modo sommario e affettato si discostano molto dalle linee guida che la Banca Mondiale ha adottato per i propri finanziamenti e che dovrebbero costituire lo standard di riferimento per questo tipo di impresa.
Eppure l’Ecuador conosce bene i danni causati dal trasporto del petrolio via condotto, essendo già operante il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano, costruito dalla Texaco più di trent’anni fa, che ha sofferto numerosi incidenti con sversamenti di petrolio ed è stato il bersaglio di numerosi incidenti (che hanno causato una dispersione di almeno 16,8 milioni di galloni di petrolio grezzo) ed attentati terroristici (cinque nel solo ultimo anno). L’incidente più recente è avvenuto a metà di giugno di quest’anno nel tratto di Papallacta (dove passerebbe anche il nuovo oleodotto OCP): intense piogge hanno causato frane ed allegamenti con un bollettino di 35 morti e numerosi feriti più un grave danno all’oleodotto SOTE che ha causato incendi e forti contaminazioni nell’area circostante. Come il SOTE il nuovo tragitto dell’oleodotto OCP passerà su terreni instabili e dove è presente un’elevata attività sismica.
La vicinanza con la Colombia - paese in cui negli ultimi dieci anni sono stati realizzati più di 760 attentati diretti ad oleodotti - aggiunge un ulteriore rischio al percorso del nuovo oleodotto. Con la partecipazione dell’Ecuador al Plan Colombia e l’aumento della violenza nel territorio ecuadoriano causato dalla regionalizzazione del conflitto, il nuovo oleodotto può rappresentare un obiettivo militare strategico.

Chi finanzia l’OCP e cosa c’entra la BNL?
Come in tutti i progetti petroliferi – ad alta intensità di capitali e con rischi enormi di perdite - anche questo progetto non avrebbe superato la fase di valutazione se il consorzio non avesse ricevuto i finanziamenti per operare. Le compagnie petrolifere, infatti, non operano quasi mai rischiando fondi propri ma si rivolgono alle banche, spesso private, ma a volte anche multilaterali o statali.
Dopo nove anni di discussioni sul progetto, nel giugno del 2001 la compagnia argentina Perez Compac, che possiede il 15% nel consorzio OCP, ha ottenuto una linea di credito di 200 milioni di dollari dalla Deutsche Bank e dalla Citibank come capofila di un pool di banche che includono la Bankboston, BEAL, BNP Parisbas e Baldex. Questo prestito è stato immediatamente seguito da uno più sostanzioso che ha permesso di garantire il possibile inizio dei lavori. Nel luglio 2001 la WestLandes bank. ha erogato un prestito di 900 milioni di dollari al consorzio per un periodo della durata di 17 anni. Al momento risulta che siano stati effettivamente erogati al consorzio dalla Banca solo 70 milioni di dollari.
“Managing Agent” del prestito, e cioè intermediario, è l’italiana Banca Nazionale del Lavoro (BNL) che si occupa di gestire una parte o tutta del credito contratta dalla banca tedesca e di piazzarlo sul mercato tramite operazioni dette di “smobilizzo”.
Purtroppo, a causa della mancanza di una politica di trasparenza sul bilancio che arrivi ad indicare l’ammontare del credito OCP gestito direttamente, non sappiamo in che percentuale la BNL sia coinvolta realmente anche perché vi sono altri due intermediari: la ABB Credit e la Caja de Madrid.

Niente sviluppo, solo debiti
L'oleodotto rischia anche di non essere economicamente vantaggioso per l’Ecuador, un paese già notevolmente esposto in termini di debito estero, in particolare con il governo italiano e banche private italiane, a fronte di uno sviluppo locale praticamente inesistente. A testimonianza dell’elevata problematicità del progetto è che il suo costo attuale oggi supera il miliardo di dollari, mentre il costo dello stesso oleodotto nel 1999 era di 400 milioni di dollari. Per i complessi sistemi di garanzia e contro-garanzia che questi progetti prevedono e i meccanicismi della formazione del debito estero è probabile che l’aumento dei costi ricadrà quasi interamente sul governo dell’Ecuador.
Il debito estero dell’Ecuador ammontava, al dicembre 2000, a 13,458 milioni di dollari (pari al 96,7% del PIL – fonte Banco Central del Ecuador 2001) trasformando l’Ecuador nel paese più indebitato per abitante (1,064 $ per capita). Il 16,6% di questo debito era costituito dal debito estero privato, quello cioè contratto con banche private. In questa situazione la restituzione del debito pubblico (il servizio del debito) costituirà il 44% degli introiti futuri fiscali e in capitale straniero. Una situazione che si può considerare drammatica se si calcola che circa l’80% dei futuri introiti delle attività di estrazione nei prossimi 12 anni serviranno a ripagare il debito pubblico.

Il debito estero contratto dall’Ecuador con l’Italia è il più alto in assoluto tra i membri del club di Parigi e ammontava a 275,1 milioni di dollari nel 2000 (elaborazioni Microfinanza).
Il debito verso il settore privato italiano (banche) diminuisce drasticamente, come peraltro il debito complessivo dell'Ecuador verso le banche, passato in tre anni da oltre 3 miliardi di dollari a 1 miliardo 300 milioni di dollari. Nel solo 1999, l'anno della crisi finanziaria e sociale e del default sui Brady bonds, le banche internazionali hanno ottenuto rimborsi o tagliato i loro crediti di 1 miliardo di dollari, e di altri 315 milioni di dollari nel 2000.
La banca italiana più esposta verso l'Ecuador è la Banca Nazionale del Lavoro: 5,7 milioni di euro nel '98, crollati a 1,6 milioni di euro nel '99 ma risaliti nel 2000 a 14,6 milioni di euro.
Anche il debito obbligazionario - i Brady bonds appunto - è stato rinegoziato nel 2000. Gli oltre 6 miliardi di dollari di debiti sono stati trasformati in poco meno di 4 miliardi di "global bonds", meno pesanti in termini di servizio del debito nei primi cinque anni, ma di nuovo onerosi dal sesto anno in poi (Jubileo 2000 Ecuador).
Viceversa aumenta il debito verso il settore pubblico italiano, dove la Sace, l’Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio con l’Estero, prende in carico i crediti commerciali andati insoluti. Si tratta di una quota consistente, quasi il 50%, di tutti i debiti commerciali non bancari dell'Ecuador, che ammontano a 500 milioni di dollari alla fine del 2000.
Non è disponibile un dato aggiornato sui crediti d'aiuto, cioè l'esposizione della cooperazione italiana. Alla fine del '97 il dato era pari a circa 50 milioni di dollari. Il debito ufficiale bilaterale complessivo dell'Ecuador è sceso alla fine del 2000 sotto il miliardo di dollari.

A fronte di uno sviluppo locale che sarà quasi nullo. L’Ecuador è il quarto esportatore di petrolio di tutta l’America Latina e il sesto al mondo eppure la sua situazione non è delle migliori: la sottoccupazione raggiunge il 61% degli ecuadoriani e anche il nuovo oleodotto non sembra poter contribuire positivamente. In termini di capacità di creare nuova occupazione il consorzio e il governo parlano di 52.000 persone. Cifre che risultano assolutamente esagerate se si pensa che per la costruzione del SOTE ci vollero solo 400 persone di manodopera locale (i professionisti vengono dall’estero) e che in ogni caso per questo tipo di lavori il periodo di impiego varia da un minimo di 15 giorni ad un massimo di tre mesi.
Il governo ecuadoriano ha ricevuto 223 milioni di dollari dal consorzio OCP per coprire la costruzione (100 milioni), gli studi ambientali ($50 milioni) e le garanzie sulla costruzione ($73 milioni). A fronte di questi introiti il governo ha concesso esoneri fiscali elevati e ingiustificati alle compagnie petrolifere. Soltanto dopo 20 anni l’Ecuador si troverà a possedere un oleodotto oramai logorato dall’uso.

Ma l’oledotto è necessario?
Enormi sono state le polemiche che riguardano la necessità di costruire un nuovo oleodotto. Nel 2000 anche uno degli aspiranti costruttori, il consorzio Williams degli USA, si ritirò dalla gara quando Petroecuador annunciò di voler costruire ben due oleodotti nuovi. In generale non sembra esserci un volume sufficiente di greggio tale da riempire la capacità di due oleodotti affinché un flusso economico consistente e immediato potesse giustificarne la costruzione dell’OCP in questo momento. Secondo alcuni studi le compagnie possiedono ora solo una capacità di estrazione di 80,000 barili al giorno. Da dove prenderanno il rimanente per arrivare a la capacità extra dei 450,000 barili al giorno dell’OCP? Sembra quindi chiaro che l’OCP, per essere considerato economicamente fattibile, dovrà trasportare il petrolio estratto in nuove aree. Non è tuttavia stata eseguita finora nessuna valutazione d’impatto ambientale di carattere cumulativo né regionale. Inoltre, anche se si utilizzassero le riserve di petrolio (calcolate a 1,5 miloni di greggio leggero e 900 milioni di greggio pesante al giorno), in soli otto anni queste si esaurirebbero e l’oleodotto entrerebbe inevitabilmente in competizione con il SOTE, quasi interamente statale. Se questo venisse abbandonato l’Ecuador inizierebbe a pagare così alle compagnie straniere i diritti di trasporto anche per il petrolio leggero. Le alternative alla costruzione dell’OCP prevedono invece un sistema alternato che utilizzi solo il SOTE sia per il greggio leggero e di buona qualità estratto dal governo sia per quello pesante delle compagnie straniere.

Violazione degli standard della Banca Mondiale
Nel giugno del 2001, dopo dieci anni di attesa, il ministero dell’energia e delle Miniere ha concesso il nullaosta ambientale al progetto. Il consorzio ha presentato al governo uno studio d’impatto ambientale che è stato svolto in soli due mesi.
Considerando la tipologia del progetto è indubbio che la Banca Mondiale, se avesse finanziato direttamente il progetto, lo avrebbe classificato come categoria A dal punto di vista ambientale, richiedendo cioé ai promotori di condurre un'analisi più rigorosa delle alternative o una valutazione di portata regionale che includesse misure di mitigazione e conservazione e che affrontasse gli impatti cumulativi sugli ecosistemi. Questo non è avvenuto e la VIA del progetto è stata criticata ampiamente da organizzazioni ambientaliste ed ecologiste locali ed internazionali. Inoltre, anche se Techint ha già iniziato i lavori di costruzione e a Esmeraldas sono arrivati 12.000 quintali di tubature, mancano ancora alcuni permessi di passaggio o costruzione, per esempio nelle città di Esmeraldas, Quito e Lago Agrio.
Il riferimento alle politiche di salvaguardia ambientale e sociale della Banca Mondiale è diventato un punto cruciale della campagna quando la WestLandes Bank ha dichiarato, per reagire alle pressioni da parte di organizzazioni ambientaliste tedesche e del parlamento stesso dello stato di Nord-Renania e Westfalia che possiede il 42% della banca tedesca, di “rendere gli standard ambientali della Banca Mondiale un prerequisito per qualunque coinvolgimento finanziario della WestLandes Bank”.

La campagna contro il finanziamento dell’OCP
Anche se la Banca Mondiale non è tra i finanziatori dell’OCP alcune organizzazioni internazionali hanno criticato il fatto che il prestito per l’Aggiustamento Strutturale approvato dalla Banca sia l’elemento propulsivo della riforma del settore estrattivo. E un risultato diretto della “dollarizzazione” dell’economia dell’Ecuador nella quale la Banca Mondiale ha svolto un ruolo primario approvando una Strategia di Assistenza Paese (CAS) che contiene riforme legislative per “permettere alle compagnie private di costruire una secondo oleodotto trans-andino”. La posizione economica della Banca Mondiale in Ecuador appare inoltre in contraddizione con il fatto che la stessa banca finanzia un progetto di conservazione naturale, il Corridoio Chocò-Andino, che contiene 5 delle 18 zone a più alta biodiversità al mondo, proprio nelle aree che verranno attraversate dall’OCP.
Ma l’biettivo principale delle campagne di protesta è stata finora la WestLandes Bank. Dal momento dell’elargizione del prestito al consorzio manifestazioni di protesta si sono svolte di fronte alle ambasciate tedesche a Quito e alle sedi della WestLendes Bank in tutto il mondo. In Italia gli Amici della Terra hanno protestato a Milano nel settembre del 2001. Le reazioni della West LD sono finora state scarse anche se il ministro dell’Ambiente dello stato federale di Nord-Renania e Westfalia, Baerbel Hoen ha pubblicamente criticato il progetto chiedendo al CEO della banca tedesca, Juergen Sengera di effettuare un’analisi indipendente degli impatti ambientali, inclusa una valutazione delle opzioni alternative per il tragitto dell’oleodotto.

La resistenza locale
A livello locale la resistenza sta crescendo a causa dello scontento tra i gruppi indigeni che verrebbero spostati dal progetto o ne subirebbero gli impatti in termini di perdita della terra. Una notizia del 9 gennaio riporta che a Mindo, riserva protetta di foresta tropicale, i residenti, gli studenti e gli ambientalisti hanno allestito un campo provvisorio per evitare che l’oleodotto passi di lì. Hanno costruito piattaforme e si sono legati agli alberi per impedire che la strada che finora è arrivata ai limiti della riserva li raggiunga. Di fronte alle dimostrazioni, le prime di questo tipo in Sud America, il consorzio ha dichiarato che sospenderà i lavori in Mindo fino alla fine della stagione delle piogge in aprile. Gli attivisti sostengono che la reazione del consorzio sia mirata solo a placare le acque proprio nei giorni in cui il prestito della Wetslandes Bank è in discussione in Germania nel parlamento federale dello stato di Nord-Renania e Westfalia.
Yvonne Ramos di Accion Ecologica (Amici della Terra Ecuador), organizzazione ecologista di base a Quito che ha lanciato la campagna contro l’OCP, si è incontrata con la Westlandes Bank il 14 gennaio.


Come fermare un nuovo disastro ambientale? Le richieste alla BNL
Il 23 novembre 2001 trenta organizzazioni internazionali hanno scritto alla Westlandes Bank per chiederle di non finanziare il progetto fino a che il consorzio non intenda rispettare e implementare le politiche e direttive della Banca Mondiale, così come dichiarato dal Dr. Wilde della Westlandes Bank il 2 agosto 2001.
L’11 gennaio 2001, insieme ad altre organizzazioni non governative, ambientaliste e di sviluppo italiane e alla federazione dei verdi abbiamo scritto alla BNL italiana chiedendole di “sospendere immediatamente le attività di intermediazione sul finanziamento finché non abbia indipendentemente verificato che: 1. il consorzio rispetti le direttive della Banca Mondiale e i dettami della costituzione ecuadoriana sull’inalienabilità dei territori indigeni, la legislazione ambientale ecuadoriana ed tutti gli standard riconosciuti internazionalmente; 2. il consorzio ponga in essere procedure e misure di mitigazione sufficienti per correggere gli impatti presenti e quelli futuri dell’oleodotto”. E’ stato anche chiesto alla BNL di “fare pressione sulla Westlandes Bank affinché sospenda qualsiasi erogazione al consorzio fino a quando non abbia fatto le stesse verifiche indipendentemente da quelle del consorzio OCP, dimostratesi altamente inadeguate”.
Siamo in attesa di un riscontro da parte della banca.



Federazione dei Verdi - Comitato Internazionalista U’wa, ass. Ya Basta – Carta – Legambiente - Campagna per la riforma della Banca Mondiale- Amici della Terra – CRIC - Terra Nuova

wanadobee said...

brava maria rita che porti la bandiera italiana ffino a dentro l'NSF.

in italia sarebbe ce li vedi quelli che si alzano ed escono perche' conoscono qualcuno di quelli che vogliono aggiudicarsi i fondi? Sarebbe la fine, il paese sarebbe bloccato, dovrebbero stare tutti fuori da quella stanza!

Fratino.com invece di dimettersi ci si e' tuffato a pesce

Tom P. said...

E' bellissima questa descrizione di un sistema basato sulla qualità.

In Italia parlano tutti di meritocrazia, soprattutto nella campagna elettorale in atto, ma nessuno spiega cosa intende fare. Così ognuno può continuare a pensare di essere il meritevole da premiare, annullando le raccomandazioni degli altri. Per le strade ci sono manifesti in cui si promette l'espulsione di tutti gli stranieri. Straniero è per definizione persona priva non solo di meriti, ma perfino di elementari diritti umani. Neanche dai politici più colti e più sensati si alza qualche voce contraria.

Qui merito fa rima con "curriculum". Il curriculum più ricco in genere è quello di chi ha fatto più danni, ma tanto non si vede: il curriculum ognuno se lo prepara da sè.

Continua a scrivere Maria Rita, abbiamo molto da imparare.

Saluti.

laura said...

Ciao Maria Rita. sono una giornalista scientifica e trovo il tuo blog illuminante. Mi piacerebbe parlarti, ma non trovo un contatto sul sito. c'è un modo per contattarti?

maria rita said...

mi puo contattare qui

dorsogna CHIOCCIOLA csun PUNTO edu

grazie

MR

Anonymous said...

In tutte le barzellette l'italiano (wappo e furbo) ne esce sempre vittorioso e scaltro e tutti ridono In questa esperienza vissuta da lei dobbiamo piangere