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Friday, February 26, 2016

Kodiak Island, Alaska -- 100% rinnovabile




Kodiak Island, Alsaka -- 15mila abitanti. Un'altra comunita' che e' riuscita a liberarsi dalle fonti fossili e la cui energia elettrica viene adesso per il 100% dalle rinnovabili. E ci sono riusciti perche' l'hanno voluto, ci hanno pensato, hanno programmato e non certo per caso. 

L'isola e' la seconda piu' grande d'America. C'e' qui una fiorente industria della pesca, parchi, e vedute spettacolari. Kodiak ha grandi produzioni di energia idroelettrica grazie alla sua geografia, ma fino a poco tempo importava 2.8 milioni di galloni di diesel l'anno per produrre energia elettrica ad un costo di 7 milioni di dollari. Il diesel forniva ai residenti di Kodiak circa il 20% del fabbisogno energetico, ma essendo un'isola non facilissimamente raggiungibile, i costi dell'energia da diesel erano elevati, circa il doppio rispetto al resto degli USA.

Ma quale che fosse il prezzo, potevano andare avanti cosi' per sempre. 

Ma nel 2008 gli amministratori dell'ente che gestisce la rete elettrica, la Kodiak Electric Association (KEA) decisero di cambiare. Decisero di voler diminuire la loro dipendenza dal diesel e si posero l'obiettivo del 95% da rinnovabili entro il 2020. Questo sia per contrastare i cambiamenti climatici, particolarmente evidenti in Alsaka, che per diminuire le spese per l'acquisto del diesel.

Siamo al 2016, e voila': quelli della KEA sono arrivati in anticipo di quattro anni e in eccesso sull'obiettivo: 99.7% di rinnovabili, oggi, adesso.
 
Come hanno fatto? Lo stato dell'Alaska ha finanziato vari progetti di eneriga rinnovabile con prestiti al KEA ad interesse zero.

Con i soldi hanno comprato turbine per la generazione di energia eolica installate nel 2009 e che generano 1.5 MW di elettricita' ciascuna. La parte difficile e' stato imparare a regolare le turbine, con i tassi variabili di ventosita', ma dopo un periodo iniziale di aggiustamento, ci sono riusciti. Oggi i sistemi eolici ed idroelettrici sono perfettamente integrati. Oltre alla prima turbina ne sono arrivate altre due e poi altre tre, per un totale di sei, e una batteria di stoccaggio da 3 MW che serve da cuscinetto quando il vento cala per dare tempo all'idroelettrico di salire.

Non usano piu' diesel, anzi gli impianti dedicati alla generazione di energia dal diesel sono chiusi, e li accendono solo per fare manutenzione.

Il risparmio e' stato di 22 milioni di dollari dal 2009 ad oggi. Ci hanno guadagnato tutti, anche i clienti, i cui costi sono calati del 5% rispetto alle tariffe del 2001. Nel resto della nazione invece i costi, rispetto al 2001 sono aumentati del 50%.

Si stima che le emissioni di CO2 da Kodiak sono calate di 30 milioni di chilogrammi l'anno.

Nel 2014, il KEA ha vinto il principale premio di ambiente in Alaska, il  State Leadership in Clean Energy Award.
Sull'esempio di Kodiak, l'intero stato dell'Alaska prevede di arrivare al 50% da rinnovabili entro il 2025. 

Thursday, February 25, 2016

Il crollo dell'occupazione petrolifera e l'ascesa del vento in Texas



Update 23 Settembre 2016:

Amazon ha appena annunciato il suo piu grande progetto eolico finora: il Wind Farm Texas che fornira' 1milione di MWh di energia per il suo centro dati in Texas. L'energia e' lo stesso uso di circa 90mila abitazioni.

Facebook aprira' un nuovo centro dati in Texas che sara' 100% eolico. L'obiettivo e' di usare almeno il 50% dell'elettricita' dal vento in tutti i suoi uffici entro il 2019.  Il centro e' il quinto del suo genere per Facebook ed e' a Fort Worth. Servira' per gestire i messaggi di 700 milioni di Messenger e 300 milioni di utenti Instagram come riporta il Fort Worth Star-Telegram.

Tutti in Texas - un tempo regina del petrolio.










"The train has left the station.
We're past the point of arguing of whether you agree or not.
We're doing this because it's good public policy and
 it allows the industry to make money doing so.
 We're about 15 years behind."

Herman Schellstede, ex petroliere convertito all'eolico
che si pente di non averlo fatto prima.


Il numero di pozzi alla ricerca di petrolio e di gas attivi negli USA ha raggiunto il suo picco nel 1982 circa quando c'erano circa 4,500 pozzi attivi. Vari eventi storici hanno portato questo numero a fluttuare nel corso degli anni, ma adesso siamo ai minimi storici: 489 pozzi arrivi. E' quasi il numero piu' basso da 75 anni a questa parte. Il minimo venne toccato nel 1999 quando di pozzi di ricerca attivi ce ne erano 488.

I pozzi di oggi sono pero' piu' efficenti, e pompano piu' in fretta, per cui in realta' il greggio estratto e' adesso maggiore per pozzo di venti anni fa. Ma se i pozzi continuano a chiudere a ritmi record, anche la produzione, in numeri assoluti,  calera'.

Un anno fa il numero di pozzi alla ricerca di petrolio era 1192.

Intanto in Texas varie ditte petrolifere annunciano tagli per un totale di 1,100 posti di lavoro nel mese di Marzo.

Di questi almeno 500 della BP, parte del programma di eliminare 4,000 posti di lavoro nel 2016 e 3,000 almeno nel 2017, nel solo Texas. Questi tagli, piu' altre vendite, altri stop di ricerca petrolifera porteranno al risparmio di almeno 7 miliardi di dollari.

Dall'inizio della petrol-crisi sono andati persi almeno 250mila posti di lavoro a livello globale. Si prevede che il 2016 portera' altri tagli ancora.

Nel frattempo altri petrolieri, quelli piu' intelligenti passano alle rinnovabili. Capiscono che il petrolio sta per finire, che la gente non ne vuole sentire parlare piu', sanno che i prezzi crollano e che non si torna indietro.

George Alcorn e' un petroliere di terza generazione. Suo nonno gia' trivellava negli anni 1930. Ma essendo un imprenditore intelligente ha capito che il futuro e' il vento. Ha quindi abbandonato l'oro nero, ed e' passato all'eolico, grazie al crollo dei prezzi del petrolio e grazie agli incentivi green di Obama.

Non e' il solo. Dice:

"You're going to see more oil companies doing this. There's a great opportunity to make some money here."
E infatti i convertiti alle rinnovabili, molto spesso per soldi e non per amore includono T. Boone Pickens e Herman Schellstede, fondatori di ditte petrolifere, e pure la Hunt Oil e la Shell Oil che hanno messo su impianti eolici in Texas.

I legislatori non stanno a guardare: ci sono 30 disegni di legge per promuovere le rinnovabili, fra cui 18 solo per il solare. Tutti concordano che il Texas con i suoi ampi spazi disabitati e in alcune localita' desertiche e' il posto ideale per lo sviluppo di una energia rinnovabile di scala e su cui guadagnare.

"The train has left the station. We're past the point of arguing of whether you agree or not. Texas has to focus on capitalizing on its strengths. We're doing this because it's good public policy and it allows the industry to make money doing so."

E questi petrolieri convertiti alle rinnovabili dicono tutti la stessa cosa: non averlo fatto prima.

"We're about 15 years behind."

Evviva il petrolio.


Wednesday, February 24, 2016

Alaska: dieci gradi in piu e caldo record per 50 giorni di fila.








10 gradi in piu rispetto alla media

Nel sud dell'Alaska hanno avuto giorni di caldo 
record per piu' di 50 giorni di fila.

la temperatura e' stata piu' calda della media in 49 giorni su 50. 

La neve e' meno del 10% del normale in tutto lo stato 

A Juneau la capitale non nevica da 53 giorni, un record assoluto
per Gennaio e Febbraio.

Per la prima volta nella storia non sono mai state registrate temperature
al di sotto di meno 50 gradi.





Le temperature medie attorno al globo nel Gennaio 2016.

Anomalie di caldo al nord, su Canada, Groenlandia e Siberia.

La Nasa: nove mesi di fila di temperature mai viste prima.
A Gennaio 2016 sette gradi in piu' in Artico.

Il gennaio piu' caldo di sempre
Dopo l'anno piu' caldo di sempre. 


E' stato un 2015 record. E' stato un Gennaio 2016 record. Secondo i dati appena pubblicati dalla NASA Goddard Institute for Space Studies la temperatura del pianeta e' stata di 1.13 gradi centigradi piu' elevate che nel trentennio fra il 1951 e il 1980. 

Per di piu' sono nove mesi di fila che si registrano temperature record. Cioe' gli scorsi Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre, Novembre, Dicembre e Gennaio sono stati i mesi piu caldo di sempre. O almeno da quando si tiene il conto, e cioe' dal 1880.

Una componente di questi aumenti e' certo dovuta a El Nino, la perturbazione sul Pacifico che porta correnti di aria dall' America del Sud fino a verso l'equatore. Ma Thomas R. Karl, direttore del National Center for Environmental Information della NOAA dice che El Nino e' solo una piccola anomalia rispetto al resto, e che e' lampante che con o senza El Nino le temperature sono in rocambolesco aumento. La volta scorsa che sul pianeta El Nino ha portato a temperature record, i valori sono stati molto al di sotto di quelli registrati fra il 2015 e il 2016.

La cosa piu' inquietante e' che il riscaldamento dell'Artico avviene con un tasso doppio del resto del pianeta.  Secondo la NASA le temperature al polo Nord sono salite fra i 2.2 e i 7.3 gradi centigradi rispetto alla media a Gennaio 2016. Questo causa il calo del volume dei ghiacci dell'Artico, e infatti anche la superficie delle nevi perenni e ' in forte calo. Piu' di un milione di chilometri quadrati rispetto alla media.

In Artico le temperature medie aumentano di due volte tanto a causa di "feedback loops" positivi, cioe' di reinforzamenti dei fenomeni che si alimentano da soli. Una sorta del detto "piove sul bagnato". Le emissioni di gas serra causano lo scioglimento dei ghiacci dell'Artico. Durante l'estate la luce del sole che normalmente sarebbe riflessa dalla neve e dal ghiaccio, cade ora su acque ed oceani, scuri e di maggior assorbimento del calore. E cosi' l'acqua si riscalda di piu' e parte del calore viene re-irradiatata in atmosfera, amplificando l'aumento della temperatura.

Prima o poi dovremo preoccuparci di queste cose e di tutti gli equilibri che vengono distrutti con l'aumento della temperatura. Prima, e non poi.










Tuesday, February 23, 2016

Il Venezuela sull'orlo del petrol-collasso



Negozi vuoti






File infinite, proteste e ressa

Contrabbando di benzina

Mercato Nero

Ospedali 

 Iperinflazione

 Alla ricerca di acqua

 Nicolas Maduro, presidente 




Il Venezuela vive un paradosso impensabile fino a pochi anni fa'. E' questo un paese letteralmente all'orlo del collasso, economico, sociale, politico. Nello stesso tempo e' uno dei paesi con le piu' grandi riserve di petrolio al mondo.

Manca tutto. La discoccupazione cavalca e la gente passa la maggior parte del proprio tempo in fila a cercare di comprare quel che puo'. Ma i negozi sono sempre piu' vuoti. Da un paio di anni il cibo e' razionato con speciali carte identificative e lettura di impronte digitali al supermercato. Fra le cose piu difficili da comprare olio da cucina, farina, latte, sapone. Si va in giro con sacchi di denaro a causa dell'inflazione galoppante, spesso alla ricerca di cibo sul mercato nero. I prezzi sono aumentati del 720% in un solo anno. L'anno prima l'inflazione e' stata "solo" del 275%. Il valore del dollaro americano sul mercato nero e' 150 volte in piu' quello del prezzo ufficiale, circa 1000 bolivares. Un anno fa era a 200 bolivares.

La carta igienica e' un bene di lusso. I pezzi di ricambio delle macchine sono impossibili da trovare. Gli antibiotici sono una rarita'. L'elettricita' va e viene. Mc Donald's non ha piu' patate da friggere. L'acqua e' poca e costosa. Si cerca di raccoglierla come si puo', anche dalla pioggia o dai ruscelli mezzi secchi. I campi da zucchero marciscono, le fabbriche chuidono, in ospedale c'e' carenza di siringhe e di medicine. Le liste di attesa sono lunghissime. Il porto principale del paese, Puerto Cabello, e' deserto. Un tempo erano qui ancorate dozzine di navi con merce in arrivo ed in partenza. Oggi ce ne sono quattro.

Il governo ha da poco annunciato l'emergenza economica. Il tasso di poverta' e' salito al 76%. L'associazione medica del Venezuela ha fatto appello all'Organizzazione Mondiale della Sanita' per aiuto. Manca il 70% del fabbisogno di medicinali.

Una delle industrie piu' redditizie e' quella dei rapimenti.

L'unica cosa che ancora si trova e' la benzina che fino a pochi giorni fa costava meno di un centesimo al gallone, quasi quattro litri. E cosi' oltre ai rapimenti, un'altra industria fiorente e' quella del contrabbando di benzina. Soldati, insegnanti, ingegneri, dottori dentisti, contadini: ci si improvvisa tutti contrabbandieri. Si fa il pieno di taniche e le si portano in Colombia, Brasile, Guyana, dove rendono di piu'. Si calcola che il contrabbando di benzina generi una economia da 2 miliardi di dollari l'anno.

Questo scenario apocalittico e' il prezzo della petrol-economia venezuelana. Crollato il prezzo del petrolio, e' crollato tutto il resto, visto che non si e' sviluppato niente altro qui in modo economicamente sostenibile. Il 95% delle esportazioni del paese e' infatti rappresentato da petrolio e affini e gli idrocarburi forniscono al Venezuela il 40% dei suoi introiti.

Ma non e' questo solo un petrol-stato, e' anche un petrol-stato gestito male. Nel 2006 il presidente Hugo Chávez decise di nazionalizzare tutte le operazioni petrolifere, e 16 ditte divennero di proprieta' del governo. Non sono stati capaci di gestire quel che avevano intelligentemente e cosi, pure da prima della crisi, il greggio estratto e gli introiti diminuivano. Hanno anche nazionalizzato molte aziende agricole, fallite pure queste per cattiva gestione, e aumentando la percentuale di cibo importato. Per fare un esempio, nel 2006 il Venezuela era un esportatore di riso. Adesso la meta' del fabbisogno di riso e' importato.

Non sapendo cosa fare, in anni recenti il governo ha iniziato a stampare sempre piu' moneta, sperando di poter piu' facilmente ripagare i debiti. Arriva cosi' l'iperinflazione, il crollo del valore del bolivares e ovviamente all'aumento del costo della merce importata. Poi hanno imposto razionamenti e sussidi, per la merce che c'era. Ma siccome la disponibilita' era fluttuante questo ha solo portato a file interminabile e alla proliferazione di vendita di beni al mercato nero, o nei paesi confinanti dove si poteva rivendere il tutto a prezzi piu' elevati, grazie al fatto che il bolivares non vale quasi piu' niente.

Di chi e' la colpa? Di Hugo Chavez, morto nel 2013? Dell'attuale governo? O e' colpa della dipendenza assoluta del paese dal petrolio che non ha saputo sviluppare nessun tipo di vera economia sana e sostenibile?

Ai prezzi attuali il Venezuela guadagnera' solo $18 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio per il 2016. Il debito da ripagare quest'anno e' di $10 miliardi su un totale di $120 miliardi. Restano $8 miliardi di dollari per importare cibo, medicine, e per migliorare la qualita' di vita dei residenti. Ma nel 2015 i soldi spesi per le importazioni, quasi tutti per cibo e beni di prima necessita', sono stati $37 miliardi. Cioe' laddove spendevano 37 oggi ne hanno solo 8, un calo di circa l'80%. Dove li trovano gli altri soldi?

Non si sa da dove e se verranno altri fondi. Il Venezuela non ha piu' rapporti con il Fondo Monetario Internazionale, non ha garanzie sufficenti da trovare prestiti da privati e non ha piu' riserve da nessuna parte. Il suo debito con la Cina, l'ultimo paese a prestarle denaro, e' di $50 miliardi. Anche i cinesi premono per la restituzione del prestito. Standards and Poor valuta il debito del Venezuela "junk".

Il presidente Nicolás Maduro e' letteralmente paralizzato, perche' di opzioni ce ne sono ben poche. Per ora il governo ha aumentato il costo della benzina che ora e' a 15 centesimi al gallone. Si raccomanda alla gente di coltivarsi il cibo da soli.

Gli analisti prevedono che presto il Venezuela andra' in default. Con tutto il suo petrolio.