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Tuesday, November 10, 2009

L'ENI svergognata in Congo


Ovviamente nessun articolo di stampa italiano ha riportato le critiche che il resto del mondo rivolge all'ENI in questi giorni, svelandone le solite bugie ed i soliti inganni.

Cosa possiamo aspettarci dal sistema di informazione italiano in cui l'Agenzia Giornalistica Italia e' di proprieta' al 100% dell'ENI e in cui Ferruccio De Bortoli, il direttore del piu' grande giornale italiano fa parte della fondazione Enrico Mattei?

Non resta che leggere comunicati e notizie dall'estero.

Si apprende cosi' che il nostro cane a sei zampe vuole andare a tirare fuori "petrolio" in Congo, a Brazzaville, capitale del Congo Brazzaville, ricca di foreste tropicali e di fiumi.

Dico petrolio fra virgolette perche' in realta' l'ENI vuole sfruttare le sabbie bituminiche del Congo, il peggio del peggio in quanto ad impurita' , inquinamento e necessita' di infastrutture ad alto impatto ambientale per la lavorazione.

L'unico paese al mondo che estrae sabbie bituniche e' il Canada, nella provincia dell'Alberta, dove 15 anni di "tar sands" hanno creato disastri ambientali su larga scala, fiumi inquinati, forste decimate, veri e propri laghi di liquami tossici, malattie e tumori rari alla popolazione.

Il Canada per colpa del suo "petrolio" non e' riuscito a soddisfare i parametri di Kyoto e addirittura contempla di costruire centrali nucleari con il solo scopo di usarne l'energia per raffinare ed estrarre petrolio da queste sabbie a bassissimo rendimento.

Ne parlai qualche tempo fa in questo post. Le sabbie bituminiche sono ancora piu' sporche del petrolio Abruzzese - una vera schifezza che ha portato con se anche enormi cambiamenti dannosi agli equilibri sociali.

Gli attivisti congolesi, tedeschi e britannici hanno denunciato tutto cio' dicendo che la tecnologia che l'ENI usera' sara' ad alto impatto ambientale, e deviante rispetto al bisogno di contrastare i cambiamenti climatici.

Intanto la furba ENI in tutti i suoi comunicati ufficiali continuava a dire che avrebbe trivellato e costruito infrastrutture, pozzi, oleodotti e quant'altro in inutili zone di savana erbosa. Non avrebbero danneggiato le foreste tropicali con interventi petroliferi a larga scala.

Il Congo e' coperto per il 60% da foreste tropicali. L'ENI, allora sarebbe stata una santa ed avrebbe evitato di trivellarle.

Ma se questi sono andati a trivellare pure dentro i parchi nazionali Italiani, in Basilicata, vi pare che useranno i guanti bianchi in un paese remoto come il Congo????

Il Wall Street Journal allora - mica il Corriere - fa delle indagini, analizza i documenti interni ENI raccolti dalle associazioni ambientaliste e scopre le bugie dell'ENI. Infatti, nella riservatezza delle proprie carte interne si dice candidamente che in realta' la zona petrolifera del Congo e' costituita "principalmente da foresta e da altre zone altamente bio-sensibili e delicate". Mentono sapendo di mentire.

Queste foreste tropicali indisturbate dall'uomo fungono da perfetto assorbitore di emissioni di anidride carbonica e distruggerle significa scavare ancora un pochino il baratro ambientale del global warming verso il quale l'umanita' si sta dirigendo.

Al resto del mondo l'ENI dice di stare facendo indagini sismiche, esplorazioni preventive, studi sociali e ambientali. Dicono che non si distruggera' la foresta, i campi, e che le persone non saranno mandate via.

Fra di loro invece si dice che FINO AL SETTANTA PER CENTO dei loro progetti riguarda ecosistemi fragili e foreste delicate di alto valore ecologico.

Gia' adesso l'ENI rilascia fumi tossici in Congo, dove alcune operazioni di estrazione del gas gia' esistono. Come in Nigeria, tutte le impurita' vengono bruciate allegramente senza filtri, senza ostacoli e secondo la pratica del gas flaring.

In estate sono stata ad Iglesias ed ho conosciuto i principali attivisti in questione, inglesi, nigeriani, congolesi con i quali ho parlato lungamente di tutte le nefandezze che l'ENI fa in giro per l'Italia. Questo incontro era alla riunione parallela al G8 dedicato ai temi dell'estrazione di petrolio. Si e' parlato anche di Abruzzo.

La cosa che mi fece piu' tristezza riguardo gli attivisti del Congo li presenti, e' che, increduli, mi dicevano che avevano cercato di contattare i responsabili della stampa italiana in Congo per denunciare la follia di trivellare zone sensibili e perche' speravano che l'opinione pubblica italiana si sarebbe scandalizzata.

Alla fine, il 30% dell'ENI e' roba nostra. E questo vuole dire che se i progetti dell'ENI in Congo andranno avanti, NOI ITALIANI saremo in parte responsabili della distruzione della foresta tropicale congolese.

Il povero attivista trovo' un solo giornalista italiano prsente in tutto il Congo.
E chi era?

Era uno dell'Agenzia Giornalistica Italia! Uno stipendiato al 100% dall'ENI che mai e poi mai avrebbe raccontato questa storia.

Menomale che ci ha pensato il Wall Street Journal. Menomale che c'e' internet.

Andiamo avanti, caro Scaroni a distruggere il pianeta.

Fonti: The Wall Street Journal , Upstream, World Oil,

Monday, June 8, 2009

Milena Gabanelli e il petrolio d'Italia


Mi sono arrivate varie segnalazioni del fatto che Milena Gabanelli ha raccontato degli scempi petroliferi in Nigeria, nel suo programma Report, domenica 7 giugno alle 21:00.

Il titolo del programma e' stato "La violenza dei forti". Non ho ancora visto il programma, e non essendo in Italia, non sapevo neppure che fosse andato in onda, ma sono veramente contenta che qualcuno abbia avuto il coraggio di parlarne. Grazie a Milena Gabanelli, per la sua professionalitá e per avere avuto il coraggio della denuncia.

Oggi, 8 giugno dalle 5 alle 6 di sera, la Gabanelli sara' online per parlare del suo programma. Magari possiamo parlare a chattare con lei di petrolio in Abruzzo? Qui il link io ci provero', speriamo che siamo in tanti.

Il link della tramssione invece, come mi hanno segnalato Carlo, Maria Paola e Massimiliano e' qui

Queste le repliche su Rai sat al canale 121:

Lunedì 08/06 alle 10.00 e alle 21.00
Giovedì 11/06 alle 16.45
Venerdì 12/06 alle 24.00

In fondo il testo del riassunto della puntata. Ricordo che il gas flaring consiste nel bruciare direttamente gli scarti sulfurei (fra cui l'idrogeno solforato) invece che mandarli al desolforatore prima. Nel desolforatore ci sono prima delle reazioni chimiche (il cosiddetto processo Claus) che trasforma gli scarti sulfurei in zolfo puro allo stato solido. La parte di gas che non si riesce a smaltire viene poi bruciata. La percentuale di recupero dello zolfo di solito e' del 95-96%, per cui in teoria "solo" il 5% dell'idrogeno solforato finisce in atmosfera.

Ora, costruire desolforatori costa, ovviamente tanto piu' quanto piu'alta e' la percentuale di idrogeno solforato che riesci ad evitare di immettere nell'ambiente. A Viggiano il desolforatore
che viene chiamato "centro oli" ha portato alla distruzione di tutta l'agricoltura nel circondiario, a Sarroch trovano zolfo nei pesci per colpa del desolforatore di Mr Moratti. Tutto questo in presenza di impianti che dovrebbero smaltire l'idrogeno solforato al 95%.

Immaginate voi come si vive in Nigeria dove il DESOLFORATORE NON C'E' E DOVE TUTTO l'H2S VIENE BRUCIATO AL 100% in queste enormi torri di fuoco. L'immagine di cui sopra e' un esempio di gas flaring nigeriano. Una specie di fiammella del centro petroli moltiplicata per vari fattori.

Per tutto questo occorre ringraziare l'ENI, di cui ciascuno di noi e' membro, visto che al 30% appartiene ancora allo stato Italiano e cioe' a tutti noi.

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In Nigeria, tutta la regione del delta del Niger, un tempo ricchissima di pesce e di coltivazioni agricole, è stata appaltata alle attività di estrazione e ricerca di petrolio delle multinazionali straniere, dalla Shell all’Agip.

Uno degli aspetti più controversi è il “gas flaring”, il gas che fuoriesce dai giacimenti di petrolio e che viene bruciato dalle compagnie perché sarebbe costoso riutilizzarlo. Una pratica vietata in Nigeria e contrastata dalle Nazioni unite perché altamente inquinante. Ma nonostante i divieti e le sentenze della Corte Federale Nigeriana, la pratica del gas flaring ancora oggi viene adottata anche perché l’entità delle multe che dovrebbero dissuadere le grandi aziende è risibile. Alla fine anche i governanti africani sembrano tollerare e chiudere un occhio. Allora di chi è la responsabilità di un inquinamento che ha devastato il delicato ecosistema fluviale, distrutto la pesca e reso imbevibile l’acqua? E lo sfruttamento delle risorse alle spalle della popolazione locale? Negli anni la tensione è degenerata in una vera e propria guerra. A confrontarsi i guerriglieri, l’esercito nigeriano e le polizie private che proteggono le strutture e i cantieri delle multinazionali.