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Monday, October 14, 2019

Mille delfini tornati nel fiume un tempo piu' inquinato di Washington




Chi mi conosce nella vita vera sa che cruccio sia per me vedere i fiumi d'Italia ridotti a vere pattumiere. La storia di mio papa' che un tempo andava a farsi il bagno nel ruscello dietro casa, detto il Vallone, ma in verita' noto come il Feltrino, la racconto sempre con un misto di tristezza e di rabbia. Il Vallone e' oggi impresentabile.

Ed ecco allora una storia di cinquanta anni di dedizione e di lavoro che in un altro angolo del mondo hanno risanato un altro fiume morente, inquinato e puzzolente. 

Siamo a Washington DC, la capitale degli USA.

Dopo 50 anni sono finalmente tornati i delfini nel fiume della citta', il Potomac, e anzi, i delfini iniziano a riprodursi e a dare origine a colonie che sopravvivono.

Il fiume Potomac scorre nel centro della citta' ed e' lo stesso che George Washington un tempo chiamo' "il fiume della nazione". Qui fino al 1800 i delfini erano di casa, ma a causa del forte inquinamento dell'acqua e dei rumori la vita marina cinquant'anni fa era quasi completamente scomparsa. E infatti nel 1960 il presidente Lyndon Johnson chiamo' il Potomac una disgrazia nazionale.

C'erano alghe, immondizia, inquinanti, feci. C'erano alti livelli di piombo nell'acqua. Il tutto e' durato per anni.

E poi si sono messi a ripulirlo.

Tutto inizia, timidamente nel 1972 con il Clean Water Act firmato da Richard Nixon, che almeno una cosa buona l'ha fatta, e che vieta, fra le altre cose, scarichi di materiale tossico nei corsi d'acqua potabile, come appunto nei fiumi. 

Nel corso sono sorte associazioni, come per esempio il Potomac Conservancy, ci sono stati fondi pubblici e una sorta di amore collettivo per il fiume.

Oggi, cinquanta anni dopo i delfini sono tornati.

Duecento del 2015.

Mille oggi.

Oltre ai delfini, i kayak, e altre inziative lungo il fiume. L'obiettivo e' che si possa pescare e nuotarci dentro da qui al 2025.

Intanto i delfini si sono gia' sistemati. Non si sa quale esattamente sia la loro base e probabilmente ce n'e' piu' d'una , ma si pensa che sia non troppo lontano dalla capitale vera e propria. Alcune colonie di delfini pero' sono arrivate a nuotare fino a 75 km piu' a nord di Washington. 

Monday, June 18, 2018

Washington: miniera di carbone trasformata in centrale al sole






 La centrale elettrica alimentata a carbone di Centralia


Un tempo era la centrale a carbone piu' grande dello stato di Washington, vicino ad una miniera di carbone che la alimentava.

La miniera era a terrazza, a cielo aperto, poco distante dalla citta' di Centralia, a meta' fra Seattle e Portland, nello stato dell'Oregon. Fu chiusa nel 2006, perche' non remunerativa e adesso una leggera patina di verde la copre. Dal 2007 sono stati anche piantati degli alberi in parte del sito, secondo un progetto di riforestazione.

La centrale elettrica ha tre ciminiere. Dapprima era alimentata dalla miniera di Centralia. Poi ha resistito alla sua chiusura per un altro decennio, alimentata dal carbone che arrivava dallo stato del Wyoming.


Ma anche la centrale elettrica ha i giorni contati: parte dell'impianto sara' chiuso nel 2020 ed entro il 2025 sara' tutto fermo definitivamente. Questo grazie a nuova legislazione approvata nel 2011 per la riconversione a rinnovabili del sistema energetico dello stato di Washington.

E dunque, a partire dal 2025 in questo stato non ci sara' piu'  lavorazione attiva di carbone. Lo scopo? Far diminuire le emissioni di CO2: basti pensare che la centrale elettrica in questione genera da sola il 10% dei gas serra di tutto lo stato di Washington.

Perfetto allora, chiudiamola ed emettiamo meno CO2.

Ma.. e l'elettricita'?

La centrale a carbone di Centralia genera non solo CO2 ma anche circa 1.3 Gigawatt di energia di cui circa 380 finiscono nelle case dei residenti locali.

Che devono fare quelli di TransAlta, la ditta che gestice le operazioni a Centralia, adesso che devono chiudere?

Semplice: prendiamo 300 ettari di miniera e trasformiamoli in un campo solare.

Se tutto va come da calendario, le operazioni inizieranno nel 2020.

TransAlta e' una ditta di carbone. All'attivo, adesso, il 57% delle lore operazioni sono carbonifere, ma hanno deciso di eseguire la transizione verso le rinnovabili, annunciando che entro il 2030 non avranno piu' progetti fossili.

Per amore della natura? No, perche' e' il business che li spinge verso questa direzione, e perche' ci sono sempre piu' enti governativi che non ne vogliono piu' sentire di fonti fossili.

E dunque, per leggi o per business o per amore, si trovano nella posizione di dover passare alle rinnovabili.

Prima di essere una miniera il sito era un citta' che si chiamava Tono. E in omaggio alla cittadina distrutta per fare la miniera, il campo solare si chiamera' adesso Tono Solar. La localita' e' ideale perche' le linee di trasmissione esistono gia' (sono le linee della ex-centrale elettrica a carbone), perche' non ci vive li piu' nessuno, e perche' si riesce cosi' a trovare vita nuova per un sito essenzialmente morto.

La cosa invece non ideale e' che la legge prevede che se le operazioni industriali cessano del tutto, la la bonifica deve essere completa, ma se il sito resta industriale -- e il campo solare e' classificato tale -- la bonifica puo' essere solo parziale, in modo da accomodare il cambio d'uso.

L'apertura di Tono Solar sara' comunque accompagnata da due nuovi campi eolici da 180 e 140 megawatt a pochi chilometri di distanza, secondo il Skookumchuck Wind Energy Project.

Dal canto suo uno dei rappresentanti dello stato di Washintgton, Ed Orcutt, dice di essere in trattativa per far si che le ditte del vetro locali producano componenti per i pannelli solari e altri manufatti utili alla riconversione della miniera, in modo da portare lavoro nell'area. Altri parlano di un parco industriale per la creazione di batterie da integrare ai progetti rinnovabili.

Ecco, e' tutto ideale? No, certo. Ma e' un altro passo, fatto per amore o per denaro o perche' obbligati, non importa,  e' comunque il segno tangibile di dove spira il vento, e tutte le ditte fossili farebbero bene a studiare il caso, come pure i politici che dovrebbero seguire l'esempio dello stato di Washington e decidere *oggi* che fra 10, 20 anni tutte le centrali fossili devono essere in qualche modo riconvertite.

In Italia invece, prendiamo le vecchie raffinerie e le rivendiamo agli algerini....

Wednesday, May 10, 2017

Crolla tunnel sotterraneo in ex fabbrica di plutonio piena di materiale radioattivo








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Questo blog parla di petrolio. Ogni tanto pero' capitano delle storie, a mio avviso importanti, che non vedo tanto riprese nella croncaca italiana. 

Ad Hanford si produceva plutonio per armi, dal 1943 fino alla meta' degli anni 80.  Il plutonio della bomba di Nagasaki e' stato fatto qui, presso il Plutonium Uranium Extraction Plant, anche noto come PUREX.  Il sito e' stato poi dismesso, ed oggi e' ancora contaminato: ci lavorano ancora centinaia di persone per completare la bonifica che si pensa sara' completa nel .... 2060!

Hanford faceva parte del Manhattan Project e non solo qui venne prodotto il plutonio usato a Nagasaki, ma vennero qui costruiti 9 reattori nucleari e prodotto il plutonio per le circa 60mila armi dell'arsenale a stelle e strisce. 

Dal punto di vista della tecnica, Hanford si puo' ritenere un sucesso, le idee sono state portate a compimento, e la sua missione di produrre plutonio  e' raggiunta.

Quello che pero' ha portato con se (a parte ovviamente le domande sull'eticita' dell'uso del plutonio prodotto) e' una marea di guai ambientali. Molte procedure, specie degli anni 1950, 1960 erano inadeguate.

Ma lo sappiamo adesso, con il senno di poi.

Grandi quantita' di materiale radioattivo sono finite in atmosfera e nel vicino Columbia River per un totale di 200 mila metri cubi di monnezza liquida radioattiva in 177 siti di stoccaggio liquido; altri 710 mila metri cubi di monnezza solida radioattiva e ben 520 chilometri quadrati di acqua contaminata sottoterra.

E siccome le 177 taniche invecchiavano, nel 2011 parte della monnezza e' stata poi riversata in altri 28 contenitori piu' grandi, e piu' sicuri, a doppio rivestimento, di modo che se una cede, c'e' un altro strato protettore.

In quell'occasione scoprirono che almeno 14 dei 177 *avevano perdite* di monnezza radioattiva. Persi almeno 1400 litri di liquidi radioattivi.

Nel 2012, vennero scoperte perdite anche dagli involucri nuovi, a doppio rivestimento:  a causa di problemi di progettazione e di corruzione circa 12 dei 28 nuovi contenitori erano inaffidabili.

Si decise allora che il tutto dovesse essere monitorato ogni 3 anni per i contenitori doppi e ogni mese per i contenitori singoli.

Nel 2014 vennero scoperti altri rifiuti radioattivi in posti non identificati in precedenza. La costruzione di un nuovo impianto per il trattamento piu' aggiornato di questa roba, il Waste Treatment Plant, intanto veniva rimandato per altri imprevisti.

Alla fine di tutto, i 2/3 della monnezza radioattiva del paese sono qui stoccati. Il sito e' il piu' contaminato sito nulceare l'America.

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Dopo la fine della guerra fredda, sul sito rimase solo un impianto di generazione di energia nulceare, il Columbia Generating Station, oltre che vari istituti di ricerca nati sulla scia degli esperimento degli anni 1940, il  Pacific Northwest National Laboratory e il  LIGO Hanford Observatory.

Il giorno Martedi 9 Maggio, alcuni lavoratori hanno visto della terra semi-sprofondata. Ed e' arrivata l'emergenza. Circa otto metri di tunnel sotterraneo erano collassati.

Quello che c'e' a Hartford, per quanto monitorato, sorvegliato, studiato nei minimi dettagli e aggiornato e' pur sempre un relitto di un altra era. Non sappiamo bene come gestire questi impianti di altri tempi perche' non ci sono punti di riferimento. Cosa fare? Quanto terranno le infrastrutture? Dove mettere tutto quello che resta?

L'edificio in questione si estendeva per 10 metri sottoterra ed era chiuso da venti anni. E' pure fortemente inquinato. Nella zona ci sono ben 177 siti di stoccaggio di rifiuti nucleari degli anni 1940. 

Quello che quindi emerge che queste operazioni sono per il lungo, lunghissimo termine.

Torniamo al petrolio.

Siamo sicuri che tutti i buchi dell'era post guerra non perdano?

Che tutte le cementificazioni non perderanno mai mai e poi mai?

Nemmeno quelle di 50 o 60 anni fa?

Siamo sicuri che tutte le piattaforme sotto la superficie del mare non lo stanno contaminando con perdite piu o meno forti?

E quello che costruiamo adesso?

Siamo assolutamente sicuri che quello che facciamo al sottosuolo non stia stuzzicando le faglie sismiche? Non le abbia gia' stuzzicate?

E siamo sicuri di star smaltendo per bene tutta la petrol-monnezza *a volte anche radioattiva? ). Cosa succedera' quando fra 30 anni scopriremo che ci sono metodi piu efficenti e che quel che oggi ci sembra sicuro non lo sara' piu'?

Quanta monnezza ha riversato l'ENI in giro per l'Italia?

Non e' meglio un enorme pannello solare sulle case di tutti?





Monday, March 6, 2017

The United States of Exxon

Tuapse, dove la Exxon vorrebbe trivellare, nonostante
le sanzioni contro la Russia da parte degli USA.

Serve avere un ex CEO per segretario di stato, neh?






La Exxon vuole continuare la sua partnership con la russa PAO Rosneft per operazioni nel Mar Nero. Ci provarono sotto Obama, nel 2015, ma il governo disse no. Adesso chissa' che l'amministrazione Trump non sia piu' benevola con la Exxon!

E questo nonostante il Congresso chieda ancora maggiori sanzioni alla Russia a causa dei supposti cyber-attacchi durante le elezioni del 2016.

L'area trivellanda si chiama Tuapse e la Exxon aveva firmato accordi qui con la russa Rosneft nel 2012: oltre a trivellare nel Mar Nero con una tecnologia nuova, la Exxon avrebbe potuto accedere anche ad altre zone on ed offshore di Russia, in Artico e in Siberia. La Exxon avrebbe speso 500 miliardi di dollari nel corso di tutta la partnership. Si, 500 miliardi di dollari. Immaginiamoci quanto avrebbe reso tutto questo alla Exxon se ci volevano spendere 500 milardi di investimenti!

E' per questo investimento, che poi nel 2014, a Rex Tillerson, il CEO della Exxon all'epoca, Vladimir Putin diede il titolo di "amico della Russia". 

Il segretario Tillerson dice che non partecipera' ad alcuna discussione in merito, ma e' chiaro che la sua influenza, anche se non dovesse pronunciare parola, e' lampante.   Prima di diventare segretario di stato, da CEO Exxon, diceva che la Exxon stessa e' contraria alle sanzioni "se non vengono applicate in modo uniforme". Ha anche detto che non ha mai chiesto personalmente al governo di eliminare sanzioni sulla Russia.

La Russia e' super appetible per i petrolieri: 100 miliardi di barili di riserve sono stimate essere ancora nel paese, ma sono enormi i rischi geopolitici, incluse le sanzioni. Queste vietano a ditte USA di trivellare nelle zone russe dell'Artico, Siberia e nel Mar Nero.

Vennero istituite all'indomani dell'annessione della Crimea dall'Ucraina alla Russia stessa. Oltre al divieto di trivellare, le sanzioni vietano agli americani di fare affari con il capo della Rosneft, Igor Sechin,  per la sua forte lealta' a Vladimir Putin.

A suo tempo, l'unica concessione che fu data alla Exxon fu di completare uno dei pozzi proposti in Artico, che era a meta' dell'opera. La richiesta di finire il pozzo venne accrodata, perche' secondo la Exxon sarebbe stato pericoloso lasciarlo a meta'.  E cosi' fu. Una volta finito il pozzo, tutto il personale USA venne mandato via.

La richiesta di questi giorni e' molto inusuale perche' e' basata su business. Di solito le richieste di violare le sanzioni sono su base umanitaria, o per scambi culturali. Ma qui non e' la politica "di solito", qui siamo di fronte a un brodino di petrolieri-politici che non sanno quel che fanno, con a capo Donald.

Basta solo dire che John Mccain ha twittato:

"Are they crazy?"

Il Congresso ha mostrato segni di non volere accordare questa richiesta, almeno finche' la Russia non lascia la Crimea, affari o non affari.

Invece, sorpresa delle sorprese chi ha lasciato alle proprie ditte di evitare le sanzioni?

L'Europa!

Si, la Statoil di Norvegia ha ricevuto una esenzione per trivellare in Artico,  e la nostra beneamata  Eni ha pure lei ricevuto il permesso di trivellare nel mare di Barents in Artico e nel Mar Nero.

Anzi, la Exxon e' preoccupata di perdere terreno in Russia proprio ai danni dell'ENI secondo alcuni dirigenti dell'Exxon stessa e come riferito al Wall Street Journal.

Perche' la richiesta arriva adesso? Perche' secondo l'accordo fatto con la Rosneft prima della faccenda invasione-Ucraina, la Exxon deve dimostrare che ci sono delle buone possbilita' di sviluppare il campo Tuapse entro la fine del 2017, altrimenti l'accordo scade. E quindi, se non trivellano tutto l'affare potrebbe saltare.

Vediamo come va a finire. La Exxon da un lato, le sanzioni internazionali dall'altro e il segretario di stato della nazione piu potente del mondo, Rex Tillerson in mezzo. Potrebbe essere che alla fine ci vince l'ENI, anche se, in realta' a trivellare tutto il trivellabile in questo pianeta, alla fine non vince nessuno.

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 6 Marzo 2017

Ecco dove siamo arrivati.

Che i comunicati stampa della Casa Bianca e della Exxon siano esattamente gli stessi. Fra i due comunicati di oggi infatti, ci sono dei pezzi in cui non c'e' quasi alcuna differenza.

La Exxon Mobil dice che stanno espandendo come non mai e che investiranno 20 miliardi di dollari in dieci anni nel Golfo del Messico.

Parlano di una "rivoluzione energetica americana", di 11 raffinerie che saranno o costruite da zero o ammodernate.  Arriveranno 45mila posti di lavoro, che in media daranno stipendi di circa 110mila dollari l'anno con gioia e felicitia' per tutti. Aggiungono che gli USA sono un produttore naturale di energia - petrolio e gas - e che l'uso di energia domestica prodotta internamente sara' capace di dare al mondo prodotti migliori e a costo inferiore. Dicono che ci sara' un "rinascimento del lavoro nel manifatturiero" grazie al petrolio e al gas.

Anvedi.

E poi arriva il paragrafo poi ricopiato dalla Casa Bianca:


ExxonMobil is strategically investing in new refining and chemical-manufacturing projects in the U.S. Gulf Coast region to expand its manufacturing and export capacity. The company’s Growing the Gulf expansion program, consists of 11 major chemical, refining, lubricant and liquefied natural gas projects at proposed new and existing facilities along the Texas and Louisiana coasts. Investments began in 2013 and are expected to continue through at least 2022. 


Dopo un ora che questo comunicato e' stato reso pubblico arriva la Casa Bianca che invece scrive
un articolo al titolo " President Trump Congratulates Exxon Mobil for Job-Creating Investment Program" per congratulare i passi in avanti della Exxon.

Il pezzo era uguale identico!


ExxonMobil is strategically investing in new refining and chemical-manufacturing projects in the United States Gulf Coast region to expand its manufacturing and export capacity. The company’s Growing the Gulf expansion program consists of 11 major chemical, refining, lubricant and liquefied natural gas projects at proposed new and existing facilities along the Texas and Louisiana coasts. Investments began in 2013 and are expected to continue through at least 2022.


Come mai succede questo? Beh, perche' il nostro segretario di stato, Rex Tillerson, e' stato per 40 anni un impiegato della Exxon,  e alla fine anche il suo CEO.

E cosi mentre il mondo cerca di essere sempre piu' green, mentre 190 nazioni firmano gli accordi di Parigi, eccoci qui che la nazione piu potente del mondo ritorna sottoterra e incapace di generare pensieri propri deve tirare fuori e ricopiare quelli dei petrolieri.

Come dimenticare il discorso di Melania, quasi identico a quello di Michelle Obama?

Mi sa che ci aspettano quattro anni di tragedie ambientali, di petrol-politici fusi in una sola persona. Peccato solo che a differenza di tutto il resto, i cambiamenti sull'ambiente sono irreversibili.







Friday, June 5, 2015

Vita da fracking: neonati sottopeso



 
"Developing fetuses are particularly sensitive to the effects of environmental pollutants. 
We know that fine particulate air pollution, exposure to heavy metals and benzene, and maternal stress all are associated with lower birth weight" 



Secondo un nuovo studio pubblicato su PLoS One il 3 giugno 2015, vivere vicino a pozzi di gas naturale in cui si esegue fracking porta ad un aumento del 34% di possibilita' di mettere al mondo bambini sottopeso.

Lo studio e' stato condotto dalla University of Pittsburgh che hanno analizzato i dati relativi a 15,400 neonati in tre contrade di Pennsylvania: Washington, Westmoreland e Butler fra il 2007 e il 2010.

Appunto, le mamme che vivevano vicino a pozzi di gas avevano il 34% in piu di rischio di avere figli sottopeso rispeto alle altre. I ricercatori hanno tenuto conto di vari fattori: il fumo della mamma, la sua etnia, l'eta', il grado di istruzione, il tipo di gravidanza e se fossero stati rispettati tutte le scedenze ed i controlli, e pure il sesso dei figli e se la mamma avesse avuto altri figli.

Niente. Solo i pozzi di gas ed il fracking mostravano correlazioni. Il direttore dello studio si chiama Bruce Pitt e dice che e' un nuovo tassello da aggiungere al mosaico dei mille studi che mostrano coseguenze negative per chi vive vicino a pozzi di gas. Dice anche che ci vogliono studi su scala maggiore e ancora maggiori indagini sulle cartelle cliniche di mamme e figli.

"These findings cannot be ignored. There is a clear need for studies in larger populations with better estimates of exposure and more in-depth medical records"

Altri studi nel 2012 avevano gia' mostrato che chi viveva vicino ai pozzi, aveva il 25% di possibilita' di dare alla luce bimbi sotto peso.

Non puo' sempre essere una coincidenza. Non puo'.


Tuesday, October 22, 2013

Anche l'esercito USA contro il fracking




E chi l'avrebbe mai detto.

Anche l'esercito USA e' opposto al fracking, almeno secondo il Washington Post.

Fra gli stati della Virginia e del West Virginia sorge il George Washington National Forest, uno dei piu' grandi parchi del nord-est americano. Ci scorrono i fiumi Shenandoah, James and Potomac che danno da bere a circa 2 milioni di persone.

Arriva pero' il lupus in fabula: gas naturale intrappolato nello scisti del Marcellus Shale.

Entro la fine di Ottobre 2013, la U.S. Forest Service deve decidere se approvare o vietare il fracking in questi due milioni di acri di splendore naturale, e stilare un piano di gestione per i prossimi 15 anni.

E ovviamente i signori del fracking dicono che non e' giusto che il governo "chiudi la porta" all'industria delle trivelle per un periodo cosi lungo, e dicono che il gas e' meglio del carbone.

Come dire, scegliamo un veleno meno veleno.

Gli ambientalisti, questi cattivissimi, dicono che giustamente il processo inquinera' le falde, e stravolgera' tutto lo scenario della foresta.

Ma chi e' che va nella foresta per vedere le trivelle infatti?

E voila'.

Subentrano the Army Corps of Engineers — gli ingegneri dell'esercito! che controllano l'acquedotto pubblico di Washington da cui prendono l'acqua potabile almeno 4.5 milioni di persone e la Fairfax County Water Authority.

Il manager dell'acquedotto Thomas P. Jacobus dice che la foresta e' una risorsa chiave per la vita e che qualsiasi cosa che minacci la sua salute

 “would be unwelcome. Safe water supply is essential to life.”

Oltre all'acqua potabile ci sono circa cento specie di pesci e di cozze che vivono nei fiumi della foresta incriminata, 70 tipi di anfibi e rettili, 180 specie di uccelli e 60 specie di mammiferi, oltre che una vastissima gamma di alberti, piante, laghetti, percorsi e campeggi all'aperto.

La cosa grave secondo i manager della foresta e' che qui nascono i fiumi e i ruscelli con le loro sorgenti che poi si snodano per chilometri e chilometri,
e che quindi inquinare a monte e' gravissimo, perche' poi tutto il sistema fluviale ne risentira'.

Secondo Ken Landgraf, amministratore del George Washington National Forest:

“If you had a pollutant anywhere in the watershed, it would be a concern. But in the headwaters, everyone would have to deal with that. Everybody’s going to see that further downstream in the watershed.” 

Amen. 



Sunday, February 17, 2013

In 50,000 alla casa bianca per il clima, contro le fonti fossili

















E cosi, dopo mesi di preparativi,  dopo il preludio degli scorsi giorni con la manifestazione di 48 personaggi di spicco tutti arrestati davanti la Casa Bianca, oggi 17 Febbraio 2013 sono arrivati a Washington in circa 50,000 a chiedere ad Obama di fare di piu' per il clima, per l'ambiente, per il pianeta e di dire no all'oleodotto KeyStone pipeline XL. Non e' la prima volta, ma e' la prima volta che siamo cosi in tanti.

E non sono 50,000 ambientalisti, ma 50,000 cittadini che vogliono solo un domani migliore.

Dell'oleodotto ne abbiamo parlato diverse volte - con le proteste di Darryl Hannah, la sirenetta a Manhattan, Josh Fox di Gasland, attivisti, cittadini e anche rappresentanti del clero fra cui alcuni frati francescani.

L'organizzatore e' sempre lui, il mitico e mite Bill Mc Kibben del Vermont che dice

Today was one of the best days of my life, because I saw the movement come together finally, big and diverse and gorgeous.

Oggi e' stato uno dei piu' bei giorni della mia vita, perche' ho finalmente visto il movimento unirsi, grande e variegato e bellissimo.

Il 2012 e' stato l'anno piu' caldo mai registrato negli USA da quando hanno iniziato a registrare le temperature. Gli altri otto a seguire sono tutti dal 1998 a seguire. Cioe' i 9 anni piu' caldi mai registrati negli USA sono stati tutti negli scorsi 14 anni.

E' evidente che e' ora di darsi da fare, e se neanche l'uragano Sandy non ci svegliera' non ci svegliera' niente.

Anche io in qualche modo ero presente, hanno organizzato una manifestazione satellite a downtown Los Angeles ed e' stato bello ed energetico esserci e sentire che siamo in tanti a volere la stessa cosa.

Alla fine vinciamo.