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Wednesday, January 16, 2019

Il patriottismo che manca ad Oscar Giannino








Leggo un articolo di Oscar Giannino, che scrive, parlando delle “trivelle che opporsi alle estrazioni petrolifere e’ una “battaglia sbagliata”.

Chi e'  Oscar Giannino?  Non ne avevo mai sentito parlare prima, ma viene fuori che e' un giornalista politico - l'unico riferimento a cui che esiste sulla stampa anglosassone e' questo: che tale Oscar Giannino ha "fabricated" il suo CV sotto elezioni.

Ma restiamo a tema.

L’attacco che fa nel suo articolo sul Messaggero e’ contro il M5S che ha affrontato la questione un po come l’armata Brancaleone (e’ vero), contro le convolute leggi italiane che danno alle regioni l’opportunita’ di esprimere pareri non vincolanti (e’ vero) e noi cittadini che non ce le vogliamo proprio le trivelle nelle nostre vite.

Ed e' qui che dissento e che occorre solo ricordarsi di quel famoso "fai agli altri come vorresti fosse fatto a te" di cristiana memoria.

Giannino dice che siamo avvolti in un “involto farraginoso” di “diritti di veto” e “competenze incrociate e sovrapposte” che fa si che la regolamentazione ambientale in Italia non riesce a tutelare ne la sicuezza dell’ambiente, ne lo sviluppo economico.

Vorrei intanto sapere non solo quale sia la sua competenza non incrociata in merito alle estrazioni petrolifere in Italia. Perche’ a mio modesto parere, uno che come Giannino pensa che lo sviluppo passi per il fossile, sta di 50 anni indietro.

Si dice che l’ENI e la Shell hanno abbandonato “i grandi giacimenti di gas dei nostri mari” e che per questo noi paghiamo soldi a Russia, Algeria, Iran, Arabia Saudita.

Intanto in Italia non esiste nessun “grande giacimento di gas” che ci permetterebbe di essere autosufficenti da un punto di vista energetico, se pure volessimo puntare il tutto per tutto sugli idrocarburi. E' stato tutto ciucciato negli anni sessanta, e cio' che resta sono giacimenti piccoli, scadenti, che servono solo per speculazione.

Non siamo e non potremmo mai essere l’Arabia Saudita in quanto a petrolio e gas, e paragonarci a loro e’ un insulto alla storia di questo paese. Siamo invece (o eravamo!) il giardino del mondo e dovremmo fare di tutto per preservare la nostra bellezza, la nostra storia senza distruggere l’ambiente. Perche’ se volessimo essere l’Arabia Saudita dovremmo trasformarci in un deserto, con pozzi, raffinerie, tubi, aria fetida; o a essere piu’ generosi nella Louisiana dove la costa e’ essenzialmente un colabrodo e dove la petrol-corruzione ha ingoiato tutto.

Ha mai sentito Giannino del ridente turismo costiero di Galveston? Ma non e' necessario andare cosi lontano: ha mai visitato Gela, sentito la puzza di Viggiano, vista la subsidenza di Ravenna, ascoltato i resident di Sarroch, o intervistato quelli di Augusta?

Non credo, altrimenti appunto l'empatia per queste persone lo obbligherebbe a un sentimento di misericordia, e di volere evitare la stessa fine alle altre citta' petrolizzande d'Italia.

Caro Oscar, non so se lei abbia figli, ma non c’e’ niente di patriottico nel continuare a trivellare in paese come l'Italia.

E la sfido io a proporre il suo mare, il suo comune, il suo orto, ad ospitare trivelle e trivellatori.

Sa cosa e’ patriottico?

Usare quel che si e’ e che si ha per rendere le cose migliori. Per far si che in Italia uno non debba piu’vedere scempi petroliferi come quelli di cui sopra. Perche' dire si a trivelle nuove significa dire si alla crocifissione di un altra comunita' che non ha fatto niente di male.

Ma poi, la Nuova Zelanda che vieta nuovi pozzi nel paese e’ poco patrittica?

La California che non trivella da 50 anni in mare e’ poco patriottica?

La Francia che ha approvato anche lei il divieto a nuovi permessi trivellanti e' poco patriottica?

E’ invece patriottica l’ENI?

A me non pare – inquina in Italia tanto quanto in Nigeria!

Condannare le generazione future ad un mondo capovolto dai cambiamenti climatici, inquinamento e corruzione non solo e' patriottico patriottico neanche po'.

E' invece criminale ai miei occhi.

Monday, June 18, 2018

Washington: miniera di carbone trasformata in centrale al sole






 La centrale elettrica alimentata a carbone di Centralia


Un tempo era la centrale a carbone piu' grande dello stato di Washington, vicino ad una miniera di carbone che la alimentava.

La miniera era a terrazza, a cielo aperto, poco distante dalla citta' di Centralia, a meta' fra Seattle e Portland, nello stato dell'Oregon. Fu chiusa nel 2006, perche' non remunerativa e adesso una leggera patina di verde la copre. Dal 2007 sono stati anche piantati degli alberi in parte del sito, secondo un progetto di riforestazione.

La centrale elettrica ha tre ciminiere. Dapprima era alimentata dalla miniera di Centralia. Poi ha resistito alla sua chiusura per un altro decennio, alimentata dal carbone che arrivava dallo stato del Wyoming.


Ma anche la centrale elettrica ha i giorni contati: parte dell'impianto sara' chiuso nel 2020 ed entro il 2025 sara' tutto fermo definitivamente. Questo grazie a nuova legislazione approvata nel 2011 per la riconversione a rinnovabili del sistema energetico dello stato di Washington.

E dunque, a partire dal 2025 in questo stato non ci sara' piu'  lavorazione attiva di carbone. Lo scopo? Far diminuire le emissioni di CO2: basti pensare che la centrale elettrica in questione genera da sola il 10% dei gas serra di tutto lo stato di Washington.

Perfetto allora, chiudiamola ed emettiamo meno CO2.

Ma.. e l'elettricita'?

La centrale a carbone di Centralia genera non solo CO2 ma anche circa 1.3 Gigawatt di energia di cui circa 380 finiscono nelle case dei residenti locali.

Che devono fare quelli di TransAlta, la ditta che gestice le operazioni a Centralia, adesso che devono chiudere?

Semplice: prendiamo 300 ettari di miniera e trasformiamoli in un campo solare.

Se tutto va come da calendario, le operazioni inizieranno nel 2020.

TransAlta e' una ditta di carbone. All'attivo, adesso, il 57% delle lore operazioni sono carbonifere, ma hanno deciso di eseguire la transizione verso le rinnovabili, annunciando che entro il 2030 non avranno piu' progetti fossili.

Per amore della natura? No, perche' e' il business che li spinge verso questa direzione, e perche' ci sono sempre piu' enti governativi che non ne vogliono piu' sentire di fonti fossili.

E dunque, per leggi o per business o per amore, si trovano nella posizione di dover passare alle rinnovabili.

Prima di essere una miniera il sito era un citta' che si chiamava Tono. E in omaggio alla cittadina distrutta per fare la miniera, il campo solare si chiamera' adesso Tono Solar. La localita' e' ideale perche' le linee di trasmissione esistono gia' (sono le linee della ex-centrale elettrica a carbone), perche' non ci vive li piu' nessuno, e perche' si riesce cosi' a trovare vita nuova per un sito essenzialmente morto.

La cosa invece non ideale e' che la legge prevede che se le operazioni industriali cessano del tutto, la la bonifica deve essere completa, ma se il sito resta industriale -- e il campo solare e' classificato tale -- la bonifica puo' essere solo parziale, in modo da accomodare il cambio d'uso.

L'apertura di Tono Solar sara' comunque accompagnata da due nuovi campi eolici da 180 e 140 megawatt a pochi chilometri di distanza, secondo il Skookumchuck Wind Energy Project.

Dal canto suo uno dei rappresentanti dello stato di Washintgton, Ed Orcutt, dice di essere in trattativa per far si che le ditte del vetro locali producano componenti per i pannelli solari e altri manufatti utili alla riconversione della miniera, in modo da portare lavoro nell'area. Altri parlano di un parco industriale per la creazione di batterie da integrare ai progetti rinnovabili.

Ecco, e' tutto ideale? No, certo. Ma e' un altro passo, fatto per amore o per denaro o perche' obbligati, non importa,  e' comunque il segno tangibile di dove spira il vento, e tutte le ditte fossili farebbero bene a studiare il caso, come pure i politici che dovrebbero seguire l'esempio dello stato di Washington e decidere *oggi* che fra 10, 20 anni tutte le centrali fossili devono essere in qualche modo riconvertite.

In Italia invece, prendiamo le vecchie raffinerie e le rivendiamo agli algerini....

Friday, June 15, 2018

Sicilia: la raffineria di Augusta verra' venduta all'Algeria per raffinare petrolio algerino

Augusta, Siracusa - la raffineria sul mare, ora algerina

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 Skikda, Algeria







Sonatrach to ship Algerian crude to the Augusta refinery 
and send oil products back to Algeria after refining





Eccoci qui.

Adesso non solo teniamo le raffinerie sul suolo italiano per far far profitto all'ENI e compari,
ma ce le teniamo per raffinare il petrolio altrui, ingoiandoci tutti i veleni del caso per conto terzi.

Siamo in Sicilia, ad Augusta dove la raffineria della Exxon Mobil, gestita dalla sussidiaria italiana Esso e' stata venduta alla ditta Sonatrach, petrol-ditta di stato dell'Algeria.

La raffineria produce circa 200mila barili al giorno e gli Algerini se la sono comprati per "ridurri propri costi" per l'approvvigionamento di prodotti petroliferi.

Arrivera' qui petrolio dall'Algeria, verra' raffinato, e poi il petrolio pulito sara' rimandato all'Algeria.

Ai Siciliani la monnezza che resta.

Non solo: verra' qui processato petrolio appena estratto, il cosiddetto "Algerian Sahara Blend" ma anche, e questo e' importante, "carburante residuo" proveniente dalla raffineria Skikda della Sonatrach, per un totale di circa 16.5 milioni di tonnellate l'anno.

Cioe' gli andremo a raffinare pure lo scarto delle loro raffinerie!

E non c'e' solo la vendita della raffineria di Augusta, ma anche tre terminal per lo stoccaggio del petrolio, ad Augusta, Napoli e Palermo, e pure la rete di oleodotti associata alla raffineria di Augusta.

E cosi, i circa 660 operai della Esso Italiana verranno trasferiti alla Sonatrach.

Perche' hanno scelto la Sicilia per fare questo sporco lavoro?

Beh, certo, perche' l'Italia glielo ha permesso, e perche' l'Italia e' geograficamente vicina.

Il CEO della Sonatrach, Abdelmoumen Ould Kaddour, dice:



“The geographical proximity of Italy and the privileged relations that have always linked Sonatrach to this country make it natural that our first acquisition in refining should be in Italy. The Augusta refinery represents an ideal asset geographically and in terms of potential synergies with the Skikda refinery."

L'Algeria, dice, ha  rapporti privilegiati con l'Italia, e questo fa si che la loro prima raffineria fuori dall'Algeria debba essere in Italia.

Forse perche' siamo gli unici scemi a permetterlo!

L'idea della Sonatrach e' semplice: processare da se il proprio petrolio invece che venderlo non raffinato a terzi; solo che lo faranno in Italia. 

E in Algeria? In Algeria stanno costruendo altre tre raffinerie: nelle localita' di Hassi Messaoud, Tiaret, and Biskra, oltre che modernizzare Skikda, quella gia' esistente.
Ma non gli basta per soddisfare la domanda interna, e quindi, perche' non comprare la raffineria di Augusta?

Solo un piccolo ricordo: la raffineria di Augusta e' vecchia, e' nata vecchia. Il signor Angelo Moratti la installo' pezzo pezzo dal Texas, nel 1951 dove era considerata (nel 1951!) obsoleta. E ce la siamo presi noi. E ora, 70 anni dopo, le operazioni continuano, ma in mano agli algerini.

Quella raffineria non andava venduta.
Quella raffineria andava smantellata. 

Thursday, April 19, 2018

ENI: corruzione in Congo, Nigeria e Algeria








Le accuse di corruzione dell'ENI sono arrivate lontano, anche in Congo.

Non c'e' molto da stupirsi visto che ormai ovunque vanno lasciano dietro di se tracce di malefatte, inquinamento, mazzette, e bugie.

Basta solo leggersi i documenti che l'ENI stessa rilascia ai suoi investitiori a Wall Street. Ogni anno una lista fittissima di quelli che loro stessi chiamano "criminal proceedings" in giro per il mondo. E basta vedere cosa hanno fatto in Basilicata, a Porto Marghera, a Gela e ovunque siano andati nella stessa Italia per capire che se trattano cosi il loro paese, come possono trattare meglio l'Africa?

Nel caso del Congo si tratta di indagini per corruzione internazionale. I nostri amici petroliferi fanno affari qui dal 1968.

L'ENI firmo' dei documenti con il Ministero degli Idrocarburi del Congo per esplorazione e sfruttamento petrolifero da eseguirsi fra il 2013 e il 2015.

Secondo le accuse fra tutte queste carte ci sono state anche mazzette per pubblici ufficiali del Congo, per favorire l'ENI. Si parla di mazzette per il 10% dei contratti affidati all'ENI, contratti stimati in 350 milioni di euro. Funzionava cosi, secondo le accuse: l'ENI riceveva contratti, ma il 10% del denaro doveva andare a ditte locali come da accordi con gli ufficiali per promuovere lavoro in loco.

Una di queste ditte locali non era una vera ditta locale, era una copertura per ufficiali governativi, che dunque l'ENI avrebbe accettato di pagare. La ditta finta in questione si chiama Africa Oil and Gas Corporation.

Interessante anche che a un certo punto la Africa Oil and Gas Corporation decide di cedere il 23% dei suoi diritti alla World Natural Resources, ditta britannica, ma pare in realta' controllata da un certo Roberto Casula, dirigente ENI. 

Quindi l'ENI paga le tangenti agli ufficiali nigeriani grazie a questa Africa Oil and Gas Corporation che poi cede parte delle sue quote a un dirigente ENI stesso.

Se tutto fosse vero, e' come se l'ENI pagasse tangenti a se stessa.

Chi e' questo Roberto Casula?

E' il Chief Development Operations and Technology Officer, e non e' proprio sconosciuto a questo blog, visto che e' implicato in altri scandali petroliferi e che con la questione tangenti nella vicina Nigeria e' stato accusato di essersi  portato a casa circa 50 milioni di dollari.
 
Ma quanti soldi gli servono? 

Da internet emerge che Roberto Casula e' cagliaritano, classe 1962, cioe' 55 anni e che ha trascorso tutta la sua carriera in ENI, dall'Agip in Italia, passando per la Francia, fino ad arrivare all'Agip Angola. Fra il 1997 and 2000 e' stato il Development and Production Coordinator per conto dell'ENI in tutti i territori africani, nel mar Caspio e in Iran. Ha poi lavorato in Sicilia, a Tripoli, per l'area del Sud Sahara e in Nigeria.

Insomma ha bucato un po dappertutto.

Interessante che scriva che ha "chiuso importanti affari e ha negoziato con le piu' alte autorita' di paesi come il Kenya, Sud Africa, Libya, Congo, e Mozambico."

Mmh!

Chissa' come li ha chiusi questi affari!

Sicuramente tutto lecito, e sicuramente i 50 milioni di Nigeria sono solo accuse infondate!

Sicuramente tuttapposto anche in Congo.

Ma cosa dice l'ENI dei suoi affari in Congo? 

Dal loro sito dicono che sono coinvolti in attivita' on e offshore, con trivelle in acque profonde nella zona di Pointe-Noire in un area di circa 2,500 chilometri quadrati. Dicono che sono stati bravissimi a trivellare il campo Nené Marine field, nel blocco Marino 12, di cui ENI era l'operatore (cioe' il trivellatore) con un interesse al 65% nella concessione. Gli ci sono voluti meno di 12 mesi per completare il tutto. Gli ultimi accordi sono del 2016, e qui dicono di volere "monetizzare" il gas prodotto nel paese.

Ovviamente sul caso Congo, l'ENI fa la santarella e dice che "chi noi, giammai!". Lo stesso pero' i loro uffici di San Donato Milanese sono stati perquisiti e tutti i documenti collegati al Congo fra il 2009 e il 2014 sono stati sequestrati.
I grattacapi per l'ENI non finiscono qui.

L'ENI e' accusata di mazzette pure in Nigeria.

Intanto l'ex AD Paolo Scaroni e' implicato in altri scandali in Algeria per altre mazzette fra il 2007 e il 2010.

E questo e' solo quello che sappiamo,

Figuriamoci quanto marcio e' quello che non sappiamo ancora. 


Saturday, October 10, 2015

La Petroceltic squattrinata e accusata di frode e corruzione sospende il titolo in borsa

Il titolo e' stato sospeso in Borsa il giorno 8 Marzo 2016
 al prezzo di 6 pence ad azione.
Al massimo ne valeva 224. 

forse l'investitore russo Angelo Moskov che gia' detiene il 29% della ditta
la comprera' tutta.






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Il crollo delle azioni della Petroceltic -- scese del 70% in un anno





Angelo Muskov

Brian O'Cathain








Pare una soap opera di petrolieri, finanzieri e speculatori, una triste soap opera, in cui, una volta tanto, a guadagnarci siamo noi. La Petroceltic e' assolutamente piegata in due, da debiti, azionisti senza scrupoli, accuse di frode e corruzione, crollo dei prezzi del petrolio e non sanno piu' dove andare a pararsi. Basta solo dire che negli scorsi dodici mesi le azioni della Petroceltic sono andati da un massimo di 224 pence a 42.

E' una storia che inizia da lontano.

Il principale investitore della Petroceltic, la ditta inglese che vuole trivellare vari angoli d'Italia perche' abbiamo "regimi fiscali favorevoli", si chiama Worldview Capital Management, che e' una ditta di hedge funds. Detiene il 29% di azioni della Petroceltic ed e' guidata da Angelo Moskov. Comprarono le azioni quando valevano 175 pence. Ora ne valgono 60.

Gia' a Febbraio 2015 la Worldview aveva espresso preoccupazioni per gli affari economici della Petroceltic, che sommersa dai debiti, stava presentando un controverso piano per aumentare il proprio capitale.

In un anno le azioni della ditta irlandese erano calate del 34%.

Si trattava di 175 milioni di dollari da incassare tramite la vendita di obbligazioni, usando come collaterale uno dei suoi progetti piu' ambiziosi: Ain Tsila, un campo di gas in Algeria. Secondo la Worldview questo passo questo avrebbe lasciato gli azionisti con guadagni derisori.

Moscov non fu tenero e in quella occasione gia' parlo' di Petroceltic al lastrico, di spreco di soldi, di management scadente, e della divulgazione di false notizie:

As predicted by Worldview in its EGM circular issued in February 2015, Petroceltic appears to have now run out of money. As a result it is proposing to pledge the Company's crown jewel, namely its participation in the Ain Tsila asset, as a security for a contemplated $175 million bond issuance. In our view, this will result in squandering shareholder value.
Given Company's past history of very poor financial management and false claims, Worldview is extremely concerned that such bond issuance will be perilous to shareholders. Owing to the Company's consistent inability to produce sufficient cash flows, proceeding with the bond issue on the announced terms would, in our view, likely result in bondholders eventually securing the world-class asset for a derisory sum.
Dop vari dibattiti, accuse e incontri, e anche un tentativo di deporre il CEO della Petroceltic, Brian O'Cathain, il 3 Agosto 2015 la Petroceltic annuncia di rinunciare alla vendita di obbligazioni per la troppa instabilita' sul mercato.

Le azioni crollano ancora ed i debiti arrivano a 500 milioni di dollari.

La Worldview denucnia la Petroceltic presso l'alta corte d'Irlanda, dopo gia' una prima denuncia presso l'alta corte inglese.  Sotto attacco anche pagine web: la Petroceltic e' pure riuscita a tirare giu' delle pagine web non di loro gradimento. Ovviamente tutto questo ha dei costi che la Petroceltic vorrebbe assolutamente evitare. Non si sa come andra' a finire, per ora la causa e' ancora aperta.

Ma non finisce qui. Il 20 Agosto 2015 la Worldview Capital Management accusa la casa madre di frode e corruzione riguardo la gestione delle sue finanze. In particolare il direttore della Petroceltic Geoff Stevenson e membri della sua famiglia sono accusati di avere orchestrato uno schema per defraudare la compagnia, assumendo personale a contratto con fatture gonfiate nel campo di gas Ain Tsila in Algeria.

Worldview dice che se corrette, queste accuse significano che il valore dell'azienda e' stato fortemente compromesso dai pagamenti illeciti e dai fondi sottratti in maniera fraudolenta dalla Petroceltic.  La Worldview accusa la Petroceltic di mananagement inappropriato e fallimentare.

Dal canto suo, la Petroceltic accusa Worldview di una campagna di denigrazione e di sottrarsi al dialogo. Dicono che fanno tutto questo per prendere il controllo della Petroceltic e che stanno facendo perdere tempo prezioso, aizzando gli altri investitori, convenendo meetings, e cercando di ostacolare le operazioni interne di ristritutturazione.

Brian O'Cathain passa al contrattacco:

“Their real game is to take control of the company and its assets without paying a premium. We don’t intend to hand over the keys and walk away, so I guess Moskov’s own investors are getting impatient as well"

Finalmente, il 17 Settembre 2015 la Worldview pubblica un altra lettera in cui si accusa la Petroceltic di irregolarita' in Bulgaria, accusando anche qui dirigenti di medio livello di avere creato canali per impossessarsi in modo illegale di fondi della compagnia.  Addirittura dicono che ci sono dei giudici bulgari che indagano pagamenti sospetti da parte di sussidiarie egiziane, bulgare e lussembughesi della Petroceltic per servizi non meglio specificati da parte di tali Optimus Engineering AD e di Osiris Trust. Anche qui, il sospetto e' che ci siano scambi poco trasparenti di soldi.

E anche qui, Brian O'Cathain dice che non e' vero niente e che e' tutta una campagna denigratoria, una “concerted campaign to fling mud at us and hope some of it will stick”.

In Bulgaria la Petroceltic ha delle piattaforme per l'estrazione di gas, ma mentre il campo di
Galata e' ancora attivo, quello di Kaliakra e' in declino. Neanche qui le cose gli vanno troppo bene!

Ma il tempo passa, e i soldi mancano. E cosi' si pensa di tornare con una offerta di obbligazioni sul mercato.

Io non so cosa dire di questi teatrini fra prepotenti, chi ha ragione, chi no. Devo dire che mi fanno abbastanza senso tutti i protagonisti di questa storia.

Posso pero' solo dire che alla fine chi vince siamo noi, persone normali. Ad esempio, il Ministero dell'Ambiente ha rigettato una delle concessioni petrolifere della Petroceltic nei mari di Calabria, la d151 perche' non avevano presentato un appropriato studio di impatto ambientale in tempo. E' molto probabile che a causa di tutte queste vicende interne, la concessione calabrese sia diventata secondaria, o che si siano dimenticati, o che non avevano i soldi per pagarla. Comunque vada, e' stato utile per noi.

Piu' in grande pero' mi chiedo questo: anche se Mr. Muskov ha i suoi tornaconti, e forse vuole veramente prendere il sopravvento con operazioni di campagna denigratoria verso la Petroceltic,
restano i sospetti, la mancanza di soldi della Petroceltic, e il fatto che a tutti questi protagonisti non interessi niente della loro stessa compagnia.

E viste queste lotte fraticide, che vuoi che gli interessi dell'Abruzzo, del Piemonte, o del golfo di Taranto?   Vogliamo veramente una ditta squattrinata, guidata da gente senza scrupoli a trivellare nei mari d'Italia?









Thursday, May 14, 2015

Il discorso di Beppe Grillo all'assemblea ENI

Sono qui per parlare di quello che nessuno può più negare: Eni da molti anni ha dato vita ad un sistema corruttivo di portata internazionale. Questa attività criminosa si regge su tre gambe.

La prima gamba, la corruzione. E’ l'attività corruttiva vera e propria. È naturale quindi ricordare le inchieste. Il sistema di corruzione internazionale messo in piedi da Eni fuori dai confini italiani, e in particolare nel continente africano, è ormai sotto gli occhi di tutti, anche dei magistrati.

Eni è accusata sia per le tangenti versate in Algeria al fine di aggiudicarsi la costruzione di alcuni gasdotti (e qui si parla di 200 milioni di tangenti per un controvalore dei contratti di 8 miliardi), sia per quelle versate in Nigeria per la concessione decennale nell'esplorazione petrolifera al largo delle coste nigeriane (e i pm parlano di altri 215 milioni di tangenti, per un controvalore della concessione di 1,9 miliardi). Un sistema di corruzione che si alimenta attraverso la connivenza di gran parte dei quadri aziendali, come dimostra. Tra ricatti incrociati (la minaccia al posto di lavoro) e lo strapotere dei manager sui dipendenti si è mantenuto in piedi per anni un sistema colluso radicato profondamente nell'azienda, completamente opaco nei confronti dei cittadini, nonostante Saipem, almeno sulla carta, sia una partecipata di una società a controllo tuttora pubblico.

La seconda gamba, il Governo. Eni, di fatto, costruisce da anni sulla corruzione internazionale la politica estera dei Governi di destra, di sinistra e di centro che si sono succeduti, compreso questo Governo, che non saprei dove collocare. Il Governo, proprietario della quota di maggioranza di Eni (30%) attraverso il Ministero dell'Economia e delle Finanze e la Cassa Depositi e Prestiti, finge di non sapere ciò che avviene sotto i suoi occhi. Il sostegno dei Governi a queste pratiche criminose è evidente se si guarda alle nomine pubbliche dei quadri aziendali di Eni e delle controllate. Tutti nomi di navigata esperienza politica, spesso conosciuti alle procure. Per ultima la nomina del nuovo amministratore delegato di Eni da parte di Renzi: Claudio Descalzi. Quel Descalzi coinvolto sia nella inchiesta di lungo corso sui fatti in Kazakistan che in quella sui fatti in Nigeria, quando era vice direttore generale di Eni. E dire che basterebbe inserire negli statuti delle società partecipate dallo Stato e quotate in borsa un'apposita clausola in materia di requisiti di onorabilità e connesse cause di ineleggibilità e decadenza dei componenti del consiglio di amministrazione, come abbiamo richiesto più volte noi del M5S in Parlamento.

Ma il Governo preferisce fingere di combattere la corruzione e spolpare le aziende pubbliche per svenderle ai privati, meglio se stranieri. Ci arriverò fra poco. La terza gamba, i Paesi africani. Di questo sistema corruttivo internazionale è il dissesto politico e sociale dei Paesi nei quali Eni depreda, impoverisce e distrugge attraverso le tangenti. Eni non potrebbe corrompere sistematicamente alti esponenti governativi in Paesi nei quali le condizioni sociali ed economiche della popolazione permettono un controllo efficace della politica e degli affari strategici per la collettività. In Algeria, in Nigeria, in Libia, in Egitto, in Tunisia l'instabilità politica, religiosa e sociale garantisce ad Eni ampi margini di manovra per i suoi affari criminali.

Ma Eni allo stesso tempo alimenta l'esasperazione politico-sociale dei Paesi dove investe. È insieme agente e beneficiario del sistema corruttivo che ingabbia lo sviluppo dei Paesi del terzo mondo. È il punto senz'altro più vergognoso. Approfittare della miseria e dell'instabilità, alimentarne di nuova, per il profitto privato: sì, privato. Il valore delle azioni di Eni è crollato negli ultimi anni, valevano 21 euro a metà 2014 e sono scese a 13 nel gennaio 2015, per poi risalire di poco. Nell'arco di piano 2015-2018 l'Eni prevede dismissioni per 8 miliardi di euro. E' quanto si legge nelle slide che accompagnano la strategy presentation. Nel 2015 inoltre taglierà il dividendo a 0,80 euro per azione da 1,12 euro del 2014.

Il piano di buyback dell'Eni «Ã¨ sospeso», annuncia poi il gruppo petrolifero in occasione della Strategy presentation. «Si valuterà la sia riattivazione quando i progressi strategici e lo scenario di mercato lo consentiranno», spiega l'Eni. Nonostante questi numeri, molto preoccupanti, tutti i dirigenti hanno percepito stipendi da nababbi, stock options, stock grant e liquidazioni a sette cifre. I piccoli azionisti sono rimasti cornuti e mazziati. Non solo. Come detto le popolazioni africane sono in balìa della rete corruttiva che Eni contribuisce a rafforzare. C'è un articolo di Alessandro Pansa, sul Corriere della Sera, che svela il meccanismo attraverso cui i proventi dell'estrazione di gas libico vengono versate alla Banca centrale libica, che poi, per quieto vivere, le distribuisce a tutte le fazioni e le tribù che si spartiscono un territorio in preda al caos, compreso lo Stato Islamico! Come dire che Eni, una società sotto il controllo del Governo, finanzia indirettamente il terrorismo islamico e la compravendita illegale di armi da guerra da parte di tutte le fazioni in campo, grazie ad un sistema di tangenti capillare. Il sistema criminale di Eni non si limita certo alla Libia: in Algeria, Egitto, Nigeria, Iraq... Eni alimenta un circuito vizioso di guerre civili, "missioni di pace" e instabilità cronica. Questo meccanismo criminoso è pronto a fare disastri anche in Italia.

La chiave di volta è lo Sblocca Italia. Il M5S lo chiama “Sfascia Italia”. Ci siamo battuti con tutti i mezzi democratici per contrastarlo, è una follia! Lo “Sfascia Italia” è il paradiso delle trivelle e del petrolio. Elimina ogni intermediazione tra il Governo e le multinazionali, Eni compresa. Non serve più la Valutazione di Impatto Ambientale regionale (VIA) per iniziare a trivellare. Basta l'ok di un Governo colluso.

Il numero degli azionisti di Eni determinato sulla base delle segnalazioni nominative relative ai percettori del dividendo in acconto dell’esercizio 2014, cedola n. 23, è pari a 268.344; questi azionisti rappresentano il 99,82% del capitale sociale costituito da 3.634.185.330 azioni ordinarie prive di indicazione del valore nominale.

Ministero dell’Economia e delle Finanze 157.552.137 4,34 CDP S.p.A. 936.179.478 25,76 21/03/2014 PEOPLE’S BANK OF CHINA 2,102

La svendita dell’ENI Ma abbiamo un sospetto, o per meglio dire una certezza. Il sospetto è che dietro ad una gestione così scellerata di un'azienda pubblica strategica ci sia la volontà di svincolare Eni da qualsiasi controllo pubblico e di gettarla in pasto ai privati. Il pretesto è sempre la maggiore efficienza dei privati.

Ci hanno detto la stessa cosa per l'acqua e le autostrade, e a cosa siamo andati incontro? Servizi sempre più scadenti, licenziamenti, aumento delle tariffe. Il disegno è chiaro: dietro la spoliazione di sovranità degli Stati nazionali c'è la fame di profitto di poche multinazionali e del mondo speculativo. L'Euro e i trattati europei servono a questo e l'Italia è una preda molto succulenta. Grazie all'Europa a trazione finanziaria si è scatenato l'attacco violento alla proprietà pubblica nei settori primari: acqua, energia, sanità, istruzione, trasporto pubblico! È sufficiente garantirsi l'appoggio di Governi sensibili agli interessi dei poteri forti, siano essi di destra, come i Governi Berlusconi, o di quella sinistra svenduta al mondo finanziario, come il Governo attuale, o ancora Governi tecnici, quando il gioco si fa duro e la finanza ha bisogno di prendere in mano direttamente le redini del Paese: ed ecco il Governo Monti nel 2011. Eni è stata prima trasformata da ente pubblico in S.p.A. nel 1992, poi negli anni successivi sono state vendute gran parte delle partecipazioni pubbliche (oggi lo Stato detiene per lo più indirettamente solo il 30% delle azioni di Eni) e infine l'azienda è stata ridimensionata, spolpata, indebitata, svuotata di ogni finalità pubblica andando ad alimentare la rete di corruzione internazionale di cui ho parlato. Eni si comporta già da anni come un'azienda privata, ma presto verrà definitivamente svenduta, probabilmente a investitori esteri, come è già stato fatto per altri gioielli italiani in questi anni di crisi economica pilotata. Dal 2008 al 2012 sono state svendute all'estero 437 aziende italiane secondo l'Eurispes: dalla Pirelli ai cinesi, all'Ansaldo Breda regalata ai giapponesi, passando per l'Indesit svenduta alla Whirlpool, la Telecom in mano a Telefonica, la Pernigotti lasciata ai turchi e ancora la Parmalat ai francesi e la Ducati ai tedeschi dell'Audi. Abbiamo già visto come si comportano gli acquirenti stranieri. Whirlpool ed Electrolux ci hanno proiettato nel prossimo futuro: comprano a prezzo di saldo, razionalizzano i costi, buttano in strada migliaia di famiglie, ridimensionano l'azienda e poi, alla prima aria di protesta, delocalizzano la produzione! E l'Italia perde servizi, prodotti, ricchezza e occupazione!

È il momento di Eni, e io sono venuto qui per fare sapere a tutti, a cominciare dai piccoli azionisti, che cosa è diventata e che fine farà l'azienda di Enrico Mattei. Il M5S chiederà una Commissione d'inchiesta parlamentare sull’ENI nei prossimi giorni.

Grazie, ho finito.

Fonti:

http://www.eni.com/it_IT/governance/azionisti/struttura-capitale-sociale/struttura-capitale-sociale.shtml

http://www.eni.com/it_IT/governance/azionisti/partecipazioni-significative/partecipazioni-significative.shtml

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-03-13/eni-presenta-piano-2015-18-dismissioni-8-miliardi-dividendi-calo-titolo-crolla-borsa-154825.shtml?uuid=AB6Ilv8C&fromSearch

Friday, May 1, 2015

Ouargla: il cratere petrolifero dell'Algeria

Grazie a Marco Prosperini 










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in due in seguito ad un incendio **

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Dal 26 ottobre 1986 e' passato molto tempo, ma e' interessante tornare indietro per scovare un altro dei famosi petrol-incidenti. In questo caso un cedimento spaventoso del terreno nel campo petrolifero Haoud Berkaoui, nel sud-ovest dell'oasi di Ouargla. 

Nasce cosi un cratere di 80 metri di profondita' e 200 m di diametro -  i pozzi di petrolio OKN-32 sono letteralmente stati ingoiati dal sottosuolo.  

E non finisce qui - pochi mesi dopo, nella primavera del 1987, il cratere si allarga ed ingoia altri pozzi di petrolio, fra cui il  OKN-32A. Il buco arriva ad uno spettacolare diametro di 320 metri.

Da allora, il cratere continua inesorabilmente ad espandersi, con importanti conseguenze ambientali attorno ad Ouargla, nota prima di allora per i suoi datteri.

Nel 1999 il buco era di 600 metri per 260. Si allarga di circa un metro l'anno in ambo le direzioni. 
La subsidenza e' di 4 millimetri per anno di calo del terreno attorno al cratere. Si teme che altre localita' a vari chilometri di distanza possano cedere anche loro, in modo catastrofico.

Il tutto va avanti da quasi 30 anni!

In realta' Ouargla, per essere deserto, si trova in una pozione invidiabile: siede sopra l'acquifero dell' "Sahara settentrionale" di area pari a 800,000 chilometri quadrati - quasi 2 volte quella della Francia! - a cavallo fra Algeria, Libia e Tunisia, a circa 1000 metri di profondita'.  A Ouargla l'acqua affiora in superficie e c'e' vita per tutta la comunita'.

La falda e' vitale per tutto il Sahara.

Nel 1956 la Sonatrach, la ditta algerina nazionale, scopre il petrolio e per un po datteri e trivelle convivono.  Ma con il tempo, le trivelle avanzano, i datteri non troppo: si arriva a tirare fuori dal campo di Haoud Berkaoui il 50% della produzione algerina nazionale.

E verso la fine degli anni ottanta, la svolta.

Mentre che trivellano incontrano acqua ad alta pressione che e' viene sprigionata e che erutta. Buttano giu' barite per cercare di fermare il flusso di acqua, ma il risultato e' stato solo di inquinare le falde acquifere -- l'acqua continua a tornare in superficie con portata di vari milioni di litri all'ora. Nel suo tragitto, passa attraverso uno strato di sale, ed e' stata l'erosione di questo strato di sale a far crollare il campo di petrolio. 

Crolla il campo, torna su acqua salata e contaminata. Proprio quello che serve ad una zona desertica.  
Prima l'acqua era vita, ora e' morte.

L'acqua arriva su con una concentrazione di sali di 275 grammi per litro, come il Mar Morto. E' praticamente inutilizzabile. Peggio, si mescola con quella "normale" e si stima che tutta l'acqua dell'acquifero del Sahara potra' arrivare a tassi di 20 grammi per litro in 100 anni se nessuno fa niente,
di fatto cancellando una delle poche sorgenti d'acqua di tutto il deserto.

La vicenda e' coperta dal segreto: le autorita' hanno creato un perimetro di sicurezza. 

Intanto la desertificazione attorno all'oasi di Ouargla, continua, lenta, inesorabile, petrolifera.